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L'odio verso Napoli

Io sono fatto così, sono fatto male. Quando le critiche verso un personaggio pubblico diventano praticamente un “linciaggio”, questo accanimento mi fa diventare simpatica la vittima. Mi è successo in politica con Berlusconi, si proprio lui, l’artefice di tutti i vostri mali. Mi accade, nella musica, con Gigi D’Alessio.

Gigi D’Alessio rappresenterà l’Italia e la sua musica alle Olimpiadi di Rio. E giù polemiche, le solite. Di Gigi ho già scritto, odio questo livore nei suoi confronti. Può non piacere, ci sta tutto, ma sono sempre più convinto che il cantante di Piazza Borsa rappresenti molto bene tanta parte di Napoli: odiando lui, come già dissi, odiate pure quella parte di Napoli che è viva, è reale, esiste e, che vi piaccia o no, vota pure alle elezioni di domenica. Che obbrobrio eh? Direte voi…

Il Fatto Quotidiano si è persino sprecato nello scrivere un articolo pieno di non-sense per fare un po’ di click sul proprio sito web. Si, proprio quello stesso Fatto Quotidiano che, con molta delusione dei propri lettori, ultimamente pubblica articoli sul web su pratiche erotiche originali, su frutti adoperati per migliorare le prestazioni sessuali o donne con le zizze da fuori per eccitare i lettori a colpi di visualizzazioni. Perché, come spesso accade, i moralisti generalmente guardano sempre alla morale degli altri, mai alla propria. Si sono sprecati un po’ ovunque articoli del genere e in tutti c’era quel retrogusto di razzismo non solo verso Gigi, ma verso tutti i napoletani.

Gigi D’Alessio è fra i cantanti che vende più album in Italia, che riempie più di tutti piazze, stadi e palazzetti dello sport. Sono gli stessi che nell’ultimo ventennio hanno votato Berlusconi, che oggi votano Renzi e, perché no, pure i 5 Stelle. Evidentemente a chi si arroga il diritto di dire cosa sia giusto o cosa sbagliato non piace la democrazia. Gente che tiene la puzzetta sotto il naso, parla di principi, di decadimento dei costumi, di valori. Ma non rispetta il valore supremo di una società costituita che è, per l’appunto, quello democratico. In democrazia, al di là di proclami di guru e paraguru, esiste veramente il principio che “uno vale uno”. Ed è un principio matematico.

A me Gigi D’Alessio non fa impazzire. Eppure gli riconosco di suonare egregiamente il pianoforte, un’estensione vocale non comune. Ellosò che c’ha la cadenza napoletana quando canta. E quella ce l’ho pure io e non la nascondo, anzi la accentuo, ancor di più quando sono fuori dalle mura delle mia città. Ellosò pure che a voi vi rappresenta solo Pino Daniele. Pure a me. Ma Pino è stato capace di rappresentare tutti: il ricco e il povero, il colto e l’ignorante, l’élite e i lazzaroni. Eppure, quello stesso Pino Daniele, proprio in virtù di questa sua grandezza, con Gigi ci ha fatto un concerto a Piazza del Plebiscito e ha cantato pure in un album di D’Alessio, in un affresco tutto sommato riuscito, in “Addò so nato ajere“.  Ecco, in questo pezzo c’è l’immancabile citazione della musa dalessiana, Annaré, e ci stanno pure due frasi, la città “Regala ancora ‘o sole a chi ne parla male scrivenno dint’ ‘e giurnale na bucia pe verità”, “Nunn è Napule ‘e na vota, pure ‘e figlie ‘e chi ha sbagliato vanno all’università”. E’ l’unione perfetta tra la Napoli di Pino Daniele e quella di Gigi. Una città che intanto ha studiato, i ragazzi vanno all’università eppure restano nell’anima degli scugnizzi di strada che magari, sul motorino, vanno a farsi un giro con le “Fotomodelle un po’ povere” raccontate da Gigi.

Ma voi, quando criticate Gigi, la conoscete veramente Napoli? Ci entrate per davvero nei quartieri più poveri? E un testo di una di quelle canzoni “neomelodiche” di D’Alessio lo avete mai ascoltato? Cosa c’è di falso di quelle rappresentazioni di una Napoli che ama, soffre, gioisce e prende il caffé? Le conoscete le “Carmè” e le “Annarè“? Ecco, non ve le perdete, conoscetele, portatele pure voi queste “Guagliuncè” sopra al motorino. Sono “‘E guaglione ‘e Napule“, la Napoli che esiste. Voi non odiate Gigi, odiate Napoli, quella vera.

E, cari detrattori, l’Italia non è Bocelli e non è la Pausini. L’Italia, repubblica democratica fondata sempre meno sul lavoro, è quella di Gigi D’Alessio, vi piaccia o no. Forza Gigi, mi spiace solo che il 21 non potrò andare al San Paolo al suo concerto. Più lo odiate, più me lo rendete simpatico. E poi vi difendete pure la serie Gomorra come opera “anti-camorra”??? Ma faciteme ‘o piacere. Napoli va nel mondo, a Rio e, giustamente, ci va pure con Gigi D’Alessio. Così come i più importanti ambasciatori nel mondo, i più alti funzionari di polizia e delle istituzioni che spesso mi capita di intervistare sono molto molto spesso napoletani.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

 

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L'esperienza a Repubblica

@lapresse Cronaca 20/03/2011 Blindato il comando operativo di Napoli - Capdodichino dove si coordinano le operazioni aero-marittime e sottomarine di attacco alla Libia.

Quando collaboravo con Repubblica riuscii a scovare una notizia facendo un giro alla base della US Navy di Gricignano d’Aversa. Era il 2008 e in piena crisi rifiuti indagavo su una segnalazione che mi era giunta di un rapporto del Dipartimento per la Salute statunitense in cui si consigliava ai militari americani di dismettere le basi Nato nella “terra dei fuochi”. Fu poi intimato ai militari di stanza a Napoli che abitavano sul litorale domitio di non usare l’acqua del rubinetto nemmeno per cucinare o lavarsi a causa dell’altissimo inquinamento delle falde acquifere in alcune zone. Infatti in quel periodo scrissi diversi articoli sull’argomento. Uno riportava di una ricerca americana in cui si confrontava il tasso di malformazioni dei neonati concepiti nelle basi campane con quelli concepiti nelle basi all’estero. Un altro dava notizia di una torre di controllo costruita sempre dagli americani per monitorare la qualità dell’acqua e dell’aria in Campania. (Non vi fa male se date uno sguardo ai link in azzurro per farvene un’idea).

Articoli che non mi diedero né fama, né particolare attenzione, tranne da parte di qualche movimento ambientalista. Allora avevo compiuto da poco 26 anni, fresco laureato. Per sostenermi in quegli anni prestai servizio civile proprio nell’epicentro della Terra dei Fuochi, al Villaggio Coppola, lavorando con i minori a rischio in situazioni familiari difficili: figli di immigrati, prostitute, carcerati. Riscosse invece attenzione un altro articolo che pubblicò sempre Repubblica. Mi chiamarono persino dal Tg1 per sapere se potevano utilizzare il mio articolo per confezionare un servizio e per avere da me maggiori informazioni. Diedi l’assenso. Per giunta senza chiedere nulla in cambio.

i survivedSapete di cosa parlava quell’articolo? Di alcune t-shirt in vendita nella base di Gricignano sulle quali erano raffigurati per mezzo di alcune vignette i problemi di Napoli. Su una c’era scritto persino “I survived in Naples”… Su un’altra il decalogo sullo stile di guida degli italiani: inversioni in autostrada, abbaglianti sempre accesi, mancato utilizzo delle frecce direzionali… Per la prima volta una mia notizia venne persino ripresa dal portale nazionale di Repubblica tra le news più virali nell’homepage del sito web italiano maggiormente visitato.

Fu per me un orgoglio. Oggi con qualche anno in più, con una carriera che bene o male ha preso la propria strada, alimenta invece in me più di qualche inquietudine questa storia.

maglietta drivingMi fa capire che il web genera spesso mostri. Notizie realmente importanti e cruciali per la cittadinanza vengono relegate in secondo piano. Mentre episodi di mero folklore, con un carattere di originalità e più “terra terra” hanno assai più risalto. E la colpa probabilmente non è dei quotidiani. Loro le notizie le pubblicano, magari senza darne il giusto risalto, come accadde a me per gli articoli sugli allarmi lanciati dai marines americani. La colpa, se di colpa si può parlare, è invece nostra che alimentiamo tutto un mercato indirizzando i nostri click e la nostra attenzione su cose di poco conto. Anche Roberto Saviano, ad esempio, ha avuto un ruolo meritorio nel portare all’attenzione determinati meccanismi. Eppure in Gomorra non c’era scritto quasi nulla di nuovo di ciò che si poteva leggere sfogliando con attenzione uno dei quotidiani della nostra città.

Questo episodio personale fa poi riflettere su come la nostra città riesca a far parlare di sé sempre e solo per episodi legati al folklore, alla ammuina. Come se Napoli fosse da sempre una città immobile, senza pretese di poter essere considerata, pur nelle sue specialità e unicità, un luogo normale dove le persone si svegliano la mattina e vanno a lavorare, prelevano i figli a scuola e magari a sera si concedono pure di cenare con una cotoletta milanese.

Anche per questo disdegno spesso certi racconti romanzati sulla nostra città. Come quella del pianoforte di Piazza Garibaldi che, come scrissi, sta diventando sui social una nenia insopportabile peggio delle foto dei gattini.

A Napoli c’è tanto altro, nel bene e nel male. E se di quel male non sapremo parlarne, non sapremo dedicargli la dovuta attenzione, allora si che questa resterà per sempre una città immobile, senza scatti, senza emancipazione dai propri peccati. E pensare che l’unico luogo di diritto deputato al folklore, lo stadio, è proprio il posto dove invece i colori e le ironie partenopee stanno scomparendo. Anche per questo il nostro sito web abbiamo deciso di chiamarlo soldatoinnamorato. Perché almeno allo stadio lasciateci cantare. Fuori dal San Paolo lasciateci invece campare. Oggi i social e il web rivestono un’importanza fondamentale nella nostra società. Non bisogna demonizzarli, basta saperli usare. Questa storia che vi ho raccontato non è un tentativo autocelebrativo, per fortuna non ne ho bisogno. Ma se ancora attraverso il giornalismo si può fare qualcosa per cambiare le cose nella città che amo, allora forse ne è valsa la pena a parlarne.

Valentino Di Giacomo

@valdigiacomo

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Pistola Beretta
foto di juiceeric18

Qualche mese fa hanno fatto molto scalpore le proteste dei sindaci campani che non hanno dato il permesso di girare delle scene nei loro comuni alla produzione della seconda serie della fiction televisiva Gomorra. La motivazione data è stata che la serie in questione gettava fango sulle città scelte per girare nonostante negli anni abbiamo assistito a decine di produzioni che hanno trattato lo stesso argomento e che sono state girate nelle varie città della nostra Regione. Perché “Gomorra” no e ad esempio “Il Clan Dei Camorristi” si?

Ho provato a ragionare su questa cosa e alla fine sono giunto ad una conclusione: Anche quando parliamo dei nostri mali, lo dobbiamo fare usando il metodo del politically correct. Le critiche nascono nei confronti della narrazione piuttosto che per il tema trattato. Nella Fiction “Pupetta – Il coraggio e la Passione” viene rivisitata la vita di Pupetta Maresca, la storia viene stravolta e la protagonista da CRIMINALE viene fatta passare come vittima del sistema. Ad essere sincero di questa fiction ho visto solo due puntate perché già dalle prime battute si capiva benissimo l’intento degli autori che era quello di concedere al pubblico un prodotto leggero, che non toccasse i lati oscuri e che fosse in grado di evidenziare la parte romanzata, ecco perché il padre diventava un povero commerciante e il suo amato si trasformava in un ragazzo in cerca di giustizia.

Nella realtà il primo era un feroce trafficante mentre suo marito era il temuto camorrista conosciuto con il nome di Pascalone è Nola. Gomorra invece, anche romanzando i fatti accaduti, tenta di svelare i punti oscuri del tema trattato e quindi, seppur entrambe sono fiction (finzione) e per forza di cose devono poi attenersi a determinate linee editoriali per far si che il prodotto funzioni, assistiamo alla fine a due racconti differenti: uno “Gomorra”, asettico e distaccato dove non si induce lo spettatore a parteggiare per qualcuno e l’altro “Pupetta”, dove si costruisce una storia nella quale si stravolge il senso dei fatti e della vita dei personaggi per renderli più gradevoli e invitando lo spettatore in modo subliminale a parteggiare per il protagonista.

Per conoscere i fatti reali ci sono decine di libri da poter leggere: Lo scrittore e giornalista Napoletano Gigi Di Fiore ha dedicato una vita intera a raccontare le storie sul malaffare partenopeo, scrivendo articoli e libri e grazie alle sue inchieste e interviste, si può avere un quadro effettivo su come si sia mossa ed evoluta la camorra napoletana. Con questo primo articolo, noi di “Soldato Innamorato”, daremo il via ad una nuova rubrica settimanale nella quale cercheremo di capire il fenomeno malavitoso degli ultimi 50 anni. Nei prossimi pezzi parleremo dell’evoluzione camorristica avutasi grazie ai rapporti con il Clan dei marsigliesi e dei legami nati alla fine degli anni ’60 intorno al contrabbando di sigarette. Tratteremo il cambiamento dei personaggi della malavita da Guappo vecchio stile, tipo Antonio Spavone, passando per gli esponenti della camorra verticistica di Cutolo anni ’80, per finire analizzando le mire imprenditoriali dei Casalesi a cavallo dei due millenni. In questa fase di rivisitazioni romanzate dovute alle fiction, forse è giunto il momento di ricordare le vere origini e le vere storie di tutti gli uomini che grazie alla loro sete di potere e alla loro brutalità, sono riusciti (insieme ad una parte di politica corrotta) a rallentare la crescita del popolo partenopeo ricco di storia e di cultura.

Marco Manna

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Don Pietro Savastano (Fortunato Cerlino)

Mentre ero presa dalla mia influenza, mi sono riguardata tutta la serie di Gomorra: voi penserete ” e questo che c’entra con il mondo neomelodico ?”

Beh, nella serie non a caso ci sono diverse canzoni neomelodiche ma mentre la guardavo la mia mente è stata catturata da un motivetto cantato da Pietro Savastano:” agg bisogno e e me fa l’amante si no me mett na funa nganna“, da lì la mia mente ha iniziato a ragionare e da buona conoscitrice di canzoni neomelodiche, facendo un giro per la mia playlist, mi sono accorta che amori extra coniugali e tradimenti sono un grandissimo leitmotiv della musica napoletana. Passando dal Tommy Riccio che aveva bisogno di farsi l’amante al più moderno Rosario Miraggio che con Ida Rendano canta ‘la notte’, dove questa parte del giorno viene descritta come il momento più difficile da far passare per chi si ama in segreto; lo stesso Miraggio è la voce di più canzoni sul tema del tradimento e sull’essere dilaniati da una scelta che sembra irraggiungibile.

Poi abbiamo Alessio con ‘perché ti amo’, dove finalmente l’uomo indeciso sceglie la sua favolosa amante tanto da non aver paura di essere scoperto; dalla Sicilia Natale Galletta che ci canta ‘ti do la mia parola’ dove con parole affabili convince una donna a una fuitina con un ‘mai nessuno lo saprà di me ti puoi fidare dimme aró c’ammà ncuntra”. Credetemi, il repertorio è vastissimo: anche Nico Desideri è autore di numerose canzoni sugli amanti, quasi parlandone come vittime condannate da una società chiusa che non riesce a capire un sentimento troppo forte e sottolineando che i Paolo e Francesca napulitane per lo più soffrono dei pochi momenti passati insieme e si salutano con un nodo in gola, l’uocchie ‘nfuse ‘e chianto e maledicono l’amore. Il tema degli amanti è davvero un repertorio troppo vasto e ci vorrebbe un’analisi di ogni pezzo musicale. Ricordo ancora quella che mi suscitava più allegria, quando avevo i miei 14 anni: una canzone di Gianni Celeste intitolata “aspetto un bambino”, praticamente lui non avendo controllato la retromarcia fa il cosiddetto ‘guaio’ e rassicura la sua amante che provvederà in maniera illegittima alla crescita dalla criaturella.

Però ci sono anche casi di ribellione dove giustamente non ci si accontenta della mezz’ora o dell’incontro al motel sul doppio senso di Giugliano e per lo più sono le donne che non vogliono fare le amanti, già Nancy Coppola cantava qualche anno fa : ‘nun voglio fa l’amante te voglio o mi sultant so pronta a fa na guerra e t’o giuro nun m’arrenno’ , roba da fare invidia alla cronaca degli ultimi giorni dalla serie che la signora dei quartieri non le tagliava solo il dito ma tutt’o bracc.

Quella che personalmente su questo tema mi colpisce di più è la giovane Emiliana Cantone che nel suo ultimo lavoro canta : “sono mia e nun me spoglio pe n’ora per poi andare via“, a mio parere è una dichiarazione di femminismo puro dalla serie ma che te crir pesce a bror ca o tien sul tu.

Beh ragazzi dopo questo breve quadro volevo regalarvi, prima di lasciarvi, una breve top ten di canzoni su amori proibiti, possiamo considerare il tradimento come semplice strumento per scrivere canzoni neomelodiche o come un fenomeno sempre più esistente nella nostra società ? Cioè alla fine la mia domanda è : abbiamo tutti bisogno di farci l’amante?

1 sono mia
2 la notte rosario miraggio ft Ida rendano
2 rosario miraggio ft Teresa langella si rint o core tenisse sul a me
3 Rosario miraggio come puoi
4 Alessio perché ti amo
5 natale galletta ti do la mia parola
6 Nico desideri la sfortuna degli amanti
7 Nico desideri ce salutamme
8 gianni celeste aspetto un bambino
9 nun voglio fa l’amante nancy ft Nico desideri
10 tommy riccio aggio bisogno e me fa l’amante

Anna Savino

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Pistola Beretta
foto di juiceeric18

Esco dall’ufficio e l’elicottero della polizia mi gira sopra la testa. Non è raro da queste parti, succede ogni volta che il Napoli gioca in casa. Peccato che la prossima al San Paolo sia la settimana prossima.

Scusate ma che è successo?
Chiedo al capannello di persone ferme davanti al cancello, sentendomi molto una comparsa della scena del Cavalluccio Rosso.

Niente, hanno sparato.
Ma a qualcuno?
No, così, hanno sparato per aria.

Soccavo è così da qualche giorno, si spara ma è come se non fosse successo niente. Partono dei Raid di cui non si capisce bene lo scopo, si spara in aria, ai palazzi, si spara a vuoto ma per quanto l’aria sia pesante e c’è sempre quella strana sensazione che stia per succedere qualcosa, ma finchè non succede “Non è successo niente

Niente, hanno sparato

A quel Niente io proprio non riesco ad abituarmi, non riesco a pensare che il fatto che qualcuno in pieno giorno vada in giro sparando in aria sia Niente, non riesco a pensare che sia Niente sentire la gente del rione consigliare a genitori e nonni di non fare giocare i bambini fuori ai balconi perchè “Quello niente succede, ma meglio evitare“. Non è Niente il ritrovamento di una bomba a mano inesplosa o di pistole con il colpo in canna nel giardino di una scuola abbandonata.

Se questo è Niente qunado succede Qualcosa, che vuol dire? Vi confesso che ci tengo molto a scoprirlo.

Niente è troppo poco! 
Era la lapidaria risposta di mia nonna quando come ogni adolescente alle sue domande rispondevo “Niente
Che hai fatto a scuola? Cosa hai visto in gita? Che hai cenato ieri da Pasquale?

Rispondere Niente è sempre stato un modo per evitare di rispondere, per scappare, per non raccontare, forse anche qui a Soccavo in questi giorni è così.
Meglio non raccontare, non pensarci e sperare che domani tutto torni tranquillo.

Anche io adesso, in fondo non sto dicendo Niente

Paolo Sindaco Russo

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Un professionista che racconta Napoli in Italia e nel mondo

Paolo Chiariello

Paolo Chiariello non è solo un ottimo e valido giornalista, inviato da Napoli per SkyTg24. È quel collega che speri sempre di beccare alle conferenze stampa per la sua simpatia, professionalità e umanità. È lui tra gli artefici ad aver realizzato il sogno della mia vita: conoscere Diego Armando Maradona, la prima volta infatti che ho potuto parlare con D10s lo devo a Paolo e per questo gli sarò sempre grato. Su quell’aneddoto ci sarebbe da scrivere.. ma lo faremo magari in un altro momento.

È difficile fare l’inviato da Napoli per una tv nazionale perché si è spesso costretti a raccontare il male che abita la nostra terra (blitz, arresti, malasanità, terra dei fuochi, violenze e omicidi) . Difficilmente puoi fare un servizio che parli bene di Napoli, anche se ti sarà capitato probabilmente. È distorto il criterio informativo nel dare le notizie oppure si può fare informazione anche dando notizie belle?

Premessa: rispondo a titolo personale perché sono un giornalista di Sky ma non ho la rappresentanza dell’azienda. Ciò detto Sky è aria pura, fresca nel giornalismo di questo Paese e non lo dico per contratto o perché sono un suo dipendente. Ho potuto raccontare il Paese (non solo Napoli o il Sud) senza retorica, senza infingimenti, senza edulcorare la realtà, senza pregiudizi. Raccontare Napoli, il Sud, l’Italia mi ha portato a dare conto della camorra sanguinaria, della mafia che va a braccetto con le istituzioni, della terra dei fuochi o della politica che smarrisce la sua nobiltà nell’essere luogo di rappresentazione di interessi legittimi e soluzione di problemi per diventare luogo di corruzione e malaffare. Fare questo, raccontare tutto ciò significa informare e dunque fare il proprio dovere. Napoli e il Sud non è solo questo ed è persino banale doverlo dire, ripetere sempre. Il sud è fatto anche di centri scientifici e di ricerca di eccellenza, cultura, bellezza, turismo, teatri, cinema, enogastronomia, accoglienza. Forse non lo si racconta bene. Forse non lo si racconta abbastanza. A Sky lo facciamo. Possiamo essere criticati per come lo facciamo, ma ce ne occupiamo. Altrove invece, e lo dico da napoletano, non da giornalista di Sky, si indugia in un racconto criminale esasperante del Sud che corrisponde ai cliché e ai pregiudizi di qualcuno e non alla realtà fattuale. Chi fa questo è in malafede. Chi dice che al Sud la mafia, la camorra, la cattiva politica sono invenzioni giornalistiche è ignorante, in malafede o connivente. Ciò detto ogni discussione su come i media vedono il sud e come sono organizzati per raccontare il Sud è auspicabile. Su questo avrei tante cose da dire. Non basta un’intervista per esaurire un argomento tanto serio.  

Noto però che cerchi sempre di usare i social network per dare sempre informazioni positive sulla nostra terra. L’ultima è la vicenda del turismo. Che impressione ti fa leggere sempre brutte storie sulla nostra regione?

C’è una componente cialtrona nel giornalismo napoletano che è dura a morire. E’ un filone di giornalismo spazzatura che si nutre delle cazzate che girano sul web, dei pregiudizi che alimentano altrove, di false rappresentazioni o distorsioni della realtà. Quando leggo del pane che si cuoce con la legna delle bare. Quando ogni anno a fine agosto leggo del mare di merda a Ischia o a Capri o a Baia Domizia o altre amenità mi fa rabbia non tanto e non solo perché le notizie spesso sono bufale ma perché non si va mai a fondo delle cause che alimentano certi filoni d’informazione. Perché non ci sono i depuratori che devono costruire e che sono anche stati finanziati dall’Unione Europea? È vero che mancano anche in altre regioni? Dove sono finiti quei finanziamenti? Che cosa c’è di vero nella storia delle bare usate per cuocere pane?  E potremmo andare avanti all’infinito con queste storielle. Ecco, dovessi rispondere in breve alla domanda che mi viene posta, e cioè “che effetto ti fa”?, la risposta è lapidaria: RABBIA.

Lavori per un network mondiale, quanto è difficile riuscire a far capire loro le bellezze di Napoli, che forse vedono la nostra città più secondo cliché che per come realmente è?

E’ semplice. Sky è il network che dà conto dei mille colori di Napoli. E li fa vedere, li analizza e li presenta tutti. C’è la fiction Gomorra e ci sono dieci documentari sulla Reggia di Caserta, gli Scavi di Pompei, il Cristo Velato, il Teatro San Carlo, la musica di Napoli, Pino Daniele. Napoli è meravigliosa perché è così, è un libro aperto per tutti quelli che non hanno pregiudizi. Napoli è l’abisso dell’aberrazione umana con certa feccia di criminalità senza scrupoli, ma è soprattutto la Grande Bellezza dell’arte, dei mestieri, delle antiche vestigia di popoli che sono passati di qua e ci hanno lasciato segni e sogni. Napoli è grandi uomini e grandi donne del passato e del presente. Napoli è musica. Napoli è… un sogno come diceva Pino Daniele. E lo è davvero.

Ciro e genny in una scena della serie TV
Ciro e genny in una scena della serie TV

Sky, come ricordavi, trasmette Gomorra. In un nostro articolo abbiamo detto che se alcuni comuni del napoletano rifiutano di far girare nel proprio territorio la bellissima serie di Sky Atlantic, allora cosa dovrebbe dire Gubbio con Don Matteo dove accade un omicidio a settimana per di più risolto da un prete? Trovi un buon racconto la serie Gomorra?

Trovo queste prese di posizione stucchevoli, poco serie, inutili, di persone in cerca di visibilità o capaci solo di fare ammuina. La risposta è nella vostra domanda. La fiction è certo una esasperazione della realtà. Ma Gomorra è un prodotto ben scritto, girato in maniera eccezionale, artisticamente un prodotto cinematografico di valore internazionale ed è intellettualmente onestissimo. Il regista, Stefano Sollima, è innamorato di Napoli. Gli attori sono tutti napoletani. La serie è girata a Napoli e altrove nel mondo. Racconta la camorra. Spesso devo dire che la realtà supera persino al fantasia della fiction. Tutte le polemiche intorno a Gomorra, spesso create ad arte da personaggi in cerca d’autore, sono parva materia.

Ti sei occupato in due libri “Monnezzopoli” e “Monnezza di Stato” scritto assieme allo scienziato Antonio Giordano della questione rifiuti.  Quanto c’è ancora da fare in questo contesto?

Tutto. La questione rifiuti, e cioè il ciclo dei rifiuti e la presa della criminalità in questo settore, è ancora tutta sul tavolo. E’ stato fatto tanto ma ancora non abbiamo un ciclo virtuoso dei rifiuti e non credo che siamo riusciti ad espellere la criminalità organizzata dal business della monnezza. Poi c’è la questione sanitaria, la tragedia ambientale, le bonifiche da fare… Non siamo all’anno zero ma abbiamo ancora tantissima strada da fare.

Il nostro sito parla anche di calcio e del Napoli di cui tu sei tifosissimo. Come vedi il Napoli di Sarri quest’anno?

Sono malato di calcio e di Napoli. Dico che Sarri può far bene. Che bisogna avere pazienza. Bisogna sperare che Higuain faccia sul serio. E sperare che De Laurentiis e De Magistris trovino un accordo per dare a Napoli e ai napoletani uno stadio degno della storia di una squadra di calcio che, nonostante i non tantissimi trofei, può annoverare tra le sue fila il più grande calciatore di tutti i tempi: DIEGO ARMANDO MARADONA.

Per concludere: una tradizione partenopea a cui proprio non puoi rinunciare?

La sfogliatella tutte le mattine. Il ragù la domenica. Il casatiello. La pastiera. Il Babà. Gli spaghetti. Passeggiare per i vicoli di Napoli. Andare allo Stadio. Fare il bagno a mare tutto l’anno. Ascoltare musica di Daniele, Bennato, NCCP, A67, Clementino. Andare al San Carlo. Mangiare una pizza sul lungomare ogni tanto. Ingozzarsi di pesce fresco, crudo, appena pescato. Andare sul Vesuvio. Emozionarmi negli Scavi di Pompei ogni volta. Cioè io posso rinunciare a tutto ma non a Napoli.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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Ciro e genny in una scena della serie TV

La verità è che Roberto Saviano sta sulle palle un po’ a tutti. Sempre in mezzo. Sempre a lamentarsi. Con quella camminata da predestinato al cappottone, quei tic da isolamento sociale, le mani in faccia, l’anello, gli abbinamenti di colori così “Quarto Stato”. Non è il tipo che porteresti a casa da tua sorella, ma neanche a Riccione a conoscere russe (a meno che non lavori sulla coppia carino/nerd, il giochetto ormai sgamato del rassicurare).

Dimentichiamo il periodo di luna di miele, quando i primi lettori rastrellavano la città sventolandolo copie del suo libro come testimoni della Rivelazione. L’itinerario intestinale della presenza televisiva gli ha fatto perdere prima la candidabilità a papa poi la memoria popolare di ciò che ha fatto come scrittore.

E poi

Saviano s’e fatt e sord.

La cosa terribile è stata quando a Napoli ci si è accorti che questa ricchezza l’ha accumulata parlando male della sua terra.
L’opinione si è affermata come già altri chiattilli virali. Rapida e inestirpabile. Dialetticamente una battaglia contro l’inconscio collettivo. Già persa.

Ma quando per l’ennesima volta (come già a Scampia due anni fa), dei sindaci impediscono le riprese di una serie per “non associare l’immagine della propria città alla mafia”, o qualcosa del genere, allora qualche timida flebo di buon senso diventa necessaria. Prima che il chiatillo decida al posto nostro.

C’è una serie tv del 2002 “The wire”. Racconta l’ascesa di un gruppo di narcotrafficanti. Non molto famosa da noi. Ai suoi tempi ha vinto tutti i premi possibili e viene considerata la migliore di sempre. La cosa innovativa è un certo modo di costruire la storia. Di prendere  piccoli fatti di cronaca e metterli insieme in uno schema molto ampio. Che una volta completato vedi che comprende l’intera città. La serie è ambientata a Baltimora. Eppure, quando vedi la ricostruzione del funzionamento delle piazze di spaccio, le intercettazioni, quando assisti alle trattative ai piani alti della Polizia per insabbiare indagini, quando vedi i pezzetti deviati dell’F.B.I. sabotare il lavoro di mesi, ti sembra, e la scoperta ha del meraviglioso, di vedere Napoli. O l’Italia. Vedi sti gagster comprarsi Baltimora pezzo a pezzo ma è Napoli.
Anche se quello che individui in quel momento non è un luogo. E’ lo schema. L’insieme di circostanze e di concatenamenti che portano due città estranee a degradare e farsi risucchiare. Come una malattia che avanza. Ecco, the Wire racconta la malattia più che la città. Rappresenta i punti deboli della democrazia, dei porti, del sistema di istruzione dove la malavita, metastasi, prospera. E porta il racconto fino a mostrarci il decorso estremo, quando la cellula malata diventa colonna vertebrale della città. E a quel punto certe storie diventano affare di tutti.

Come in Gomorra. Il libro prende prende fatti noti, altri sepolti nelle scartoffie delle procure, altri raccolti dalla strada e li riunisce -più che in una sequenza- in un disegno. Evidenzia i collegamenti, le linee evolutive. E poi fa una cosa che è propria del Saviano scrittore. Fare con le parole l’equivalente del tirare bombe.
Una (delle bombe), tra le tante, quando scopri che in un paesino che ragazzino neanche avevo sentito nominare, c’è un’organizzazione più potente di Al Queada, che ha connessioni in tutto il mondo e fattura più della Fiat. Un’altra, quando chiudi il libro e il disegno nella tua mente ormai è completo, capisci che fatti come questo vengono completamente taciuti (non ignorati. Taciuti, coperti, anestetizzati). O parcellizzati in fattarelli di cronaca.
Per me Gomorra è uno di quei rari libri che, raramente e grazie a una serie di alchimie extratestuali che vanno oltre le stesse intenzioni di chi lo scrive, sono capaci di innescare una serie di situazioni a valanga, nell’opinione pubblica, nel corso degli eventi. Un crack. E un esempio di quando ancora la scrittura può cambiare le cose cercando la verità.
Un libro che ha dato fastidio a tanti interessi intrecciati che a un certo punto si è cercato di colpire in qualsiasi modo.
Ma anche, uno di quelli così ben innestato, da continuare a creare connessioni  anche dopo anni (le confessioni secretate di Schiavone…).
Una cosa da difendere.

Cristiano De Falco

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Ciro e genny in una scena della serie TV

Dopo 8 serie della Famosa serie TV che vede Terence Hill protagonista, Don Matteo ha spostato la location da Gubbio a Spoleto, paese che ospita la nona serie delle avventure del prete più famoso d’Italia.

8 serie per un totale di 168 puntate girate nella cittadina della provincia di Perugia hanno dipinto il tranquillo paesino come sede di efferati delitti. Grazie a Don Matteo Gubbio è diventato luogo di almeno un omicidio a settimana e ha vista la criminalità media arrivare ai livelli della Napoli di Cutolo. Non credo che i cittadini di Gubbio si siano ribellati dopo oltre 150 reati volenti raccontati e risolti da un prete e non dalle forze dell’ordine, magari sostenendo che il loro bellissimo borgo non è un luogo così pericoloso e violento e che la polizia del posto non ha bisogno dell’aiuto di un parroco per risolvere anche i casi più semplici.

Però in tutta onestà le storie risolte dal parroco in bicicletta danno un’immagine distorta della città, se contiamo che a Napoli e provincia nel 2014 gli omicidi sono stati 47, e lo rapportiamo con i circa 20 casi  l’anno della cittadina piccola quanto un quartiere di Napoli, viene da chiedersi se voi andreste mai in un posto del genere, soprattutto sapendo che se vi succede qualcosa potete solo sperare in un aiuto ecclesiastico.

Bene, la nona serie di Don Matteo è stata girata a Spoleto, non so se la scelta si è resa necessaria perchè oramai Gubbio era totalmente disabitata visto che la metà della cittadinanza è in galera per omicidio e l’altra metà è stata uccisa, se perché i cittadini sopravvissuti si sono ribellati  per i motivi di cui sopra o se per una scelta di produzione, ma adesso è Spoleto a vedere l’improvviso incremento della criminalità.

Recentemente ho letto che i sindaci prima di Afragola e poi di Acerra hanno negato il consenso a registrare nel loro comune le scene della seconda serie di Gomorra, la domanda che mi nasce spostanea è: Perché?

Gomorra non è Don Matteo e se le vicende di Terence Hill e Nino Frassica sono rivestite di un’aria bonaria e il lieto fine è dietro l’angolo, per noi che   Gomorra in un modo o nell’altro la viviamo, abbiamo tristemente presente la distanza che c’è fra il Don che precede Pietro Savastano e quello di  Matteo.

Ma non è negando la rappresentazione del nostro male che lo curiamo.

Non sono un fan di Saviano, il libro l’ho trovato più interessante come romanzo che come documento e credo che considerarlo tale sia stato un errore enorme, del film, al di là delle considerazioni tecniche, trovo pessima la scleta di raccontare la realtà superficiale, il livello più basso della camorra, e saltare quel passaggio verso i colletti bianchi che invece era ben evidenziato nel libro. La serie mi piace, al di là dei tormentoni e delle frasi ripetute e delle fantastiche parodie dei The Jackal (che hanno ottimamente parodizzato anche Don Matteo), la versione TV di Gomorra  secondo me riesce a evidenziare bene una cosa: so tutt’ gent e merd’, non riesci ad affezionarti a un personaggio, appena qualcuno caccia un minimo di umanità diventa debole e viene ucciso, i personaggi più sono viscidi, cattivi e spietati e più vanno avanti, ma anche quell’andare avanti è vano, superfluo. Il successo del “Boss” si traduce in una vita barricato, nascosto in una topaia, lontano dagli affetti e sapendo che la morte è a un passo. Gomorra – La serie è un racconto violento di quello che diceva il Professore Bellavista nel negozio di articoli sacri: ma tutto sommato, nun’è che fate na vitae merd?

E allora perché negare questa rappresentazione? A pro di che?

Vogliamo rappresentare una Napoli migliore e tutte le cose belle della nostra cultura? D’accordisimo, e allora facciamolo!

Il nostro sito volontariamente non si occupa di cronaca nera ma cerca di raccontare la Napoletanità nella continua meraviglia che ci regala questa città, ma lungi da noi pensare che il resto non debba essere raccontato, soprattutto se fatto bene e con intelligenza, al di là di tutti i limiti che può avere la serie prodotta da Sky.

Non volete che si giri Gomorra ma volete che venga raccontato il bello della nostra provincia? Cominciate a produrre quel bello che tanto volete si rappresenti, siate i primi artefici, raccontatelo con tutti gli strumenti che avete a disposizione, così riusciremo a far sparire l’immagine di “gomorra”. Censurandola contribuiamo solo a renderla eterna e forse anche più affascinante.

Se la cosa vi interessa, prima che possiate dire “Allora fallo girare a casa tua“, vi posso dire che alcune scene sono state girate vicino casa mia e altre davanti all’ufficio dove lavoro, al Rione Traiano, dove vive parte della mia famiglia e a qualche centinaio di metri da dove è stato ucciso Davide Bifulco.

Mi sento rappresentato da Gomorra?

Per niente! Ma non posso negare che sia una parte del mondo in cui vivo, sarebbe da incoscienti nasconderlo come sarebbe da stupidi sperare che possa arrivare un Don Matteo in bicicletta a risolvere tutti i problemi. Allora ben venga la rappresentazione e se non ci piace rimbocchiamoci le maniche e creiamo tante altre belle storie da raccontare.

Paolo Sindaco Russo

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