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Foja (Foto dalla pagina Facebook dei Foja)

Sul Corriere del Mezzogiorno, un paio di giorni fa, è stato pubblicato un articolo il cui titolo era ” Rock band e cantautori a Napoli, gli eterni emergenti“. Un’immagine con tre volti noti della musica partenopea accompagnava la didascalia. Visi tanto conosciuti, da non poter più essere considerati emergenti.
Questa dicotomia ha attirato la mia attenzione. E’ vero che molto spesso le aperture sono smentite dalle parole dell’articolo, ma qui, è bastata un’immagine per capovolgere il senso della realtà!
Il pezzo del Corriere cerca di fare il punto della situazione sullo stato della musica partenopea tra artisti di ieri e di oggi.
Un tempo c’erano i 99 posse, 24 grana, Almamegretta.
Oggi? Un “non emerso musicale napoletano”.

Nessun approccio critico e reale circa il diverso periodo storico nel quale ci troviamo, nessuna constatazione su come sono cambiate le cose in merito al modo di fare e di investire rispetto alla musica.
Nulla. I talenti sono etichettati come emergenti. Vivono nel “sottobosco musicale“.
Forse c’è da dire qualcosa in più.

Tra il dire e il fare c’è di mezzo un mare di musica partenopea che non può essere ridotta a mero esercizio di stile che vive nel proprio regionalismo.
Così come non si può parlare di “Industria musicale assente” giacché la citata Full Heads ha prodotto in quattro anni più di quaranta dischi.
Questo, solo per far capire, che non manca la volontà di investire nella musica. E c’è ancora chi ci crede nella potenza di una buona offerta musicale.
Offerta musicale seguita, inseguita e cercata da un pubblico che sembra essere molto esigente, quindi, proprio per questo, affezionato. Prove di ciò sono tangibili.
E’ recente la notizia che i Foja, sono al primo e al secondo posto nella classifica di Spotify , “the sounds of naples” , la quale raccoglie tutti i brani più ascoltati sulla piattaforma digitale a Napoli e dintorni!
Uscire a livello nazionale non è semplice ma non si possono etichettare gruppi come i Foja, Gnut, Jovine, Collettivo, Epo, Giovanni Block e tutti gli altri citati dal Corriere, come, “animatori del bosco ceduo partenopeo“.
Per smentire ciò bastano un paio di esempi.
I Foja hanno “oltrepassato il Vesuvio” con un tour che li ha visti in giro per l’Italia per più di un anno. Arrivando a suonare anche a Milano o Torino, facendo numeri di pubblico interessanti, con serate a pagamento. La loro partecipazione al David di Donatello è un altro grande attestato di qualità e riconoscimento non solo a livello locale.
La scommessa è stata ampiamente vinta anche dagli “Indubstry” che suonano al Rototom Sunsplash, il festival raeggae piu importante d’Europa.
Gnut, non è da meno ed anche nell’articolo del Corriere, si fa notare che al Nord Italia gode di buona fama. In più, per completezza di analisi, l’elenco delle band napoletano che è stilato è lungo ma non esaustivo. Non si citano i Valderrama o i Fitness Forever.
Le analisi sono interessanti se riescono a comprendere la particolarità di un fenomeno inquadrandolo nella situazione in cui ci si trova. Ci si sta mettendo in gioco. Con tutte le difficoltà che si possono incontrare. Se almeno di uno dei gruppi citati dal Corriere, si conosce a memoria il motivo di una canzone, allora forse, il sottobosco musicale inizia ad essere popolato, frequentato ed apprezzato.
L’autunno musicale, a Napoli, è stato pienissimo. Settembre riserva ancora delle belle sorprese.

Chiara Arcone

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