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Ercolano

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Un’amica ha da poco postato sulla sua bacheca di facebook una bella riflessione sul colore di novembre, per lei è un mese giallo scuro, e a giudicare dalla luce che entra nella mia stanza mentre sto scrivendo questo articolo, un fascio solare diretto e di un bel colore oro antico, non saprei davvero come definirla altrimenti. Peccato che la luce di quel colore duri davvero poco, e in effetti ora, dopo queste poche righe, è già praticamente svanita.

Questa riflessione mi fa tornare in mente i compiti delle medie di educazione artistica, in cui avremmo dovuto rappresentare le stagioni. Avevo all’epoca già una discreta passione per il disegno e l’arte in genere e, complice una buona mano, in quella materia andavo piuttosto bene. Quando mi trovai a dover rappresentare visivamente l’autunno non trovai di meglio che andare per stereotipi – di solito funzionano, e la scuola pubblica dei primissimi anni ’80 non faceva certo eccezione. Mi ingegnai così a raffigurare un bel vialetto alberato, con alcuni platani che erano ancora un po’ coperti dalle loro foglie ormai color ocra e in più una foglia, appena staccatasi, che volteggiava in primo piano. Certo i platani in questione mi erano familiari, ma solo perché nella strada dove abitava mia nonna si susseguivano in buon numero (non sapevo nemmeno che si chiamassero platani, all’epoca, pensavo fossero aceri visto che la loro foglia mi faceva venire in mente la bandiera del Canada…); la rappresentazione che avevo dato dell’autunno era però decisamente idealizzata e pensata espressamente per fare bella figura. Di certo non mi aspettavo che il giorno che presentammo i disegni in classe mi sarebbe rimasto impresso in modo indelebile.

Accadde dunque questo: uno dei miei compagni di classe, decisamente meno versato nel disegno di me, presentò una sua visione dell’autunno particolarmente fuori dagli schemi. Ovvero, il disegno che consegnò raffigurava una strada, con brutti edifici, quasi dei casermoni, alcune automobili e dei passanti, non particolarmente ben fatto ma nemmeno orribile; solo che era decisamente tutto virato al grigio, e molto triste, con gli scarichi delle auto che cacciavano fumo e le figure umane decisamente secondarie. La professoressa, arrivato il turno del mio compagno lo trattò un po’ male, in effetti lo fece, per usare un eufemismo, una vera schifezza, lasciando intendere che quello che ci si aspettava da lui fosse qualcosa di molto simile a quello che avevo fatto io (presi un ottimo voto, ovviamente). Sul momento ero contento di essere andato bene, ma la cosa mi colpì. Anzi, per essere precisi mi turbò profondamente, e infatti lo ricordo ancora con incredibile chiarezza, a più di trent’anni di distanza, anche – e soprattutto – per il fatto di non aver saputo esprimere quello che avevo provato in quegli istanti. Avrei voluto esprimere con forza il mio disappunto alla professoressa. Sul momento avrei reagito perché avevo la sensazione che si stesse comportando in maniera che potrei ora definire “classista”, visto che il compagno di classe veniva da una famiglia sicuramente meno abbiente della mia, e probabilmente non aveva dei genitori che lo portavano a vedere il museo di Capodimonte, o lo studio di qualche amico pittore; ancora maggiore però fu lo sconforto che mi prese in quel momento, per un altro motivo, e cioè perché vedevo, o forse capivo per la prima volta, la ristrettezza di vedute con cui quelli che erano pagati per istruirci ed educarci giudicavano il nostro operato.

Se avessi avuto il coraggio di parlare, cosa che all’epoca mi faceva difetto – riuscivo a fare scena muta alle interrogazioni anche se ero preparato, figuriamoci per mettere a posto una professoressa – avrei voluto far notare come quella scena disegnata, che era stata giudicata tanto male, era la visione che quel ragazzo aveva di una Ercolano in autunno, con la luce che non è sempre giallo scuro, ma molto spesso è grigia, fredda e pervasa di umidità, con piogge frequenti che dilavano le strade portando detriti e sporcizia che si accumulano agli incroci, e le foglie ocra dei platani sono presto schiacciate e polverizzate dalle tante auto che circolano.

Sono ragionamenti che ho fatto a posteriori, complici anche gli studi di antropologia culturale e psicologia sociale ai tempi dell’università che mi ci hanno fatto ripensare anni dopo. All’epoca mi sentii solo male per il mio compagno di classe (non ricordo nemmeno più il suo nome, come di quasi tutti gli altri), e fu uno dei motivi che mi spinsero a lasciare la scuola.
Ma questa è un’altra storia.

Gianfranco Irlanda

 

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Qualche anno addietro viaggiavo molto spesso in aereo e, trovandomi di solito con largo anticipo in aeroporto, avevo molte ore di attesa da riempire, quindi finivo inevitabilmente per acquistare un libro. A volte romanzi, altre volte saggi; in uno di questi ultimi casi mi ritrovai ad appassionarmi di un libro molto affascinante, Civiltà sepolte di C. W. Ceram, un bel saggio un po’ romanzato sulla storia dell’archeologia. Il primo capitolo, che si intitola “Preludio su suolo classico”, tratta proprio della nascita dell’archeologia moderna, e non vi nascondo che non sono riuscito a trattenere le lacrime nel momento in cui, leggendo, mi resi conto di quanto quelle origini fossero vicine a me. Nel 1738, partendo dai primi ritrovamenti fatti dal generale d’Elbœuf, ai piedi del Vesuvio la corte dei Borbone, soprattutto sotto la spinta di Maria Amalia Cristina di Sassonia, ritrova una serie di resti, statue, un teatro. E dove c’era un teatro doveva esserci stata una città. Infatti, nel teatro viene ritrovata un’iscrizione che riportava il nome della città: Ercolano.

E’ notizia di questi giorni la mancata scelta della città di Ercolano come Capitale della Cultura 2016, le è stata preferita la lombarda Mantova. Per qualcuno è stata una delusione, sicuramente la scelta rispecchia molto un certo tipo di orientamento politico ed economico, ma personalmente trovo che si tratta di una visione oggettiva e sostanzialmente ragionata rispetto ad uno stato delle cose che non si può certo nascondere dietro proclami o buone intenzioni.

Vediamo un po’ le cose come stanno nella realtà.
Ercolano è una città di più di cinquantamila abitanti distribuiti in maniera diseguale su diciannove chilometri quadrati – un sesto della superficie di Napoli con meno di un quindicesimo della popolazione. Si estende dal golfo di Napoli fino alla sommità del Vesuvio, in una forma grosso modo triangolare. A Ercolano non c’è una libreria. In una delle piazze principali campeggiano due negozi di telefonia circondati da qualche sparuto negozio di abbigliamento. Sopravvivono molti bar, ma non ce ne sono di accoglienti per i turisti che si ostinano a venire a visitare gli scavi. E’ stato aperto da poco un “caffè letterario” che di letterario ha ben poco, ma ha molto dell’aperitivo con
spritz. Per lo shopping sono molto più gettonate le confinanti Portici e Torre del Greco, quindi anche il piccolo commercio langue, rimane giusto la memoria del mercato degli stracci (ai più conosciuto come Resina, ma che sarebbe la zona mercatale di Pugliano).
Esiste a Ercolano una guardia medica in una delle posizioni più scomode e irraggiungibili che si possano immaginare, in un vicoletto lato mare che praticamente rende inutile la sua presenza a buona parte della popolazione. Da anni si susseguono senza soluzione di continuità delle giunte di centrosinistra che hanno avuto il merito fondamentale di cambiare il nome storico di una strada antica, via 4 Orologi, affibbiandogli quello dello zio del presidente del consiglio comunale. Uno degli ex sindaci è stato responsabile di uno scempio colossale ai danni del territorio del Vesuvio tentando di costruire una nuova funicolare, con delle enormi e visibilissime colate di cemento, sbagliando però i calcoli (e meno male…) perché la stava costruendo nel territorio del comune di Torre del Greco; altri scempi memorabili sono la caserma dei carabinieri, i cui lavori sono stati interrotti da decenni perché abusiva, e il tentativo di ricostruire (o inventare?) il molo borbonico sul litorale della Favorita.

Questo è giusto quello che salta agli occhi e riecheggia nella memoria.

Io a Ercolano ci sono cresciuto. Non ci sono nato, ma dall’età di tre mesi fino ai diciott’anni ho trascorso la mia esistenza qui, e continuo ad abitarvi, a volte dico a dormirci, visto che la mia “vita” la vivo altrove. A Ercolano ho avuto una serie di fortune, però. Ho passato l’infanzia all’ombra di una villa dei primi del ‘900 dallo stile eclettico e sovrastata da una torre merlata che la faceva apparire come un castello medievale. Quell’edificio, Villa Maiuri, ospitava almeno fino al 1980 una scuola di archeologia per stranieri, e infatti ricordo questo via vai di giovani nordici un po’ hippy. Qui a Ercolano a fine ‘800 c’è stata una fioritura del Verismo, con la Scuola di Resina, che ha visto la presenza di pittori come Giuseppe De Nittis, Marco De Gregorio e Nicola Palizzi.
All’angolo della strada dove sono cresciuto si erge una delle più belle ville del ‘700 della zona,
Villa Campolieto. La strada dove si affaccia, quel tratto della Regia strada delle Calabrie che dalla Reggia di Portici scende a sud verso Torre del Greco, prende il nome di Miglio d’oro, proprio perché era la zona più bella e prestigiosa di tutto il Regno delle Due Sicilie, costellata da una serie di residenze nobiliari sfarzose e spettacolari. A Villa Campolieto, all’epoca appena restaurata, nei primi anni ’80 ebbi la fortuna di partecipare all’inaugurazione della mostra Terrae Motus, voluta da Lucio Amelio e comprendente opere di personaggi come Robert Mapplethorpe e Andy Warhol; quest’ultimo ricordo di averlo visto passeggiare per l’atrio della villa, sono cose che rimangono impresse… Sempre nello stesso luogo negli anni ’80 passavano personaggi come Rudolf Nureyev e Severino Gazzelloni, nel Festival delle Ville Vesuviane che attirava spettatori anche dal Giappone e dagli Stati Uniti, ma che faticava a entrare nel cuore della gente del luogo. A Villa Campolieto erano conservate alcune carrozze che erano state usate in Via col vento, peccato che un ex custode abbia avuto la bella idea di dare loro fuoco per vendetta… Più di recente ho avuto il piacere di trovarci Alejandro Jodorowski… mi fermo qui perché potrei continuare con questo elenco a lungo.

Ercolano vive di rendita – non sapendo forse nemmeno che farsene di questa rendita – di una serie di lasciti meravigliosi dati dalla natura e dalla Storia. Tra scavi, Parco Nazionale del Vesuvio e le settecentesche Ville Vesuviane, ce n’è abbastanza per campare davvero di rendita per secoli. Ma tutto questo bastava per far sì che la città fosse scelta come capitale della cultura?
A Ercolano ci sono gli scavi archeologici forse più interessanti di tutta Italia, ma attorno c’è un vuoto. Un vuoto culturale, istituzionale, un vuoto, mi duole dirlo, umano. Se c’è chi si lamenta dell’incapacità di Napoli di far fruttare davvero le risorse turistiche, dovrebbe gioire rispetto a quello che accade qui. Non parlo solo dei politici locali, tra l’altro sempre asserviti a dei giochi di potere locali senza via di uscita, ma la popolazione stessa a volte mi spaventa per l’ignoranza e l’inconsistenza. Si voleva far fruttare un patrimonio immenso, ma sarebbe stato come voler costruire un edificio senza prima aver scavato le fondamenta.
Non sono mai stato a Mantova, ma dopo aver visto un servizio televisivo parecchi anni fa m’è rimasta una gran voglia di andarci. Non so se da forestiero, guardando un servizio su Ercolano, avrei la stessa voglia di venirci, a giudicare dal ruolo che svolge la mia città nella cronaca e nelle notizie di attualità. Io ho un po’ rinunciato negli anni a cercare di fare qualcosa per questo mio territorio fortunato e disgraziato al contempo, quello che posso fare è accompagnare a visitare gli scavi e il Vesuvio agli amici che me lo chiedono, e sono tanti. Ma non riesco mai a trovare un luogo decente dove far loro mangiare qualcosa, e a volte nemmeno a fargli prendere un caffè.

Probabilmente Ercolano avrebbe avuto delle chance in più se, invece di essere candidata come Capitale della Cultura, fosse stata in lizza come luogo emblematico dell’Italia attuale.

Gianfranco Irlanda

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Vesuvio e Città Metropolitana di Napoli dal valico di Chiunzi © Gianfranco Irlanda

Nel brano degli Stadio Chiedi chi erano i Beatles a un certo punto c’è una frase emblematica, “di notte sogno città che non hanno mai fine”… non so se fosse un desiderio o il paventare una sensazione da incubo, ma andiamo con ordine…

Quando nel 1998 partecipai come fotografo a un progetto che faceva capo alla facoltà di architettura e che si intitolava “Ai confini della città: il recupero delle aree dismesse a est e ovest di Napoli”, mi trovai a dover decidere quasi arbitrariamente dove questi “confini” fossero collocati. Se da un lato il compito era semplice, visto che a ovest Napoli si trova a lambire il mare con la spiaggia di Coroglio e l’area industriale era costituita principalmente dall’imponente e ben nota Italsider, dall’altro lato la questione era molto più complessa.

Essendo cresciuto a Ercolano, la questione del confine di un comune rispetto a un altro per me è sempre stata una questione di attribuzione di strade, angoli, marciapiedi, numeri civici, riconoscere certi segnali, individuare delle invisibili linee tracciate arbitrariamente, ad esempio per dire se si era a San Giovanni a Teduccio, quindi a Napoli, oppure a Portici o a San Giorgio a Cremano nel momento in cui si cammina nella zona di Croce del Lagno (per chi non lo sapesse, è dove si trova il Museo Ferroviario di Pietrarsa). L’abitato che si snoda ai piedi del Vesuvio, circondandolo e stringendo il vulcano come una morsa, è a tutti gli effetti un tutt’uno, e poco si comprende delle differenze tra i vari comuni che si susseguono. Comuni, potrei dire città, ma ora come ora fa tutto parte della Città Metropolitana di Napoli, quindi ragionare sulla Città di Ercolano piuttosto che su quella di Torre del Greco diventa più una questione identitaria che altro. In effetti le differenze ci sono, spesso sono profonde, ma sono anche impalpabili e spesso incomprensibili a un casuale osservatore.

Questo capita con tante altre grandi metropoli, certo, ma solo nel napoletano abbiamo una conurbazione che sfugge alle regole e fa diventare metropoli anche altri centri urbani, in una sorta di moltiplicazione frattale in cui tutto diventa centro e tutto contemporaneamente periferia di qualcos’altro… Se ci pensiamo, in effetti forse solo a Napoli (ma una sensazione del genere, molto ma molto più lieve, l’ho avuta anche a Istanbul) abbiamo pezzi di periferia, a livello sociale ed economico, che si ritrovano ghettizzati alle spalle di pezzi del centro storico, così come possiamo trovare delle situazioni di centralità localizzata in sprazzi lontanissimi da un qualsivoglia centro definito dell’area metropolitana. Quando mi trovavo a Milano anni fa, avevo una sensazione estremamente chiara e definita di dove cominciasse, o dove finisse, a seconda di come vogliamo vederla, l’area del centro, e dove arrivasse la periferia prima che iniziasse qualcosa d’altro.
A Napoli tutto questo non succede, e lo vediamo bene se ci affacciamo dal piazzale di San Martino: anche se ci allontaniamo per decine di km dal centro storico non riusciamo mai davvero ad avere la sensazione di un limes ben definito. Troviamo quasi subito una “periferia”, se così la si può definire, ma è in realtà una fascia di rimescolamento tra un comune e quello confinante, e spesso ci si ritrova al centro di un’altra città senza che questo abbia dissipato la sensazione di essere in una periferia, in una sorta di suburbia urbanissima, dove gli edifici istituzionali, il palazzo comunale ad esempio, hanno l’aria di essere stati presi a caso tra tanti altri edifici ugualmente anonimi e dimessi. Allo stesso modo, come ritroviamo pezzi di periferia nel centro cittadino – o nei centri cittadini, se vogliamo, in questa sorta di costellazione di realtà urbane interconnesse – riusciamo a trovare pezzi di campagna un po’ ovunque, piuttosto che ritrovarla integra e continua da un certo punto in poi, e aree non ben definite ma ugualmente trascurate. C’è, forse, una sorta di democraticità nel modo in cui le zone dell’area metropolitana partenopea sono trascurate e malmesse, e anche laddove ci fosse un po’ di cura in più sarebbe, ed è, una eccezione. Per trovare una situazione di “normalità”, o quasi, bisogna giungere alle montagne, solo lì l’urbanizzazione si arresta e ricominciamo a percepire delle aree differenti, a capire dove finisce, o dove comincia, una città.

Da sociologo sono sempre stato abbastanza convinto che l’ambiente ha un’influenza notevole sugli individui e sui gruppi, e il fatto che non siamo tutti completamente abbrutiti nonostante ci ritroviamo in una situazione così caotica anche a livello urbanistico mi lascia a volte stupefatto. Sicuramente siamo molto stressati, e ancora di più viviamo una inefficienza di fondo che rende difficile mantenere degli standard elevati in tantissime cose (penso solo a quanto possa essere efficiente qualcuno sul lavoro se ci mette un’ora e mezza a fare un tratto di strada che in condizioni ideali richiede al massimo venti minuti). Lo notavo anche rispetto ai milanesi, ci potrà essere una maggiore pressione sul lavoro (ma da quello che ne so è proprio il contrario…), magari ci sono distanze da coprire elevate per un pendolare (ma i mezzi si trovano agli orari previsti…) e anche lì la tangenziale si blocca nelle ore di punta (ma almeno quella non si paga…), ma non credo di aver mai visto un milanese stressato da Milano come città. Noi forse subiamo, a volte anche senza rendercene conto, l’assurda conformazione di un territorio evolutosi praticamente senza pianificazione, composto da una miriade di amministrazioni diverse ognuna andata per la propria strada per decenni. Non so quanto potrà migliorare le cose l’istituzione della città metropolitana, ma spero che si prenda coscienza una volta e per tutte che se non si migliora radicalmente l’ambiente in cui viviamo non si potranno mai migliorare le persone; né si può pretendere che i singoli, lasciati soli a combattere contro inefficienze sedimentate, possano fare qualcosa.

Gianfranco Irlanda

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