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diego armando maradona

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Non è il Centro Paradiso, ma Castelvolturno. Non c’è Ottavio Bianchi, ma Maurizio Sarri. Eppure Diego Armando Maradona è ormai praticamente un membro del Napoli. A poterci far sperare, più della visita a sorpresa che Diego ha fatto al centro di allenamento azzurro, è la notizia che El Pibe sarà a Madrid, in una delle gare più importanti nella storia del club, a seguire la squadra. Insomma è ormai più di una certezza il sogno e il desiderio di tanti tifosi del Napoli: Diego è tornato dalla porta principale proprio come aveva promesso tante e tante volte.

Chi un po’ ci segue da qualche tempo sa che noi abbiamo sempre sperato in un riavvicinamento di Diego. Lo scrivemmo già un bel po’ di tempo fa: Napoli non è mai stata così matura come adesso per vedere tornare il suo unico Dio. E più Maradona sarà dalle parti di Napoli, più svanirà quella patina religiosa e di mistero con cui i napoletani vivono il proprio Dio. Chi scrive è un Maradonista convinto, uno che probabilmente darebbe la propria vita a Diego e persino quella di sua madre. Eppure, lo abbiamo visto con l’apparizione maradoniana al San Carlo, in città c’è stata frenesia per Diego, ma niente da fermare la città. Altre scene e altri caroselli si videro quando Diego tornò per la prima volta a Napoli per celebrare l’addio di Ciro Ferrara, e un’altra euforia c’è stata altre volte dopo quando Maradona è riapparso in città. Oggi Napoli non vede più un evento impossibile riabbracciare il proprio idolo perché Diego, di tanto in tanto, sta tornando in città con sempre maggior frequenza. Persino io, da malato assoluto, questa volta non mi sono strappato i capelli per andare a vederlo al San Carlo. Non perché non volevo esserci, ma perché sono certo che ci saranno ancora molte occasioni per incontrare il mio Dio.

Certo, ora arriverà il momento più difficile. De Laurentiis, fino ad oggi accentratore e spesso affetto da un antipaticissimo protagonismo (vedere scena a Doha quando voleva strappare la SuperCoppa dalle mani di capitan Marek) dovrà essere capace di saper fare un passo indietro. Nella mia vita ho conosciuto moltissime persone “famose”, ma non ho mai visto una rockstar (in tutti i sensi) come solo Diego sa essere. Con Diego si può avere a che fare solo in un modo: standogli dietro. E nessuno come Lui è capace di stare davanti perché, da leader innato, ha la capacità di far sentire importante tutti gli altri solo attraverso la propria presenza. Se tutti i calciatori che hanno avuto a che fare con Lui ne parlano bene non è perché Diego è stato una categoria a parte nella storia di questo sport, ma perché Maradona, prima di essere un campione, è ancor prima un GRANDISSIMO UOMO.

Come dicevamo, ora viene il difficile: la convivenza tra Diego e Aurelio. Non sarà semplice, ma non è un’impresa impossibile se ognuno avrà la capacità di restare al posto proprio. Da un punto di vista commerciale solo Maradona può aprire strade, fino ad ora impossibili, per il marketing del club. Ora però Diego dovrà essere intelligente nel non sprecare quella che, anche per Lui, è comunque una chance per restare nel calcio che conta. Sono belle le parole di Maradona quando dice che il suo Napoli deve essere alla pari con Juve, Roma, Milan e Inter. Ma Diego deve pure avere la consapevolezza che economicamente, tra il Napoli e queste squadre, non c’è assolutamente gara. Solo il più grande calciatore di tutti i tempi è riuscito a sottrarre scudetti ai club del nord. Il Napoli è il Napoli da 90 anni, questo Diego non deve dimenticarlo. Così come non devono dimenticarlo i tifosi troppo spesso malati di quella sindrome del “Devi vincere” che a queste latitudini non ha diritto di esistere.

Il Napoli potrà tornare a vincere e le sue possibilità aumenteranno se Diego sarà ancora al fianco di questo club. Per il Napoli, con Diego da ambasciatore, possono aprirsi porte che fino ad ora è stato impossibile aprire. Ma tutto questo potrebbe palesarsi come un effetto boomerang qualora Diego ricominciasse a dare giudizi su squadra e calciatori. Ricordate le parole su “zio Sarri”? Appena ieri Maradona è stato praticamente costretto a scusarsi.

Se lo metta in testa Lui e se lo mettano in testa i tifosi: gli anni ’80 sono passati ormai da oltre 30 anni. Non è più il calcio dei mecenati, dei Viola, dei Berlusconi, dei Cecchi Gori. E non è più nemmeno il calcio degli anni ’90 con i Cragnotti, i Moratti e i Tanzi. Oggi ci sono società di calcio che hanno alle spalle sceicchi e petrolieri e, nonostante questo, neppure riescono a vincere. Il calcio di oggi, per chi non ha determinate risorse, è fatto di paziente programmazione. Questo dovrà capirlo in fretta Diego e, speriamo, prima o poi, lo comprendano pure i tifosi. Bene ha fatto De Laurentiis a ricordare a tutti che il Napoli è da 7 anni in Europa, impresa che persino alla Juve non è riuscita in questo periodo. Per i palati fini sembrerà poco, ma per chi osserva la storia del nostro club non è un evento che si è verificato così spesso.

Oggi Napoli è matura per abbracciare Diego e lo sarà ancora di più in futuro. Andare a Madrid supportati dal più grande interprete del calcio nella storia di questo sport sarà già come segnare un gol. A livello mediatico Maradona potrà dare tanto, tantissimo. Lui potrà colmare tutte le pecche e le manchevolezze di un club che a livello sportivo è eccezionale, ma che spesso a livello di organizzazione (vedere la vendita dei biglietti per Napoli-Real) sembra essere rimasto alla preistoria.

Ora tutti insieme bisognerà remare nella stessa direzione. Mai come ora Napoli e il Napoli hanno una chance più unica che rara. Diego potrà toglierci ancora parecchi paccheri da faccia. Oggi è un grande giorno e dobbiamo celebrarlo. Diego è sempre più vicino al Napoli, da Napoli invece non se ne è andato mai. Mai. Oggi è anche una giornata per tanti commentatori napoletani di chiedere scusa a Diego. C’è persino chi in passato ha scritto che Diego non doveva neppure venire al San Paolo perché toglieva “luce” alla squadra. Gente inutile. Lasciamo stare.

Valentino Di Giacomo

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Il totem che manca

Fonte: sscnapoli.it

Dopo la querelle a distanza tra Sarri e De Laurentiis è ritornata in voga la questione dell’assetto societario del club partenopeo. Per molti, e tra questi ci siamo noi da tempo non sospetto, il presidente dovrebbe portare in società un uomo autorevole, un general manager che sappia far coniugare squadra, tecnico, società, stampa e tifosi. Tutti i grandi club hanno personaggi di questo genere: la Juve ha Nedved, l’Inter ha Zanetti, probabilmente il Milan affiderà questo incarico al magnifico Maldini. Al Napoli manca da sempre un uomo così. Forse lo è stato solo Pier Paolo Marino nei primi anni di (ri)nascita del club ai tempi dell’arrivo di De Laurentiis.

Allora da qui vorremmo lanciare una proposta al presidente. Il Napoli ha una squadra molto forte, è stabilmente tra i primi club europei dove si è cimentato spesso bene sia in Champions League che in Europa League, l’ambiente è cresciuto tanto. Sono arrivati ottimi risultati e il gioco azzurro è sempre eccellente, così come lo scorso anno, al punto che la telenovela su Higuain sembra definitivamente tramontata. Ma manca qualcosa a questo club. E quel vuoto potrebbe riempirlo Diego Armando Maradona.

Da qualche tempo il presidente ha affidato ad un’esperta la diffusione del marchio di Napoli e del Napoli a livello internazionale. Anche per questo De Laurentiis è stato in Cina dove ha coniugato i suoi due “lavori” e le sue due passioni: il cinema e il calcio. Ma il Napoli non è ancora un brand internazionale così riconosciuto, come lo sono ad esempio Milan e Inter nonostante negli ultimi anni entrambe le milanesi siano finite sempre dietro al Napoli. All’estero il Napoli è conosciuto, per rendere un’idea, quanto il Wolfsburg in Germania o il Psv in Olanda. Due squadre che hanno pure vinto recentemente, ma se vai in Cina tutti conosceranno di più il Bayern Monaco o l’Ajax. Maradona, invece, non ha confini. E’ conosciuto da chiunque, anche da chi non segue il calcio, come un non appassionato di basket conosce Micheal Jordan o un non esperto di boxe sa chi sia Mohammed Alì.

Forse Napoli e il Napoli non sono mai stati così pronti per supportare e “sopportare” la presenza di Diego all’interno dell’organigramma societario. E’ chiaro, viste le frequenti bizze del pibe, qualsivoglia contratto dovrà essere confezionato in maniera certosina, ma Diego e il Napoli sono reciprocamente pronti per riprendere insieme il proprio cammino.

La presenza di Diego galvanizzerebbe la piazza, toglierebbe pressione alla squadra e rivitalizzerebbe probabilmente il rapporto tra De Laurentiis e la città. Certo, sarebbe difficile per il presidente “ingabbiare” Diego come può fare ad esempio con Bigon o Giuntoli, ma non bisogna mai sottovalutare il realismo di Diego. Per molti Maradona è un “loco”, ma questo può dirlo solo chi esclude dal conto tantissimi dati di fatto. Per quanto la Natura lo abbia dotato, nessuno diventa un calciatore così forte senza impegno, costanza, sacrifici. Maradona è stato un professionista. A modo suo. Ma è stato un professionista che è riuscito a vincere, anche in virtù del suo carattere e delle sue caratteristiche, un mondiale da solo e due scudetti dove prima mai si era vinto. Si può pensare che tutto questo sia accaduto per motivi “divini”, ma relegare Diego solo al funambolo calcistico è riduttivo. Maradona per molti anni è stato anche un grande atleta. Il che significa che è una persona abituata a ragionare per obiettivi.

Fissando gli obiettivi in maniera chiara Maradona nel Napoli ci potrebbe stare a meraviglia. Non è solo sentimentalismo, ma sostanza. Pensate a quanto si parlerebbe del Napoli in ogni parte del mondo. E pensate se dopo un torto arbitrale invece di presentarsi Sarri davanti alle telecamere si presentasse Diego. La Bibbia.

Mai come in questo periodo storico Napoli e il Napoli possono permettersi questo rischio. Un rischio calcolato. Non un azzardo. Un modo per far crescere il fantomatico “fatturato”, ma pure per dare al club un’autorevolezza che resta ancora lontana da conquistarsi. In altri periodi riportare Diego a Napoli sarebbe stato rischiosissimo perché avrebbe alimentato paragoni tra il fortissimo Napoli che fu e una squadra di centro-classifica quale siamo stati (nel migliore dei casi) per tutto il periodo post-maradoniano fino a qualche anno fa. Oggi il Napoli è forte. Diego darebbe solo la carica. Sarebbe un “di più”, non una copertina per nascondere le magagne di una società mal strutturata come lo è stata per molti anni.

Il prossimo 12 ottobre Diego sarà a Roma per giocare la partita della pace. Da qui ci auguriamo che il presidente una visita al pibe possa fargliela. Basta fare patti chiari. Nulla di più. Oggi De Laurentiis è abbastanza forte per potersi permettere Diego. Non farlo, a nostro avviso, è invece un segnale di debolezza. Suo e della società. Se fosse un film sceglieremmo la pellicola di Almodovar: “Volver”.  Vuelve esta casa espera a ti!

Valentino Di Giacomo 

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La polemica

Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

De Laurentiis ha detto merda, MERDA. Ha detto “12 anni fa stavate nella merda”. L’ha detto a Palummella, l’ha detto ai napoletani. Si, proprio ai napoletani, loro che sono abituati a vivere in una città modello, una città vincente perché è stata scelta persino da Dolce & Gabbana come scenario ideale per sfoggiare quegli abiti di indiscussa classe ed eleganza del “Made in Italy”…

I napoletani non sono mai contenti della loro squadra, sono invece felicissimi, con un orgoglio che a tratti raggiunge lo squallore più alto del provincialismo, delle sorti della propria città. E’ storia. A De Laurentiis è toccata la stessa sorte di Ferlaino e di quasi tutti i presidenti che hanno guidato il club in 90 anni di storia. Forse solo Achille Lauro si è salvato dalle lamentazioni ricorrenti dei tifosi. I napoletani del resto, popolo che amo e a cui sento di appartenere cromosomicamente, sono un popolo fesso e furbo, ottuso, incoerente, dove la fantasia e l’ingegno sono considerate acquisite per diritto di nascita e quasi mai per conoscenze apprese. Napoli è l’unica città borbonica dove il referendum del ’46 tra Repubblica e Monarchia vide la stracciante vittoria della casata dei Savoia. Si, quelli piemontesi. E’ muorto ‘o Re, evviva ‘o rre!

Eh già, a De Laurentiis è toccata la stessa sorte non solo di Ferlaino, ma persino di Maradona. Ma vogliamo dimenticarci cosa dicevano i napoletani di Diego? Non solo quando andò via e finì per essere, praticamente per tutti, un drogato. Ma anche quando giocava e si rendeva protagonista delle solite bizze. Perché non c’è riconoscenza. Maradona è bello oggi, con il ricordo, con il senno di poi. E per fortuna che non esistevano i social network alla fine degli anni ’80 altrimenti chissà quanto odio sarebbe riscontrabile oggi persino contro il Dio del calcio che ha dato TUTTO al Napoli e a Napoli, finanche inventando lui per primo la dignità calcistica.

Ecco, oggi in molti sui social sono scandalizzati da quelle parole di De Laurentiis. Che ha detto un’ovvietà: il Napoli 12 anni fa stava nella merda. Ne abbiamo scritto ieri, dichiarazioni sbagliate nella forma e giustissime nei contenuti.  In molti hanno rivendicato ancora una volta la parola “dignità”. Una dignità che non si riscontra per il pessimo servizio dei mezzi pubblici in città, che non esiste quando siamo costretti in auto a passare SEMPRE sulle stesse buche da trent’anni (un esempio per tutti: lo stradone di Agnano che dall’ippodromo porta a Bagnoli), una dignità che non viene invocata quando vediamo il pessimo stato in cui versano i nostri monumenti o le nostre opere d’arte.

Eh già, è più importante il calcio, la squadra, ‘o Napule! Un Napoli che, nonostante il “Pappone”, è tra i primi 15 club d’Europa e che qualche emozione pure ce l’ha regalata negli ultimi anni. Ma per molti ormai le emozioni, che dovrebbero essere il sale del calcio, non sono importanti. Serve solo vincere. Anzi si è obbligati a vincere in virtù di chissà quale ragionamento.

E’ antipatico De Laurentiis? Si, è antipatico. E’ antipatico pure a me. Ma in questi anni ha gestito i SUOI interessi in maniera impeccabile. E i SUOI interessi sono coincisi perfettamente con i nostri. Oggi abbiamo un Napoli che è tra le prime società d’Europa, guardiamo dall’alto in basso Milan, Inter, Roma e tante altre. La dimensione naturale del Napoli, per quanto oggi i napoletani vogliano fare voli di fantasia, è inferiore a quella dove De Laurentiis ha portato il club. Sono FATTI, EVIDENZE. Non opinioni.

Ora, cari napoletani, decidete: volete stare a farvi le cosiddette seghe mentali soffermandovi sulle cagate che dice il presidente, oppure godervi i risultati che tanti altri tifosi ci invidiano? E perché no? Magari imparando a fare sistema riusciremmo davvero a vincere. Magari dando forza al presidente, invece di attaccarlo. Tanto più nel momento in cui sta tentando in tutti i modi di far permanere in azzurro il più forte calciatore del campionato.

Fate come volete. Fatemi solo una cortesia: la parola dignità, rivendicatela per cose più importanti del calcio. Questa passione riversatela anche per la città. Visto che se forse noi napoletani avessimo comportamenti più DIGNITOSI, forse ne guadagneremmo tutti. Perché il problema è sempre lì: o per la squadra o per la città non siamo MAI capaci di fare sistema, ma soltanto di dividerci. E io mi vergogno per questo, non per le parole di un presidente di calcio che neppure scalfiscono il mio ESSERE NAPOLETANO.

Valentino Di Giacomo

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Quello che ci unisce

In questa “guerra” con la Roma e i romanisti non ho potuto non notare che, in fondo, c’è qualcosa che unisce entrambe le tifoserie: la venerazione del proprio numero 10, per loro Totti, per noi Diego. In questi mesi in molti hanno criticato i tifosi della Roma perché “colpevoli” di difendere il proprio campione anziché la squadra. E per tanti tifosi che conosco, visto che lavoro nella capitale per parte della settimana, questa rappresenta una scelta obbligata. Si, se chiedete in giro, in molti vi risponderanno che tra la Roma e Totti scelgono il Pupone. Ed io sto dalla loro parte.

E’ toccato anche a me schierarmi su questo. Anche io avrei scelto Diego e non il Napoli. Confesso la mia follia: per me Maradona viene prima del Napoli, anzi, a costo di sembrare un senza cuore, per me Diego viene pure prima di mia madre. Per far intendere il mio AMORE per Lui faccio sempre un esempio: se fossi su una barca in mezzo al mare alla deriva e in acqua si trovassero Diego e mamma, se avessi un unico salvagente lo lancerei a Lui.

Così invidio ai romanisti questo potersi godere fino agli ultimi spiccioli di carriera del proprio idolo. Il nostro invece fu costretto a scappare, come un ladro, senza preavviso, nel bel mezzo della notte. La coca, i figli illegittimi, le locure che lo hanno contraddistinto hanno portato persino alla sua delegittimazione da parte degli stessi napoletani. Non per me, non l’ho mai abbandonato.

Credo che la riconoscenza sia una qualità fondamentale, la prima tra tutte. Diego mi ha dato tutto, TUTTO. Mi ha dato la felicità, è stato per me un Maestro di come ci si comporta in campo con compagni, avversari e arbitri. Diego mi ha dato l’ORGOGLIO di essere non solo tifoso del Napoli, ma di essere NAPOLETANO. Diego ha contribuito per grande parte alla mia educazione sentimentale. Si, a me Diego ha dato mille volte di più di quanto mi ha dato il Napoli.

Non me ne frega nulla di vincere, vorrei il Napoli in serie D e Maradona allenatore. Se lui è felice, sono felice pure io. L’amore meno di questo, anche per una donna, non è.

Questo i giornalisti del #sotuttoio, quelli con la puzzetta sotto al naso, non lo possono comprendere. Loro vanno addosso ai tifosi della Roma perché non lo possono capire cosa significhi l’amore verso un campione che ha dato tutto per i propri colori.

Quello attuale è diventato un calcio senza bandiere, ma pure senza sentimenti. A Napoli neppure Higuain, in fondo, è voluto così bene. Forse solo Lavezzi è riuscito a rapire veramente i cuori dei tifosi.

Io sto con i tifosi della Roma. Io sto con Diego. Io sto con il Pupone.

Valentino Di Giacomo

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Da quando c'era Diego non avevamo uno così

Non abbiamo parole! Non lasceremo commenti. Basta questo screenshot di Pepe Reina che così ha risposto su Twitter ad un tifoso dell’Atalanta.

Un signore. Un uomo di sport. Uno che ama Napoli. Avevamo bisogno di uno come te Pepe! E chissà cosa avrebbe combinato Diego Armando Maradona se ci fosse stato Twitter quando giocava Lui. Perché di risposte così non ne vedevamo qui a Napoli da quando c’era Lui.

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Pacco, doppio pacco e contropaccotto. C’è tutta una cinematografia che ha auto-ironizzato su certe forme di sostentamento che sono esistite ed esistono a Napoli. Il film del fantastico Nanni Loy è solo un esempio. Si potrebbe continuare anche con qualche episodio dei film di De Crescenzo. Fino ad arrivare a Troisi e Lello Arena che hanno cercato, a colpi di memorabili sketch e battute, di esorcizzare il classico luogo comune del napoletano furbo.

Il napoletano è furbo. E’ credenza popolare che sia così. C’è una città in Italia e nel mondo dove la storia indica con inappellabile sentenza che la furbizia appartenga agli abitanti di questo luogo. E, per certi versi, questa cosa deve pur avere delle motivazioni a cui appigliarsi per essere ormai ritenuta una sorta di tautologia in tutto il mondo. Quanto erano furbi, ad esempio, quei napoletani che qualche anno fa si rendevano protagonisti in ogni telegiornale (a tutte le ore e per molti giorni) mentre indossavano una maglietta con il disegno di una cintura di sicurezza. Acuto stratagemma adoperato da alcuni (personalmente li ricordo però solo al telegiornale) per sfuggire alle multe quando diventò obbligatorio l’utilizzo di questo dispositivo di sicurezza.

E quanto sono stati furbi quei politici napoletani che in seguito al tragico sisma dell’80 permisero a  migliaia di aziende del Nord di venire al Sud per cominciare la ricostruzione? Solo cominciare: perchè come ormai la storia ci racconta esistono luoghi dove ancora nulla è stato ricostruito. Per non parlare di quelle aziende che aprirono i battenti in pochi giorni incassando i lauti incentivi statali e per poi dichiarare dopo poco tempo strani fallimenti: tutto sulle spalle della fulgida furbizia dei napoletani.
Furbi anche coloro che votavano Achille Lauro con l’escamotage della scarpa: una donata prima del voto e una dopo. Oggi vale ancora meno il massimo diritto e dovere che la democrazia e lo Stato ci assegnano per partecipare alla cosa pubblica: un biglietto per una partita del Napoli e le urne sono piene di volontari proprio come gli spalti di uno stadio.
Di esempi come questi è ricca la storia della nostra città. Perchè, diciamolo chiaramente, il napoletano più che essere furbo è molto capace di ostentare stupide furbizie. Su aneddoti raccontati con spavalderia e vanto da amici e conoscenti che con qualche macchinazione riuscivano a non pagare il biglietto del bus e della metro o a sfuggire al controllore potrei ad esempio scriverne libri interi.
Ci piace ostentarla la furbizia. E siamo furbi soprattutto tra di noi: in quella legge non scritta del “ti fotto prima che tu fotta me”. Salvo poi essere gentili, ospitali e quasi mielosi con chiunque abbia una parlata forestiera. A patto che, chiaramente, l’ingenuo turista si sottoponga all’esercizio di biascicare qualche frase in dialetto e che ammetta la superiorità mondiale del nostro caffè, della pizza e della mozzarella. Quasi come se avessimo bisogno di qualche sorta di legittimazione da parte di altri dimenticando che questa città è stata uno dei primi centri culturali europei. E non migliaia di anni fa, ma più di recente. Dimenticando che ancora oggi ci sono eccellenze e una qualità della vita che in altri posti possono solo invidiare. Goethe, tedesco di Germania, ne scrisse qualcosina in proposito…
Furbi e simpatici: questo siamo. E poco importa se altri che passano per seri e irreprensibili stacanovisti adottino spesso furbizie ben più ingegnose delle nostre.
Siamo furbi, è vero. E, come accade per i massimi concetti filosofici, ogni aggettivo porta però con sé il proprio opposto. Noi siamo furbi e fessi allo stesso tempo.

Per parlare di calcio, come questo spazio imporrebbe, noi siamo i più furbi e meno furbi della storia. Come quando Carmando racconta in molte interviste del celebre episodio della monetina di Alemao: anche il mitico Salvatore non manca di ostentare la furbizia inutile di noi meridionali. “Gli dissi di restare a terra” – racconta il massaggiatore degli anni d’oro. Salvo omettere che una monetina di 100 lire che ti piomba a distanza sulla testa possa realmente far male una persona a prescindere che il danno lo causi oppure no. Offrendo così il pretesto, in modo sì poco furbo, a tanti millantatori di dire che il secondo scudetto lo abbiamo rubato… omettendo tra l’altro che anche senza quel punto in più in classifica il campionato lo avremmo vinto lo stesso. E, sempre per restare al calcio, che dire di quando il furboFerlaino racconta dei controlli antidoping di Maradona e dell’uso di pompe e pompette? Anche qui dimenticando che l’uso continuato della cocaina porta dei danni al fisico anzichè dei vantaggi. E che il doping è un’altra cosa: quello serve per incrementare le prestazioni, non per inficiarle. Ma per tanti avventori Maradona era “dopato”… Ignorando la differenza tra “dopato” e “drogato”: dovrebbero anzi ringraziare che Diego facesse uso di quella merda altrimenti di scudetti ne avremmo vinti almeno il doppio.

Ma, ne sono certo, anche quando ci offenderanno ancora, come nel caso del pessimo servizio di Striscia sui portoghesi in metro o sullo schifo di lavoro fatto da Giletti qualche tempo fa nel suo programma, saremo capaci di usare la nostra lucida ironia e quella simpatia furba di cui abbondiamo. Del resto, cari amici napoletani e miei concittadini, quanto vi piace quella schifezza di comico di Siani che ogni volta fa la solita squallida battuta dello scippo al “milanese” della telecamera o della macchina fotografica? Ridete, ridete pure! Prima o poi vi accorgerete che gli altri non ridono con noi, ma ridono di noi! Quanto è poco furbo ostentare la propria furbizia!! Questo Abete, Giletti e tutta questa vrancata di sciacalli mediatici lo sanno, noi dobbiamo impararlo ancora. Qui nessuno vuole mettere la testa sotto la sabbia, altrimenti appena ieri non avremmo scritto questo pezzo sulla terra dei fuochi e sulle manchevolezze di giornali e lettori, ma c’è differenza tra fare GIORNALISMO e fare sensazionalismo solo per giocare a quel gioco facile facile del buttare la merda su Napoli. Poi, per carità, spesso siamo noi stessi con tanti nostri comportamenti a buttarci la merda addosso. Su questo non ci piove.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

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Le elezioni nella terra di Diego

Mauricio Macri, El bostero.

Aguante Boca! Vamos Boca!

Sono certo che molti tifosi del Napoli e specialmente gli amanti di Diego almeno una volta l’hanno gridato, per diversi motivi, dalla schedina di cui si aspettava il risultato negli ultimi minuti delle partite della domenica, dal ricordo del primo Maradona giovane e fantascientifico visto a colori sbiaditi, per arrivare a quell’ultimo buio e nervoso che le tv a colori accesi degli anni novanta ci permettevano di apprezzare per il look mechón amarilloL’Argentina oggi ha un nuovo Presidente, Mauricio Macri, chiare origini italiane, padre calabrese e madre romana, un bostero “raffinato” però sempre un hincha del Boca, e il mio primo pensiero va all’ultimo Maradona, quello da non far vedere ai bambini perché ormai più folle fuori che geniale dentro. Ebbene Macri, allora Presidente del Boca, fu lui a voler riportare Diego a la Bombonera, prendendosi come prima riposta: “pintate un mechón“, una espressione che Diego aveva “coniato”, usata poi da tanti in Argentina, per far capire al “raffinato” bostero che lui era “El Diego” e per parlare con lui doveva prepararsi anche a tingersi i capelli. Macri non era Diego per personalità, aveva bisogno della immagine di Diego, però Diego non era più El Diego sul rettangolo di gioco e per un raffinato e conservatore come Macri questo non poteva essere accettato a lungo.

Due sono stati gli anni di convivenza tra i due accomunati solo dal bene per la camisa xeneize, un periodo che va dal 7 Ottobre 1995, il ritorno a la Bombonera, passato alla storia in Argentina per la questione con Torresani (VIDEO) al 25 Ottobre 1997, giorno in cui toccò l’ultimo pallone, come D10S del giuoco del calcio.

Da quel momento il Boca non sarà più sol il Boca del pueblo a causa di Macri, un conservatore si, ma soprattutto un grande imprenditore che è riuscito a rivoluzionare le strutture della società facendo diventare il Club Atlético Boca Juniors una macchina quasi perfetta che l’ha poi consacrato il Presidente più titolato della storia del Club.

Fino al 2007 alla guida del Club per poi passare alla politica, in Sud America il passo è breve, e dopo due mandati alla guida di Buenos Aires, dal 2007 ad oggi, con CAMBIAMOS, il partito che lui stesso ha creato, riesce a creare un’alternativa al paese, dopo 12 anni di finta sinistra peronista.

A Maradona non piacerà mai, perché come lui stesso affermò in una intervista è un raffinato di destra e amico di Aznar, ma la mia speranza e con me quella di tanti argentini è che El Diego si sbagli e che l’Argentina trovi col tempo la giusta collocazione geopolitica di potenza che merita.

Quindi lungi da me acclamare Mauricio Macri come il messia, però è un’alternativa necessaria, da Latinoamericanista convinto riconosco gli errori e gli orrori dei populismi degli ultimi anni che senza i loro grandi leader hanno perso quello spirito rivoluzionario e più che mai sento l’esigenza di crederci. CAMBIAMOS!

Vamos Argentina! Aguante Macri!

Emanuele Scamardão

P.S. Il motivo suicida di questo articolo è la passione per le vicende che riguardano l’America Latina, da lettore di El Clarin e di SoldatoInnamorato non potevo non riportare i 20 punti strategici del prossimo Governo Macri e l’imperdonabile errore al punto 10.

http://www.clarin.com/politica/definiciones-Macri-proximo-gobierno_0_1472853033.html

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I motivi per cui celebrare D10s

“Siete ridicoli! Festeggiare il Natale per la nascita di Maradona! Voi non state bene! Come se Napoli si fosse fermata a Maradona”. Ebbene si, qualcuno stamattina anche questo mi ha scritto, dopo che su soldatoinnamorato buona parte dei nostri redattori si è cimentato nel scrivere un articolo che ricordasse Lui. Articoli che vi consiglio vivamente di leggere. Ma non è nuova questa posizione – un po’ nichilista a dir la verità – di alcuni napoletani nei confronti di Diego. Sul Napolista, dopo la vittoria in Coppa Italia contro la Roma alla quale Maradona era presente in tribuna, Massimiliano Gallo scrisse persino un articolo al vetriolo sulla Napoli che ricorda sempre i “belli tiempe ‘e na vota“. Del resto c’era Benitez in sella alla panchina azzurra, e la religione rafaelita  è monoteistica pure rispetto al Dio del Calcio… Ma lasciamo stare.

Ricordare Diego è prima di tutto un’esigenza dell’anima. E vabbè questa esigenza o la si avverte oppure no. Non si può condannare chi non la vive. Ma celebrare Diego è anche riaffermare la Napoli e la napoletanità più verace e bella. Sarebbe stupido annoverare la venuta di Maradona a Napoli soltanto come un capitolo meramente calcistico della nostra storia. Per paradossale che sia, ma molti sottovalutano questo aspetto, Diego è stato assai più importante per la città di Napoli che per la sua squadra.

Maradona ha riportato a Napoli un concetto fondamentale: l’orgoglio! L’orgoglio di essere poveri, brutti sporchi e cattivi, l’orgoglio del sud, la bellezza di essere in minoranza: insomma, l’orgoglio di essere napoletani. Un orgoglio che non scaturisce dalla vittoria dei tricolori o dalla Coppa Uefa, ma un orgoglio che esiste a prescindere proprio per le qualità che sottintendono al concetto di napoletanità.

Essere napoletani ed essere orgogliosi non era una cosa semplice negli anni ’80. Napoli scontava i primi prodromi di leghismo che, come bacilli, iniziavano già allora ad infestare il Paese. Napoli quel 5 Luglio dell’84 era ancora un cantiere aperto dopo il dramma del terremoto del 1980. Per il resto dell’Italia eravamo ladri, figli dell’assistenzialismo e sporchi terroni. Per non parlare del colera che un decennio prima fece la propria comparsa in città e scatenò verso Napoli un razzismo che oggi si può riscontrare solo verso i migranti o gli zingari. Un razzismo contro il quale, non senza qualche pudore, dovette scagliarsi contro persino Eduardo De Filippo che visse la cronaca di quei giorni come un dramma personale.

indietrotuttaMa invece dei piagnistei e del vittimismo, di cui oggi si abusa fin troppo, Napoli reagì. E reagì nell’unica maniera di cui è capace: la CULTURA. Quella che, come certi culi, va scritta con la C maiuscola. Troisi, Pino Daniele, Renzo Arbore, Luciano De Crescenzo, Claudio Mattone, Edoardo De Crescenzo ebbero il merito di far emergere un racconto di Napoli che vinse qualsiasi razzismo e ghettizzazione nei nostri confronti. Tra “Terra mia”, “Ricomincio da Tre”, “Indietro Tutta”, “Così parlò Bellavista”, “Scugnizzi” e “Ancora” si insediò Diego Armando Maradona. In un’Italia che non è mai stata più napoletana come lo fu nel decennio ’80. E Diego fu capo-popolo di quella che, oltre trent’anni dopo, possiamo definire un’autentica rivoluzione. Perché l’orgoglio e la napoletanità non sono mai andati a braccetto come allora. Forse l’unico precedente citabile è soltanto quello delle 4 Giornate di Napoli.

pinoNon è quindi assurdo o eccessivo ricordare Diego per chi è realmente innamorato non solo di Lui, ma della nostra città. Celebrare le gesta di Maradona significa invece riaffermare dei concetti che ancora oggi potrebbero tornare utili. E’ un guardare avanti, non guardare indietro. Anche quello di Sarri è un grande Napoli, manca però quel contesto culturale di trent’anni fa. A dire il vero, ringraziando il Padreterno, mancano pure i problemi e gli sfaceli di quegli anni. Oggi Napoli, come ha scritto più volte Erri De Luca, non appartiene più al Sud del mondo. Non siamo ancora diventati del tutto mitteleuropei, ma non siamo nemmeno nelle condizioni di instabilità sociale degli anni ’80. Certo, si spara in strada e “Gomorra” è la nuova frontiera culturale di questa città. Il cinismo, proprio come quello di chi non vuole far festeggiare la nascita di Maradona, si è impossessato di Napoli. Manca quella leggerezza e quell’ironia con la quale si possono dire le stesse cose che dicono i Saviano, i Garrone o i Sollima nei libri, nei film e nelle serie di Gomorra. Con meno analiticità, ma con più cuore, in fondo Troisi e Pino Daniele sapevano denunciare le stesse cose.

gomorraEcco, questa mancanza di leggerezza si avverte oggi anche allo Stadio. Un San Paolo che mai è stato così esigente e imborghesito come in questi anni. Perché la lezione di Diego non è stata quella del “Devi vincere” che si canta prima del fischio d’inizio di ogni partita, ma dell’essere orgogliosi. E l’orgoglio, come il coraggio manzoniano di Don Abbondio, se uno non ce l’ha non se lo può dare. Neppure con le vittorie. Quelle arrivano dopo. L’orgoglio pre-esiste a tutto. E questa è stata, ormai più di trent’anni, la lezione del D10s, la lezione di Diego Armando Maradona. “Siate orgogliosi di quello che siete, a prescindere di come siete e a prescindere da quello che ottenete”. In fondo gli scudetti sono stati un’appendice involontaria. Pensateci, oh voi che criticate!

Valentino Di Giacomo

 

Twitter: @valdigiacomo

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Diego Armando Maradona entra nella Piazza Rossa, 6 novembre 1990 (foto da sports.ru)

Dal nostro inviato a Mosca:

“Si, ma Maradona ha sbagliato il rigore contro lo Spartak”: questa leggenda metropolitana (fu Marco Baroni a non fare gol) mi accompagna spesso nelle discussioni con gli appassionati russi di calcio. Quella sera è stata un po’ l’epilogo di sette anni di magia, di vittorie, di gloria di Diego Armando Maradona a Napoli, in una Mosca gelida e scossa dalle ultime convulsioni della perestrojka, dove gli azzurri vennero eliminati dalla Coppa dei Campioni.
Credo sia difficile, per chi non sia napoletano o argentino, capire cosa ha significato e significa Diego per noi. Cosa vuol dire trovarsi gli occhi lucidi riguardando le sue azioni così semplici nella loro divina genialità, i suoi gol così facili e belli da vedere ma impossibili. È vero, ne scrivo probabilmente così perché per me le giocate di Maradona sono i primi ricordi d’infanzia, perché il tripudio della Coppa UEFA e il delirio del secondo scudetto sono memorie di bambino, ma sfido a negare la grazia e l’ispirazione nel gol del 2-1 con l’Inghilterra, per citare “solo” la nota forse più alta del pibe de oro.
Ho avuto la fortuna di conoscere Marco Campassi, figlio di quel grande musicista che fu Emilio, autore di “Maradona e’ meglio ‘e Pelé”, una delle prime canzoni che ho imparato assieme a “Ho visto Maradona”: Marco ancora oggi racconta non solo della devozione popolare verso Diego, ma anche della sua profonda umanità, della sua amicizia disinteressata. Ma spesso e volentieri si getta fango sull’uomo Maradona, che santo non è ed ha spesso ammesso i suoi difetti, per sminuirne la sua aura come giocatore e condottiero. Si, condottiero: un trascinatore in grado di portare e il Napoli e l’albiceleste ad essere protagonisti, non tirandosi mai indietro, sempre presente nei momenti decisivi.
E quella maledetta notte a Mosca, imputata spesso e volentieri alle malefatte di Maradona, vide però arrivare Diego già a notte fonda nella capitale sovietica all’Hotel Cosmos, imponente albergo sul lunghissimo prospekt Mira, e poi, indossata una tamarrissima pelliccia nera, andare a vedere la Piazza Rossa. All’epoca l’Unione Sovietica era teatro di cambiamenti epocali, e il “cuore della Russia”, cioè la piazza, era tenuta strettamente sorvegliata, per evitare che fosse occupata da manifestanti di ogni tipo. Ma quando i soldati videro arrivare questo piccolo brunetto li, non ebbero esitazioni, avevano visto l’estro in tante partite trasmesse in tv durante le noiose giornate in caserma, probabilmente temevano la sua presenza contro l’amato Spartak: fatto sta che si aprirono le porte per Diego, che instancabile firmò decine di autografi e si lasciò fotografare.
Quest’umanità è una nota caratteristica, e ho avuto modo di constatarla al telefono: una decina di giorni dopo Dinamo Mosca-Napoli di quest’anno, un mio amico corrispondente di una TV sportiva russa mi telefona dall’argentina. Parliamo del più del meno e mi passa “un amico”. Un accento inconfondibile mi chiede come sto e se a Mosca fa freddo, e a femmine come vanno le cose. Ed è stato come se lo conoscessi da sempre, però… Avete presente John Belushi quando nei Blues Brothers vede la luce? Quella domenica mattina per me è stata così.
Grazie, Diego: per tutto quello che ci hai dato, per tutto quello che mi hai dato. E non so cosa farei “si yo fuera Maradona”, ma so di certo che nessuno può essere come te, per noi.

Giovanni Savino

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Il Papa e il Messia

Quel 22 Giugno del 1986 “El Barba” – come lo chiama Lui- ci mise la mano. Ma non solo. Annoverare Diego Armando Maradona semplicemente nella categoria dei calciatori sarebbe commettere una bestemmia. Non è stato e non è un Dio, Diego. Ma è stato un tramite del Divino, proprio come un Messia.

C’era Dio quel giorno di Giugno allo stadio Azteca di Città del Messico. Non si spiega altrimenti come un calciatore, nella partita più sentita per i noti fatti delle Malvinas tra Argentina e Inghilterra, possa aver segnato nello stesso match i due gol più belli nella storia del calcio. Un gol di mano, quella di Dio, e la cavalcata in porta dribblando qualsiasi cosa. Quella rete che il mitico telecronista argentino Victor Hugo Morales definì in diretta: “Maradona, en recorrida memorable, en la jugada de todos lo tiempos“.

Di grandi calciatori ce ne sono stati nella storia. Ma nessuno come Lui è riuscito a farsi percepire come un Messia. Forze inspiegabili e invisibili agivano con Diego e per Diego, come se tutto il Creato fosse complice delle sue giocate. Succedeva per Maradona come con i Pianeti che si muovono intorno al Sole, con meccanismi perfetti, per realizzare il miracolo della Vita. Come se tutto fosse apparecchiato e preordinato per consentire a Diego di imporre il Suo verbo.

Qualcuno ci prenderà per folli, per eretici. Asserire di festeggiare il Natale nel giorno in cui ricorre la nascita di Diego è ai limiti della blasfemia. Ma non è così. Perché Diego è stato realmente un Messia, un Gesù venuto al Mondo per dare la felicità. Senza volerci addentrare tra i mille particolari che accomunano Cristo a Diego: la povertà, l’eresia, i miracoli, gli errori, gli eccessi, la resurrezione. Del resto non si spiegherebbe altrimenti il motivo per cui l’unico calciatore ad avere una Chiesa dedicata è proprio Diego Armando Maradona.

Il volto santo sulla neve
Il volto santo sulla neve

Paragonare Diego a Gesù non è blasfemia, lo è invece cercare raffronti con altri calciatori. Dov’è la divinità di Messi? Ne abbiamo già scritto. E quale calciatore appare su un monte innevato dell’Argentina come in una sorta di miracolo?  Solo Diego!

E non poteva che concretizzarsi a Napoli la venuta del nuovo Messia. Poche città al mondo hanno i connotati divini che ha Napoli, forse solo Rio de Janeiro ha quel sapore di ultraterreno tra Paradiso e Inferno. Perché, a meno che non si riduca la religione, a meri e pallosi riti liturgici, anche la cristianità (ed altre religioni) hanno nella loro ragion d’essere una componente di vivacità che rifugge quel bianco candore rassicurante con cui spesso si identifica il divino. No, il divino ribolle di energia, di grazia, di prepotente bellezza. Una bellezza che sfascia, rompe e ricostituisce l’anima. Come un gol di Diego. Come la vita di Diego. Come Diego. E come Napoli. Buon Natale Amore mio!