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Dal nostro inviato a Mosca

Il polverone scatenato dalla trasmissione Rai “Parliamone sabato” sulle fidanzate dell’est Europa, oltre ad essere stupido, indice di razzismo e orientalismo su cui si potrebbero a lungo citare Frantz Fanon e Edward Said, non tiene conto di un fatto: quanto elencato dai poco scrupolosi autori del programma non corrisponde a verità. E qui non parlo di quante meravigliose donne qui siano delle vere professioniste dei propri settori, riescano a insegnare, curare, dirigere con grande abilità. No, vorrei andare a smontare gli odiosi stereotipi della trasmissione. Non inizio nemmeno dal punto 2, dove si vede che non si è mai stati in Russia o in Polonia: il concetto di “abiti per casa” (домашняя одежда) esiste e per uomo e per donna. Ecco la mia rettifica semiseria.
Il punto 3: non sono gelose, e io sono biondo e magro. Ho avuto sceneggiate degne di Regina Bianchi per aver scambiato due chiacchiere con colleghe; un mio caro amico, per venire a farsi un paio di birre con me e un altro moscovita partenopeo, si è visto piombare l’allora partner in birreria per “controllare”.
Prendiamo poi il punto 4, dove si legge che “sono disposte a far comandare il proprio uomo”: chi scrive conosce personalmente illustri colonnelli delle Forze Armate russe, esimi accademici, egregi medici, tremebondi di fronte all’ennesima ramanzina della Nadya o Tanya di turno. D’altronde, non è sorprendente, in una situazione sociale dove negli ultimi venticinque anni il numero di divorzi è aumentato, e dove la “femminilizzazione” della famiglia è argomento assai studiato; inoltre, quanto asserito dal programma presenta uno stigma di certo poco positivo.
Il punto 6 poi è fantascientifico: non hanno mai assistito a capricci, polemiche, che spesso non sono legate a dinamiche di relazioni amorose. Chi scrive più volte ha visto quanto sia difficile, per un’impiegata o collega donna, ammettere di aver commesso un banale errore.
Insomma, non solo razzista, sessista e patriarcale ma anche bugiardi. Complimenti al servizio pubblico, e non fate le valigie: qui non troverete geishe ubbidienti e innamorate di voi, come siete chiaviche là, lo sarete qua, mai però quanto gli autori di quella trasmissione.

Giovanni Savino

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Foto Flikr di Jarrett Campbell

Birra in mano, concentrazione alle stelle guardando lo schermo che trasmette la partita, pronti ad ammirare ogni giocata, eventualmente a scomettere live, un occhio alla bolletta e l’altro al totoamici, e magari in alcuni casi anche a fare il tifo per la nazionale (a Napoli non è una cosa così scontata).

Che sia in un pub, in un bar o a casa di amici, durante gli Europei o i Mondiali, tante donne si scoprono tifose, o anche semplici appassionate e, pur non capendo un benemerito di cazzo di quello che vedono, commentano e insultano adeguandosi a quanto accade intorno a loro.

Puntualmente durante la partita una di queste tifose biennali ti pone la fatidica domanda: “Ma come funziona il fuorigioco?”
La reazione media è una bestemmia fra i denti, perchè sai che ci vorrà almeno un tempo a farglielo capire, ma poi la cortesia prevale e inizi a spiegarglielo.
Le spieghi cercando di essere quanto più chiaro possibile che è fuorigioco quando un giocatore si trova, al momento del passaggio oltre la linea dei difensori avversari, ossia non ha davanti a sé almeno due giocatori.
Se hai modo, ti aiuti con bicchieri e noccioline, cercando di illustrarlo al meglio. A quel punto quando ha capito la base, entri nel dettaglio, inizi a spiegare cos’è un fuorigioco di rientro, quando è ininfluente, perchè alcuni giocatori si disinteressano della palla etc. etc.

Sperando di essere ulteriormente esaustivo le inizi a spiegare che alcune squadre lo usano come tattica difensiva, per questo adesso le difese sono in linea e non c’è più il libero, e di conseguenza i portieri devono essere più bravi con i piedi e spesso sono dei veri e propri registi bassi. A tar proposito i più preparati partono con auna brillante digressione sulle scuole di portieri e su come in Italia non si punti molto sulla formazione specifica degli estremi difensori.

Quando vedi che lei sembra molto pronta e ha capito più o meno tutto puoi passare alla sovrapossizione del terzino e degli inserimenti delle mezzeali tesi proprio ad eludere il fuorigioco. Puoi portare anche esempi citando goal più o meno famosi, sicuramente lei ricorderà i movimenti senza palla di Bucchi o gli inserimenti di Rincon (ma solo dopo l’arrivo di Boskov).

Dopo aver perso almeno mezz’ora di vita lei ci mostrerà un sorriso di circostanza e tornerà a vedere la partita, magari a parlottare con qualche amica. Tu torni finalmente con gli occhi alla tv senza distrazioni a goderti il matchalla grande senza renderti conto ca si sul nu strunz!

Non è difficile capire che mediamente a una donna il fuorigioco interessa quanto a un uomo interessano le tecniche di applicazione dello smalto, e probabilmente, quando lo chiede, è solo un timido approccio per attaccare bottone... E purtroppo non lo dico io mi è stato appena rivelato da un’amica e tante amcihe in comune hanno confermato. Il fuorigioco è una scusa, come “Hai da accendere?“, e scoprendelo ho ripensato al tempo perso a cercare esempi chiari fra i goal di Aglietti, alle spiegazioni dettagliate date in stato di ebrezza, alla ricerca di lucidità davanti a una bolletta persa proprio per quel fuorigioco negato che dovevo spiegare… Per scoprire che era tutto inutile.

Quindi a questo punto, quando vi chiederanno “Come funziona il fuorigioco?” avete due vie:
1) Rispondere sommariamente e poi passare all’attacco con i migliori colpi da piacione del nostro repertorio
2) Rispondere “è difficile” e tornare a goderci la partita… le femmine possono attendere.

Adesso cercate di godervi l’europeo… e non solo dal punto di vista sportivo!

Paolo Sindaco Russo

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Succede che mi ero proposta di scrivere qualcosa sulla ragazza di diciannove anni morta a Napoli a causa di un aborto. Al Cardarelli, il più grande ospedale del sud. E potevo dire tante cose. Dal fatto che la fortuna è un fatto di geografia, alla malasanità, e invece ho notato un’altra cosa.

Succede che ho notato che in un solo periodo ho sentito di Gabriella, una donna, una diciannovenne. Di Ashley, una donna. Delle tante donne stuprate a Colonia la notte di Santo Stefano.

Donne, tante. E tanto distanti tra loro geograficamente. Tutte vittime di due violenze. Una fisica, per due di loro definitiva, l’altra mediatica.

Succede che le storie di queste donne si sono confuse tra il chiacchiericcio patinato dell’audience.

La storia di malasanità e di incapacità per una donna di autodeterminarsi in quanto tale, al sud, scegliendo liberamente di come disporre del suo corpo.

La storia di una ragazza ammazzata da un uomo.

La storia di donne stuprate a Colonia

E allora le distanze si accorciano e tutto il mondo diventa paese.

E mentre urlate che dovete difendere “le vostre donne”, una di queste muore in sala operatoria per una interruzione di gravidanza e i giornali cercano lo scoop della diciannovenne e le urla diventano folclore tra le mura di un ospedale.

E Ashley, da vittima di un omicidio, per la sola colpa della bellezza, diventa complice di un gioco erotico che solo voi avete creato. Andando a puntare ancora il dito contro il capro espiatorio della diversità che lava le vostre coscienze. Lo stesso che avete usato a Colonia.

Per questo succede che non riesco a parlare di Gabriella e di malasanità oggi. Ma riesco solo a pensare a quanta mala mentalità ci sia. Senza radici, senza bandiere. Ovunque.

E’ questo il filo rosso che ha collegato Napoli, Firenze ed è arrivato a Colonia. Un unico filo la cui matassa è la vostra vigliaccheria. La vigliaccheria degli uomini che non sanno amare. La vigliaccheria degli uomini che non sanno rispettare.

Chiara Arcone

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Murales per Diego

Ho visto Maradona”

Rispondo così, non posso  farne a meno, quando con gli amici vecchi e nuovi si parla di concerti.

C’è chi racconta di quando è andato a vedere i Metallica specificando sempre che non li ha visti adesso che sono vecchi, ma quando erano al top. Chi ha visto i Pink Floyd, qualcuno più vecchio che ha visto Bob Marley a Milano, chi è andato a Berlino a vedere gli U2 e chi è riuscito a vedere l’ultimo concerto dei Nirvana

Io ho visto Maradona

Ne ho visti tanti di concerti, anche di grandi del rock, ma nessuno è come lui. Della rock star Diego ha sempre avuto tutto: fama, amore per gli eccessi, vizi, passione per le belle donne e quell’inspiegabile controsenso che hanno tutte le rockstar, da una parte paladini del popolo e dell’altra amanti del lusso. Per molti un’ipocrisia, per tanti un paradosso per alcuni un ossimoro, per me è semplicemente rock.
Anche in campo Maradona era una rockstar, sapeva far esplodere il pubblico, sapeva fare letteralmente l’amore con i tifosi, il pallone fra i suoi piedi era molto più di quello che è una chitarra fra le mani di Slash, non sapevi mai cosa stesse per accadere, ma qualunque cosa venisse fuori era meravigliosa, e io l’ho vista, anzi l’ho vissuta.

Ho visto Maradona

Non ho visto Che Guevara entrare a L’Avana, non ho visto i Partigiani con i loro fucili liberare l’Italia dal nazifascismo, non ho visto Galileo cercare di convincere il mondo che l’universo non è come si pensava che fosse, non ho visto rivoluzioni politiche o culturali. Ma ho visto Maradona. In una Napoli che sembrava non avere speranze io ho visto il giocatore più forte di tutti i tempi, ho visto Diego cambiare i paradigmi del calcio Italiano dimostrando che a sud di Roma si poteva vincere, andando negli stadi del nord a far sognare i tanti migranti meridionali che per un giorno potevano guardare dall’alto in basso il loro padrone.

Io ho visto Diego dire alla mia generazione che la povertà non è un limite, che la rabbia sociale è una forza che ti può portare ovunque e che nessuno parte sconfitto se decide giocare.

Vi chiamano terroni 365 giorni l’anno e per un giorno pretendono che siate italiani.
Diego mi ha insegnato quello che ha distanza di anni avrei trovato nei libri di Fanon, dello stesso Ernesto Guevara, ma me l’ha insegnato meglio di chiunque altro perché me ha fatto con lingua universale che tutti i bambini capiscono: il pallone.
E il pallone è il gioco più serio del mondo.

Ho visto Maradona

L’ho visto finire nel peggiore dei mdi, l’ho visto rialzarsi e combattere, l’ho visto quasi morto e rialzarsi di nuovo. 2 volte nella polvere 2 volte sull’altar, ma non era il 5 maggio, ma il 10, il suo numero.
Tutto questo ha rafforzato solo il suo mito, di rockstar, di rivoluzionario, di condottiero…

Ho visto Maradona e penso che il fatto che sia stato il giocatore più forte di tutti i tempi a volte è secondario. Maradona ha la grandezza e il potere di inspirare paragonabile solo alle divinità, con la differenza che lui, nel bene e nel male è sempre stato umano, è sempre stato il meglio e il peggio di tutti noi, ecco perché lui è D10S ecco perché noi crediamo, o forse sarebbe meglio dire speriamo, in lui.

Paolo Sindaco Russo

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