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eduardo de filippo

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La mia educazione sentimentale

Ho 35 anni, ho fatto in tempo ad avere Lui come idolo, i caroselli con via Caracciolo tutta azzurra e 127 scoperchiate, le lacrime del San Paolo, io sul tetto di un’Alfa Sud con i miei fratelli e gli scudetti dipinti sulle guance. Poi? Poi dopo la DEPRESSIONE per Lui, è iniziato il Napoli dei Blanc, dei Thern, dei Careca a svernare, dei Dumbo Buso: non eravamo più l’armata invincibile. Senza che ce ne accorgessimo ci ritrovammo, in ordine sparso, con Freddy Rincon e ogni estate Ferlaino a cercare fidejussioni per iscrivere la squadra al campionato. Le tre firme con tre squadre diverse di Vlaovic, i prestiti-bidone da Parma e Inter. Poi Colonnese e Milanese ai nerazzurri, Crippa e Zola al Parma, Ciro Ferrara alla Juve. Il gruppo Setten, i Moxedano, l’orrenda maglia Record Cucine. Si finì con l’ultimo scugnizzo: Fabio Cannavaro al Parma e, pochi anni dopo, l’abbraccio tra Fabio e Pino Taglialatela mentre venivamo condannati alla B con i sediolini del San Paolo in fiamme. 

Lascerò stare gli anni di Ulivieri e di Colomba, di De Canio e Franco Scoglio, intervallati dall’illusione Novellino/Shwoch, le lacrime di Stellone dopo il gol alla Juve e Saber che sembrava Cafu. Corbelli e quel povero cristo di Totò Naldi, l’unico che abbia messo soldi di casca propria nella società. Inutilmente. Le illusioni finirono presto. Fallimento. Mentre quei quattro pecoroni tra ultras e giornalisti si appecoronavano al signor Gaucci sotto la sigla “Orgoglio Partenopeo”, la mossa definitiva per lo scacco matto di Luciano Moggi che voleva utilizzare il Napoli come succursale di qualche altro intrallazzo. Arrivò la procura di Napoli, Aurelio e – guarda caso – l’anno successivo, da quella storia napoletana, nacque Calciopoli. 

Io senza fatica ricordo le domeniche a guardare Montezine e Dionigi, Sogliano e Pasino, Perovic e Zanini. Quante ne sono state di domeniche così, con la poca voglia di andare allo stadio e guardare la tv con mortificazione. In serie A un anno si simpatizzava per il Parma, un altro per la Roma di Capello, un altro per la Lazio di Mancini. Non era roba nostra, guardavamo gli altri giocare a pallone, quello serio, noi alla finestra con l’impossibilità di essere presenti. Solo spettatori delle gioie degli altri.

Non sto qui a fare la retorica del “Non c’erano i palloni”, non mi è mai piaciuta. Ma è in forza di quelle domeniche di merda, anni e anni di umiliazioni, che io non posso non essere grato al presidente De Laurentiis. Magari posso capire che chi è stato tifoso prima di me e ha visto Sivori, Clerici, Savoldi o Krol possa avere altri pensieri. Io non ho visto a Zurlini e nemmeno a Panzanato. Ho visto solo Diego, Careca e Alemao. Poi il nulla, anzi, lo schifo. E io non mi posso permettere di schifare una stagione dove si è stati vicinissimi a realizzare il sogno, al di là delle motivazioni che ce lo hanno impedito. Non mi posso permettere di schifare l’Intertoto, l’approdo all’Europa League, la corsa di Christian Maggio a Manchester che la dà a Cavani e noi segniamo all’Etihad e ci portiamo pure a casa il punto all’esordio in Champions. Non mi posso permettere di schifare a Contini che la dà di testa a Giovinco a Torino e poi facciamo il miracolo con Marek e Jesus Datolo. 

Di De Laurentiis mi piace quasi nulla, è antipatico e sembra faccia di tutto per farsi schifare. Però perdonatemi se schifo di più a voi tifosi che pretendete dal calcio come se fosse il governo che non abbassa le tasse e non dà lavoro. Schifo a voi che vi arrogate il diritto a parlare per nome di una piazza variegata e ogni estate affiggete in città quei manifesti del caxxo. E non ne beccate una! Puntualmente smentiti dal Napoli che compie una grande stagione. Come quando arrivò Sarri e dicevate “Ma che amma fa cu chist ca se penz e sta all’Empoli?” o ancora quando vi stracciavate i capelli per il sonante pacco rifilato alla Juve per 90 milioni. Schifo più a voi, non me ne vogliate. Perché negate la realtà. Schifo a voi che allo stadio cantate “Noi vogliamo vincere” come se fosse dovuto, come se fosse “Vulimme ‘o posto”, “E criature hanna magnà”. Mi istigate a rispondergli come avrebbe fatto Eduardo in uno di quegli aneddoti tramandati a voce quando quell’attore gli dice: “Maestro, pure io aggia campà”. E gelido Eduardo con il suo: “E pecché?”.  

E se non potete comprendermi sulla forza dei fatti, comprendetemi per la mia situazione sentimentale con il Calcio Napoli: dopo tante sofferenze, io ho vissuto solo gioie. E le sofferenze di oggi sono emozioni, non mortificazioni. Mi sentivo mortificato quando dovevo cantare un coro al Pampa Sosa (Che Dio l’abbia in gloria), non adesso perché non ho vinto ‘o scudetto. 

Ecco perché difenderò sempre il Presidente, anche quando sbaglia come ora che, quasi alla Renzi, acclama un nuovo referendum su di sé buttando un poco di merda in faccia a Sarri. Peccati veniali rispetto a tutto lo schifo che ho subito. Me lo tengo stretto. E ora chiamatemi perdente. Preferisco essere un “perdente di successo” che un perdente con le pezze al culo ad elemosinare calciatori a Parma, Inter e Juve. E se mi rispondete che tra i due estremi c’è la via di mezzo, vi rispondo che la “via di mezzo” non è nella mia, nella nostra, nella vostra disponibilità. Quando arriva lo sceicco ne parliamo. Non lo decido io, non lo decidete voi, non lo decidiamo noi. Fino a prova contraria il Napoli è una società privata, non è un partito, non è un governo contro cui si possa protestare. 

Con tanto affetto, da queste mie emozioni, vi dedico il mio enorme Vaffanculo! Io amo questa maglia, ora più che mai! E ringrazio Aurelio di avermi dato nuovamente la carta d’identità e cittadinanza nel calcio che conta. Se a voi tutto questo vi fa schifo non avete sofferto “la fame”. Io si. E me la ricordo come fosse oggi. 

Valentino Di Giacomo  

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L'incubo del terrorismo

«Per tutta la durata della guerra che si prevede lunghissima la vita cittadina si svolgerà su di un piano normale. I pubblici ritrovi, i teatri, cinema, ristoranti, locali notturni, sale da ballo ecc. svolgeranno i loro programmi normalmente e rispetteranno gli orari di apertura e chiusura come in tempo di pace». Parole tratte dalla scena principale di una commedia di Eduardo, «La paura numero uno», scritta dall’autore napoletano nel 1950.

Può sembrare una follia, ma probabilmente nessuno è riuscito a raccontare meglio del drammaturgo napoletano cosa sia accaduto in questi ultimi sedici anni da quelle sconvolgenti immagini degli aerei schiantati sul World Trade Center. In queste stesse ore, nel 2001, l’Occidente prendeva coscienza della minaccia del terrorismo islamico. Tutti noi temevamo per le nostre vite con il disvelarsi di una nuova era di terrore e paura. «La paura numero uno» si stava impossessando di noi. Avevamo la guerra in casa dopo 60 anni di pace relativa dalla conclusione della Seconda guerra mondiale. Una guerra – che gli analisti definiscono asimmetrica – in corso ancora oggi: Madrid, Parigi, Mosca, Bruxelles, Dacca, Melbourne, Istanbul, Tunisi. Tutti i continenti sono stati coinvolti e noi ci siamo ormai assuefatti alle immagini del terrore.

Siamo in guerra, ma tutto procede regolarmente e quasi dissimuliamo una relativa tranquillità, salvo rifugiarci nel fatalismo. Eppure restiamo sospettosi in ogni nostra azione quotidiana. Guardiamo circospetti i nostri vicini di posto sulla metro, ci informiamo su ogni minimo dettaglio quando dobbiamo scegliere la meta di un viaggio o di una vacanza, passeggiamo con il timore che l’irreparabile possa accadere anche a noi. La guerra ci può sorprendere in ogni istante, come è accaduto alla giovane Valeria Solesin mentre assisteva ad un concerto al Bataclan di Parigi. O come è successo a Carmen, Luca e Bruno mentre passeggiavano appena un mese fa sulla Rambla di Barcellona.

Quell’11 settembre ha cambiato per sempre la vita di tutti noi. Tra gli scampati dell’attentato in Spagna, alcune persone trovarono normale rinchiudersi nelle celle frigorifere dei ristoranti per sfuggire, dopo l’investimento, al pericolo che i terroristi potessero continuare la loro azione sparando sulla folla. Siamo così assuefatti al terrore che ci sembrano ormai normali anche queste reazioni. Viviamo nella morsa delle nostre mosse più istintive senza neppure rendercene conto. Come accadeva ai nostri nonni che correvano ai rifugi sotto i bombardamenti di tedeschi e americani. Scene mirabilmente raccontate da Eduardo in «Napoli Milionaria» nel 1945.

Cinque anni dopo da quella commedia, Eduardo prese a raccontare invece il dopoguerra. A raccontare paure che, senza accorgercene, viviamo ancora oggi. Con «La paura numero uno», il protagonista della commedia Matteo/Eduardo, vive nel terrore dello scoppio di una nuova guerra. Matteo Generoso trova sollievo soltanto quando un finto annuncio alla radio conferma che la guerra è scoppiata per davvero: un conflitto che coinvolge tutti i Paesi del mondo, ognuno contro l’altro. Trova paradossalmente sollievo perché riesce finalmente a liberarsi della paura di aver paura. Quella stessa paura della paura che spesso ci porta a fare i gesti più inconsulti e orribili, proprio come accade nel corso della commedia di Eduardo.

La paura di una guerra che c’è, ma non si vede, la si percepisce. Anche in quell’occasione Eduardo aveva previsto tutto. Noi viviamo così. Sono sedici anni che siamo in guerra, ma tutto sembra proseguire normalmente. Andiamo al teatro, al cinema, passeggiamo per strada anche se, dentro di noi, viviamo paure inconfessabili e di cui forse non siamo nemmeno consapevoli. Perché la guerra, proprio come per il Matteo Generoso di Eduardo, ci abita già dentro. 

Valentino Di Giacomo

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Il conflitto interiore

Vorrei tifare per la Nazionale italiana. Vorrei emozionarmi, vorrei avvertire quella sensazione di “vita o di morte” che avviene nelle manifestazioni internazionali. Vorrei rivivere qualche sensazione di quando di fianco a mio padre sul divano guardavamo le gesta di Baggio, di Totti o di Maldini. Non ci riesco più. Certo, il mio rapporto con la Nazionale italiana è stato scombussolato sin da bambino: il mio primo mondiale fu Italia ’90. Eh no, proprio non mi si poteva chiedere di tifare contro Diego e quindi fui subito albiceleste, tutta la vita. Epperò poi, già da Usa ’94, mi appassionai alla maglia azzurra. C’erano molti miti in quella squadra: Baggio su tutti, ma pure Baresi e Maldini. Mi venne ancor più semplice tifare per loro dopo l’agguato a Diego e la sua squalifica all’antidoping costruita a tavolino. E poi è bello vivere intensamente queste manifestazioni, lasciarsi trasportare da quelle sensazioni di euforia collettiva.

Ma perché oggi dovrei tifare per l’Italia? C’è un allenatore, Conte, che non mi piace. Oltre ad essere, è bene ricordarlo, un condannato. Sarà pure stato assolto dai tribunali ordinari, ma per i tribunali sportivi è un condannato in terzo grado di giudizio. E a me questa cosa è rimasta. Poi c’è la solita Ital-Juventus, gente che avrà vinto pure 5 campionati, ma vorrei sfidare qualcuno nel dire che abbia fatto un gioco divertente sia con la gestione Allegri che con quella di Conte. Non c’è epica in quella Juve, non c’è epica in questa nazionale. Non c’è un calciatore che faccia sognare, non c’è un talento che alimenti il mio bambino interiore. Neppure Insigne, che poi staremo a vedere per quanti minuti sarà impiegato.

Eppure come mi piacerebbe rivivere certe sensazioni. Ma ormai è tardi. E’ tardi ormai da qualche anno per uno come me che persino l’Italia del 2006 la visse con un certo distacco e senza sentirsi addosso la vittoria. Negli anni mio padre, anche ora, un po’ come il De Filippo di Casa Cupiello, mi chiede “Te piace ‘a Nazionale?”. E io gli rispondo sempre di no. “Nun me piace”. Non riesco a tifare per questa gente.

E c’entra persino poco tutto il revanscismo “neoborbonico”, nato con i migliori fini, poi trasformatosi surrettiziamente in manifesto demagistriisiano, anti-nazionale e spesso stucchevole. Tutto quello che c’era prima era meglio, tutto quello che è venuto dopo è usurpazione di una specie di stato totalitario. A volte si esagera. Eppure che ci posso fare? A prescindere da tutto, a mme ‘a nazionale nun me piace!

vDG

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Ma che colpa abbiamo noi?

Io napoletano, fiero di esserlo, ieri sera dovevo andare ad una festa nei pressi dei baretti a Chiaia. Nelle vicinanze del rinomatissimo negozio Marinella ci sono dei ragazzi che, spostando macchine e motorini a seconda delle esigenze, riescono a farti parcheggiare in meno di un minuto, anche se in divieto di sosta. Ho dato al ragazzo 5 euro. Non perché me le abbia chieste, ma perché ho ritenuto che se le sia meritate. Altre volte gli ho lasciato di meno e lui non ha mai avuto nulla da ridire. Volendo avrei potuto telefonargli qualche tempo prima e lui quel parcheggio me lo avrebbe persino conservato.

Io napoletano e fiero di esserlo ho commesso due atti contrari alla legalità: il posteggio abusivo e l’illecita dazione di danaro ad una persona che né era autorizzata a richiedere danaro per il suo servigio, né ha potuto darmi una fattura dell’avvenuto pagamento. Non è roba da galera, ma sempre di illegalità si tratta.

Io napoletano e fiero ora potrei raccontarvi la storia auto-assolutoria del “lo fanno tutti” o che le autorità preposte non sanno prevedere adeguate soluzioni urbanistiche per una città che conta oltre un milione di abitanti e che attrae tutte le persone provenienti dalla provincia circostante aumentando a dismisura il numero di presenze di auto e di richiesta di parcheggi in città. Per non commettere illegalità avrei dovuto girare per chissà quanto tempo alla ricerca di un parcheggio libero e che magari poteva trovarsi distante centinaia di metri dal posto dove dovevo recarmi. Oppure, per non commettere illegalità, avrei dovuto pagare ad un parcheggio privato una cifra assai superiore a quella che ho “offerto” al parcheggiatore abusivo.

Io quello che ho fatto ieri sera lo faccio spesso. Io, napoletano e fiero.

Di napoletani e fieri, Napoli, la nostra amata terra, chissà quanti ne conta. Eduardo per definire queste matasse di legalità e illegalità, di giustizia e ingiustizia, in una sua poesia scrisse che tutto si perde “Miezz ‘o ‘mbruoglio de ‘a ‘mbrugliata“. Sono il primo a riconoscere che Napoli, da quando è stata scritta quella poesia negli anni ’60, è cambiata e azzarderei pure migliorata sotto certi aspetti. Ma di imbrogli che si imbrogliano nell’imbrogliata ce ne stanno assai. Ancora.

Certo, ora sarebbe opportuno operare una distinzione tra regola e legge, tra legge e giustizia. Qui vi prego attenzione.

1) Non tutte le regole del vivere civile sono leggi.

2)Non tutte le leggi rispettano il vivere civile.

3)Una sentenza di un tribunale, per frutto di questi due assunti precedenti, può essere giusta, ma non rispondente a criteri di giustizia. 

Questa, certo, è una bella filosofia, ma non regge. A Napoli ci sono delle sacche di illegalità che non esistono da altre parti. E non è una questione di “genetica camorristica”, come fece intendere qualche tempo fa la sfortunatissima presidente della Commissione Antimafia che manco voglio nominare. E no, perché se io napoletano e fiero, mi fossi trovato in qualche altra parte del mondo, non avrei commesso quell’atto illegale. Come vedete, teneva ragione Eduardo: ci perdiamo “Miezz’ ‘o ‘mbruoglio de ‘a ‘mbrugliata”…

Io non sono un esperto di storia. Quello che ha scritto la nostra collega Nesis, “Tu che Ma il sud prima era più ricco del nord, ci hai abbuffato la uallera”, potrei confutarlo o meno senza gli adeguati strumenti conoscitivi. Dico solo che, a prescindere da quanto è successo nella storia, per certo non tutti i problemi di Napoli nascono dall’Unità d’Italia o da qualche legge bizantina approvata dai governi di Roma.

Io napoletano e fiero so che questo, quello di fottersene di certe regole, è l’unico modo per campare bene a Napoli. L’esempio del parcheggio è solo un aspetto dei tanti che riempiono la nostra vita nella nostra amata città. In quella legge del più forte e del più furbo che se non disdegno da un punto di vista di legge naturale, ma sicuramente repello dalla prospettiva del vivere civile. C’è un ancestrale istinto di sopravvivenza che si instilla in tanti abitanti di questa amata città.

Non per questo mi sento meno fiero di essere napoletano. Però qualche volta un po’ di scuorno uno se lo deve mettere. Sennò facciamo il popolo dei filosofi. Dove con le parole teniamo ragione tutti quanti.

Ah dimenticavo. Io ieri sera poi, approfittando del parcheggio sicuro e già pagato, mi sono spostato su via Caracciolo. Ho visto le luci del Castel dell’Ovo riflesse sul mare, qualche lampara, la scenografia uguale e diversa che mi riempie l’anima da sempre. Eppure, dentro, in fondo in fondo, di fronte a cotanta bellezza un poco di scuorno me lo sono messo. E questo amore nostro per questa città, sì che abbiamo il dovere di raccontarcelo. Ma la verità, quella vera, quella che non appartiene a nessuna legge, ma solo a qualche regola che spesso è insita nella nostra coscienza, non ammette reticenze. Va bene raccontarci “Comm’ è bell’ Napule“. Ma questa è bellezza regalata, che spesso non ci sappiamo guadagnare. E chi può saperlo se anche prima fosse così. Oggi lo è di certo. E ora massacratemi. Quelli della Napoli “legalitaria” che non ammette errori. E quelli della Napoli “Ma comm è bell’ Napule”. Continueremo ad imbrogliarci miezz’ ‘o ‘mbruoglio de ‘a ‘mbrugliata. Anche perché io continuerò anche altre volte ad agire così.

‘A MBRUGLIATA – EDUARDO DE FILIPPO
Pure tu te si’ ‘mbrugliato
mmiez”o ‘mbruoglio ‘e sti ‘mbrugliune,
cu ‘sta vita ‘mbriacata
cchiù ‘mbriaca d”e ‘mbriacune;
cu ‘o pensiero arravugliato
ca cchiù sta cchiù s’arravoglia,
e chi aspetta ca se sbroglia
‘ave voglia d’aspettà!…
Primma invece a tempo antico,
‘a matassa se sbrugliava,
pecché, tanno, ‘o cchiù scetato
te sapeva arravuglià.
Mo se scetano matina
tuttequante
e ‘o ‘mbruglione
sta sicuro,
nunn”o truove,
nun se vede: sta ‘mmiscato
mmiez”o ‘mbruoglio
d”a ‘mbrugliata.

Valentino Di Giacomo

@valdigiacomo

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Dialogo con l'inventore di un genere tv

25/11/2012, Milano, presentazione del movimento di opinione di Emilio Fede 'Vogliamo Vivere'.

«Oggi Berlusconi ha subito un’operazione chirurgica, ma gli ho mandato soltanto un messaggio. L’ultima volta che ci siamo sentiti al telefono era per il suo compleanno quando facemmo una lunghissima chiacchierata». 

Ho l’occasione di intervistare Emilio Fede, uno dei giornalisti più importanti e soprattutto discussi della storia italiana. E poi, diciamoci la verità, dici Fede e pensi a Berlusconi, pensi a Berlusconi e dici Fede. Un rapporto inscindibile quello dell’ex premier e dell’ex direttore del Tg4 nell’immaginario collettivo. E allora che domande potrei porgli per non far risultare questo dialogo scontato? Gli chiedo di Ruby, di processi o di alte morbosità che sono già apparse negli anni scorsi su rotocalchi e quotidiani?Tra l’altro non sono un appassionato di gossip, né di un giornalismo che vuole mettere spalle al muro l’intervistato con fare accusatorio. Ci sono colleghi poco stimati che, pensando così di dimostrare qualche capacità maggiore, si mettono a “sparare sulla croce rossa” del malcapitato avviluppato in qualche caso mediatico. In genere sono quelli che sanno essere molto forti con i deboli e molto deboli con i forti… E allora – nella convinzione di ritenermi un napoletano d’amore di Bellavistiana memoria, così come lo è il nostro soldatoinnamorato.it – ho deciso di fare il tutt’altro. Poi voi lettori giudicherete.

Il libro di Fede "Se tornassi ad Arcore"
Il libro di Fede “Se tornassi ad Arcore”

Emilio Fede oggi ha 84 anni. Di spirito ne dimostra 60 di meno. Tendono tutti a ricordare il suo ultimo ventennio insieme a Berlusconi quale giornalista “devoto al padrone“. Molti meno ricordano tutto ciò che quest’uomo ha dato al giornalismo italiano, annoverato a ragione da molti critici televisivi ed esperti, come inventore di un genere poi ricopiato o imitato, spesso male, da altri.

«Quando Enzo Biagi compì 80 anni – dice Fede oggi – si organizzò una grande festa in un teatro di Milano per rendergli onore. Lui – ricorda commosso – volle che solo cinque giornalisti salissero sul palco con lui: e fra questi c’ero io». Fede è in giro per l’Italia per presentare il suo ultimo libro: “Se tornassi ad Arcore”. Giovedì farà tappa anche a Napoli dove al Tennis Club di viale Dorn racconterà la sua storia.

Arcore pure nel titolo, ma allora direttore, la tua è una vera e propria fissa con Berlusconi? 

«In realtà – racconta Fede – di Berlusconi si parla pochissimo nel libro. Il titolo dovrebbe continuare: “Se tornassi ad Arcore sono ca… vostri!”. Vorrei solo spiegare che chi, con una lettera anonima, mi ha fatto estromettere da Mediaset ha commesso una ca…ta mostruosa. Ma ti rendi conto di cosa ho rappresentato io per il giornalismo italiano?».

Eh si, assunto da Enzo Biagi, inviato in Africa per la Rai per circa otto anni in oltre 40 Paesi…

«Sono stato il primo a conoscere Gheddafi, l’imperatore di Etiopia chiedeva che soltanto io l’intervistassi. Potrei raccontarne tante, sono stato tra i pochi a raccontare l’Africa nell’epoca della post-colonizzazione. Ho persino contratto una malattia nel Continente nero e sono dovuto ritornare».

Poi l’esperienza con Zavoli e la conduzione del Tg1. Sarai ricordato anche come il primo conduttore italiano di un Tg a colori. 

«Penso si possa ben dire, come molti mi riconoscono, che Emilio Fede è la storia del giornalismo italiano».

I momenti più emozionanti?

«Quando ho condotto il Tg1 erano momenti durissimi per l’Italia, ci fu la crisi della P2 ad esempio. Ho ancora conservata una lettera di Bernabei in cui mi ringraziava per il servizio reso al Paese perché le cose sarebbero potute precipitare in maniera diversa. Ma i momenti più emozionanti sono stati certamente il terremoto del Belice e la tragedia di Alfredino Rampi a Vermincino.  Per il racconto del terremoto, nonostante le immagini strazianti di distruzione che arrivavano, cercai in ogni modo di non mandare nel panico la popolazione. Ma ti rendi conto che responsabilità si aveva allora nel condurre un Tg?»

Per la no-stop di 18 ore da Vermicino dopo la caduta di Alfredino Rampi nel pozzo, 26 milioni di telespettatori incollati davanti alla tua edizione speciale…

«Appunto. E ricordo quando mi chiamò Maccanico, allora Segretario Generale al Quirinale, per dirmi che sul posto stava per arrivare Pertini. Pensavamo tutti – dice visibilmente commosso – di raccontare un fatto di vita, invece raccontammo un fatto di morte».

E poi Mediaset, oggi tutti ricordano l’Emilio Fede del Tg4.

«E sbagliano! Dimenticano il mio Studio Aperto, fui il primo a dare la notizia dello scoppio della Prima Guerra del Golfo». 

Beh anche il primo a rendere noto del rapimento in Iraq dei nostri due piloti, Bellini e Cocciolone…

«Con il Tg1 dall’altro lato che cercava di calunniarmi dicendo che la notizia non fosse vera…».

E oggi che giornalismo si fa?

«Beh credo che l’80% dei miei colleghi sia totalmente incapace. Del resto giornalisti si nasce, non lo si diventa. Però ci sono ottimi professionisti sia a Sky con giornaliste bravissime e bellissime, alla Rai c’è Bianca Berlinguer che è molto capace, a La 7 una fuoriclasse come Lilly Gruber, a Mediaset Mimun fa un ottimo telegiornale ed è molto bravo Capuozzo per gli approfondimenti».

E se dovesse dare un consiglio alle nuove leve? 

«Quello che dicevo io ai “miei ragazzi”: quando uscite portatevi un cestino!».

Cioè?

«Portatevi un cestino e metteteci dentro tutti gli aggettivi! La realtà non ha bisogno di aggettivi per essere spiegata, a quello ci pensano le immagini. Poi se c’è da trasmettere un’emozione ci sono le espressioni, il viso, la mimica, il sorriso, il sudore e, se capita, gli occhi lucidi. Ma avviene spontaneamente, non si può studiare a tavolino. Per questo si nasce giornalisti, non ci si diventa. Bisogna avere un fuoco dentro, una passione».

Direttore, però si parla di te sempre per Berlusconi…

«Viviamo in simbiosi anche processualmente. A lui danno 7 anni e a me altrettanti, lui viene assolto e a me annullano il processo. Comunque la mia vita, si, è stata per molto tempo legata a lui e io non rinnegherò mai il nostro rapporto, anche se ormai ci sentiamo e vediamo raramente».

Però non lavori più a Mediaset…

«La vivo come la più grande ingiustizia della mia vita. Ma chi mi ha fatto fuori la pagherà cara. Non possono dipingere me come un mostro dopo tutto quello che ho dato al giornalismo italiano e che sento ancora di poter dare».

A proposito di giornalisti italiani, ha seguito la vicenda di Mentana che abbiamo intervistato l’altro giorno? Ha fatto una gaffe con i napoletani dando del ‘Pulcinella’ ad un collega napoletano?

«Non lo so, va detto che spesso su internet si scatenano spesso polemiche assurde. Posso solo dire che io, avendo moglie napoletana (l’ex senatrice Diana de Feo n.d.r.) sono innamoratissimo di Napoli. Al punto che l’ultima parte del mio libro l’ho dedicata proprio a questa città che amo e mi emoziona incredibilmente. Anzi posso dirti una cosa?».

Prego

«Quello che guadagnerò con “Se tornassi ad Arcore”, con il mio libro, il ricavato lo donerò a qualche famiglia povera napoletana».  

Eh, mi sa che per raggiungerne un bel po’ questo libro deve vendere tanto, oppure ne devi scrivere qualcuno in più…

«E io per questo ho concluso il libro citando Eduardo: “Adda passà ‘a nuttata”».

Speriamo direttò, ma i tempi sono cambiati, per fortuna stiamo meno “inguaiati” rispetto al dopoguerra. E per te quando passerà la nottata?

«Quando tornerò a Mediaset…».

Valentino Di Giacomo

@valdigiacomo

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Quel 20 Maggio in Senato

Abbiamo dato ieri la pessima notizia della scomparsa di Luca De Filippo. Nel rendere conto della sua morte, ho voluto ieri aggiungere un mio ricordo personale del grande attore, ma non ho detto tutto. Ho dovuto aspettare ventiquattro ore per farmi scivolare addosso la notizia e recuperare dal cassetto dei ricordi con più precisione il mio incontro con lui.

Sono un innamorato perso delle commedie di Eduardo: credo che il Maestro, quasi da psicologo, sia riuscito a cogliere l’essenza della nostra città e soprattutto del nostro popolo. Per questo, collaborando a quel tempo con Ombretta Colli (allora senatrice e moglie di Giorgio Gaber), decidemmo nel 2011 di dedicare una giornata ad Eduardo nell’alveo delle celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia invitando il figlio Luca. Fu un mio personale gesto di amore nei confronti del Maestro, un modo per rendere omaggio alla sua arte che si era conclusa proprio a Palazzo Madama. Il Senato, in forma ufficiale, riparò solennemente soltanto qualche anno dopo in occasione dei trent’anni dalla scomparsa del drammaturgo partenopeo quando una celebrazione si tenne direttamente nell’Aula del Senato.

Telefonai con molto imbarazzo a Luca illustrandogli come avevo intenzione di predisporre l’evento: sarebbero intervenute una senatrice del Pd, la napoletana Teresa Armato e una del Pdl, la milanese Ombretta Colli che aveva recitato al Piccolo con Eduardo molti anni prima. C’era poi Titta Fiore de Il Mattino e intervennero grandi personaggi che avevano conosciuto o lavorato con il drammaturgo: Piera degli Esposti, Mariano Rigillo, Lina Wertmuller, Marisa Laurito. 

Dopo qualche giorno Luca confermò la sua adesione all’iniziativa, così poté partire il mio lungo e, assicuro faticoso, lavoro di organizzazione. Venne il giorno: era il 20 Maggio. Dopo qualche telefonata ebbi finalmente il piacere di incontrare personalmente Luca recandomi all’esterno del Senato per riceverlo. Scambiammo qualche parola e poi lui mi gelò: Ah, io non avevo capito di dover parlare o tenere un intervento. Se devo parlare vado via“. Fu per me una pugnalata alla schiena, disse quella frase con una freddezza e una rigidità che potrei definire “eduardiana”. Non potendo fare altrimenti gli assicurai che se non avesse voluto non avrebbe parlato. Ma ci restai tanto male perché, posso giurare, che avevo organizzato quell’evento solo per l’immenso amore che provavo per Eduardo e perché in Senato a quei tempi latitavano iniziative per ricordarlo degnamente.

Ci sediamo al banco della Sala Nassiriya del Senato e, per iniziare, lessi un passo in di “Napolide” su Eduardo di Erri De Luca di cui, quel giorno, cadeva anche il compleanno. Era un modo per sentire vicino in quella giornata anche Erri, che non poteva essere presente, persona e autore a cui volevo e voglio un mondo di bene. Si susseguono gli interventi di Titta Fiore e delle due senatrici. Luca allora mi fa accenno di essersi deciso a parlare. Un intervento straordinario in cui spiega il valore e l’attualità dei testi di Eduardo che ancora oggi riempiono i teatri. Si commuove per la madre Thea Prandi, racconta qualche aneddoto di vita. Ci commuoviamo tutti.

Sul finire del suo intervento mi lancia quasi una provocazione dicendo più o meno così: “Nei testi di Eduardo spesso quello che sembra non è. Ad esempio io sono venuto qui in Senato perché mi ha chiamato Valentino Di Giacomo, non sapevo chi fosse, per me poteva essere il re di Francia o il duca d’Orleans. Poi in Eduardo tutto si disvela e le cose ritornano a sembrare come sono“. In pratica, pur non dicendolo chiaramente, mi diceva di essere inadeguato. Non la presi come un’offesa, ma come un gesto irriconoscente certamente. Allora avevo 27 anni e, per fortuna, dimostravo e dimostro anche qualche anno in meno rispetto alla mia età. Luca magari si aspettava di trovare in Senato chissà chi e invece si era ritrovato questo ragazzo visibilmente emozionato e, perché no, inadeguato. O magari gli avevo fatto l’impressione di essere uno di quei ragazzini raccomandati che fanno un certo tipo di lavoro perché sono figli di papà.

Poi però Luca cominciò a parlare di quanto Eduardo potesse essere importante per i giovani, ma che invece i giovani non si propongono, non hanno voglia di avventurarsi. Mi diede così l’occasione per replicare. Ero deluso incredibilmente di quella sua frase precedente dopo tutto il lavoro svolto (tra l’altro gratuitamente) per ricordare il padre. E così dissi “Caro Luca, non sono d’accordo in questa generalizzazione sui giovani. Molto spesso è chi è più adulto che non mette in condizione i ragazzi di imparare. Se questa giornata si è potuta svolgere, ad esempio, è stato possibile anche grazie a chi magari non ha le adeguate esperienze, ma passione, amore e voglia di apprendere si“.

La conferenza finì. Luca mi guardò con un gesto di intesa, quasi di tenerezza. Poi, quando ci salutammo, tornò ad essere rigido, algido, scostante. Mi ringraziò freddamente. E io lì compresi cosa significa il “gelo del teatro” di cui spesso parlava Eduardo.

Oggi anche Luigi De Filippo, figlio di Peppino, sul Mattino, in un pessimo intervento autocelebrativo (e anche promozionale), parla della tipica antipatia dei De Filippo. Un’antipatia e un gelo che ho potuto provare di persona.

Ci ho messo tempo per assimilare quella giornata. Poi qualche tempo dopo ho compreso che per essere dei grandi non bisogna per forza essere simpatici o cordiali. Anche se quell’atteggiamento di Luca non mi ha fatto cambiare idea. Io avevo organizzato quella giornata per “amore”. Un amore che credevo condiviso e che per amore tutto sia superabile in virtù di un bene più grande: che in quel caso era celebrare Eduardo.

Qualche tempo dopo organizzai sempre in Senato un omaggio per Totò con la figlia Liliana de Curtis. Fu tutta un’altra storia. Come è vero che senza accorgercene ci portiamo dietro i pregi, i difetti e i talenti dei nostri padri… Ciao Luca, ora “O munno da ‘a verità” forse potrai leggere meglio nel mio cuore e comprendere l’amore mio per il tuo papà. E chissenefrega se non sempre si può sempre simpatici o cordiali. La tua grandezza di attore resterà per sempre. E questo mio ricordo, sono certo, non toglie nulla.

@valdigiacomo

P.S. UNA DELLE MIGLIORI DESCRIZIONI DI NAPOLI, UNO STRALCIO DEL PRIMO INTERVENTO IN SENATO DI EDUARDO:  In quel periodo, subito dopo la Liberazione, il popolo era pronto a farli i sacrifici; ci si sentiva come affratellati dalla speranza che valeva bene qualche privazione per essere pure noi artefici della nostra vita e di quella dei nostri figli. Ma ecco invece che cominciano ad arrivare gli aiuti e non in maniera morale, normale, accettabile e benefica, bensì in quantità esagerata che ha falsato tutto lo sviluppo delle nostre sacrosante aspirazioni. Insomma siamo entrati nella storia del dopoguerra come protagonisti non paganti, come entrano in teatro i portoghesi, che lo spettacolo se lo godono meno di tutti perché non hanno pagato il biglietto. Così noi, non avendo pagato, non abbiamo avuto la soddisfazione di chi si conquista il benessere col proprio lavoro sentendosi soddisfatto di avere collaborato con il Governo. Quale è stata la conseguenza? La spaccatura che si è prodotta tra il popolo e la classe dirigente. Mi sembra che in questa «Napoli milionaria» siano stati profeticamente indicati problemi importanti, da prendere in considerazione ancora oggi: il rapporto cittadino-Stato; la necessità di responsabilizzare l’individuo facendolo partecipare attivamente alla ricostruzione della società

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E’ morto Luca De Filippo. Aveva 67 anni. E’ morto a Roma, come Eduardo. Due settimane fa era stato ricoverato per una discopatia, ma nel corso delle visite si era scoperto fosse affetto da un male incurabile.

Luca De Filippo è stato recentemente in scena a Napoli, al Teatro Augusteo, portando in scena la commedia del padre “Non ti pago”.

IL MIO RICORDO Nel 2011 in Senato organizzai, nel corso delle celebrazioni per il 150° dell’Unità d’Italia, un convegno per ricordare Eduardo che visse i suoi ultimi anni da senatore a vita. Accettò non senza remore Luca di intervenire per celebrare quel cognome che probabilmente viveva come un macigno, pur onorandolo ogni giorno. Lo ricordo schivo, ligio all’educazione paterna: un ‘educazione eduardiana, fatta di rigidità e studio, lavoro e fatica. Era il 20 Maggio del 2011, di lì a pochi giorni (il 24) si sarebbero celebrati anche i 110 anni dalla nascita di Eduardo. Luca tenne una lectio magistralis in cui parlò con commozione anche della madre, Thea Prandi.

Quel giorno, nella Sala Nassiriya del Senato, intervennero grandi artisti che avevano conosciuto o lavorato con Eduardo: Lina Wertmuller, Mariano Rigillo, Marisa Laurito, Piera Degli Esposti. Tutti commossi dalle parole di Luca che seppe restituire l’immagine non solo artistica, ma anche umana di Eduardo. Fu un giorno emozionante in cui vi fu l’occasione di leggere e ascoltare gli interventi in Senato di Eduardo: soprattutto per la salvaguardia dell’Istituto per i minori Filangieri.

Di Luca bisogna ricordare l’impegno per tenere vivo il teatro di famiglia, il “San Ferdinando”. Tutti gesti fatti in silenzio, in solitaria, senza mai apparire troppo. Voleva essere giudicato soltanto per il suo lavoro, al quale dedicava ore e ore della sua vita, praticamente tutta. Ricordare Luca come “napoletano”, o “simbolo di Napoli”, come si fa spesso con la marcata e assurda retorica che accade dalle nostre parti sarebbe un gesto che non renderebbe onore al suo volere. Così come sarebbe stucchevole, visto il suo impegno in favore delle attività artistiche di Napoli attraverso il San Ferdinando, considerarlo un rinnegato. Come pure è avvenuto tante volte per gli artisti che hanno esalato il proprio ultimo respiro lontano dalle pendici del Vesuvio.

Ricordiamo Luca come un attore di teatro, capace, rigoroso, puntiglioso. Un uomo che per una vita ha dovuto confrontarsi con i “demoni” del padre, di un cognome, di un’educazione, di un’arte difficile. E ce l’ha fatta. Senza mai scendere a compromessi con certa “sottocultura” dell’informazione e popolare che vuole giudicare le persone solo in base alla fedeltà alla città. Con lui va via per sempre la segreta arte anche del padre. Oggi Napoli non perde un suo figlio, ma il teatro si.

Luca De Filippo esce di scena, a Roma, il sipario si chiude. Ma stavolta non ci sono applausi. E quest’anno “Natale in Casa Cupiello” avrà un altro sapore a riguardarlo.

Valentino Di Giacomo

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I motivi per cui celebrare D10s

“Siete ridicoli! Festeggiare il Natale per la nascita di Maradona! Voi non state bene! Come se Napoli si fosse fermata a Maradona”. Ebbene si, qualcuno stamattina anche questo mi ha scritto, dopo che su soldatoinnamorato buona parte dei nostri redattori si è cimentato nel scrivere un articolo che ricordasse Lui. Articoli che vi consiglio vivamente di leggere. Ma non è nuova questa posizione – un po’ nichilista a dir la verità – di alcuni napoletani nei confronti di Diego. Sul Napolista, dopo la vittoria in Coppa Italia contro la Roma alla quale Maradona era presente in tribuna, Massimiliano Gallo scrisse persino un articolo al vetriolo sulla Napoli che ricorda sempre i “belli tiempe ‘e na vota“. Del resto c’era Benitez in sella alla panchina azzurra, e la religione rafaelita  è monoteistica pure rispetto al Dio del Calcio… Ma lasciamo stare.

Ricordare Diego è prima di tutto un’esigenza dell’anima. E vabbè questa esigenza o la si avverte oppure no. Non si può condannare chi non la vive. Ma celebrare Diego è anche riaffermare la Napoli e la napoletanità più verace e bella. Sarebbe stupido annoverare la venuta di Maradona a Napoli soltanto come un capitolo meramente calcistico della nostra storia. Per paradossale che sia, ma molti sottovalutano questo aspetto, Diego è stato assai più importante per la città di Napoli che per la sua squadra.

Maradona ha riportato a Napoli un concetto fondamentale: l’orgoglio! L’orgoglio di essere poveri, brutti sporchi e cattivi, l’orgoglio del sud, la bellezza di essere in minoranza: insomma, l’orgoglio di essere napoletani. Un orgoglio che non scaturisce dalla vittoria dei tricolori o dalla Coppa Uefa, ma un orgoglio che esiste a prescindere proprio per le qualità che sottintendono al concetto di napoletanità.

Essere napoletani ed essere orgogliosi non era una cosa semplice negli anni ’80. Napoli scontava i primi prodromi di leghismo che, come bacilli, iniziavano già allora ad infestare il Paese. Napoli quel 5 Luglio dell’84 era ancora un cantiere aperto dopo il dramma del terremoto del 1980. Per il resto dell’Italia eravamo ladri, figli dell’assistenzialismo e sporchi terroni. Per non parlare del colera che un decennio prima fece la propria comparsa in città e scatenò verso Napoli un razzismo che oggi si può riscontrare solo verso i migranti o gli zingari. Un razzismo contro il quale, non senza qualche pudore, dovette scagliarsi contro persino Eduardo De Filippo che visse la cronaca di quei giorni come un dramma personale.

indietrotuttaMa invece dei piagnistei e del vittimismo, di cui oggi si abusa fin troppo, Napoli reagì. E reagì nell’unica maniera di cui è capace: la CULTURA. Quella che, come certi culi, va scritta con la C maiuscola. Troisi, Pino Daniele, Renzo Arbore, Luciano De Crescenzo, Claudio Mattone, Edoardo De Crescenzo ebbero il merito di far emergere un racconto di Napoli che vinse qualsiasi razzismo e ghettizzazione nei nostri confronti. Tra “Terra mia”, “Ricomincio da Tre”, “Indietro Tutta”, “Così parlò Bellavista”, “Scugnizzi” e “Ancora” si insediò Diego Armando Maradona. In un’Italia che non è mai stata più napoletana come lo fu nel decennio ’80. E Diego fu capo-popolo di quella che, oltre trent’anni dopo, possiamo definire un’autentica rivoluzione. Perché l’orgoglio e la napoletanità non sono mai andati a braccetto come allora. Forse l’unico precedente citabile è soltanto quello delle 4 Giornate di Napoli.

pinoNon è quindi assurdo o eccessivo ricordare Diego per chi è realmente innamorato non solo di Lui, ma della nostra città. Celebrare le gesta di Maradona significa invece riaffermare dei concetti che ancora oggi potrebbero tornare utili. E’ un guardare avanti, non guardare indietro. Anche quello di Sarri è un grande Napoli, manca però quel contesto culturale di trent’anni fa. A dire il vero, ringraziando il Padreterno, mancano pure i problemi e gli sfaceli di quegli anni. Oggi Napoli, come ha scritto più volte Erri De Luca, non appartiene più al Sud del mondo. Non siamo ancora diventati del tutto mitteleuropei, ma non siamo nemmeno nelle condizioni di instabilità sociale degli anni ’80. Certo, si spara in strada e “Gomorra” è la nuova frontiera culturale di questa città. Il cinismo, proprio come quello di chi non vuole far festeggiare la nascita di Maradona, si è impossessato di Napoli. Manca quella leggerezza e quell’ironia con la quale si possono dire le stesse cose che dicono i Saviano, i Garrone o i Sollima nei libri, nei film e nelle serie di Gomorra. Con meno analiticità, ma con più cuore, in fondo Troisi e Pino Daniele sapevano denunciare le stesse cose.

gomorraEcco, questa mancanza di leggerezza si avverte oggi anche allo Stadio. Un San Paolo che mai è stato così esigente e imborghesito come in questi anni. Perché la lezione di Diego non è stata quella del “Devi vincere” che si canta prima del fischio d’inizio di ogni partita, ma dell’essere orgogliosi. E l’orgoglio, come il coraggio manzoniano di Don Abbondio, se uno non ce l’ha non se lo può dare. Neppure con le vittorie. Quelle arrivano dopo. L’orgoglio pre-esiste a tutto. E questa è stata, ormai più di trent’anni, la lezione del D10s, la lezione di Diego Armando Maradona. “Siate orgogliosi di quello che siete, a prescindere di come siete e a prescindere da quello che ottenete”. In fondo gli scudetti sono stati un’appendice involontaria. Pensateci, oh voi che criticate!

Valentino Di Giacomo

 

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Il dialogo tra tifosi

Maurizio De Giovanni

Doveva essere un’intervista, invece poi è diventato un lungo dialogo tra due tifosi, due innamorati pazzi del Napoli. Lui non era più il celebre Maurizio De Giovanni, scrittore e creatore di personaggi meravigliosi come Lojacono e Ricciardi. Io non ero più il giornalista che voleva conoscere fatti, dettagli e retroscena della querelle tra lui e Il Mattino di cui avevo scritto – non concordando con le posizioni dello scrittore partenopeo – due giorni fa. Eravamo due persone che volevano chiarirsi, parlare.

Squilla il telefono, De Giovanni risponde: “Ah signor Di Giacomo, se preferisce chiamarmi sul fisso, le do il numero di casa, 081…“. Gli chiedo subito se fosse riferito a Il Mattino quel post su Facebook scritto nel corso di Napoli – Lazio: “Non perdonerò mai chi non ha lasciato che scrivessi tutto questo. Mai”. “Io ero a Taormina per il festival, in albergo ad urlare come un pazzo per i gol del Napoli – racconta –  sull’onda dell’entusiasmo ho scritto quel post. Mi sarebbe piaciuto scrivere sul Mattino di Sarri, della sua umiltà nel rivedere le proprie scelte passando dal 4-3-1-2 al 4-3-3. Ma guardi – mi confessa – io uso i social network in maniera disinvolta. Non mi sento depositario di nessuna verità universale, non mi rendo conto che certe mie frasi messe su Facebook possano avere risalto. Io non mi sento un personaggio noto, lo sono semmai i miei personaggi, Ricciardi e Lojacono“.

De Giovanni mi ribadisce il suo piacere nel poter condividere sul quotidiano più importante della città i propri sentimenti di tifoso. Io gli faccio notare che però un giornale ha codici e regole da rispettare e che forse quella sua frase finale in cui indicava Juliano e Ferlaino tifosi del Napoli, intendendo che probabilmente De Laurentiis non lo fosse, non poteva passare così facilmente. Soprattutto in un contesto in cui in città si respira un bruttissimo clima nei confronti del presidente del Napoli che viene costantemente minacciato. “Si, questo lo capisco – replica – però bisogna separare chi come me compie una critica da chi invece minaccia ed insulta, ad esempio, per l’incendio del suo yacht“. Concordiamo.

Ma è giustificato questo odio verso De Laurentiis? Gli chiedo. “Il tifoso deve fare il tifoso – mi risponde – deve sostenere la squadra fino al 90′, ma dal minuto successivo ha il diritto di criticare, certo, senza offendere. Io dico solo che De Laurentiis è un imprenditore che non rischia di suo, basti pensare che l’85% del bilancio della Filmauro è costituito dal Calcio Napoli. Nelle ultime due partite in casa – contro Bruges e Lazio – si sono registrati 12.000 e 20.000 spettatori. Un motivo per questa disaffezione ci sarà”.

 Si, ma non si può non considerare che negli ormai 90 anni di storia del club, De Laurentiis abbia raggiunto risultati straordinari: sei qualificazioni consecutive in Europa, tre trofei, una semifinale di Europa League Invece allo stadio, a differenza di qualche anno fa, si canta sempre quel “Devi vincere”, un coro che contrasta con la storia del club. “Su questo non c’è dubbio – e aggiunge – ormai in tutti i settori c’è questa triste convinzione che se non si vince si perde. Certo, bisogna sempre vedere in che modo si perde: perché perdere ottenendo un secondo o un terzo posto è completamente differente che farlo se si arriva più giù. Vi è una proporzionalità anche nelle sconfitte”.

 E quando De Laurentiis rivendica i successi del club, rispetto al declino della città? “Ma chi l’ha detto che Napoli sia una città in declino? Ma ora vorrei sapere quante volte lui è passato davanti alla 167 a Secondigliano o a Scampia, che ne sa lui della nostra città se non la vive? Il club non ha una sede in città, i calciatori sono rintanati in provincia di Caserta a Castelvolturno, non si consente mai ad un giocatore di essere ospite in qualche programma televisivo come accade altrove. È un discorso che non ha senso: De Laurentiis è presidente di una squadra che si chiama Napoli e che a Napoli viene solo a giocare due partite al mese, per il resto è totalmente avulso dalla città. Lui non può considerare la squadra di calcio come qualcosa di estraneo al contesto. Cosa fa il Napoli per la città? C’è qualche progetto o iniziativa sociale del club per migliorare il posto in cui opera? Io sono napoletano e, anche se mi converrebbe per lavoro vivere a Roma, non lascerò mai questa città. Allora potrei dire anch’io che sono tra i primi cinque scrittori italiani e che sono meglio del resto della città. Ma che razza di ragionamento è? Non riesco proprio a capirlo”.

 Cerco di riportare il dialogo sul calcio, ma secondo lei il Napoli dove si piazzerà quest’anno? “Roma, Juve e Inter sono più forti di noi, i nerazzurri hanno anche il vantaggio enorme di non giocare le coppe. Penso che potremmo arrivare dal terzo al sesto posto”. E allora gli confesso, ma le fa così schifo che il nostro Napoli parta ad inizio campionato per arrivare dal terzo al sesto posto? Sarebbe questo lo scandalo? Raccontandogli poi la mia storia di tifoso poco più che trentenne, di quelli che hanno visto Diego e poi tutto il declino fino alla serie C. E che quindi non mi fa così schifo la statura attuale del Napoli. “Ma lei su questo ha ragione, a me non fa assolutamente schifo la dimensione attuale del Napoli. Il calcio è qualcosa di effimero, eppure è quella cosa che ci fa ridere, piangere di gioia, ci fa urlare, disperare. Insomma il tifo ci fa emozionare e le emozioni sono una parte essenziale della nostra vita, non sono effimere. Io non posso ragionare solo parlando di soldi, bilanci ed essere razionale di fronte alla serietà delle emozioni. Il Napoli non è solo un’impresa è una realtà che ha a che fare con le emozioni della gente, è una passione collettiva e non si può consentire che qualcuno giochi con le nostre emozioni”. Non concordo completamente, però mi emoziono mentre dice queste cose. Tanto. Ci sono momenti in cui due persone non solo si conoscono, ma si riconoscono, magari non concordano. Però sintonizzano le anime su una stessa frequenza.

Gli racconto il motivo per cui è nato soldatoinnamorato, un modo per cercare di ragionare su Napoli e sul Napoli senza eccessivi clamori. Perché resto convinto che il modo di presentare le notizie da parte dei tantissimi siti web e testate sia uno dei motivi della frenesia dei tifosi. Titoli eclatanti rispetto a minime notizie che raccontano di un accanimento che forse non ha diritto di esistere. E poi che soldatoinnamorato vuole raccontare la città a proprio modo. “Certo, purché non si pretenda di raccontare la “vera Napoli” – e qui il discorso lambisce il caso Bindi – perché la “vera Napoli” non esiste. C’è la Napoli di Saviano, quella di Erri De Luca, quella di Salvatore Di Giacomo, quella di Benedetto Croce, quella di Eduardo, di Pino Daniele, di Totò, la mia. Ma non esiste la vera Napoli, una città multiforme che sfugge a qualsiasi catalogazione”. Si, cerchiamo di raccontare anche questo gli dico. Un po’ come quando Paolo Sindaco Russo scrisse che il ragù è il Santo Graal dei napoletani perché in realtà non esiste una vera ricetta. Sorride. “Lo so lo so. E aggiungerei che il vero ragù è quello che deve bruciare lo stomaco per giorni. Perché una cosa tanto buona va pagata con qualche sacrificio”. Sorridiamo, io con qualche languore.

Ormai la conversazione, dimenticata la querelle sul Mattino, è in discesa. Gli chiedo allora a quale tradizione napoletana lui si sente più legato: “Il casatiello – risponde perentoriamente – una prova posteriore dell’esistenza di Dio – la crosta del casatiello…”. Lo fermo, gli chiedo se fosse disponibile a parlarne con l’esperto, Paolo Sindaco Russo, per la sua rubrica “Il pranzo della Domenica”. Ne è felice.

E invece, tornando al calcio, tra i mortali, a quale giocatore del Napoli è più legato. “Tra i mortali certamente Bruno Giordano, classe ribalda, scugnizza, follia del campione unita ad una situazione personale e familiare straziante. Lui in campo parlava la stessa lingua di Diego. Mentre tra i giocatori recenti mi sono innamorato di Lavezzi, della sua follia inutile. Quando segnò quel gol a Cagliari all’ultimo minuto provai emozioni che non sentivo da anni. Ho amato Lavezzi”.

Progetti futuri? “La Rai inizierà a girare il prossimo mese “I bastardi di Pizzofalcone” che andrà in onda il prossimo anno. E così avverrà più in là per Ricciardi e Lojacono. Ma per il momento il progetto più importante è battere sabato la Juventus!”.

Me l’ha raccontata come è andata con Il Mattino. Ma ormai è acqua passata. Parliamo della brutta vicenda che ha coinvolto Erri De Luca, processato per aver espresso un’opinione. Discutiamo di tanto altro mentre in sottofondo sento in casa sua un cane che abbaia. E poi, soprattutto, gli ho riconosciuto più volte nel corso della conversazione una signorilità d’animo e una galanteria poco comune nel concedermi un’intervista dopo che il sottoscritto lo aveva aspramente criticato per quella vicenda. Restiamo ognuno con le proprie ragioni, ma in fondo non interessava a nessuno dei due “tenere ragione”. Siamo due persone che per un’ora della loro vita hanno parlato di alcune passioni comuni: Napoli, il Napoli, la bellezza, il cibo, la scrittura e tanto altro. Lui però era Maurizio De Giovanni. Ed è un regalo raro poter trascorrere un’ora così con una persona bella. Al di là di qualsiasi notorietà. Grazie.

Valentino Di Giacomo

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La tradizione non esclude la modernità

Nomi, cose, città. Se chiedete a voi stessi qual è la prima cosa che viene in mente pensando a Parigi, probabilmente la risposta sarà la Torre Eiffel, sarà Il Colosseo per Roma, le Twin Towers per New York, la Piazza Rossa per Mosca, il Big Ben o la regina per Londra, il Cristo del Corcovado per Rio de Janeiro oppure le favelas e i culi esposti in minimi tanga a Copacabana. E così via.

Se chiedete ad uno straniero di Napoli vi risponderà il Vesuvio, Pompei, la pizza, la canzone o la camorra. Nonostante Napoli non sia la capitale d’Italia, riesce però ad occupare un posto importante, spesso sottovalutato persino da noi stessi, nell’immaginario collettivo mondiale. L’Italia, per quanto se ne voglia parlar male, è un Paese fortunato: tante nostre città hanno un posto idealizzato nella mente dei cittadini del mondo: Venezia, Firenze, Pisa ad esempio. E poi c’è Napoli che è fondamentalmente il miglior prodotto di esportazione italiano di immagini “tipiche”: canzone, pizza, rovine antiche, mafia, caffè, teatro, cinema, panorama.

Una Napoli che però si aggroviglia stupidamente ogni volta su se stessa per il rifiuto delle proprie particolarità che la rendono una città unica nel mondo. Il film di Lello Arena, “Il caffè mi rende nervoso”, è tutto incentrato su questo tema: basta con pizza, Vesuvio, sfogliatella, mandolino, Napoli sa essere anche altro. Ed è vero. Di napoletani in giro per il mondo che hanno reso onore alla nostra città ce ne sono a migliaia in ogni campo, di imprese del posto che riescono a stare sul mercato mondiale in tanti settori avanzati pure ce ne sono. Quello che mi resta difficile comprendere è il motivo per cui Napoli o il napoletano debbano essere però irrimediabilmente o l’una o l’altra cosa. Come se bisognasse a tutti i costi rinnegare quelle che sono delle tipicità della nostra città per affermare dei nuovi principi. Certe volte sembra passare il concetto che ad alcuni napoletani facciano schifo la sfogliatella, il mandolino, il Vesuvio. Per essere “anche altro” dovremmo forse rinnegare quelle che sono le nostre tipicità? Che cosa stupida.

E’ vero, c’è tutta un’oleografia, nella cinematografia, nel teatro e nella canzone che per tanti anni ha fatto leva e insistito accanitamente solo sugli aspetti più pittoreschi della nostra cultura. Ben vengano i Troisi, i Pino Daniele, i Lello Arena che hanno provato a raccontare anche altre “essenze” della nostra città. Ma la questione non si risolve di certo con il rifiuto delle nostre peculiarità! Tanto più se certe unicità dei nostri luoghi e della nostra cultura sono un traino naturale per il turismo e l’economia di questa terra.

A ben pensarci il Vesuvio, finché vuole – come scritto qualche tempo fa – sta sempre là, la sfogliatella resta per ogni napoletano un bene irrinunciabile per addolcire una giornata, una serata con la “nostra” pizza cerchiamo di non farcela mancare, un film di Totò, una commedia di Eduardo, un film di Troisi restano appuntamenti fissi per far pace con i pensieri, allo stadio se vinciamo – almeno fino a poco tempo fa – cantavamo spontaneamente Oje vita mia. Tutto questo ci rende napoletani, non certamente meno “moderni” o all’avanguardia rispetto ad altre città.

Napoli deve cambiare” – “Ma perché nun cagnate nu poco pure Rovigo!”. E’ l’eterno tormentone che ciclicamente ritorna tra di noi. Napoli è cambiata, ce ne accorgiamo meno di quanto lo sia realmente. Ma la giornata “tipo” di un napoletano si arricchisce da più di cinquecento anni di simboli, oggetti, momenti e strumenti che ci rendono irrimediabilmente diversi da altri popoli. Di questo dovremmo forse vergognarcene? E perché?

Semmai dovremmo fare sistema attorno a questi “simboli” ed integrarli con maggiore intelligenza per renderli economicamente produttivi. È mai possibile che dobbiamo stare sempre a decidere tra “oleografia” e “modernità” in tutti i settori? Come se una cosa escludesse l’altra?

Persino nel calcio siamo riusciti ad aggrovigliarci su questo tema: o si esalta l’europeista Benitez oppure “il figlio dell’Italsider”, Maurizio Sarri. Come se Napoli non fosse una città che per tradizione e vocazione è un posto naturalmente cosmopolita. Napoli sa accogliere lo straniero e apprendere ed insegnare contemporaneamente dalle e alle culture forestiere. Sappiamo fare entrambe le cose. Non necessariamente deve venire lo straniero a portarci “la scoperta del fuoco”, né possiamo essere noi a portare “la luce” da altre parti. Siamo una città che sa mescolare le cose. Nella musica, nel teatro, nella cucina e pure nella lingua. Perché fondamentalmente la nostra vera cultura è aperta come un balcone su una giornata di sole.

E invece siamo qui, ogni volta, ciclicamente ad escludere delle cose a vantaggio di altre. Come se fosse impossibile far coniugare tutto. Come poi si è sempre fatto.

Oggi Napoli è una città assai più chiusa rispetto a qualche anno fa. E gran parte della responsabilità è proprio in questa eterna riflessione tra tradizione e modernità. Si può essere invece moderni a modo nostro, come abbiamo sempre fatto, mettendo tutto insieme e creando qualcosa di completamente differente. Lo si vede allo stadio dove, in nome di una ben non definita modernità, gli ultrà oggi costringono a cantare dei cori che fanno cagare su melodie copiate e sentite mille volte in tutti gli stadi del mondo. Laddove avremmo un patrimonio musicale al quale attingere che risulterebbe assai più originale e bello rispetto a tutto il mondo.   Il caffè sudamericano e il nostro ingegno hanno creato una delle straordinarietà più buone del mondo: ‘o ccafè. Si può mescolare, mischiare, inventare senza perderci di identità.

Ed è assurdo che ancora oggi bisogna riaffermare certi principi. Non abbiamo nulla da farci perdonare se quando andiamo dai parenti fuori siamo “costretti” a portare con noi una scatola di polistirolo con la mozzarella, o una pastiera fatta in casa. Perché ci sono cose che si fanno solo a Napoli, che succedono solo a Napoli, che possono fare solo i napoletani. Un popolo che oggi deve solo imparare a non rinnegare le proprie radici. Quelli che oggi rinnegano le nostre autentiche tradizioni sono quei napoletani “sagliuti” che si mettono scuorno della nonna che parla in napoletano. Gente misera insomma, napoletani per caso, perché lo dice solo la carta d’identità. E pensare che da De Sica a Mastroianni, da Arbore a Modugno, da Pesaola a Canè c’è chi non nasce a Napoli ed è più napoletano di questa gente qua.

Valentino Di Giacomo

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