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Di recente il fotografo francese Georges Mérillon, in occasione dei 25 anni dalla vittoria al World Press Photo con un’immagine, premiata come foto dell’anno 1991, relativa alla morte di un uomo kosovaro ucciso dalla polizia serba, ha proposto in vendita le stampe della foto vincitrice con uno sconto del 30%. La stampa, che immagino realizzata con tutti i criteri di qualità possibili, è proposta quindi alla cifra di 175 euro, invece di 250.

Al di là del fatto che una foto possa piacere o meno, e nel caso in oggetto si tratta di una foto che non mi vergogno a definire magnifica, quasi perfetta, nella rappresentazione caravaggesca di una scena che ricorda un Compianto sul Cristo Morto, più che una scena da cronaca di guerra (penso che il premio se lo sia meritato tutto…), quello che mi dà da pensare è il fatto che una scena di dolore, di lutto, possa prestarsi a essere stampata e venduta per diventare oggetto di arredo, addirittura scontata.

Oramai da troppi anni i media, soprattutto le riviste di attualità (e quelle di documentazione antropologica e naturalistica come il National Geographic Magazine), ma in modo diverso anche la televisione, hanno inseguito un modo di rappresentare il fatto tragico in maniera sempre più perfetta, con immagini ben composte e, grazie alla bravura (ma ha senso parlare di bravura? Forse meglio mestiere) di alcuni fotografi, addirittura in modo “piacevole”, gradevole sia all’occhio dello spettatore esperto sia all’occhio del profano.

Ma che si sta comunicando quando di una scena tragica diamo una visione che per essere sdoganata su un contenitore di pubblicità, ovvero di immagini che servono a conquistare l’osservatore e indurlo all’acquisto, di immagini cioè accattivanti, deve essere accattivante a sua volta? Cosa passa, quale messaggio viene trasmesso nel momento in cui una foto di una scena di morte, di dolore, di rabbia, magari una scena raccapricciante se ci fossimo noi dentro, un momento crudele della vita di qualcuno diventa una “bella foto”? Questo problema mi assilla da anni, e non sono ancora riuscito a trovare una risposta. Per anni io stesso ho lavorato come fotogiornalista, e ho sempre cercato di evitare le scene cruente, fondamentalmente perché si dà una rappresentazione ambigua, se la foto è buona, e paradossalmente si fa una comunicazione poco efficace se invece la foto è meno “bella” esteticamente. Certi miei colleghi famosi ci campano su questo, e non posso dar loro torto se hanno capito che quella è la via per farsi un nome nel campo del fotogiornalismo, ma non posso fare a meno di pensare che siano in qualche modo complici della mercificazione dei problemi di qualcuno, che sia l’abitante della periferia napoletana, il migrante che fugge da una guerra, il diseredato di turno della società opulenta.

Sia chiaro, non voglio assolutamente dire che di certe cose non bisogna parlare, anzi. Personalmente trovo una gran fregatura qualsiasi limitazione al diritto di cronaca, ma è anche vero che in certi casi lo scopo dell’operatore del settore diventa altro da quello di fare una corretta informazione. Nel caso della foto di Mérillon, è evidente che siamo in un caso limite, sia per la bellezza estrema dell’immagine sia per il fatto che venga venduta scontata. Credo che un po’ il problema sia a monte. Dovrei andare ad affondare nelle nostre radici cristiane (ma forse non solo in quelle), nelle quali troviamo un esempio emblematico in cui la rappresentazione del dolore diventa strumento di propaganda efficacissimo: parlo della rappresentazione della passione di Cristo (non a caso lo citavo prima). Il problema è che, in quel caso, la visione che abbiamo della morte di Cristo dovrebbe essere consolatoria, in quanto quello che ci viene detto della crocifissione è che essa rappresenta il sacrificio del Figlio per la remissione dei peccati del genere umano, a maggior ragione nel momento in cui sappiamo che la storia è “a lieto fine”, ovvero che alla crocifissione segue la risurrezione… Nel caso dei morti in guerra, o di camorra, o dei migranti che annegano nel Mediterraneo, purtroppo questo aspetto cade miseramente. La cristianità, specie quella controriformista, ci ha riempito gli occhi di immagini di martiri, con una predilezione per le figure iperrealiste. Questa macchina comunicativa è durata per secoli, e buona parte di quelle che noi consideriamo opere d’arte appartengono a questa categoria… Forse non è un caso, a conti fatti, che percepiamo come buono e piacevole anche un momento di dolore.
Almeno, finché il dolore è quello degli altri…

Gianfranco Irlanda

© RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Foto di Crusca Dolores

Dicembre è il mese che porta al Natale, si pensa ai regali, si pensa al cenone, agli addobbi, all’albero e al presepe… A Napoli il Presepe è un’arte secolare che tanti artigiani portano avanti con passione e professionalità e secondo la nostra tradizione sul presepe non devono mancare le statuine di personaggi famosi, politici, calciatori, cantanti o star della TV che nell’anno hanno fatto notizia nel bene e nel male. Passeggiando per San Gregorio Armeno, la via dei presepi, non è difficile quindi imbattersi fra un pastore e una popolana in una statuina di Berlusconi, di De Magistris, di Sarri, di Higuain o addirittura Bruno Vespa e Barbara D’Urso.

Fra i maestri presepiali c’è una gara a chi fa la statua più originale, pronta a essere pubblicata e condivisa su giornali e Social Network. Gabriele Rubini, che abbiamo avuto il piacere di intervistare, non ha avuto l’onore di avere una sua statuina fra i banchetti di San Gragorio Armeno, ma non si è perso d’animo, In collaborazione con la fotografa Crusca Dolores, nome d’arte di Alessia Leporati, ha realizzato una serie di scatti nei panni di un pastore.

Foto di Crusca Dolores
Foto di Crusca Dolores

Gli scatti molto belli, al di là del soggetto apprezzatissimo dalle fan, al di là del chiaro riferimento all’arte presepiale sembrano essere un riferimento ai più accaniti follower dello Chef protagonista di Unti e Bisunti, un gregge che segue il suo pastore qualsiasi cosa faccia, e infatti il commento più diffuso è quello delle fan che si propongono come pecorine (espressione utilizzata da molte di loro) per il pastore tatuato. Immancabili i commenti degli animalisti, che questa volta riescono a raschiare il fondo di un barile di inutilità accusando Rubio di non si sa bene cosa, visto che mai come questa volta l’animale in scena è vivo e vegeto e non è diventato protagonista di nessuna ricetta.

Che lo Chef ami giocare con i Social non è una novità, così come ami scherzare con i commenti di seguaci ed haters pubblicandone gli screenshot, ma stavolta grazie alla collaborazione con la fotografa parmense sembra aver realmente colto nel segno: forse le ragazze che si affannano a proporsi come pecorelle non sanno di essere proprio una di quelle pecore ritratte in foto, così come lo è chi lo attacca per partito preso, perchè anche la pecora nera è pur sempre una pecora che non si allontana dal gregge.

Al di là di tutto Gabriele sembra essere assolutamente adatto ruolo e fossi in un artista di San Gregorio Armeno un pensierino ce lo farei e visto il numero di persone che lo segue probabilmente avrebbe anche successo!

Paolo Sindaco Russo

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Tra qualche giorno si inaugura la mostra degli allievi del mio corso di comunicazione fotografica, dopo un percorso più travagliato del solito. Solo una metà degli iscritti ha portato a termine il lavoro, ma questo è abbastanza usuale, sebbene sia sempre un po’ sconcertante. Quando si arriva a dover pensare, realizzare e mostrare un lavoro coerente le cose, per un fotografo, iniziano a farsi difficili. Lo sono per un professionista, figuriamoci per un allievo alle prime armi.

Fare “belle” foto è alla portata di tutti, ormai. Per foto “belle” intendo ben esposte, dritte e con un obiettivo che permetta di non dover stare a pensare troppo all’inquadratura. Poi, un passaggio in Photoshop o in Lightroom, un ritaglio e via, ecco la “bella” foto. Con le fotocamere odierne spesso non è necessario nemmeno passare per un programma apposito, basta lavorarci in macchina, e lo stesso accade con gli smartphone più evoluti. Ma per un progetto fotografico, ahimè, una bella foto ogni tanto non basta.

La cosa che spesso manca, l’elemento cardine che poi fa vacillare anche delle serie di tante “belle” foto, è l’idea portante, la struttura comunicativa che ci permetta di dire qualcosa.
Avere, in pratica, qualcosa da dire. Nel momento in cui si ha qualcosa da dire allora il più è fatto, ma troppo spesso gli allievi, abituati a indicazioni e limitazioni molto stringenti, una volta liberati da questi gioghi didattici, invece di scorrazzare liberi sentono troppo spesso ancora il bisogno di una guida, un suggerimento sulle tematiche da affrontare, oppure semplicemente si rendono conto di essere ancora confusi. Il blocco da foglio bianco è tipico in tutte le forme di creatività, ma nel caso della fotografia la cosa si accentua perché ciò che si vuole dire non trova una corrispondenza immediata nella lingua di tutti i giorni, bisogna aver maturato degli strumenti che consentano all’idea di prendere una forma visiva, e non come idioletto, ovvero non una espressione che sia così individuale da risultare inintelligibile a terzi, ma cercando di fare propri determinati schemi e determinate abitudini linguistiche che sono proprie della fotografia intesa come mezzo di comunicazione sociale. Solo una volta che si padroneggiano questi schemi ci si può permettere di reinterpretarli in una maniera personale. Ecco, giungere al progetto senza questo tipo di padronanza, o con una padronanza ancora acerba, significa avere già delle grosse difficoltà. Non starò qui a disquisire su come si acquisisca questa padronanza, è un fatto di esperienza, di abitudine alla lettura delle immagini che ci abitui a leggere e interpretare la realtà che ci circonda.

Fatto ciò, l’allieva o l’allievo dovrebbero decidere per una resa a livello formale dei loro lavori. Fin dalle prime lezioni cerco di instillare una delle poche “norme” che secondo me vanno seguite in maniera pedissequa in fotografia: una estrema coerenza formale.
Scattare dieci foto col flash e due senza, o viceversa; presentare dei lavori in una mostra di cui nove sono in bianco e nero e uno a colori; fare uso di filtri per un paio di foto su venti; scattare alcune foto con un supergrandangolare e poi piazzarci vicino tre scatti fatti col teleobiettivo; presentarsi con undici foto di ritratto e tre di paesaggio; eccetera. Tutto ciò è un male, anzi, Il Male…
Altro che il lato oscuro di Guerre Stellari, qui ci si rimette la ancora nascente reputazione e anche si inficia la possibilità che qualcuno si interessi al nostro lavoro… semplicemente perché non c’è un lavoro solo, così. Ce ne sono due o tre diversi ammucchiati insieme, e il nostro interlocutore, spettatore, o giudice di un concorso non saprà e non potrà capire dalle immagini quali contorti arabeschi mentali ci hanno portato a mettere assieme delle immagini così mischiate e incoerenti.

Se c’è qualcosa che rimpiango (ma fino a un certo punto) dei tempi in cui si scattava solo in pellicola è che le pellicole obbligavano necessariamente a seguire una certa coerenza. Si acquistavano tre o quattro rulli di quella particolare pellicola, e quindi le foto erano tutte scattate, per dire, con la Tri-X pan piuttosto che con la Velvia, e sarebbero state sviluppate tutte assieme (si spera, almeno) oppure portate tutte allo stesso laboratorio per lo sviluppo e la stampa; così facendo avremmo avuto tante foto con la stessa grana, lo stesso contrasto e soprattutto tutte a colori o tutte in bianco e nero di partenza, non come risultato di un “ah, adesso questa provo a farla in bianco e nero in Photoshop perché magari viene meglio”, e così via. L’industria stessa ci obbligava a seguire una coerenza. Ma un altro fattore determinante che pure mi fa rimpiangere la pellicola (e non fino a un certo punto) era il suo costo e l’impossibilità di sapere quello che si stava facendo riguardando le foto subito dopo lo scatto.

Se è pur vero che un professionista che lavorava in studio magari aveva la necessità lavorando con il flash di controllare le luci, dove cadevano esattamente le ombre e dove i riflessi potevano essere fastidiosi, e per questo si scattava una Polaroid di prova prima di iniziare una ripresa, all’amatore spesso questo procedimento era negato, sia per questioni di costi, sia per questioni di ingombri di attrezzatura da portare con sé.

Non poter vedere esattamente ciò che sarebbe uscito in foto obbligava a dover pensare, qualcosa che troppo spesso perdiamo nel momento in cui scattiamo una foto. Si opera troppo di istinto, lasciando fare moltissimo allo strumento, e reagendo a posteriori. Qui siamo oltre il Male, qui siamo nella zona morta dell’intelletto. Le singole foto, così come un intero progetto fotografico, devono essere necessariamente immaginate, viste prima di procedere allo scatto, per dirla alla Ansel Adams, le foto vanno previsualizzate.

Certo non è un processo facile, per riuscirci, specie quando gli strumenti fanno di tutto per indirizzarci a modo loro, è necessaria una cosa che piaceva molto anche a un altro famoso fotografo, anch’egli come Adams noto per il suo bianco e nero, ma per soggetti molto diversi: Helmut Newton. Quella cosa si chiama disciplina. Ed è la stessa cosa che permette, col metodo e con lo sforzo, non tanto facendosi guidare dall’ispirazione, di creare, e che ci consente di affrontare un foglio bianco avendo la possibilità di riuscire a riempirlo con qualcosa di interessante e di riuscito.

Gianfranco Irlanda

© RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Quelle foto sotto la pioggia

Il clima fin troppo piovoso di questi giorni mi induce una riflessione sul difficile rapporto tra appassionati di fotografia e maltempo. Nonostante il progresso, le tecnologie che avanzano e la possibilità di fotografare in condizioni di luce non ottimali con buoni risultati, la fotografia da parte dei più viene considerata come un qualcosa da praticare solo ed esclusivamente con il sole, o quanto meno in una bella giornata.

E’ vero, qui siamo a Napoli e non a Seattle, nota per essere una delle metropoli più piovose al mondo, ma nonostante le dicerie e i luoghi comuni, Napoli è una delle città più piovose d’Italia, con una quantità di pioggia annua in millimetri doppia rispetto a Londra, che sembrerebbe l’archetipo delle città meteorologicamente sfortunate. La grande differenza è che la quantità doppia che abbiamo qui nell’area del napoletano si concentra nella metà dei giorni, quindi abbiamo un bel po’ di acquazzoni e raramente giorni e giorni di pioggerellina leggera e persistente (per quanto anni fa, era credo il 2009, ci furono qualcosa come 60 giorni di pioggia consecutivi con giusto qualche interruzione temporanea, ma sto divagando…).

Questa premessa meteorologica serve forse a comprendere alcuni versi della canzone forse più famosa di tutto il ‘900, “’O sole mio”, che comincia con “Che bella cosa – na jurnata ‘e sole – n’aria serena – dopo una tempesta”… è un’immagine poetica, certo, ma anche una scena visivamente molto caratteristica e particolarmente tipica della nostra città. Napoli si presta molto alla rappresentazione paesaggistica non solo per la felice posizione geografica, ma anche per questa notevole fortuna climatica, la possibilità di avere luce e aria tersissime abbastanza spesso, e in particolare nelle stagioni intermedie (ma spesso anche in inverno). Quello che salta meno all’occhio è la notevole bellezza della città quando piove (“quanno chiove” andrebbe forse detto, ricordando una delle più famose canzoni di Pino Daniele).

Sin da piccolo, ho sempre avuto una memoria visiva costellata da immagini di una Napoli apparentemente “atipica”, quella bagnata dalla pioggia, e spesso se devo pensarla la immagino così. Tralasciando i problemi soliti, tombini che saltano e strade che si allagano (immagino che anche le amministrazioni pubbliche non riescano a uscire dalla visione mitica di una Napoli in cui c’è sempre il sole), quando piove, invece che stare al coperto oppure rinchiusi nelle proprie autovetture in coda tra via Tasso e via Kagoshima, o magari sotto l’androne di un palazzo perché siamo usciti senza ombrello, converrebbe accostare l’auto, o scendere per strada, e dare uno sguardo in giro per cogliere le occasioni e i momenti giusti per scattare.

Follia, direte voi. Che fare, andare in giro ad inzupparsi giusto per fare qualche foto? E magari dire addio anche alla fotocamera che andrà certamente in corto?

Niente di tutto ciò. Le fotocamere temono l’acqua, è vero, ma non in modo così drastico: se ci piove un po’ sopra basta asciugarle alla prima occasione, e poi ormai non sono rare le macchine fotografiche tropicalizzate che possono quindi essere bagnate e resistono anche alla polvere o alla sabbia (non all’immersione in acqua, eh, anche se esistono anche le compatte subacquee che servono proprio a questo). Anni fa, parliamo del 1995, seguii tutta una processione per la Via Crucis a Barile, in provincia di Potenza, sotto una fittissima e gelida pioggia frammista a nevischio. Per fotografare liberamente non avevo nemmeno l’ombrello… diciamo che, più della macchina fotografica, chi subì i danni fui io e i miei compagni: restammo per un’ora con il motore acceso e il riscaldamento al massimo per cercare di asciugarci una volta tornati all’auto; la fotocamera, un’elettronica dell’epoca, resistette tranquillamente così come l’altra fotocamera meccanica che avevo con me.

Negli anni mi sono trovato spesso a combattere con gli allievi per far loro perdere l’abitudine deleteria di considerare come giorni validi per fotografare solo quelli di sole. Le occasioni per fotografare quando piove sono molteplici, così come diventano interessanti e particolari i soggetti, sia le persone che i monumenti, ad esempio quando sono riflessi in una pozzanghera; oppure la presenza stessa degli ombrelli diventa una “variazione sul tema” della street photography dalle possibilità molto grafiche. Da non trascurare, poi, la possibilità di far uso di tempi più lenti del normale di giorno, per accentuare il mosso, senza dover stare a chiudere completamente il diaframma. Certo non si possono elencare qui tutte le potenzialità, ma converrebbe davvero mettersi qualche capo adatto, con un bel cappuccio comodo, e, fotocamera in pugno, farsi un giro sotto la pioggia.

Non dimentichiamo che quella che è stata definita come la foto del secolo, “Dietro la stazione di Saint-Lazare” (Derriere la Gare Saint-Lazare, 1928), di Henri Cartier-Bresson, rappresenta un uomo che salta da una passerella cercando di evitare una pozzanghera…

 

Gianfranco Irlanda

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“Chi non sa fare niente, insegna, e chi non sa insegnare, insegna ginnastica”. Così recitava Woody Allen in Io e Annie (Annie Hall, 1977, meritatissimo Oscar come miglior film), aggiungendo che alla sua scuola arrivavano quelli che “nemmeno la ginnastica”… Visto che tra un paio di giorni ricomincerò a vestire i panni del “maestro” di fotografia, questa frase mi è ritornata alla mente.

Qualche anno fa, non tantissimi, visto che correva l’anno 2008, mi venne richiesto a gran voce e da parecchie persone di attivare un corso di fotografia. Da buon autodidatta ero un po’ scettico, visto che quello che sapevo lo avevo imparato da libri, riviste e dalla pratica, e pensavo che un corso di tecnica fotografica non avrebbe avuto molto senso. All’epoca tra l’altro ero anche piuttosto timido e quasi incapace di affrontare un pubblico di persone che pendesse dalle mie labbra, quindi ero spaventatissimo dall’idea…

Certo, le insistenze alla fine la ebbero vinta, e così iniziai a pensare a un approccio che potesse risultare in un corso un po’ diverso. Non ce n’erano all’epoca tanti corsi di fotografia, a Napoli (forse due o tre che fossero qualificati, un paio in scuole di grafica e pubblicità, e basta), il boom del digitale era iniziato da poco e quindi non avevo nemmeno la necessità di differenziarmi. Sapevo però che la tecnica, anche applicata, alla fine sarebbe stata una cosa misera da spiegare (e mi sarei anche annoiato, pensavo). Dovendo rientrare in un gruppo di volontari che insegnavano con fini sociali (la Libera Pluriversità di Napoli…) cercai di trovare anche io uno scopo “sociale” al corso, dandogli un taglio cognitivo e filosofico, con una discreta focalizzazione verso i miei passati studi in sociologia delle comunicazioni di massa. Non so quanto questo rispondesse alle aspettative degli allievi, ma in qualche modo e per qualcuno funzionò.

La cosa interessante, e forse anche divertente per quanto molto impegnativa, fu di dover ripensare tutte le nozioni che avevo accumulato negli anni: con buona pace di Woody Allen, chi non sa davvero di cosa sta parlando non può e non dovrebbe proprio insegnare. Se vogliamo, il primo dei miei studenti sono stato io stesso. Anche in questo sono stato un po’ autodidatta, non ho letto manuali di pedagogia (anche avendone studiata un po’ in precedenza), né ho preso a modello qualche altro corso. Ho cercato caso mai di ritornare con la memoria ai personaggi che in diverse occasioni, come workshop e incontri sulla fotografia, mi avevano affascinato e mi erano rimasti impressi, grandi fotografi come Mimmo Jodice, Bob Sacha, Paolo Woods, ma anche storici della fotografia come Pierangelo Cavanna. Tutte persone accomunate da una cosa in particolare, la capacità di trasmettere la passione che mettono in ciò che fanno.

La passione, appunto. Qualcosa che troppo spesso non viene presa in considerazione. La voglia di trasmettere concetti ma anche esperienze dovrebbe andare di pari passo con la voglia di andare da qualche parte apposta per scattare qualche foto. Esistono fin troppi fotografi, soprattutto di vecchia scuola, che pur ricoprendo incarichi prestigiosi in ambito accademico sono ben lungi dall’essere in grado di comunicare anche in maniera elementare i processi che li portano a scattare in questo o quest’altro modo (non farò nomi, ma chi vive a Napoli sa bene a chi mi riferisco…), e soprattutto, non hanno spesso nemmeno compreso davvero le basi tecniche di quanto stanno facendo, e per questo preferiscono tacerne e mistificare il loro agire dietro fumosi discorsi concettuali. Sempre senza fare nomi, un ben noto docente di fotografia in occasione dell’inaugurazione di un museo scattava foto alla folla, allegramente, usando il flash incorporato della reflex digitale… tenendo montato il paraluce sull’obiettivo. Feci violenza a me stesso decidendo di non dirgli nulla (magari l’avrebbe anche presa a male…), con il pensiero che riguardando le foto si sarebbe dato dell’idiota, anche se sospetto che avrà incolpato lo strumento piuttosto che la propria incompetenza.

Ripensare il proprio agire, cercando di comprenderlo a fondo, quindi, ma anche cercare di trovare una sintonia con un gruppo eterogeneo di allievi. Non essendo i miei corsi universitari o scolastici, non ho davanti una platea con una fascia d’età ben precisa, né le intenzioni o le finalità sono omogenee. C’è il ragazzo che vorrebbe provare a dare una svolta più consapevole alla propria passione per le immagini, c’è l’insegnante che cerca una via di fuga dalla propria routine, c’è l’ingegnere che magari si è appassionato alla fotografia ma non riesce a uscire dagli aspetti tecnici, oppure l’impiegata che vuole semplicemente fare foto migliori nelle vacanze e nel weekend, e così via… e purtroppo c’è sempre la persona pigra che desidera che qualcuno le spieghi la propria sofisticata fotocamera perché non ha voglia di leggere il manuale…

Non c’è un modo per riuscire ad accomunare le diverse inclinazioni e i vari desideri, di solito quando ho partecipato a dei workshop era per la notorietà del fotografo, o magari perché avevo visto le immagini e mi avevano incuriosito. Ho notato negli anni che uno dei pericoli più insidiosi nell’insegnamento è quello di creare dei “mostri” a propria immagine (è il caso di dirlo…); io non sono abbastanza noto, e forse per questo mi salvo dai pericoli dell’imitazione. Ho sempre cercato di portare il discorso e gli esempi sulle immagini scattate da altri, usando delle mie foto solo quelle fatte appositamente per scopi didattici o quasi. Ovviamente non si può non parlare di tante immagini che sono care alla propria memoria, oppure quelle che hanno avuto una elaborazione complessa, o semplicemente funzionavano… Essere troppo impersonali è l’altro rischio che bisogna evitare, tante volte rimane più impresso l’aneddoto divertente o avventuroso di tante spiegazioni tecniche.

Si passa necessariamente per un percorso ad ostacoli. L’ho vissuto personalmente negli anni, e farlo vivere in poco tempo a quelli che fino a un momento prima erano degli entusiasti inconsapevoli fa anche un po’ male; dispiace a volte mettere in difficoltà, frustrare le aspettative e smontare a poco a poco le piccole certezze che gli allievi stringono quasi come una coperta di Linus, ma si tratta di fasi necessarie. Certo potrei essere anche più accomodante, ma starei facendo male il mio lavoro. In certi casi non si entra per niente in sintonia con uno o due allievi, ed è sempre una piccola sconfitta. Ma in un certo senso è una sorta di selezione naturale, e solo i più motivati riescono a portare a termine il percorso.

Quello che davvero conta per me, tenendo un corso di comunicazione fotografica, è di spingere allieve e allievi ad aprire gli occhi  – e la mente – piuttosto che obbligar loro a mettersi subito la macchina fotografica davanti al viso. E, alla fine, cercare di farli giungere a un punto in cui la fotografia come tecnica non è più il centro dell’attenzione ma il tramite, quasi invisibile, tra loro e ciò che vogliono dire del mondo che li circonda.

Gianfranco Irlanda

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   C’era una volta una statale, un castello e la luna.

La statale in questione era la 658, il castello quello di Melfi e la luna quella solita. Certo era luna piena, ed era sorta da poco. Avevamo da non molto lasciato la cittadina per tornare al nostro alloggio, un B&B nei pressi di Lagopesole, altro luogo con un castello scenografico almeno quanto quello di Melfi, e ci eravamo appunto immessi sulla statale 658 in direzione sud. Non era molto tardi e il cielo non era ancora troppo scuro. A un tratto dando un’occhiata a sinistra eccola lì, la luna. Sbucava esattamente alle spalle del castello, illuminato sopra la collina. Magnifico, bellissimo, da fotografare, ma… ma in quel momento ero alla guida, e quella statale proprio non consente di accostarsi un momento in corsia di emergenza per provare a scattare una foto.

Quante volte vi siete trovati in una situazione simile a questa? Magari non avevate la macchina fotografica con voi, oppure si era da poco scaricata la batteria, o più semplicemente la “foto della vita” risultava in un nulla di fatto per mille altri motivi che nulla avevano a che fare con la fotografia.

L’esempio classico è dato proprio dalla luna che sorge, una difficoltà tecnica quasi insormontabile a livello di valori di esposizione, con un cielo e una terra che richiederebbero sempre e comunque tempi che farebbero diventare la luna una palla bianca informe (e per questo motivo già tanti anni fa si ricorreva spudoratamente alla esposizione multipla per rendere quanto era visibile e perfettamente percepibile a occhio nudo, come ho fatto pure io, in maniera anche più truffaldina, l’anno scorso). Molto spesso succede che, anche avendo con sé il cellulare migliore (ma il discorso vale anche per le fotocamere sofisticate, eh…) si riesce a riprodurre solo al 90% la scena che si ha davanti, e quasi sempre qualcosa non torna.
In altri casi, la difficoltà è di ben diversa natura. Qualche giorno fa si è verificato un evento eccezionale, una eclissi totale di luna con il satellite quasi al suo perigeo. Anche attrezzati per bene, c’era una differenza di esposizione tra le varie fasi dell’eclissi per cui non era affatto facile restituirle in maniera corretta. Ma la difficoltà enorme in questi casi è altra: le variabili atmosferiche in agguato. Nel mio caso sono stato fortunato, e ho potuto scattare tutte le fasi dell’eclissi (fino all’oscuramento totale, poi mi sono “sfasteriato” e sono andato a dormire, ormai alle 5 del mattino…) anche grazie al diradarsi completo delle nuvole. Qualcun altro magari non si è svegliato, oppure s’è anche premurato di mettere la sveglia e poi si è ritrovato con il cielo coperto.

Personalmente, ho una lunga e preziosa collezione di immagini mai scattate che sono, però, rimaste impresse nella memoria, e più delle altre contribuiscono alla pulsione continua a cercare di fare sempre meglio. Se non ci si fa prendere dallo sconforto, dalla frustrazione, e si riconosce l’immagine “impossibile” come qualcosa di realmente valido, quella foto, quello scatto mai nato diventa parte di un archivio della memoria che risulta utilissimo. Ormai tante foto non ci provo nemmeno più a scattarle, ben sapendo che il risultato a livello tecnico non sarebbe all’altezza delle aspettative. Ricordo ai lettori che la fotografia, in napoletano giustamente definita ‘a tale e quale, è “tale e quale” al soggetto fintanto che i limiti tecnici dello strumento non si mettono in mezzo (al di là di una miriade di altre cose), e che il nostro sguardo ha una capacità di registrazione, principalmente in ambito tonale e in condizioni complesse, quasi sempre superiore alla registrazione meccanica della fotocamera. In qualche caso l’impossibilità è stata a posteriori (foto rovinate dallo sviluppo, oppure che hanno preso luce – una ventina di rullini di ritorno dalla Sardegna ancora mi bruciano per essersi bruciati da un’infiltrazione dal dorso della macchinetta…); in altri casi, invece, le foto non si scattano perché, purtroppo, il tempo di reazione nostro combinato a quello della fotocamera diventa un impedimento insormontabile.

Di recente mi è capitato di vedere, a Ravello, una bambina che camminava su un marciapiede grigio, sotto un tunnel dalle pareti abbastanza scure, vestita di colori sgargianti e con un ombrellino arancione che agitava avanti e indietro. Sarebbe stata una foto meravigliosa, alla Bob Sacha o forse alla Franco Fontana nella serie di scatti di New York. Per come ero equipaggiato in quel momento, solo con una compatta, per quanto sofisticata, quella foto sarebbe stata al massimo “alla Ernst Haas”, una bella chiazza di colore in movimento, pittoricamente molto bella, ma non quello che avrei voluto. E comunque forse non avrei avuto il tempo tecnico. Un po’ rimpiango i tempi in cui giravo con la Kodak Instamatic pronta all’uso nella tasca del giaccone, caricata a 400 ASA e cubo flash, vagando nei corridoi dell’università occupata sentendomi più Weegee che Salgado o Cartier-Bresson, consapevole che avrei solo dovuto cacciarla dalla tasca e puntarla sul soggetto per avere una foto nel momento giusto.

Già con la prima evoluzione successiva, una fotocamera per l’epoca (si era nel 1990…) parecchio sofisticata, con autofocus a ultrasuoni e flash incorporato, tempi lenti fino a 1/3 di secondo mi sembrava di poter fare tantissimo in più, ed era vero, ma, un po’ l’obiettivo non era forse all’altezza, un po’ l’autofocus si mangiava un po’ di tempo di troppo, i risultati non erano adeguati alle attese. Facevo sì quei bei tramonti (bleah!!!) e scatti al fogliame autunnale che prima non mi venivano mai bene, oppure foto da vicino messe a fuoco come si deve (miracolo!!), ma la velocità operativa si era andata a prendere un periodo di aspettativa… C’è voluta una successiva evoluzione (la mitica Kiev A4m a telemetro acquistata a Porta Nolana dai polacchi che vendevano materiale ex sovietico nei primi anni ’90) e molte altre foto perse per riuscire a riprendere un minimo di prontezza. Di quel periodo ricordo ancora con eccezionale lucidità l’immagine di un gatto che camminava indolente tra tanti piccioni che riposavano… Lui, il gattone nero, ai piccioni non ci pensava proprio, ma essi per precauzione si aprivano a dargli spazio per poi richiudersi dopo il suo passaggio. Successe a Napoli, a via Caccavello, proprio alle spalle di castel Sant’Elmo, verso il 1991. Non ricordo per quale motivo non scattai, forse era uno dei pochi giorni che non avevo la macchina con me (dubito), oppure semplicemente l’ho presa e nel frattempo la situazione si è modificata, non so più. Comunque sia, nonostante i miei sforzi e ripetuti passaggi in loco, quella situazione non mi si è più presentata davanti. Ma sta lì, nella memoria, sonnecchiante. Aspetta solo il momento per ripresentarsi, anche in altre forme, e permettermi di riprovarci.
Ammesso che abbia portato la macchina adatta con me, e che sia carica. E con abbastanza spazio sulla scheda…

Gianfranco Irlanda

© RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it 

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Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni per le strade di Napoli, tra spari, inseguimenti, omicidi premeditati e non, terrorismo di strada, mi fa venire in mente una serie di paralleli che potrebbero sembrare forzati, se non addirittura inopportuni e fuori luogo, ma credo ci sia una verità di fondo per chi la vuole cogliere ed analizzare ulteriormente.

Non credo sia il caso di spingermi in qualche analisi sociologica affrettata e che si risolverebbe inevitabilmente in aria fritta, ma vorrei cercare di entrare, diciamo così dalla finestra, nella logica dei nostri tempi, almeno quella logica legata all’uso di determinati beni di consumo, e come queste abitudini possano risultare illuminanti nel momento in cui cerchiamo di comprendere determinati fenomeni, che magari a queste abitudini sembrano non particolarmente connessi.

Quello che una volta si poteva definire capitalismo, ma che adesso preferisco definire la macchina del consumo, intesa come quell’insieme di produzione di beni e servizi che non serve semplicemente a soddisfare i bisogni ma a crearne sempre di nuovi, in modo da poter perpetuare il meccanismo consumistico all’infinito (e ad alimentare sé stessa, alla fin fine), tende ad andare incontro, nel suo rivolgersi all’uomo massa (termine che sembra non passare mai di moda), al “minimo sforzo” del consumatore, ad assecondarlo. Cerca in tutti i modi, per non perdere clienti o per acquisirne sempre di nuovi, di abbracciare anche la potenziale clientela “analfabeta”. Non parlo semplicemente di coloro i quali davvero non sanno leggere e scrivere, per quanto sull’analfabetismo funzionale di una gran fascia della popolazione, in Italia, ci sarebbe da dire molto. Il cliente analfabeta è quello che non ha l’erudizione minima per poter accedere a un approccio utile, definiamolo anche questo funzionale, con l’oggetto di consumo. Qual è allora l’approccio della produzione, della macchina del consumo? L’oggetto deve essere semplice da usare, il consumatore non deve scervellarsi troppo, anzi. Se potenzialmente pericoloso deve essere il più possibile innocuo (quanto meno per l’utilizzatore…), e deve garantire una soddisfazione immediata senza che si ingenerino frustrazioni anche minime. Il consumatore in pratica deve essere imboccato col cucchiaino, e se questo non è d’argento almeno lo deve sembrare.

Qualche tempo fa, con un’amica biologa, si ragionava sulla possibilità che il meccanismo del mercato globale tendesse ad andare contro ai meccanismi della selezione naturale. In effetti, se ci ragioniamo un attimo, potremmo trovare delle prove. Le automobili odierne, tanto per fare un esempio, necessitano di poco sforzo nella guida, tendono a fare buona parte del lavoro e, soprattutto, a preservare il guidatore in caso di incidente. Questo vuol dire che il guidatore, che spesso l’incidente lo provoca, avrà più possibilità di sopravvivenza rispetto all’ignara vittima che tranquillamente passava col verde, nel momento in cui il guidatore stesso avrà bruciato un semaforo rosso… Il guidatore stesso proverà un senso di onnipotenza, dimenticando che chi sta facendo tutto il lavoro è la macchina, ovvero le persone che l’hanno progettata e costruita affinché egli, guidatore/consumatore, possa continuare a consumare in futuro. Dei passeggeri e dei terzi non gliene frega poi molto alla casa produttrice, in quanto quelli non sono consumatori se non potenzialmente. Insomma, l’evoluzione del mercato sta facendo sì che una gran massa di criminali alla guida di auto potenti e ingombranti abbia la meglio. Fortunatamente la maggior parte di questi fa il gradasso fintanto che la strada è dritta, per poi farsela addosso alla prima curva un po’ più impegnativa, là dove neppure la migliore autovettura può decidere il raggio di sterzata e l’anticipo della stessa, lo stacco dei freni, per riuscire a prenderla allegramente senza ritrovarsi in una scarpata.

Allo stesso modo, anche se in un senso molto meno cruento, succede con altri beni di consumo: le macchine fotografiche. Mi direte, che c’entrano le macchine fotografiche? C’entrano eccome, perché anch’esse rispondono, e contribuiscono, a questo accorciamento della curva di apprendimento generalizzata, facendo sì che tutti si possano sentire grandi fotografi (basta uno smartphone un po’ più evoluto, eh, non c’è bisogno della reflex…) senza dover fare chissà quale sforzo. Dobbiamo leggere un manuale se vogliamo tirare fuori il meglio dallo strumento (leggere?? un MANUALE???), ma senza nemmeno fare un minimo di sforzo possiamo accendere la fotocamera, metterla nella classica posizione verde del totale automatismo e ottenere delle foto decentissime. Poi quando ci viene lo sfizio e la impostiamo in manuale, allora ci rendiamo conto che era la macchina che faceva le foto, non noi, e che per fare di più dovremmo leggere, studiare, approfondire…

Evitando sillogismi (probabilmente sbagliati dalle premesse), mi viene da pensare che questo meccanismo di riduzione progressiva della curva di apprendimento stia diventando sempre più pervasivo in ogni aspetto del consumo, e ciò comporta un abbassamento a spirale dell’attenzione, della pazienza, della capacità di andare al di là delle apparenze e della superficie delle cose. Il consumo stesso deve essere effettuato rapidamente, non si può aspettare, bisogna essere al passo coi tempi, con le mode, con l’ultimo ritrovato tecnologico, in una corsa sempre più affannosa e disperata in cui restiamo, e inevitabilmente, sempre più indietro.

Chi sono le maggiori vittime di questo processo? Da quello che posso notare, sono sempre i soliti noti. Le fasce di popolazione meno scolarizzata, disagiate, che possono godere di meno anticorpi familiari, chiamiamoli così, nei confronti delle sollecitazioni pressanti del mercato. Mancando la capacità di attendere, di procrastinare il godimento effimero del bene di consumo, meccanismi che si innestano su un terreno fertilissimo fatto da tanti altri elementi e fattori, che non possiamo trattare in questo articolo, il consumatore di una certa fascia di popolazione si sente attratto irresistibilmente (e spesso culturalmente impossibilitato a dire di no) dalla via più semplice…
A costo di fare un esempio fuori luogo, ne “L’impero colpisce ancora”, il personaggio di Yoda, maestro Jedi isolatosi sul pianeta Dagobah, parlando del Lato Oscuro della Forza alla domanda del discepolo Luke se esso sia più forte, risponde che è “non più forte. Più facile. Più seducente.”

Temo che il mercato si innesti, di prepotenza a volte ma spesso subdolamente, in questa possibilità della via più facile, non opponendovisi ma assecondandola. Chiudo con un ricordo personale. Diversi anni fa mi capitò di fare un servizio sul carcere minorile di Nisida. Uno dei ragazzi detenuti, con una condanna per rapina a mano armata, si espresse in questi termini, che traduco alla lettera dal napoletano: “quando il venerdì, il sabato sera esci con una ragazza, devi spendere cento euro, no? Se non spendi almeno cento euro non sei nessuno”.

A voi le riflessioni.

Gianfranco Irlanda

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Il mondo dei media si alimenta di mode e tormentoni. Ci sono ciclicamente notizie che suscitano scalpore, interesse, indignazione, passione e tutto l’armamentario di emozioni che gli esseri umani sanno provare. Dura una settimana, poi, come ogni tormentone che si rispetti, viene lasciato all’oblio per l’abuso stancante e demagogico che se ne fa. E’ il caso del funerale del boss Casamonica, di qualche scandalo politico, di “mafia capitale”. Di un omicidio efferato, ad esempio, se ne può parlare per mesi e persino anni: la madre che uccide il proprio bambino o uomini che ammazzano i vicini di casa. Oggi il tormentone (spiace doverlo chiamare così, ma è nelle cose) della stampa nazionale, ma anche europea, è il caso del piccolo  Aylan: il bimbo di tre anni annegato su una spiaggia turca e la cui immagine (CHE PERSONALMENTE PREFERISCO NON PUBBLICARE) ha fatto il giro del mondo.

E’ bastata una sola immagine a risvegliare i media europei sul dramma dei migranti. Ma non soltanto i media comuni, anche i social network, dove ogni utente su Twitter o su Facebook commenta la notizia secondo le emozioni che questa storia ha suscitato.

Di donne, uomini e bambini ne muoiono a migliaia sulle coste europee. Persone che fuggono dalla fame, dalla guerra, dalla mancanza di libertà. Che specie di coraggio deve provare una persona per rischiare la vita pur di provare a migliorarla è un sentimento che non so neppure immaginare. Pe mmare nun ce stanno taverne. Una volta partiti si è al cospetto di un fato che muove onde, agita vento e può rovesciare ogni speranza. Partono lo stesso incuranti del pericolo, fuggono da una vita che forse vita non è.

Ecco, dopo l’immagine diffusa da tutti i media del piccolo Aylan, tutti possiamo finalmente compenetrare qualche sorta di sentimento. Non può essere empatia, ma almeno tentativo di comprendere forse si. Allora una semplice foto apre l’orizzonte degli sguardi, cosa c’è dietro quella linea che separa mare e cielo, continente e continente, persona e persona?

Di Aylan ce ne sono stati, ce ne sono e ce ne saranno ancora. Ci fanno tenerezza finché restano lì in quei Paesi di guerra e fame oppure alla deriva in mezzo al mare. Ma quando arrivano qui da noi riparte la solita guerra tra poveri. Uomo contro uomo. In Italia, terra di migranti, c’è persino un partito politico che cavalca questo odio per ottenere consensi. Basta andare a leggere qualche commento su Facebook dei giorni scorsi, ognuno di noi avrà un amico che in uno status abbia scritto: “Basta con questi migranti, stiano a casa loro, non ne possiamo più” e tutta quella serie di cliché che riguardano gli immigrati che ci tolgono il lavoro, che sporcano, che puzzano, che magari sono pure terroristi.

E’ bastata una semplice foto: un bimbo di tre anni morto su una spiaggia. La morte, il dolore hanno fatto sempre notizia e continueranno a farla. Certo, un quotidiano non può parlare ogni giorno di chi in Africa non ha cibo, di chi muore in una guerra lontana, di una donna dell’Asia uccisa per aver trasgredito a qualche rigida usanza religiosa. Troppi sono i guasti del mondo per dare conto di tutti. Eppure quello della migrazione è un fenomeno che ci riguarda tutti i giorni. L’Italia è come un gancio appeso nel Mediterraneo al quale si aggrappano i disperati che sono sotto.

Tra una settimana tutto sarà dimenticato, il dolore, la morte, il piccolo Aylan scappato con i genitori da quella polveriera a cielo aperto che è diventata la Siria. Ognuno di noi tornerà ai propri pensieri, a De Laurentiis “pappone“, a Higuain che è un campione, alla canzone che ci ha fatto innamorare, al mare, agli scherzi, alla vita. Quella che scorre per noi con i suoi tempi, i suoi agii, i suoi dolori minori. Ed è forse giusto così.

Mi chiedo solo se serve tutta questa commozione generale. Se può servire per cambiare qualcosa, oppure resterà la solita ipocrisia che ci fa lavare la coscienza per un attimo. Una catarsi di sensi momentanea. Ma, come ci insegna la storia, resterà, più probabilmente, un’immagine di passaggio. Un tormentone. Una foto che basta non guardare. Basterà qualche giorno e torneremo ad un’altra notizia: altre emozioni, altre sensazioni. E neppure quelle ci riguarderanno fino in fondo.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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I buoni propositi ci accompagnano quasi tutto l’anno. A cominciare da quando si approssimano le festività natalizie – a volte le festività si approssimano presto, anche a novembre, quando iniziamo a vedere qualche vetrina, passato il furore di Halloween, popolarsi timidamente di qualche fiocco di neve o piccole stelle di Betlemme – nel momento in cui iniziamo a pensare all’arrivo del nuovo anno (come se un nuovo anno fosse una novità…. certo per noi che ne viviamo mediamente un’ottantina, ai primi 25-30 anni non ci abbiamo forse ancora fatto il callo); in seguito i buoni propositi si ripresentano quando si avvicina la primavera, per ripresentarsi imperterriti e mai sconfortati all’inizio dell’estate. Questi maledetti buoni propositi ritornano, protervi, al termine delle vacanze come se non ci fossero già abbastanza problemi a cui pensare.

Uno dei peggiori buoni propositi che devo affrontare puntualmente, visto che mi riguarda di persona, è caratterizzato dal desiderio di tante e tanti che, al rientro dalle vacanze, si rendono conto che le loro velleità relative alla fotografia sono state puntualmente e miseramente disattese dalla valanga di foto mal riuscite scattate in luoghi magari bellissimi, mitici, scenograficamente spettacolari e chi più ne ha più ne metta, e vorrebbero migliorare la qualità dei loro scatti…

Devo fare una precisazione: comunque sia, lode a quelli che si rendono conto che le loro foto non rispecchiano le aspettative e la bellezza dei luoghi visitati. Significa che hanno una certa sensibilità estetica e buon gusto, oltre che avere delle esigenze quanto meno superiori alla media. Gli altri, quelli che tornano dalle vacanze e postano su facebook e altrove le loro immagini senza nemmeno ruotarle affinché vengano viste dritte sullo schermo, be’, quelli sono senza speranza e non meritano attenzione da parte mia (e nemmeno da parte di parenti e amici su fb… se avete un minimo di buon cuore, e di autostima, bloccateli senza pietà, anche se loro non capiranno mai il motivo).

Perché il desiderio di quelli che vogliono migliorare le proprie foto mi riguarda di persona? Perché ho la ventura di condurre un corso di fotografia ormai da quasi sette anni, e spesso il desiderio degli allievi è, espresso o meno che sia, quello lodevole ma ambiguo di “migliorare le proprie foto”.

Pare facile…

Non voglio stare qui a scrivere un papiello relativo alla qualità minima che devono avere le immagini che mostriamo ad altri diversi da noi stessi (questa sarà materia per un articolo successivo…), quanto rendere partecipe chi legge di certi principi generali che caratterizzano la fotografia, in particolare quella delle vacanze, e la rendono diversa da una cosa che fa talmente parte di noi e che, per questo, diamo così tanto per scontata da… dimenticarne le peculiarità. Questa cosa è il nostro ricordo.

La fotografia, anche nella sua forma intrinsecamente legata alla memoria, quella che comunemente si chiama foto ricordo (e che spesso ultimamente prende la forma del selfie, o più in generale dell’immagine scattata con il cellulare e prontamente postata e condivisa), può permettersi anche con il massimo dello sforzo di riprodurre, e consentirne pertanto la memoria, in maniera “accurata” soltanto la nostra percezione visiva – in realtà non riproduce esattamente la nostra memoria visiva, in quanto l’immagine fotografica risponde a dei criteri che non corrispondono completamente a quelli della nostra visione, continua e binoculare, meno che mai alla nostra memoria in senso più ampio associata allo stimolo visivo. Il nostro ricordo, anche se fotograficamente catturato nel momento stesso in cui si forma, necessita di supporti che non sono meramente visivi, i quali supporti contribuiscono alla sua formazione e successiva riemersione. Quando rivediamo le foto che abbiamo scattato, si manifesta una piccola sinestesia: il senso visivo stimola un ricordo ben più ampio e articolato che mette in moto una quantità di altri ricordi che sono stati registrati dal cervello provenienti dagli altri sensi, magari nemmeno esattamente nello stesso momento, e che contribuiscono nell’insieme a formare in noi il ricordo come lo conosciamo. Sensazioni tattili, odori, suoni, sensazioni di benessere dovuti alla temperatura, alla compagnia, vengono prontamente e sistematicamente memorizzati e difficilmente possono essere cancellati, anche se non li sperimentiamo di continuo; così come succede alle sensazioni negative, che magari vengono relegate in secondo piano e che però il nostro subconscio tiene in riserva fino al momento in cui potrebbero tornare utili.

Purtroppo, tutto quello che non è registrato visivamente dalla fotografia non sarà percepibile a un osservatore terzo, e spesso anche noi, presto o tardi, dimenticheremo in parte o del tutto i motivi che ci hanno spinto a scattare quella determinata immagine. La foto della bella spiaggia della sperduta isola greca o della caletta di Stromboli probabilmente evocherà in chi l’ha scattata tante sensazioni differenti, e magari continuerà a farlo anche a vent’anni di distanza dal momento della ripresa, ma tante, troppe volte la sensazione, l’atmosfera che caratterizzava quel momento verrà persa, nonostante la fotografia sia stata presa proprio per testimoniarla. Dobbiamo tenere conto che, chiunque sia l’altro che guarda le nostre foto, non potrà mai percepire le particolarità che quella situazione rivestiva per noi, a meno che non riusciamo a comunicarle in qualche modo inserendo degli indizi visuali all’interno della foto stessa. Le fotografie, lungi dall’essere una rappresentazione oggettiva della realtà, diventano per un osservatore estraneo un rebus complesso, in cui la percezione visiva la fa da padrona, ed è soltanto per intuizioni degne del miglior detective che possiamo tentare di inferire qualche significato altro da ciò che vediamo, cercando di dare un senso diverso a quel tramonto uguale a milioni di altri, oppure alla foto del monumento volutamente o meno identica alle cartoline, ovvero alle migliaia di foto viste su internet. A meno che… chi le ha scattate non ci stia deliziando raccontandoci il dietro le quinte di ogni singola foto, mentre ce le mostra al pc in un’interminabile e soporifera sequenza, dopo averci subdolamente invitato a cena al rientro dalle vacanze…

Gianfranco Irlanda

 

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Nell’era della condivisione globale abbiamo potuto verificare senza bisogno di ricerche accademiche quali sono gli interessi principali dei componenti la razza umana in merito alla loro volontà di mettersi in mostra nei confronti dei propri simili.
Abbiamo così potuto sperimentare (e molto spesso subire) una quantità di immagini che prima, in epoca analogica, ci erano fortunatamente negate. O che, quanto meno, riuscivamo a evitare… finché l’amico di turno al rientro dalle vacanze subdolamente ci invitava a cena e finivamo per essere moralmente obbligati a una narcisistica e soporifera proiezione di diapositive, ovviamente non selezionate: se erano stati scattati venti rullini ci venivano propinate 700 immagini, di cui 100 tramonti, 200 panorami quasi sempre tutti uguali (di cui un centinaio con la moglie/marito/fidanzata/fidanzato/figli sempre tagliati o troppo piccoli per essere visibili) e 300 immagini della “cultura locale” (che variava a seconda della meta scelta, ma la variabilità dei soggetti era inevitabilmente sconfitta dalla scarsa variabilità delle inquadrature); le restanti 100 immagini erano di solito scattate dai mezzi di trasporto e quindi assolutamente inutili ai fini di una comprensione di quello che era stato il motivo scatenante della pulsione a scattare.
“Fortunatamente”, quei tempi sono finiti. Adesso le immagini ci arrivano in diretta, spesso segnalate da avvisi che non riusciamo proprio a ignorare. Non c’è nemmeno più la sorpresa, dopo anni e anni di internet ormai le tipologie di immagini tendono a standardizzarsi, e possiamo anche anticipare, a seconda della persona che ha condiviso l’immagine, che immagine sarà stata postata; che sia sulla sua bacheca nel social network, in un messaggio collettivo o in un forum tematico, quasi sempre possiamo azzardare una ipotesi che si rivelerà molto spesso azzeccata.
Non nego che molto spesso alla terza immagine uguale alle precedenti mi viene l’orticaria, anche se si tratta di soggetti che possano suscitare in me un qualche interesse. L’unica eccezione di rilievo riguarda le immagini di cibo.
Eh, sì, devo ammetterlo. Quando ci sono foto di pietanze particolari – non certo l’ennesima immagine di una sfogliatella o di un babà – si scatena il mio interesse… Interesse non necessariamente fotografico, ma sicuramente gastronomico. Uno degli aspetti della cultura di un luogo che meglio ci parlano della popolazione e delle sue abitudini, dell’economia, della storia di quel gruppo è proprio il cibo. Per questo motivo le foto culinarie mi attirano molto, anche se le immagini sono discutibili. Ovviamente, una foto fatta bene e ben contestualizzata aiuta tantissimo nella percezione della pietanza e non solo, anche nel gradimento che l’immagine può suscitare nell’osservatore. Non dico che dovreste diventare tutti provetti esecutori della food photography, ma un minimo di accortezza è d’obbligo (come sempre, in fotografia…)
A tal proposito azzarderei un consiglio: se dovete fotografare il cibo, cercate di utilizzare un programma o una impostazione della macchina che tenda a dare una rappresentazione realistica o leggermente vivida dei colori. Il cibo fotografato senza colori può assomigliare pericolosamente a qualcosa che invece a volte ci capita di calpestare per strada, e non è una questione di poco conto… altra cosa che suggerirei sempre di fare è di cercare di contestualizzare la pietanza in qualche modo. Dare un’idea anche vaga dell’ambiente, far capire se si tratta di un ristorante di lusso oppure di una bettola di periferia, o ancora di un mercatino all’aperto, aiuterà l’osservatore ad avere una percezione migliore di quanto sta guardando. Sicuramente col cibo è ancora più difficile riuscire a dare una percezione anche solo parziale (pensate a ciò che non è trasmissibile fotograficamente, l’odore soprattutto), ma cercare anche solo la giusta tonalità di colore, calda magari con pietanze di carne, leggermente più fredda o neutra per gelati o prodotti freschi come verdure o insalate, potrà aiutare non poco chi osserva l’immagine a farsi un’idea.
E magari contribuirà a fargli venire l’acquolina in bocca…

Gianfranco Irlanda

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