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Forza Napoli, squadra e città nel 2016

Senza Pino. E’ iniziato con uno dei maggiori lutti della storia di questa città il 2015 dei napoletani. Eppure, a distanza ormai di un anno, si può dire con certezza che in realtà Pino Daniele non è mai andato via. Certo, ci è mancato e ci mancherà che il nostro “Lazzaro felice” non potrà più regalarci nuove canzoni, nuovi album e nuovi concerti, ma ci siamo tutti accorti che Pino era già un pezzo di questa città e che continuerà ad esserlo. Chi prima aveva per sottofondo della propria vita le sue canzoni continuerà a riempirsi l’anima con le sue melodie. Il 6 Gennaio scorso la struggente Napul’è cantata da tutto il San Paolo in un brivido di emozione che ha fatto passare persino in secondo piano la sconfitta casalinga contro l’odiata Juventus. A Settembre una via del centro gli è stata dedicata tra immancabili polemiche di muri sporchi. Poco prima qui su soldatoinnamorato, insieme a NapoliEvviva, abbiamo organizzato un flash mob per Pino quando i fan si sono affacciati alla finestra facendo risuonare per le strade le sue melodie: sono giunti video da ogni parte del mondo, da Londra a Mosca, da New York a Caivano. Più di tutto il 2015 resterà l’anno senza Pino.

Il 2015 della città è stato invece un anno di recrudescenza di camorra. Soliti omicidi, solite storie, ma con una novità. A perdere la vita per mano della malavita è stato anche Genny, ragazzino di 17 anni della Sanità. Resta un omicidio che alimenta interrogativi e quando a cadere a terra è un ragazzino di quella età non è possibile perdere tempo a pensare se Genny avesse commesso qualche atto per attirare su di sé le attenzioni della camorra. A 17 anni uno Stato che fissa nella sua Costituzione determinati principi e valori non può consentire che la malavita strappi dal mondo un ragazzo di quella età che viveva a pochi passi dalla casa natia di Totò. E invece, attraverso la parlamentare Rosy Bindi, presidente della Commissione Antimafia, si è persino parlato di genetica criminale dei napoletani.  Intanto la camorra per rendersi più inafferrabile assolda sempre di più ragazzini come Genny condannati dal semplice fatto di vivere in quartieri dove è più semplice entrare in contatto con certi ambienti.

Di questo 2015, ricordando sempre altre parole della parlamentare “sociologa”, ricorderemo anche il termine “impresentabile“. Tra questi è stato inserito anche il nuovo governatore della Regione Campania, Vincenzo De Luca. Sia a Napoli che in Regione il sindaco De Magistriis e lo “sceriffo di Salerno” hanno problemi con la Legge Severino, quella che ha già estromesso dall’attività parlamentare Silvio Berlusconi. Restando alla politica è stato anche l’anno del “mi candido” di Antonio Bassolino: l’ex sindaco e governatore si appresta a correre alle primarie del Pd per giocarsi la corsa alla poltrona di Palazzo San Giacomo. Nel 2016 capiremo se il Partito Democratico gli consentirà di farlo.

E restando sempre in tema con la politica il 2015 è stato anche l’anno della querelle tra De Magistriis e De Laurentiis per la questione stadio. Ma in realtà questa diatriba dura da anni e, purtroppo, crediamo che continuerà anche nel prossimo anno. Parlando di stadio è stato anche l’anno dove il tifo del San Paolo ha confermato di essere in una penosa involuzione. Se già non si tifava più come un tempo, con il folklore praticamente scomparso perché gli ultrà non lo accettano, alla prima di campionato contro la Sampdoria c’è stato anche un accoltellamento. Poi i cori contro De Laurentiis, le voci su Higuain puttaniere, l’empolizzazione che si stava materializzando per mano del nuovo tecnico Maurizio Sarri. Qui ci siamo detti sin dal primo giorno sarristi. E abbiamo tenuto duro anche quando i risultati non arrivavano contro Sassuolo, Empoli e Sampdoria. Oggi tutti sono innamorati di Sarri, quasi nessuno più critica De Laurentiis, Higuain non è più svogliato e incallito puttaniere. Sono spariti pure i rafaeliti, volatilizzati, visto che pure a Madrid il corpulento tecnico non se la passa bene. Finché i risultati terranno resterà così, ma siamo certi che gli sputa-rabbia e sputa-sentenze sono in agguato e ritorneranno ai primi passi falsi che speriamo non arriveranno.

Questo 2015 che si chiude è stato per noi quello della nascita di questo sito web, soldatoinnamorato. Lo abbiamo creato per passione, al momento non accettiamo – come potete constatare – nessun genere di pubblicità. Un sito creato per parlare della nostra città, con orgoglio, però senza quella insopportabile vena autocelebrativa che insiste immotivatamente da altre parti. Chi è orgoglioso è anche coraggioso: e coraggio oggi a Napoli vuol dire anche guardarsi allo specchio e ammettere i propri errori, senza nascondere sotto il tappeto i tanti problemi che pure ci stanno. Certo, la stampa e le tv ci dipingono spesso peggio di come siamo e di come è realmente la città. Dai Giletti, agli Abete come ben ha scritto Luca Delgado. Però non è con il vittimismo che si andrà avanti nel prossimo anno e in quelli a venire. Né è pensabile andare avanti con quelli di “Come era bello il Meridione prima dell’Unità d’Italia“, scaricando così responsabilità anche nostre esclusivamente su altri. Insomma questo è un sito di innamorati di Napoli, ma senza fondamentalismi inservibili, senza quella “superiorità razziale” che oggi abbonda in maniera impressionante sui social. Come se bastasse nascere a Napoli per essere e sentirsi migliori di altri. Semmai essere napoletani, proprio in virtù di questo amore irriducibile che ancora dura attraverso l’identità e l’orgoglio in tanti cittadini, implica una responsabilità maggiore: un cercare di essere migliori non solo per se stessi, ma proprio per rispetto di questo folle amore. In fondo, girando un po’ per il mondo e per l’Italia, la più grande ricchezza di questa città resta ed è proprio la sua identità che invece da altre parti scompare sotto le spinte lente e inesorabili della globalizzazione che qui attecchisce meno che altrove.

In questi mesi soldatoinnamorato è diventato un sito seguito. Niente di eccezionale perché è trascorso poco tempo dalla sua creazione, ma fa piacere che personaggi come Nino D’Angelo ci seguano. Così come Tony Tammaro, Radio Crc e Radio Marte, i maggiori quotidiani, sportivi e non, ci citano per le nostre iniziative. Oppure che un direttore e giornalista che ha fatto la storia, come Enrico Mentana, ci conceda in esclusiva delle interviste. Fa piacere poi essere diventati un punto di riferimento e una cassa di risonanza per la tanta buona musica che viene creata e prodotta in città attraverso i The Collettivo, i Gnut, Daniele Sepe, Capone e i Bungt e Bangt, Epo e tanti tanti altri.

Anche il prossimo anno cercheremo di rispettare la fiducia dei nostri lettori, evitando titoli sensazionalistici per notizie inesistenti (come purtroppo accade sempre più spesso da altre parti) e restando fedeli ad una linea editoriale libera e scevra da catalogazioni. Continueremo ad esprimere le nostre opinioni, spesso differenti anche all’interno della nostra stessa redazione, ma pubblicheremo tutto, senza censure di sorta. Perché leggere opinioni differenti, anche divergenti, è la vera ricchezza dell’informazione.

E a questa città che amiamo, a voi che ci leggete, a Pino che resta nei nostri cuori dedichiamo questo sole magnifico di fine dicembre. Un sole che speriamo riesca ad illuminare sempre di più le ricchezze uniche e veraci che ancora vivono in questa terra nostra così piena di contraddizioni, di vita sfacciata, di emozioni continue. Buon anno soldati! Forza Napoli Sempre, città e squadra! Tanti auguri guagliù.

vDG

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Ci sono cose che carattarezzano il nostro modo di essere, di apparire, di presentarci e mostrare una parte di noi sulle quali noi non abbiamo assulutamente il controllo: l’altezza, il numero di piede, il colore degli occhi (al netto di grottesche modificazioni).

Oltre all’aspetto fisico, una cosa che ci qualifica come persone, la nostra origine e persino il destino del nostro carattere (pensate alla scelta di Troisi diviso tra Massimiliano e Ugo): è il nostro nome.

Chiamarsi come me, chiamarsi Gennaro, rappresenta una responsabilità enorme: il nostro nome significa per il 95% delle persone Napoletano.

Ogni volta che qualcuno mi fa le domande tipiche di uno scambio di banali convenevoli del tipo “come ti chiami?” “di dove sei?” “che fai nella vita? questi convenevoli, se come me vivete fuori Napoli si riducono alla prima domanda.

Chiamarsi Gennaro a Napoli è, infatti, una cosa, fuori Napoli è tutt’altra cosa.

Se ti chiami Gennaro e stai a Napoli porti il nome del Santo Patrono, sei insieme agli altri bambini un simbolo onomastico della città. Non c’è scampo non sei più un bambino, sei IL BAMBINO NAPOLETANO, non sei più un uomo napoletano sei IL CLASSICO NAPOLETANO.

Al fascino di questa ovvietà non hanno resistito neanche i migliori intellettuali contemporanei Da Eduardo (“Gennareniello”) a Tony Tammaro (Gennaro Esposito di “La Villeggiatura) da Pasolini delle “Lettere Luterane” a Paolo Sindaco Russo, che apostrofa ogni sconosciuto e sconosciuta come Gennaro o Gennara.

Nonostante tale importanza il mio nome ha un’altra controindicazione, è ‘nu nomm’ a viecchio. E’ un nome antiquato, il quale, per essere reso giovanile o meno “marcato”, viene accompagnato da un corollario atroce di diminutivi e vezzeggiativi: Gennarino, Genny, Rino, Gènna (nordico), ‘Ennaro ed altre aminità.

E qui veniamo al Gennaro fuori Napoli, e per spiegarvelo vi racconto tre episodi di tre luoghi, Nord Italia, Nord Europa, Sud Europa.

Quando mi sono trasferito in Romagna ormai 12 anni fa, una delle domande che mi venivano poste più frequentemente era, “Te ti chiami?” “Gennaro” Come?” “Gennaro, è un nome un po’ esotico” “Ah si Gennaro, ma gli amici o a casa come ti chiamano?”

In quel momento avrei preferito che mi chiedessero di ballere nudo nella piazza principale delle città, piuttosto che rivelare il fatto che a casa mia io ero per tutti Genny.

Nonostante ora questo diminutivo sia quasi del tutto sdoganato dal povero diciassettenne della Sanità, al personaggio di Gomorra fino al delicatissimo Carogna, io mi vergognavo tremendamente. Perchè?

Era fine degli anni novanta mi recai nella Svizzera tedesca a fare quello che primo o poi ogni napoletano fa, andare a trovare un parente emigrato. Io all’epoca non ero del tutto consapevole della “singolarità” del mio nome mi presentavo “mi chiamo Gennaro, ma puoi chiamarmi Genny”. Penso che i cugini Svizzeri di mia mamma si stiano ancora pisciando addosso, Genny per loro era ed è tutt’ora diminutivo di Jennifer.

Crescendo determinati traumi si superano, e si fa pace col proprio nome. In fondo è il nome di un Santo e che Santo, il più importante di Napoli. Cazz, pensavo, al mio onomastico non si va manco a scuola. E poi esiste in tutti i paesi cattolici, basta tradurlo. Cinque anni fa mi trovavo da solo e stanco morto su una delle tante stradine appese della cattolicissima Toledo. Avevo dormito molto poco e le mie amiche e “Ciceronesse” madrilene mi avevano immancabilmente appeso. Per mia fortuna la lingua di Rafa Benitez e Pepe Reina è la seconda lingua straniera (dopo l’italiano) che padroneggio meglio. Mi aggiravo per la cittadina cercando qualcuno che mi desse consigli, dritte e suggerimenti sulle bellezze della vecchia capitale Spagnola. In un bar incontrai due signori di mezza età, due amici Manuel e Laura, giornalisti. Ci mettiamo a chiacchierare del più e del meno (“ti piace la Spagna?” “Ti fermi molto?” ” Perchè in Italia avete leader politici così pietosi?”). Come spesso capita tra sconosciuti che però escono subito a parienti chiedersi subito il nome a volte sembra superfluo, fino a quando Manuel, il quale come ogni buon spagnolo mi aveva invitato a bere con loro, mi chiede con il tipico intercalare di un felice omosessuale spagnolo della sua età “E tu come ti chiami tesoro?” (che aveva un tono più affettuoso e bonario che civettuolo) “Io Gennaro, in spagnolo si dice Genaro vero? “Si. Però come può un ragazzo così carino avere un nome così orrendo?”

Applauso, Mauel, ti voglio bene.

 

Gennaro Prezioso.

 

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Foto di Paolo Russo

Erano gli ultimi anni di Maradona, noi non lo sapevamo, ma con il senno di poi ci siamo resi conto che sarebbe stato un delitto non andarlo a vedere.

Io e mio fratello andavamo allo stadio, ci portava Zio Luciano o Zio Antonio e qualche mia madre. Andavamo in curva a, perchè era tranquilla, non come la curva B. “Facit’ assettà a signor'” “Signò nun ve preoccupat’ e criatur’ vè guardamm nuje” quell’attenzione dei vicini sconosciuti, che si preoccupavano dei figli altrui mi faceva sempre pensare alle parole di Nino D’Angelo, “E‘ ‘na casa chistu stadio Parimm na famiglia Sultant dinta ‘cca” le trovavo incredibilmente vere, non mi ritrovavo però su una cosa: quella sensazione io l’avevo in Curva A, perchè Nino la dedicava alla Curva B.

In Curva A mi sono sempre sentito un po’ a casa, guardavo con ammirazione i Blue Lions (pronuncia rigorosamente bluliò) e speravo un giorno di andare anche io là in mezzo. Negli anni ’90 subii il fascino mitologico della Curva B e l’idea di andare miez’o burdell’  mi allettava parecchio, così decisi di andare agli antipodi e seguire il Napoli dalle parti dello scaletto di Busiello & co.

Sono poi ritornato in A, un po’ per sentimento un po’ perchè ‘o burdell’ si era spostato a destra della tribuna.
Non ho mai fatto parte di nessun gruppo eppure a dispetto di tutto quello che si dice quando ci vado ho ancora quel piacevole senso di appartenenza che provavo da bambino.
Perchè si è vero che succedono fatti non piacevoli, si è vero che la mentalità ultrà mette vincoli che non condivido (non fare cori sui giocatori, tanto per dirne una), ma la Curva A, e gli ultrà in generale,  sono gli unici coerenti fra i tifosi del Napoli.

Inutile sottolineare gli aspetti negativi e gli eccessi di un mondo di cui si è detto tutto e il contrario di tutto, ma nonostante io non abbia nessun legame con gli ultrà se non quello di essermi ritrovato a cantare al loro fianco più volte mi sento di affermare che il mondo ultrà può essere una salvezza per il Napoli e forse  per il nostro calcio.

Che vi piaccia o no gli ultrà sono quelli che nonostante il risultato vanno allo stadio, senza badare a cosa c’è in palio, al blasone degli avversari o al momento del Napoli, il tifo degli ultrà è ancora quel sano tifo carnale fatto di appartenenza. Quando il Napoli va in svantaggio gli unici cori di supporto che si sentono vengono proprio da lì e la cosa dovrebbe essere più evidente proprio dalla tribuna, dove siedono i giornalisti. Può sembrare una cosa da poco da poco ma non lo è, gli ultrà sono ancora fra i pochi che mettono il calcio davanti allo spettacolo, che mettono lo stadio prima della paytv, sono gli unici a essere rimasti tifosi e non essere trasformati in spettatori pronti a lamentarsi se lo spettacolo non piace.

Forse la cosa che sconvolge di più e che porta alla demonizzazione di un intero movimento e alla cosiddetta repressione è proprio questo: c’è ancora qualcuno capace di guardare al pallone nella sua semplicità, c’è ancora qualcuno che crede che il tifo e l’appartenenza contino il fondo più del risultato.

Ovvio che non stiamo parlando di santi, inutile ribadire le colpe e quanto di sbagliato sia accaduto e potrà ancora accadere, ma la demonizzazione mediatica e la repressione politica è stata solo l’ennesimo contributo a rovinare il nostro amato calcio, così come la caccia al colpevole dopo i fatti di Roma ha solo contribuito a rompere gli equilibri in Curva A.

Non mi renderò popolare per quello che ho scritto ma è bene che la Curva A continui a farsi sentire sempre e comunque, è bene che nello stadio ci sia un coro incessante ed è bene che chi decide di andare A sappia che lo fa per andare a cantare e sostenere, per andare a far parte di quella strana famiglia che negli anni è radicalmente cambiata senza però mai perdere la sua identità.

Paolo Sindaco Russo

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Spaccanapoli © Gianfranco Irlanda

Cara Bindi,

un paio di giorni fa doveva essere con me o con le tante persone che ho incontrato in meno di 24 ore.

Perchè in un solo giorno ho visto tre diverse città.
Se fosse una donna, Napoli, si troverebbe in una situazione di un eterno cambio d’abito.
Per questo un po’ in ritardo, per questo sempre un po’ spettinata.

La mattina era vestita a lutto. Piangeva un figlio suo e solo suo, di nessun altro. Piangeva Genny. Diciassette anni. Ammazzato. Non era lui a trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, come a volte si dice. Lui stava dove doveva stare, nel suo quartiere, con i suoi amici. Era qualcun altro che li, armato, non doveva essere messo nelle condizioni di esistere.

Il pomeriggio, circumvesuviana permettendo, ho incontrato una Napoli, allegra e attenta agli altri. Se da sempre emigriamo, chi meglio di noi può capire il senso dell’accoglienza e della gioia della condivisione.
Piedi scalzi in marcia. Di uomini e donne. Voci che cantano in ogni dialetto. Mani che davano il ritmo.

La sera era romantica. Mi faceva compagnia mentre, da sola, ammiravo lo strascico del sui vestito, quel mare che era nero e che mi annodava i capelli di salsedine, dal muretto di castel dell’Ovo. Un ragazzo canta Passione. Io penso al tuo veleno.

Questa è la Napoli che io ho visto in un solo giorno. Una Napoli onesta, che cerca riscatto per se e per gli altri, una città che apre le braccia e batte le mani al ritmo della sana diversità.

Un paio di mesi fa, la città nella quale sogno di vivere, mi ha mostrato un altro suo volto. Mi ha aperto la portiera della macchina, mi ha minacciato di morte e mi ha rapinata. In quel gesto non l’ho riconosciuta neanche per un secondo. Si sà, la rabbia sfigura i naturali connotati.

La mano che apriva la mia macchina, la mano che ha sparato a Genny, la mano che impugna un’arma, ha dietro un vuoto latente da anni, da decenni. Ha dietro la connivenza del “è sempre stato così, non può cambiare”.
Quella che oggi ho riascoltato nelle sue parole.

Napoli sta cercando un riscatto, sta alzando la voce. Dai quartieri che si ribellano alla camorra, al lavoro dei tanti volontari che nascono nei quartieri per cambiarli, fino alla riqualificazione che si sta compiendo nei beni confiscati alle mafie. I numeri della dispersione scolastica sono un grido di allarme che nessuno ascolta. Non c’è buona scuola che regge quando si tratta di mettere in campo una riorganizzazione del tessuto di assistenza sociale.
La camorra c’è. Nessuno lo mette in dubbio. Ma nella si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma. E la camorra se non spara, conta i soldi. E se non tornano i conti, hai voglia ad alzare le mani in segno di disarmo, ti ammazza.
Ma a pagare sono sempre i figli di nessuno.

Ed allora, cara Bindi, io non accetto la sua frase ” La camorra dato costitutivo di Napoli” . La città nella quale ho studiato per cinque anni e in cui mi sono formata come persona consapevole dei propri diritti non è una donna con in mano una pistola, Napoli è una mamma che cerca, ogni giorno, di salvare i suoi figli dalle pallottole inesplose di una quotidianità che ha un colpo sempre pronto in canna.

Partite dall’aiutare la Napoli che si emancipa dalla criminalità, non giustificate l’assuefazione ad un sistema malato. Perchè per quanto “voi vi crediate assolti, siete lo stesso coinvolti.

Chiara Arcone

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Terra mia

Pino e Massimo

Napul’è è per tutti una canzone. Ma quando la forza descrittiva di un testo è così potente è forse più opportuno catalogare certi capolavori musicali nell’arte figurativa, è un quadro. Ecco, quando Pino Daniele nell’ormai 1977 scrisse il suo capolavoro, non creò una semplice canzone, ma un dipinto con una melodia in sottofondo. E’ questa una delle ragioni per le quali la Napul’è di Terra mia resterà immortale.

Il pittore prima di intraprendere un’opera deve decidere dove sedersi e cosa guardare per immortalare delle immagini, oppure può farsi trasportare dalla fantasia. Passa tutto da quella decisione anche il quadro di Pino. Pinuccio non si siede sul lungomare a guardare il Vesuvio, la cartolina, il Castel dell’Ovo. E’ probabilmente a casa sua, con le voci dei vicoli che salgono, i suoni, gli odori, i colori. E non sono suoni di tarantelle, odori di sfogliatella e i colori del mare in un giornata di sole.

A pensarci bene Pino in realtà non racconta Napoli, ma più precisamente chi è il napoletano. Si, ci sono nel testo le contraddizioni della città, ma c’è ancor di più la contraddizione esistenziale che vive dentro ogni partenopeo. Le due anime, della città e di chi ci abita, viaggiano insieme. Ed è composta da un’esteriorità e da un’interiorità. Che è assai di più del più banale “essere” e “apparire”. Perché in fondo un napoletano vuole essere come appare, appare come vuole essere.

L’esteriorità della città è l’allegria di una giornata di sole, il lungomare con l’orizzonte squarciato dalle isole e il Vesuvio a dominare l’ingannevole placidità che regala l’immagine da cartolina. E poi c’è il “ventre di Napoli” che nei suoi vicoli racconta altre voci, altri odori, occhi disperati e assorti, donne che stanche portano buste della spesa per strade che salgono. E’ l’anima di Napoli quella più impenetrabile e di più difficile comprensione, soprattutto per chi non vuol capire. E così, allo stesso modo, c’è l’esteriorità del napoletano allegro a tutti i costi, simpatico, pronto alla battuta pure se ha in testa i guai suoi. Dentro, nel ventre dei napoletani, c’è questo affresco in chiaro-scuro, che io m’immagino dipinto con una matita per ritratti, una leopardiana nostalgia per tutto quanto è perso e per tutto quanto doveva succedere e non è successo. Perché i napoletani sanno avere nostalgia anche dell’irrealtà. In Napul’è non ci sono i contrasti e le contraddizioni della città, ma più del suo popolo.

Pino dirige lì il suo sguardo in una Napoli che non è sua, è nostra, in un’esperienza comune. E’ nella sua stanza in un pomeriggio dove il sole è amaro perché ne passa poco tra i palazzi del centro. E sente voci, immagina cosa accadute oltre le pareti, è in una sua solitudine creativa come tutti gli artisti. Ma ce lo dice sin dal primo rigo, a Napoli la solitudine, in effetti, non esiste per nessuno. “‘A voce de ‘e ccriature ca saglie chianu chianu“, “Na camminata, dint’ ‘e viche mmiez’ a ll’ate“. Non c’è “Alleria” in Napul’è, però c’è questa condivisione comune, tutta napoletana, di ogni sentimento. Anche in quei pomeriggi dove non si è in vena di tarantelle o di passeggiate al lungomare, quella “appecundria” di un tempo che passa senza grandi emozioni. Un giorno come tanti. Ore come tante. Senza sussulti, come nessun sussulto ha la melodia della canzone.

Ecco perché Napul’è racconta chi è il napoletano assai più di cosa sia Napoli. Essere napoletani è forse più di tutto un sentimento. Un sentimento di condivisione, la consapevolezza di essere tutti sulla stessa barca e sullo stesso mare, di comprendere anche solo attraverso un suono o uno sguardo cosa accade nella vita dell’altro. Essere napoletani significa forse provare un’empatia che non è solo individuale, ma collettiva. Anche a distanza.

Oggi Napoli è infestata di camorra non peggio di ieri. Quando Pino scrisse questo testo immortale c’erano i “muschilli” così ben descritti negli articoli di Giancarlo Siani. Oggi ci sono i Genny della Sanità. Ragazzi che cadono a terra per mano di una violenza che non ammette innocenza. La mattina, quando leggo i giornali, vorrei ci fosse scritto un monito a caratteri cubitali “RICORDATEVI DI ESSERE NAPOLETANI“. Perché senza consapevolezza di ciò che si è e di cosa si fa, pure Napoli, perso il suo racconto, volerà proprio come una carta sporca. E nisciuno se ne ‘mporta.

P.S. In ricordo di Pino e del suo concerto a Piazza del Plebiscito abbiamo organizzato un flash mob il prossimo 18 Settembre, QUI tutte le info. E’ anche un modo per ricordarci di essere napoletani.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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Quell'avvertimento ricevuto da un guagliunciello

Quando il San Paolo è una bolgia

In seguito a Napoli – Sampdoria, partita alla quale ho assistito in Curva A, parlai di camorra. Lo scrissi – come si può evincere andando a rileggere – più per istinto che per conoscenza precisa degli accadimenti. Ma la puzza di camorra quella torrida domenica sera la sentii tutta.

Arrivo un’ora prima del fischio d’inizio in un San Paolo semi-deserto. So benissimo che certi settori della curva sono ad appannaggio dei gruppi organizzati, ma c’è così poca gente che ci provo: dico al mio amico Emanuele “sediamoci qua“, indicando il settore centrale della curva. Passa forse un minuto e un ragazzino, sicuramente minorenne, mi dice: “Uagliò ccà nun putite sta”. E allora replico: “Non ti preoccupare frà, la voce non ci manca, facciamo il tifo pure noi”. E lui: “Forse nunn hai capito, nunn è aria, è meglio ca te spuoste cchiù allà”.

Alle prime penso alle solite prepotenze, preferisco non fare discussioni, tanto più che la curva è semi-deserta e ci sono buoni posti da prendere lo stesso per vedere la partita. Così Emanuele ed io ci alziamo e ce ne andiamo in una parte di curva più defilata dove ci sono altri amici. “Nunn è aria” mi aveva detto il guagliunciello. Ripenso a quella frase e vaglio due ipotesi: o ci sarà casino per i volantini distribuiti in città la sera prima della partita oppure lo scugnizzo ha visto la faccia nostra da bravi ragazzi e ha voluto fare il guappetiello. Poi non ci penso più. Lo speaker annuncia la formazione, mi lamento dell’assenza di Chiriches e della presenza di Koulibaly. Non ci penso mentre la partita comincia e mi faccio prendere dalle emozioni che il mio Napoli mi regala. Segna Higuain, poi risegna, 2 a 0. Che bello.

Tra il primo e il secondo tempo vedo la solita confusione: chi sta sopra va sotto, chi sta sotto va sopra. “Cocacola, patatine” urlano come sempre gli ambulanti. Poi vedo che dal settore centrale si forma un po’ più di calca. La partita inizia e scatta un fuggi fuggi generale che si diparte proprio dalla zona centrale della curva. “‘E mazzate!” qualcuno esclama mentre io cerco di ripararmi il più in alto possibile sugli spalti perché una folla che fugge venendoti addosso è come un mare in tempesta che ti sbatte incontro.

Finisce tutto in pochi minuti. Uno dei capi della tifoseria che per tutto il primo tempo aveva scandito e guidato i (discutibili) cori sparisce. Si riprende a tifare, ma quasi come se nulla fosse accaduto. Come se fosse normale per tutti che all’improvviso possano accadere cose del genere mentre si sta assistendo ad una partita. Intanto in campo la Sampdoria praticamente in un minuto riacciuffa il Napoli. 2 a 2. Partono i cori contro De Laurentiis. Anche alcuni estranei ai gruppi ultrà lo cantano.

Il giorno dopo l’articolo che avevo scritto scopro dai quotidiani che quel sentore di “camorra” in curva era più che reale. Il blitz era organizzato: non si trattava di tifosi contro tifosi, ma anche all’interno del San Paolo – secondo le prime ricostruzioni degli inquirenti – si stabilivano le gerarchie e le connivenze tra i sistemi camorristici. Si regolavano anche le faide sullo spaccio di droga. E allora ho ripensato alla frase del guagliunciello: “Nunn è aria“. Era tutto prestabilito, dovrei ringraziare un ragazzino che ha almeno la metà della mia età se non mi sono ritrovato tra le botte e i coltelli. Io, che quando giocavo a pallone in strada, ero quello che “fiutava” i pericoli prima dei compagni. Oggi invece mi serve il guagliunciello che mi indica dove sedermi in uno stadio.

Poi i fatti più recenti, Genny, la Sanità. Oggi la Procura ha emesso 10 Daspo agli indagati per i disordini di Domenica sera. Uno dei colpiti dal provvedimento figura in una foto su Facebook insieme a Gennaro Cesarano, ucciso a 17 anni, come un uomo grande.

Nunn è aria“. Non era aria per me quella sera, non è stata aria per Genny appena una settimana dopo. Non è aria per il calcio a Napoli, non per quella maggioranza di napoletani che vorrebbe assistere ad una partita di calcio tifando per la propria squadra e per i propri beniamini. Non è aria. Punto. E quando cambierà il vento non lo sappiamo ancora.

E, per favore, non mi dite che ho fatto la scoperta dell’acqua calda. Lo sapevo pure prima della scorsa settimana che la camorra è ovunque. È solo che tutto questo proprio non riesce ad essermi indifferente.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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La parola all'esperto

Marco Bellinazzo

Nato a Napoli e cresciuto in quel rione Sanità assurto anche in queste ore alle cronache nazionali per l’omicidio del giovanissimo Genny. Marco Bellinazzo, giornalista del Sole24Ore e autore di un seguitissimo blog, può definirsi senza rischio di smentite il massimo esperto di calcio&finanza. Si è laureato alla Federico II in Giurisprudenza studiando proprio il fallimento del Napoli con la curiosità di capire come fosse stato possibile che la squadra in cui ha giocato Maradona potesse scomparire. “Sarebbe bastato chiedere a Ferlaino – dice oggi Bellinazzo – il quale ha spiegato anche di recente che quella società incassava 25 miliardi di lire e ne spendeva 35 in ingaggi. Se solo ci fossero stati i diritti tv“… Marco è infatti tifosissimo del Napoli di cui ha parlato anche in diversi libri. L’ultima sua fatica editoriale è “Goal economy“, un libro interessantissimo non solo per gli appassionati di calcio, ma per chi vuole comprendere meglio le relazioni tra i grossi gruppi finanziari dell’economia mondiale e di questo sport che muove e fa muovere capitali sempre più ingenti. Più che un libro, questo di Bellinazzo, è diventata ormai una sorta di “bibbia” anche in diversi corsi universitari.

Goal Economy, l'ultimo libro di Marco Bellinazzo
Goal Economy, l’ultimo libro di Marco Bellinazzo

Negli ultimi anni assistiamo ad una mutazione antropologica del tifoso: da semplice sostenitore ad “azionista figurato” di un’impresa a scopo di lucro che è la propria squadra del cuore. Ormai il tifoso, durante il calciomercato, non ragiona più soltanto su quale calciatore preferirebbe vedere nella propria squadra, ma valuta anche i costi di cartellino e ingaggio. Ad esempio su Soriano, Maksimovic e Romagnoli era frequente leggere sui social che questi calciatori costassero troppo rispetto al loro reale valore tecnico. Secondo te il tifoso ha gli strumenti adeguati da parte dell’informazione sportiva per giudicare tali parametri?

Il salto culturale è positivo. Vincere è quello che conta di più. Per tutti i tifosi. È quello che ci fa appassionare a uno sport, naturalmente. Ma oggi ci si sente partecipi di una comunità che è consapevole di essere la vera “proprietaria” di una squadra. E la sostenibilità economica dei progetti sportivi è diventata perciò un valore importante. Tuttavia, questo percorso è appena agli inizi in Italia e non sempre l’informazione sportiva tiene il passo.

In questi anni, anche grazie al tuo blog e i tuoi libri, c’è molta più chiarezza su tanti aspetti economici che riguardano il “retrobottega” di una società professionistica. È il giornalismo sportivo del futuro quello che tu hai iniziato a fare? Ti senti un apripista?

Mi si riconosce un po’ questo ruolo e lo accetto con tutte le responsabilità che comporta. Non sono il depositario di nessuna verità e gli errori sono dietro l’angolo. Ma lavoro sempre per dare il massimo e con la massima buona fede. Non so se questo è il futuro del giornalismo sportivo. Ma certo conoscere e capire gli ingranaggi economici oggi è indispensabile anche per i giornalisti sportivi. Fino a pochi anni fa non era certo così.

E-Book di Marco Bellinazzo
E-Book di Marco Bellinazzo

Sei stato colui che ha scritto uno splendido ebook: “Da Maradona a Messi: benedetti diritti d’immagine”. Ecco, quella dei diritti è una questione che ha tenuto banco anche quest’anno con la telenovela Soriano e in precedenza per il caso Astori. Fa bene De Laurentiis a tenere così tanto ai diritti d’immagine?

Dipende ovviamente dalle situazioni. Se vuoi per te i diritti d’immagine devi pagare stipendi più alti. Diciamo che occorre farli fruttare. Altrimenti è un’inutile forzatura.

Lo chiedo al tifoso, oltre che all’esperto: in città serpeggia un evidente malumore nei confronti del presidente. Eppure il Napoli nei suoi ormai 90 anni di storia non è mai stato per così tanto tempo ai vertici del campionato e da sei anni consecutivi si qualifica in Europa. C’è irriconoscenza oppure, anche in base a dati economici, il Napoli può realmente puntare al tricolore come chiedono molti tifosi?

I tifosi hanno negli occhi le vittorie dell’era Maradona e vorrebbero tornare a vincere. Purtroppo ho l’impressione che siano state sprecate occasioni irripetibili in queste stagioni, subito dopo Calciopoli. Le gerarchie del calcio italiano legate alla forza economica dei club si stanno lentamente ristabilendo. E potrebbe esserci sempre meno spazio per il Napoli. Detto ciò, De Laurentiis ha avuto grandi meriti nel far rinascere il Napoli e nel gestirlo con un’attenzione particolare ai conti. Ma la storia del Napoli prescinde dai presidenti.

Tra le critiche più frequenti nei confronti di De Laurentiis  vi è la sua “gestione familiare”. È davvero una gestione familiare quella del Napoli? E, in tal caso, tale gestione a tuo giudizio  ha ottenuto più benefici o danni per il futuro del calcio a Napoli.

Basta guadare la composizione del cda del Napoli ultra-familiare. In una prima fase era forse necessario amministrare il club con assoluto centralismo. Ma un club da oltre 100 milioni di fatturato annuo non può continuare a essere guidato con la formula dell’”uomo solo al comando”. L’era Maradona è stata anche contrassegnata da una società con figure professionali di grande spessore.

Perché il Napoli difficilmente acquista calciatori svincolati o a parametro zero? Qualche tempo fa De Laurentiis rimproverò a Bigon di non aver “pensato” a Tevez o Pogba. C’è forse dietro queste scelte di acquistare solo giocatori sotto contratto un’esigenza di bilancio?

Non credo. È solo una questione di opportunità. E poi se non crei situazioni ambientali di livello europeo e prospettive degne di un club europeo è difficile che certi giocatori accettino di venire.

Il Napoli non ha una sede, non ha un centro di allenamento né uno stadio di proprietà. Se De Laurentiis decidesse di vendere il Napoli, cosa venderebbe?

Un parco giocatori ancora di buon livello e un brand con un fascino rilevante. Nel mondo resta la squadra di Maradona anche se questo legame è stato reciso dall’attuale proprietà. 

Sulla questione stadio come si sta muovendo il Napoli

Non bene, direi. O almeno non con l’ambizione che mi aspetterei da un uomo come De Laurentiis. Ma penso che le colpe vadano suddivise con il Comune.

A quale giocatore del Napoli sei legato di più sia del passato che del presente. Dire Maradona non vale…

Allora dico Careca e Lavezzi.

Cosa pensi farà il Napoli di Sarri? Sei fiducioso su questa squadra?

Come tutti sono in attesa di capire come evolverà. Qualcosa si è visto nelle prime due partite, ma ho paura che manchino pedine fondamentali. Tutto dipenderà dalla forza mentale di resistere con lucidità alla pressione della piazza.

Un tuo giudizio sulla gestione Benitez.

Ho visto partite memorabili e sprazzi di gioco europeo. Quindi positivo. Resta l’amarezza per un progetto incompiuto e l’immenso danno economico delle due mancate qualificazioni in Champions in un solo anno. Ma le responsabilità vanno divise con società e squadra. Se c’è una cosa che mi ha profondamente deluso, per un uomo della sua preparazione e intelligenza, è stata l’incapacità di adattarsi alla realtà italiana e la scarsa flessibilità nell’impiego di schemi e rosa.

 

Una tradizione napoletana alla quale proprio non puoi rinunciare. La tua canzone preferita, il tuo cibo preferito, un posto di Napoli che ti fa sempre e comunque innamorare.  

Più che altro non posso rinunciare all’intera gamma della gastronomia napoletana. Così come alla musica di Pino Daniele. Ogni volta che posso torno a Napoli per passeggiare sul lungomare e tra i miei vicoli…

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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E poi silenzio...

Rione Sanità

Ma Totò addò sta cchiù.

Hann’ accis’ a Gennaro.

Fujite.

Gennaro è cammurrist’.

Gennaro nunn’ è cammurrist’.

Ma tu a qual’ sistema appartiene?

Che haje avè, ‘o fumm o l’evera?

Uh Maronna mia.

Uh Gesù Gesù.

Fa ampress’ piglia ‘o mezz’.

Chiammate ‘e guardie.

Chiammate ‘a mamma.

Scusate ma ch’è succiesso?

Ma che sò sti rummore?

Io nunn aggio visto niente.

Me sò miso paura e nun so asciuto.

Gennaro è uno ‘e nuje.

Nun se campa cchiù dint’ ‘a stu Rione.

Ma ‘e guardie pò so arrivate?

E c’ha fatt’ ‘a mamma?

E ‘o pate c’ha itt?

Era nu bbuon guaglione.

Gennaro iev dint’ ‘a chiesa.

Ccà ‘o Stato nun ce sta.

Avite capito chi è stato?

Mò se ne veneno ‘e giurnaliste e ‘o vonno sapè a nuje…

Pigliammoce nu cafè.

Vuje pure site ‘e ccà?

O Pataterno s’è scurdate ‘e nuje.

A Napule nun se pò campà.

Ma che allucca a ffa?

Io ‘o sapevo ‘e vista.

Io cunuscevo ‘a famiglia’.

Te parlo però leva sta telecamera annanz.

Ce puteva sta pure mio figlio.

Tène raggione ‘o prevete.

Vulimme giustizia.

Gennaro era innocente.

Gennaro? Chello ca è stato è stato ormai nun ce sta cchiù.

Nun ce ‘a faccio a parlà me vene a chiagnere, scusate.

vDG

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Il controllo delle piazze di spaccio

“Ma dai, è solo una canna, non fa male a nessuno”. Si dice così. Ma non va esattamente in questo modo, perché quella che “è solo una canna” sta scatenando con ogni probabilità l’ennesima faida tra sistemi della camorra e sta lasciando a terra morti ammazzati e vittime innocenti. Secondo le ipotesi degli inquirenti anche le violenze accadute in Curva A l’altra domenica – tra il primo e il secondo tempo di Napoli Sampdoria – sono frutto del controllo dello spaccio di hashish e marijuana.

 

Ponticelli, Soccavo, Sanità, Forcella sono i punti cardinali degli smottamenti che stanno avvenendo all’interno dei clan per gestire lo spaccio di erba e dei mattoncini dello sballo. L’ultimo tragico episodio ha visto uccidere, probabilmente a causa di un proiettile vagante (ma le cause sono ancora tutte da verificare), un ragazzo di  17 anni, Genny. E servono a poco la commozione diffusa, i moniti della politica, le prediche del mondo ecclesiale o ricordare che in quelle stesse strade ci è cresciuto Totò. Gli inquirenti sono a lavoro per stabilire le cause di questa recrudescenza di morte che da qualche mese avviene in città e, se venisse confermato il movente del controllo dello spaccio di droghe “leggere”, ne sarebbe responsabile non solo chi vende, ma anche chi acquista.

Hashish e marijuana rappresentano per i sistemi criminali un giro milionario di euro, ma anche una prova di forza tra i vari sistemi criminali. “Chest’ è zona mia” è una frase che in certi quartieri vale per tutto: dal controllo dei parcheggiatori abusivi, al vecchio contrabbando di sigarette, alla droga. Un retaggio anche simbolico, non solo economico che stabilisce chi comanda e dove.

Ecco, senza falsi e facili moralismi, forse è il caso di riflettere per chi fa uso abituale di droghe “leggere”. Non è “solo una canna”, magari sarà così per gli effetti che queste sostanze provocano alla salute, probabilmente meno gravi di cocaina, eroina e persino delle sigarette, ma gli effetti che hashish e marijuana provocano alla città sono devastanti. Quando andate in un vicoletto stretto, inerpicandovi per i quartieri storici o i “casermoni” di Soccavo e Fuorigrotta e i “palazzoni” di Scampia per acquistare il vostro sballo, fate male alla vostra città.

Da qui si riparte l’eterna discussione se legalizzare queste sostanze per toglierne il controllo ai sistemi criminali. Potrebbe essere una soluzione. Ma cercare anche di limitare prima noi stessi, per amore della città, l’uso di queste sostanze sarebbe un atto responsabile. Non è “solo una canna”. In città e persino allo stadio i sistemi criminali non la pensano così. Soldi, controllo del territorio e dimostrazioni di potenza creano un mix che sta uccidendo tantissime persone. Chi ha ucciso Genny moralmente potrebbe essere anche il ragazzino un po’ fricchettone che per “farsi bello” arrotola del fumo o dell’erba in una cartina.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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