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La moda un po' violenta dei social

Intalliarsi e guardare questo spettacolo... Foto di Giovanni Savino

Mi ha emozionato l’articolo di Paolo sull’usanza tutta partenopea del “consuolo”. Per chi non l’avesse letto ne consiglio la lettura perché ogni tanto è bello leggere qualcosa che racconti di gesti di pace, fuori dal tambureggiamento dei social di liti, lamentele, brutte notizie. Fa bene tanto più in un momento come questo quando una parte del Paese soffre il dramma del sisma che ha sfracellato case, paesi e tolto la vita a centinaia di persone.

E’ bello essere partenopei ricordando il nostro cuore. Quei piccoli gesti, quelle piccole attenzioni che tramandiamo da generazioni: penso al “consuolo”, ma pure al fare visita in casa d’altri con zucchero e caffè.

Eppure, nel racconto mediatico, soprattutto in quello dei social, mi piace meno questa pretesa superiorità del “cuore napoletano”. Come se in altre parti d’Italia fossero una razza di asentimentali. Fa bene ricordarlo proprio ora che è fine Agosto e la maggior parte di noi, i più fortunati, sono appena rientrati dalle vacanze. Le vacanze sono spesso anche un’occasione per conoscere persone di altre parti d’Italia. Un tempo lo si faceva con il militare. E, conoscendo persone di altre città, si scopre che in fondo in fondo un cuore ce l’abbiamo tutti. Eppure, a leggere alcune cose sui social, pare che debba passare sempre il concetto che solo il “Napoletano tene ‘o core bbuon”. Siti web che quasi parlano di superiorità razziale perché i Borbone inventarono il bidet oppure la prima ferrovia, o ancora la raccolta differenziata. E’ bello tutto questo, ma purtroppo ha un prezzo. Il prezzo è che, senza rendercene conto, in questa nostra manifestazione delle nostre identità, forse senza neppure accorgercene, vogliamo manifestare una pretesa superiorità.

Io penso che invece il napoletano è assai più ricco quando è umile. Quanto è bella la Napoli delle signore che portano a fatica le buste della spesa, quanto è bella la Napoli delle facce sulla metropolitana dopo una giornata di fatica, quanto sono belle le rughe delle vecchiarelle sedute al verano fuori ai vasci. E’ bella Napoli quando è semplice, non quando pretende di essere superiore agli altri.

Quelli di cui parlo non sono sentimenti così lontani dal nostro vivere quotidiano. Sull’identità e sull’orgoglio c’è tanta gente che sale sul carro di Napoli per guadagnarci. Vogliamo ricordare l’ultima campagna elettorale quando ai festeggiamenti del nostro sindaco si cantava persino assurdamente “Bella ciao” sventolando la bandiera del Regno delle due Sicilie? O vogliamo parlare di tutti quei siti web che decantano le bellezze di Napoli? Per carità, tanti lo fanno in buona fede, ma tanti altri ci guadagnano. Ci guadagnano anche tanto.

Ecco perché qui su Soldatoinnamorato, a volte, prima di scrivere qualcosa di bello sulla nostra città un po’ ci pensiamo su. Non perché sia sbagliato, ma perché, soprattutto sui social, c’è un clima avvelenato. Napoli è bella quando dialoga con altre culture, non quando ricorda “e tiempe belle ‘e na vota” o peggio quando si sente superiore a tutti gli altri. Questo è un errore che spesso ho commesso pure io e ho compreso che non porta benefici, ma ci allontana dagli altri.

Si può essere orgogliosi, ma senza sentirsi superiori. Proprio come quando, in silenzio, in occasione di un lutto, arriva una vicina sconosciuta con una pentola di brodo. Napoli è bella per ciò che dice, ma è assai più bella quando sono gli altri a parlare di lei. A parlare di noi.

Valentino Di Giacomo

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Le chiacchiere del sindaco

Tra i miei mille difetti, ne ho uno imperdonabile: non adoro le mezze misure, o 1 o 90 si dice a Napoli. E questo è uno dei motivi per cui – per dirla con un’espressione social – ho una relazione complicata con la politica che, per antonomasia, è l’arte del compromesso. Per tutta la durata della campagna elettorale qui su soldatoinnamorato ci siamo astenuti dal fare qualsiasi tipo di commento, la nostra è una testata libera e così deve restare. Oggi però, a urne chiuse e a risultato acquisito, se ne può parlare e scrivere in libertà.

Luigi De Magistris ha vinto e chi vince ha sempre ragione, tanto più guardando il resto della pletora di candidati. La sua, come quella dei suoi avversari, è stata però una campagna elettorale senza fatti, non se ne è praticamente parlato. Cosa ha intenzione di fare il sindaco confermato per i prossimi 5 anni? A parte questo movimento sinistroide anti-renziano che vuole imporsi a livello nazionale che, per noi cittadini che viviamo la città, ce ne frega quanto il risultato di una partita di calcio di terza serie svedese. Veniamo quindi alle “mezze misure” di cui accennavo. Il sindaco del “lungomare liberato” ha fatto una campagna elettorale tutta fondata sull’indipendentismo. Devo dire che la sera dei risultati del primo turno mi sono persino vergognato dell’immagine che Luigi De Magistris ha dato di Napoli intervenendo a Porta a Porta. Non tanto per quello che diceva, ma per i nomi dei simboli di lista che lo sostenevano. A noi non fa effetto, ma che deve pensare dei napoletani uno dell’alta Italia nel vedere alle spalle del sindaco quei simboli così stucchevolmente campanilistici: “Ce simm sfasteriati”, “Mò”, un simbolo con la maschera di Pulcinella. Ancora con queste immagini stereotipate? O a Napoli esiste pure altro?

Pulcinellate per l’appunto e con le pulcinellate, i “cacati sotto”, “rivoluzione” non si può governare. De Magistris la sera dell’elezione ha detto “Ci avete detto per 150 anni cosa dovevamo fare, oggi decidiamo noi. Gli altri sono una CHIAVICA”. Discorso bello, emozionante, persino condivisibile se non fosse per qull’aggettivo finale. E allora, se l’indipendenza vuole, il sindaco confermato la ottenga per davvero. Ed ecco il discorso della “mezza misura”: De Magistris rinunci, ad esempio ai fondi del governo per Bagnoli e non versi più le tasse dei napoletani allo Stato centrale. Ammesso che Napoli sia economicamente autosufficiente. Questa è l’indipendenza. Il resto sono solo chiacchiere che prendono in giro quei poveri cristi che davvero ci credono.

Le parole sono belle, i fatti però sono questi e rappresentano il tutt’altro. E allora, nei prossimi 5 anni, De Magistris ci dica davvero cosa vuole farne di Napoli. Potrà farlo in tutta tranquillità visto che non dovrà essere più in campagna elettorale e raccontare sciocchezze alla gente. Vuole una Napoli indipendente? Crei il suo regno. E sia fatta la sua volontà. Perché, alla fin fine, oltre perché probabilmente era il “meno peggio”, è stato votato proprio in virtù di certi sentimenti. Li metta in atto se ne è capace. Altrimenti è “tutto chiacchiere e distintivo”. Da ex magistrato la definizione calza proprio a pennello.

Valentino Di Giacomo

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La rappresentazione di Napoli sui social

Penso alla rappresentazione di Napoli che si dà sui social network. Facebook o Twitter non sono la realtà, però riescono comunque a creare moti di opinione, cause, petizioni, direi persino scuole di pensiero (lo direi se poi subito dopo averlo scritto non seguisse in me un rapido pentimento per l’eccesso di benevolenza).

Come sempre, anche sui social, esistono due Napoli. Due rappresentazioni. Due città che quasi non si incontrano mai. Nel leggere post, commenti, frasi sui gruppi ci sono gli eterni assolutisti. Fondamentalmente sono due visioni: quelli del “Comm è bella Napule” e quelli del “Comme fa schifo Napule“. Queste due scuole di pensiero (uh maronn, l’ho riscritto) hanno in comune solo l’estremizzazione di un pensiero e non contemplano mezze misure.

Se Napoli era già di per sé una città da 1 o 90, con i social questa tendenza al “fondamentalismo” si è accentuata. Ecco allora migliaia di pagine Facebook che raccolgono le foto della città più suggestive e accattivanti. Ed eccone allora tante altre pagine che guardano questa nostra Napoli con un disfattismo quasi ancestrale, come se questo luogo non potesse mai avere possibilità di riscattarsi dai propri peccati.

Trovo assolutamente insopportabili entrambi questi atteggiamenti. Per non parlare di tutti quei gruppi creati ad arte per instillare negli utenti dei social la credenza che se qui al Meridione stiamo inguaiati la colpa è esclusivamente dell’avvenuta Unità d’Italia. Credenze che si alimentano con l’ignoranza dilagante dei giorni nostri, con la mancanza di un’informazione certa, con la perdita assoluta del valore reale delle parole e dei relativi significati. E’ tutto un giro di iperboli il web: la conquista di Garibaldi è definita persino “genocidio“. E via così…

Un tempo si viveva nella certezza che un fatto fosse vero, reale perché “L’ha detto la televisione“, oppure “Sta scritto sul giornale“. Oggi a causa di un mancato controllo delle fonti e allo spopolare di siti web e mode internettiane non si sa più cosa sia vero e cosa falso, cosa sia reale e cosa finto. Ora bisognerebbe fare tutto un excursus su cosa significhi falso e cosa voglia dire finto, ve lo risparmio. Sono due concetti totalmente differenti, ma che spesso sortiscono lo stesso effetto. Con la finzione che è assai più pericolosa della bugia.

Di finto, spesso, c’è proprio l’amore per la città declamato sui social da parte di tanti “sostenitori di Napoli”. Il più delle volte si tratta più di amore verso sé stessi che verso la città. Ognuno intento a reclamare spazi per ingraziarsi il potere politico. Vuoi fare un piacere – vale oggi come allora per altri – a De Magistriis? Allora conviene decantare lo straordinario lungomare, le tipiche bellezze napoletane e magari far intravedere persino una “superiorità razziale” dei napoletani rispetto al mondo circostante. Vuoi fare un piacere a qualcun altro? E allora ecco spuntare gli eterni scontenti che pongono l’accento su traffico, monnezza, delinquenza e varie inciviltà che esistono a Napoli. E’ un gioco facilissimo.

Certo, fra tutto ciò che si legge sui social, c’è pure chi è in buona fede. Ognuno ha il libero diritto di pensare davvero che Napoli sia la culla della civiltà oppure al contrario che Napoli sia un Vaso di Pandora da cui provengono tutti i mali del mondo.

A causare tutto questo c’è soprattutto la perdita di autorevolezza costante dei quotidiani che leggiamo, la carta stampata potrebbe fare ancora tanto per limitare certe distorsioni informative. Ma purtroppo spesso anche il giornalismo si uniforma a queste leggi. E per chi come me fa questo di mestiere è una ferita lancinante.

Se non bisognasse ogni volta cercare dei titoli ad effetto per destare interesse si potrebbe dire in sintesi che Napoli è una città bellissima, ma piena di problemi. Che quello napoletano è un popolo magnifico, ma con un’innata forza auto-distruttrice. E’ vero tutto. Questo e quello. Il difficile è capire cosa sia finto, non cosa sia falso.

Dedico questi miei pensieri a tutta quella gente che campa sulle spalle della mia città, parlandone bene o parlandone male, tanto parlano pur sempre di loro stessi. Un Massimo Giletti o un Luca Abete non sono poi così differenti da un Angelo Forgione o un Angelo Di Gennaro. Qui ricordiamo, sommessamente, che soldatoinnamorato è un sito nato per passione che parla del Napoli e di Napoli. Lo facciamo, al momento, senza raccogliere nessun tipo di pubblicità e cercando di dare spazio a tutti: a chi pensa “Comm’ è bella Napule” e pure a chi talvolta la critica. Sempre amore è, ma disinteressato.

P.S. Sul falso e sul finto non dimenticherò mai una lezione ricevuta da Aldo Sarullo che ringrazio infinitamente per avermi dato parole per concetti che spesso sono in noi, ma che non si sanno raccontare, poi spariscono.

vDG

Twitter: @valdigiacomo

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Potrebbe sembrare “Scherzi a Parte”, ma letta così la dichiarazione odierna di Carlo Tavecchio suona davvero male. Queste le sue parole: “Come si fa a pensare che una citta’ come Napoli possa avere uno stadio nuovo? E dove lo facciamo, in mezzo al mare?” ha detto Tavecchio, partecipando alla presentazione del disegno di legge del Pd sulla valorizzazione dello sport, nel corso di una conferenza stampa alla Camera. Probabilmente le parole di Tavecchio vorrebbero servire per stemperare la tensione tra De Magistriis e De Laurentiis sulla questione San Paolo, peccato che suonino abbastanza grevi. 

Tavecchio si e’ speso poi a favore del sostegno pubblico dello sport. “Vogliono costruire stadi dove si vendono anche altre cose. Ma cosa si puo’ vendere? Finora nessuno me lo ha detto. Anche perche’ se fai uno stadio a 30 chilometri dalla citta’… Si organizzano cose, ma poi non ci sono i soldi per l’ammortamento…“. Per il presidente della Figc “il campionato di calcio e’ una panacea che sistema una serie di problemi del paese. E’ un
regolatore di tensioni e bisogna capire se deve essere sostenuto o meno. Se a inizio campionato avessimo fatto giocare sei squadre anziche’ 20, avremmo avuto problemi di ordine pubblico“.

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Scontro continuo

Continua la querelle a distanza tra De Magistriis e De Laurentiis. Stavolta la stoccata la lancia per primo il sindaco con un’opinabilissima dichiarazione “Nel San Paolo il Napoli ci ha vinto due scudetti“. Quasi 30 anni fa, caro sindaco, ricorderemmo. E’ il segnale che ormai lo scontro ha raggiunto picchi molto alti e toni duri. Eppure, nell’interesse dei napoletani, sarebbe ora di sedersi ad un tavolo in maniera definitiva e decidere – come scritto ieri – quali progetti sindaco e presidente hanno in mente per realizzare finalmente quella che può diventare un’opera strategica sia per il club che per la città. Queste le dichiarazioni rilasciate oggi dal sindaco:

Rispetto da parte di tutti quando si parla della città anche perchè nello stadio che de Laurentiis chiama ‘cesso’ il Napoli di Maradona ha vinto due scudetti“. Lo dice il sindaco, Luigi de Magistris, replicando al patron del Napoli che ha definito in quel modo il San Paolo. Per il sindaco serve “abbassare la tensione, si sta lavorando per degli obiettivi“; però, se De Laurentiis considera realmente lo stadio così, “faccia presto a mettere i soldi per farlo diventare un salotto; abbiamo creato le condizioni perché investa“.

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Cos'è davvero Napoli?

"Tipica" carta d'identità secondo Rosy Bindi

Rosy Bindi non lascia, anzi raddoppia. Se non bastavano le dichiarazioni di qualche giorno fa, oggi la presidente della Commissione antimafia, dalle colonne del Corriere della Sera, in un’intervista ribadisce che ‘la camorra è un carattere costitutivo della città di Napoli’. Al di là della naturale indignazione per una frase che condanna Napoli ed i napoletani (avvisate i tour operator perché da oggi oltre alle bellezze naturali e museali i turisti dovranno visitare anche i luoghi caratteristici e simbolo della camorra) francamente sono anni, decenni, che ascoltiamo simili affermazioni. Parole che suonano sia come un tentativo quasi assolutorio da parte della classe politica (rassegnatevi la camorra c’è e ci sarà sempre) che mai è riuscita, in fondo perché non l’ha voluto, a debellare il fenomeno criminale, e sia di un retaggio di una storiografia risorgimentale e savoiarda a cui ha sempre fatto comodo dipingere il reame napoletano e delle Due Sicilie come un covo di ladroni e briganti. Rosy Bindi è caduta in questo errore.

La camorra c’è e nessuno può metterlo in dubbio, ma da una presidente di una Commissione antimafia ci saremmo attesi altre analisi. Anche perché, insistendo nella sua tesi, Rosy Bindi smentisce un monumento come Giovanni Falcone, che certamente era un conoscitore di fenomeni malavitosi più della stessa Bindi, il quale affermò che ‘la mafia come ogni fenomeno umano ha un inizio ed una fine’. Da ciò si desume facilmente che quindi anche la Camorra avrà una sua fine. Ed a dirla tutta sono più propenso a seguire l’analisi di Falcone, fosse solo per la speranza di vedere Napoli libera dalla cappa camorristica.

Tornando però al merito della questione ed alle parole di Rosy Bindi bisogna ricordarle che in fin dei conti la camorra è un fenomeno speculare e contrario a quello statuale. O meglio, nasce nell’assenza della presenza dello Stato. Insomma, la Camorra non è che un sistema di tipo feudale, votato alla gestione territoriale, che si pone come obiettivo di sopperire allo Stato laddove incapace di esercitare la propria sovranità. Guardiamo le immagini della serie ‘Gomorra’: sono tanto diverse le ville bunker dei boss di oggi dai castelli dei feudatari? Dove lo Stato non c’è il territorio si organizza per darsi regole e strutture di potere. E per Stato non mi riferisco soltanto ai soldati, alle Forze dell’Ordine, ma molto più semplicemente alla presenza di scuole, asili nido, spazi di aggregazione sociale, un parco giochi attrezzato.  Quindi se proprio c’è qualcosa di costitutivo è l’assenza dello Stato a Napoli, nelle sue varie accezioni, piuttosto che la camorra in .

Detto questo, paradossalmente, però, dovremmo ringraziare Rosy Bindi perché potrebbe dare lo spunto per interrogarci su quale sia davvero il carattere costitutivo della città di Napoli. E poi più in generale del Sud Italia. Cosa contraddistingue questa bella, affascinante ed intrigante città? Non mi riferisco naturalmente ai simboli, un po’ oleografici, che contraddistinguono nel mondo Napoli: pizza, sole, mandolino e Vesuvio, ma piuttosto chi e che cosa ha rappresentato nei secoli e rappresenta oggi la Capitale del Mezzogiorno. Non è domanda da poco, ed è forse lo snodo per capire dove Napoli e la sua classe dirigente hanno fallito e perché ogni volta che parliamo di rilancio o riscatto della città alla fine ci ritroviamo sempre alla casella del via.

Primo punto. Napoli è stata sempre caratterizzata da una classe sociale medio borghese incapace di imporre la sua visione di Stato e di città. Troppo gracile e debole per far sentire la propria voce, anche a causa di un tessuto imprenditoriale e commerciale poco sviluppato. Mentre in altre città questa classe sociale è diventata protagonista, a Napoli ha latitato o nell’irrilevanza o adeguandosi supinamente a decisioni altrui. Secondo una visione marxiana a Napoli, e più in generale nel Sud, non si è fatta classe sociale, non è riuscita a pensarsi come tale e quindi non è riuscita a compiere quel salto che le consentisse di diventare classe dirigente e di guidare la città.

Secondo punto. Napoli ha sempre avuto una classe alto borghese, nobiliare (fino a quando lo Stato ha riconosciuto i titoli nobiliari) ed intellettuale pronta a vendersi al primo potente di turno. Era così ai tempi del vicereame spagnolo, della Napoli borbonica, di quella conquistata dai Savoia. E poi ancora della Napoli fascista e liberata dagli alleati. Quella di Lauro, quella dipinta da Rosi nel film “Le mani sulla città”. Ma anche quella dei comunisti di Valenzi e, più vicino ai giorni nostri, di Bassolino e De Magistris. E’ la Napoli della Pimentel Fonseca, cortigiana di Ferdinando IV, sua adulatrice con tanto di odi cantate e poi protagonista, contro di lui, della rivoluzione del 1799.

Terzo punto. I lazzari. Anche questo aspetto costitutivo di Napoli. Una marea di persone, si stima intorno al 1700 circa 20/30mila persone, che vivevano ai margini della società, disperati, senza fissa dimora e lavoro, sfruttati e utilizzati dai potenti come ariete per garantire e proteggere lo status quo. Nel tempo hanno cambiato nome, si sono ridotti di numero, forse, ma sono rimasti incatenati al loro ruolo di manovalanza su cui le classi più agiate, ricche e politicamente rilevanti hanno esercitato la loro influenza. Fu così con il cardinale Ruffo, Ferdinando IV, i napoleonidi Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, e poi ancora il ‘liberatore’ Garibaldi con la regia del traditore Liborio Romano. Ed ancora essi furono quelle tanti mani che stringevano i pacchi di pasta offerti da Achille Lauro. Fino ad arrivare a quel popolo che oggi vive facendo il ‘palo’ in un quartiere degradato, che vive ai margini della tollerabilità, che si ‘attacca’ al palo della luce per avere la corrente elettrica in casa, e a cui  poi, quando va a votare, come pegno prima del voto gli viene data metà banconota da 50 euro, ricevendo soltanto a votazione ultimata la seconda metà. E pure i modi di chiamarli sono cambiati: in principio lazzari, poi, dopo la conquista sabauda, ‘scugnizzi’,  protagonisti de “Il ventre di Napoli” e dell’opera di sventramento del Risanamento. Poi diventati, nel dopoguerra e nel periodo più violento della guerra di camorra, e forse anche più basso della città di Napoli, secondo una quantomai azzeccata definizione di Siani, i ‘muschilli’. Fino ad arrivare ai giorni nostri con la ‘paranza dei bambini’ di Saviano.

Ecco i tre volti di Napoli, che da sempre la caratterizzano e ne limitano ambizioni e sviluppo. Non è quindi la camorra, cara presidente Bindi, ad essere carattere costitutivo di Napoli e dei napoletani, quella, al massimo, è figlia di un’Italia che non ha mai saputo e voluto capire questa città. Bella ed insieme tragica, dove solo chi ci è nato può capirla, amarla ma anche odiarla al tempo stesso. E può anche spiegare  perché si può diventare a furor di popolo Capitano generale del fedelissimo popolo napoletano e poi essere decapitato e gettato in una fossa comune. Il tutto in un pugno di giorni… Masaniello docet.

Dario Caselli *

Twitter: @dariocaselli

*Giornalista professionista, cultore di storia con un “debole” per quella di Napoli. E’ analista politico, ma possiede soprattutto una “imbarazzante memoria” delle battute di Eduardo e Totò.

**Dario, collega di ufficio ormai da anni. Napoletani a Roma: brutta razza. Io con le gigantografie di Diego dietro la scrivania, lui con Einstein che scrive alla lavagna “Forza Napoli” e Armstrong che piazza la bandiera azzurra sulla Luna. Costringiamo chiunque ad adeguarsi a comprendere il nostro dialetto stretto, il più delle volte incompreso. Così come restano incomprensibili agli altri i nostri dialoghi di interi minuti solo citando frasi di film napoletani, di Totò o commedie eduardiane. Più che per napoletani, ci pigliano per pazzi. Ma è un nostro modo di sopravvivenza “all’estero”. Una “sopravvivenza” che a lui riesce assai meglio di me. “Ma comme fa, comme faaaa!”. vDG

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Noi non ci stiamo!

Stadio San Paolo

Il nuovo stadio San Paolo, secondo il progetto che la SSC Napoli ha fornito al Comune sarà di 41.000 posti. Sono posti a sedere, ma nonostante ciò in città abbiamo assistito quasi a una standing-ovation. “Bravo il Napoli che riduce i posti, tanto erano inutili quei seggiolini in più“. E all’improvviso mi accorgo da questo genere di commenti che questo non sia più il mio calcio, la mia Napoli, i miei napoletani.

Senza accorgersene i napoletani hanno ormai abdicato alla loro passione, ai loro costumi, alle loro tradizioni. Si sono venduti ad un imborghesimento che non gli appartiene e per di più l’hanno data vinta agli ultras. A quelli che non cantano un coro ad un giocatore, anche se ne ha bisogno o lo merita, perché “esiste solo la maglia“. Quei gruppi ultrà che sanno raffigurarsi solo con loghi violenti: maschere sul volto e coltelli fra i denti. Quegli ultras che se ne fottono altamente di cosa faccia il Napoli in campo purché loro possano cantare i loro truci e vergognosi cori contro la polizia, contro lo Stato e in nome di un Vesuvio di cui non riescono nemmeno a comprendere la potenziale forza distruttrice. È passato tanto tempo, Non ci lasceremo mai, Siamo figli del Vesuvio, Forse un giorno esploderà, Una vita insieme a te Di domenica alle 3, Non riesco a stare solo senza te, Quando un giorno morirò Da lassù ti guarderò, Quanti cori al funerale chiederò! Uno dei cori più imbecilli e cretini che ci fa comprendere quanto un pezzo di Napoli sia ormai totalmente degradato. Dov’è la fantasia, il folklore, la bellezza appassionata dei napoletani che ancora riconosciamo camminando in strada?

Perché hanno vinto loro? Perché con 41.000 posti gli effetti saranno due: o il San Paolo diventerà terra solo per loro e questi cori idioti che nulla hanno a che vedere con l’amore verso il calcio, oppure i prezzi dei biglietti saliranno così tanto alle stelle che il nuovo San Paolo sarà terra solo per ultra-borghesi facoltosi e figli di papà. C’è poi una terza strada: curve agli ultras, tribune ai riccastri. E chi, la stragrande maggioranza figlia di questa terra, non si ritrova né tra gli uni né tra gli altri andrà allo stadio sempre più contro voglia. Andare in tribuna senza nemmeno poter fumare una sigaretta perché gli altri ti guardano male e si lamentano? (Mi è successo). Oppure andare in curva e subirsi tutte quelle stronzate che ti fanno rimpiangere i “belli tiempe ‘e na vota” (chiaramente mi è capitato anche questo).

De Laurentiis vuole il suo stadio come quello della Juventus. E’ bello lo stadio della Juve, fa anche un certo effetto acustico, ma Napoli non può prendere a modello altre città e altri costumi. Napoli è Napoli e ogni volta che ha tentato di scimmiottare esperienze forestiere è finita per pagarne le spese a caro prezzo. Per restare all’architettura ne sono un esempio quello scempio di Vulcano Buono, il Centro Direzionale e le Vele di Scampia. Qui su soldatoinnamorato.it cerchiamo di raccontare ogni giorno qualche nostra tradizione. Non perché Napoli non debba cambiare, ma perché non deve neppure diventare Rovigo – tanto per mutuare una battuta di Troisi. Va bene cambiare, ma senza abbandonare i nostri tratti distintivi che rendono Napoli ancora una città davvero unica al mondo.

E un tratto distintivo della nostra città è lo stadio, gli 80.000 spettatori, la bolgia, le urla, le grida sguaiate e veraci. Che fine hanno fatto i tamburi? Che fine hanno fatto quelle melodie che si ascoltavano solo e soltanto al San Paolo? Perché i tifosi di oggi scimmiottano melodie da altre tifoserie in una indegna imitazione?

E poi ci chiediamo ancora un’altra cosa: ma se il Napoli tornerà in Champions cosa accadrà per accaparrarsi un biglietto? E quanto costerà un abbonamento per avere il vantaggio di prendere un tagliando in prevendita?

Mi spiace, ma io non esulto alla riduzione di posti. E’ una decisione figlia di un calcio che sanziona persino la gioia di quei calciatori che si tolgono la maglia dopo un gol. E’ il risultato di anni e anni di disinteresse della società verso la qualità del proprio pubblico. Perché non è solo una questione di numeri, ma di qualità del pubblico che la SSC Napoli vuole portare allo stadio. Allora cari De Magistriis e De Laurentiis, voi che siete uomini a cui spetta di mettere i puntini sulle “i” persino nel cognome, ce la date una risposta? Vogliamo lasciare fuori dal nuovo San Paolo la stragrande maggioranza dei napoletani che non si riconosce né tra i tribunisti un po’ attempati, né tra gli ultras violenti e (nel migliore dei casi) incapaci di creare un coro coinvolgente?

E’ vero, il San Paolo non è più popolato come un tempo. I 60.000 spettatori (l’attuale capienza) vengono raggiunti solo in sparute apparizioni. Ma non c’entra davvero nulla la tv o lo schifo dei cessi dello stadio e ancora i sediolini scomodi e spesso zozzi. Se lo stadio ritornasse ad essere un luogo di gioia, di bel tifo, di passione dovrebbero costruire un secondo San Paolo per farci entrare i napoletani. Il problema non è la capienza, ma il saper coinvolgere i tifosi, la stragrande maggioranza di coloro che non si riconoscono in quei gruppi ultrà inutili e auto-referenziali. E di certo il problema non si risolve con quella stronzata delle cheerleaders o con qualche canzone da discoteca pompata a palla prima della partita.

Sapete perché il nostro sito lo abbiamo chiamato SoldatoInnamorato? Perché è il coro SPONTANEO dei Napoletani (quelli con la N maiuscola) dopo una vittoria. E’ quel coro che ci fa piangere tutti insieme e che ci fa abbracciare sugli spalti persone che neppure conosciamo. Gli ultrà non vogliono che si canti ‘o surdat nnammurat, dicono sia folklore, rappresentazione di una vecchia Napoli. Certo, se sono loro a rappresentare il nuovo con quei loro cori offensivi e insopportabili allora togliamolo proprio da mezzo il San Paolo. Le partite giochiamole alla play-station, così ci facciamo da soli pure la campagna acquisti e stiamo comodi comodi sul divano di casa.

Lo stadio da 41.000 posti non è solo una brutta notizia per il Napoli e i suoi tifosi. Lo stadio da 41.000 posti è uno schifo di notizia per Napoli e per quei Napoletani che si sono schifati di dover subire certe angherie. Fino a ieri abbiamo subito con sofferente indifferenza i soprusi degli ultras, da domani quei soprusi saranno ancor più istituzionalizzati. La delibera la firmeranno il Comune e la SSC Napoli, non in nome dei nostri interessi. Non in nome dei veri Napoletani. Non in nome della maggioranza silente dei Napoletani che non urla e scassa vetrine, che fa la fila o accompagna il nipote a prendere il biglietto al botteghino. I Napoletani resteranno per sempre fuori da casa propria. Fuori dal San Paolo. E se pensate che Ciro Esposito sia stato ucciso solo per una fottuta casualità del destino o perché i tifosi della Roma sono gli unici ad essere violenti allora non avete capito nulla. O si risolve alla radice il problema di come far tornare il pallone e lo stadio a una forma di aggregazione sociale oppure perderemo tutti. E queste decisioni non fanno che proseguire un trend che vuole le famiglie fuori dallo stadio. Game over Napoli.

P.S. Se vogliamo fare qualcosa tutti insieme per risolvere il degrado del tifo del San Paolo noi siamo qui. Se si può aprire una discussione che possa dare a tutti i Napoletani diritto di cittadinanza all’interno della propria casa noi ci siamo. Fateci sapere come possiamo essere utili. 

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

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Lo sceriffo alla riscossa

Dopo Giggino De Magistriis anche lo “Sceriffo di Salerno” potrà governare. E’ stato infatti accolto dal Tribunale di Napoli il ricorso d’urgenza presentato da Vincenzo De Luca, eletto governatore della Campania e sospeso per effetto della Legge Severino. Ora De Luca potrà partecipare al primo Consiglio – che era stato rinviato – e nominare la nuova Giunta. Il Tribunale dovrà poi decidere nel merito della vicenda.

Comune di Napoli e Regione Campania, che avevano rispettivamente sindaco e governatore sospesi, recuperano pienamente le proprie funzioni. Speriamo sia di buon auspicio per il futuro della nostra terra. La Legge Severino? Evidentemente, per dirla con il Crozza-De Luca è un personaggetto…

LA NOTA DEL TRIBUNALE

”Con riferimento al ricorso ex articolo 700 del Codice di procedura civile promosso in via
d’urgenza dal neo eletto governatore della Campania, Vincenzo De Luca, per la sospensiva del Decreto del presidente del consiglio dei ministri che ha disposto la sospensione del medesimo dalla indicata carica, come già avvenuto in precedente analoga circostanza – scrive in una nota il presidente del Tribunale di Napoli, Ettore Ferrara – atteso l’evidente rilievo mediatico assunto in questi giorni dalla questione e l’interesse pubblico sotteso comunico che con decreto ‘inaudita altera parte’ depositato oggi dal presidente della sezione competente a provvedere, il Tribunale ha sospeso provvisoriamente l’efficacia del provvedimento fissando per il giorno 17 luglio l’udienza dinanzi al Collegio per la comparizione delle parti e per la conferma, la modifica o la revoca del decreto stesso”.

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Il comunicato del Napoli

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Scarno, ma significativo comunicato del Napoli che arriva nella tarda serata di ieri attraverso il sito web della società azzurra e il proprio profilo Twitter.

Oggi  la SSC Napoli ha presentato al Comune di Napoli il progetto e i relativi elaborati tecnici per la ristrutturazione e l’ammodernamento dello stadio San Paolo ai sensi della legge n. 147 del 27 dicembre 2013“.

Era un passo necessario, oltre che obbligato, dalle prescrizioni della legge e dagli accordi sottoscritti in passato tra il club e il Comune di Napoli.

Dopo i concerti, le liti e la guerra di interviste e comunicati, la telenovela San Paolo aggiunge una puntata ulteriore. Il prossimo passo sarà l’accettazione da parte del Comune di Napoli del progetto elaborato dal Napoli. Chi vivrà vedrà…

 

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Da Benitez a Sarri

Ha fascino la rivoluzione. È una parola che riporta agli anni più belli della gioventù, quando si credeva davvero che il mondo intero fosse un prolungamento del corpo, che tutto poteva essere cambiato e tutto sarebbe stato migliore. Per tanti la rivoluzione è stato un poster del Che nella cameretta, per altri è stato più semplicemente vestirsi in maniera stravagante a scuola, per altri ancora è stato andare in piazza a cantare slogan tra colori e fischietti.

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Affascina in queste ore anche la rivoluzione greca. La patria natìa della democrazia e della filosofia che si ribella all’eurocrazia e con un referendum si sbatterebbe, da sola, fuori dalla moneta unica. Il ritorno alla dracma in luogo dell’euro. Anche le retromarce verso il passato possono essere atti rivoluzionari, anzi, forse il passato e le sue insopprimibili nostalgie hanno una patina rassicurante che il futuro non sa riservare.

Volonté-Indagine

Intrigano le rivoluzioni pure nel calcio. A Napoli, ad esempio, si è affascinati dal cambio alla guida tecnica. L’eurocrate Benitez, tutto schemi, ortodossia e cosmopolitismo che lascia la panchina a mister “favola” Sarri. Un allenatore che si vuole per forza descrivere come un napoletano verace, un operaio del calcio, un Gian Maria Volontè di pallonelandia. Una classe operaia che va in paradiso, ammesso che Napoli calcisticamente riesca a rappresentare l’Eden. C’è chi si fa ammaliare dal racconto “sarrista” e chi storce un po’ il naso, come se l’ex mister dell’Empoli non fosse all’altezza di una piazza che sente, chissà per quali astrusi motivi, di meritare di più. Come se fossero trascorsi anni luce, ere geologiche da quando sulla panchina azzurra sedevano i più classici “mister provincia”: da Guerini a Mutti, da Ulivieri a Colomba. Passando ai più recenti Ventura, Reja, Mazzarri. Unica eccezione Sir Rafa Benitez.

 

R1_RealRevolutionForse Sarri farà bene più alla città di Napoli che  alla sua squadra di calcio. Il presunto ridimensionamento, di cui pure tanto si è dibattuto sui quotidiani e in tv, serve più alle smanie di alcuni napoletani che al progetto tecnico di De Laurentiis. È una Napoli che con Benitez e Higuain ha sentito il diritto di vincere. Un diritto. E quando si pensa di essere stati privati di un diritto allora si dà luogo alle proteste, alle piazze, ai sommovimenti popolari. Ne sono esempio i cartelli esposti in città, i manifesti itineranti 6×3 che giravano su camion, le invettive dipinte con lo spray sui muri. I napoletani pretendono (PRETENDONO) dalla squadra di calcio quello che spesso neppure sanno chiedere a chi amministra la loro città. Ne è un esempio la sequela di comunicati, di stucchevoli botte e risposte tra il club e il Comune sulla faccenda dei concerti allo stadio. Un’amministrazione comunale che ha persino irriso il club di calcio facendo riferimento alla mancanza di vittorie di scudetti. Un’amministrazione comunale (non solo questa in carica, ma anche quelle del passato) che di “scudetti” forse non ne ha mai vinti. In una città, terza per importanza in Italia, dove diventa irrealizzabile persino avere due luoghi distinti: uno dove fare calcio e un altro dove fare musica. Eppure le punzecchiature del Comune contro De Laurentiis fanno persino breccia tra gli ultrà più agguerriti. Perché a Napoli c’è anche chi pensa che DeLa sia l’origine di tutti i mali. “Pappone romano“, “Aureuro” e via così. Anche le cacciate dei presidenti di calcio, come quelle del passato verso re, occupanti e masanielli hanno il loro fascino rivoluzionario. Le rivoluzioni ammaliano, salvo poi trovarsi spaesati il minuto successivo della rivoluzione ottenuta. Il silenzio fa più spesso paura del rumore indistinto.

È spaesata adesso la Napoli del tifo, si interroga sul nuovo allenatore e se questi sarà capace di tenere la barra dritta per continuare a tenere la squadra ad alti livelli.

Impossibile dire oggi cosa sarà del nuovo Napoli di Sarri. Il calciomercato porterà via alcuni calciatori che saranno rimpiazzati da altri. Ci sarà un nuovo modulo, nuovi metodi, forse anche nuovi metri di giudizio. Non sarà un male se la piazza comincerà a comprendere nuovamente quali siano le proprie radici e il proprio pedigree calcistico. Se al “Devi vincere” si sostituirà un “Proviamo a vincere, insieme, uniti“. Questa si che sarebbe una rivoluzione. Questa si, affascinerebbe assai più dei bancomat greci fuori servizio e delle frasi sui muri di Napoli puerili e irrazionali. Se a Sarri sarà chiesto un ritorno alla lira e ai 12 miliardi per Maradona allora abbiamo perso ancor prima che la rivoluzione possa cominciare. “Ogni movimento rivoluzionario è romantico, per definizione” – scrisse Gramsci. E allora consideratemi l’ultimo dei romantici. Voglio credere che con la rivoluzione nel Napoli, possa rivoluzionarsi anche l’atteggiamento dei tifosi verso la squadra.

 

Valentino Di Giacomo

#IlCaffèMiRendeTifoso

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