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Cominciamo oggi una rubrica che durerà poco, fino al 13 febbraio precisamente, quando ci sarà la serata finale di Sanremo e Napoli sarà rappresentata da Clementino.

Prima del rapper Napoletano il palco dell’Ariston ha sempre ospitato artisti targati Na (e questa espressione viene proprio da una canzone Sanremese) e spesso si è sentito anche il nostro splendido dialetto. Abbiamo deciso di presentarvi alcune delle esibizioni più significative per raccontare la storia del rapporto fra la nostra città e il festival più amato/odiato d’Italia.

Iniziamo con un pezzo del 1989, quando Maradona, Careca e compagni spingevano il Napoli alla vittoria della Coppa Uefa e sul palco della città dei Fiori si presentava Marisa Laurito, l’attrice e Show Girl che aveva esordito con De Filippo e che pian piano si era trasformata in un’icona della Napoletanità più classica.

Marisa si presenta con un pezzo che sarebbe troppo limitante definire stile Arbore: Il Babà è una cosa seria, scritto da Salvatore Palomba, autore di canzoni storiche come Carmela resa celebre da Sergio Bruni, e Eduardo Alfieri, musicista autore delle colonne sonore dei film di Alfonso Brescia e di grandi successi di Mario Merola.

La scelta della Laurito è tanto coraggiosa quanto autoironica, strizza infatti l’occhio a tutti i cliché possibili e immaginabili, dal testo all’abito, dalle musiche all’atteggiamento Marisa, tanto che Beppe Grillo nel suo monologo le dedicherà una battuta: a mangiare la pummarola è rimasta solo lei, i Napoletani sono gente normalissima.

Sul palco quell’anno c’erano anche Carosone, Eduardo De Crescendo, Tullio De Piscopo e Peppino Di Capri a rappresentare la nostra città e l’inno agli stereotipi culinari partenopei si piazzò dodicesima, ma seconda in una immaginaria classifica fra i nostri concittadini, perchè solo Di Capri riuscì a piazzarsi, di poco, più in alto di lei, arrivò infatti undicesimo.

Adesso non resta che goderci la splendida performance della nostra Marisa!

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Foto di Chiara Marra

Sedici giorni di eventi, spettacoli, mostre, musica, jazz e percorsi enogastromici, dal 29 agosto al 13 settembre.
Il Pomigliano Jazz diventa sempre più grande e si riconferma come un appuntamento che non delude. Gli eventi sono tanti e i nomi importantissimi. Si va da Raja a Coleman, passando per Tullio De Piscopo fino ad arrivare a Goran Bregovic e la sua Wedding & Funeral Band.

Un parterre di tutto rispetto per una delle manifestazioni che da sempre affascina e rende affascinante il nostro territorio, coprendo gran parte della regione : Ottaviano, Cimitile, Sant’Anastasia, Pollena Trocchia, Casoria, Somma Vesuviana, Avella, Pomigliano D’Arco, fino al Vesuvio.
Se, spesso, i concerti si fanno all’ombra del gigante famoso in tutto il mondo, da un paio di anni, il Pomigliano Jazz sfida tutto e decide di offrire uno spettacolo alle sue pendici. Musica, panorama e suggestioni. Quest’anno, il tramonto a 1300 metri di altezza è stato accompagnato dalla voce di Maria Pia De Vito con la tromba di Enrico Rava la chitarra di Roberto Taufic.
Da Festival gratuito, ampliandosi l’offerta, ora diventa, per alcuni spettacoli, a pagamento. I prezzi vanno dai 15 ai 25 euro.

C’è chi era più affezionato alla rassegna originaria. Chi come me ricorda cosa diventava Pomigliano, città delle fabbriche, quando ospitava i più grandi artisti internzionali. Crocevia di esperienze e di persone che raggiungevano una cittadina di provincia da ogni dove. Sarà che io a Pomigliano ci abito da sempre e so che per la città era un momento importante. Ma il fatto che ora abbracci un territorio così ampio non dispiace.
Si cresce e ci si allontana da casa. Ma chi se lo hai scritto nel nome.

Il Pomigliano Jazz, da quando ne ho memoria, è sempre stato diverso dalle altre rassegne in giro per la provincia e per la regione. Era importante! Era un evento internazionale. Pomigliano accoglieva persone che provenivano dappertutto. Riconoscibile all’estero, riconosciuto dal 2008 come membro del di I-Jazz che mette insieme i più ambiziosi festival jazz italiani.
Per questo il fatto che ora abbracci un territorio così ampio è da guardare con interesse. E’ un momento di scoperta non solo musicale.

Si fa interagire la proposta musicale con la rivalutazione del territorio. Luoghi,spesso associati a situazioni totalmente diverse, fanno da palcoscenico ad artisti internazionali. Casoria, con il suo “Parco delle Arti” che ospita arte moderna , “Il palazzo rinascimentale” di Avella, che risale all’anno 1000, ” Le Basiliche Paleocristiane e L’acquarium” di Cimitile. Sono solo alcuni dei siti archeologici che fanno da scenografia viva alla rassegna.

Il Jazz riesce a riscattare luoghi che a volte vengono dimenticati. Artisti internazionali accendono i riflettori della loro musica tra scavi romani.
La musica, in questo caso il Jazz, ci fa riapprezzare chi siamo. Ci avvicina alle nostre origini. Ci fa comprendere che la diversità delle storie è fondamentale per comprendere la nostra.
Quale migliore chiusura, allora, quella affidata a Goran Bregovich, che, della commistione di culture, balcaniche e gitane, ne fa, da sempre, la sua bandiera.
Ed allora, inseguiamo il jazz in queste settimane. Ma non ci stanchiamo troppo che, alla fine, bisognerà danzare al grido di “Juris” (all’attacco!).

Chiara Arcone

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