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Disco degli Shampoo

LEGGI LA PRIMA PARTE

Un piacevole scherzo, il tipico pacco partenopeo, una sorprendente sola d’autore, ma anche una grande strategia di marketing. Ad idearla il poliedrico Giorgio Verdelli, speaker radiofonico, musicista, conduttore, autore, produttore e giornalista, ed il fondatore di Radio Antenna Capri, Gianni De Bury ( che diventerà socio del Napoli e responsabile della rivendita dei biglietti per il San Paolo). Ferlaino pare avesse benedetto la notizia per attirare i tifosi, ma che non fosse responsabile dello scherzo. I due tra l’altro quella sera svelarono il mistero solo alla fine della trasmissione, all’una di notte. Sommersi dalle telefonate, dalle richieste e dalla domande, fecero presente che da parte loro era stato solo annunciata l’esibizione di “quattro ragazzi provenienti da Liverpool”, erano stati gli altri ad equivocare. Ed effettivamente i quattro, Lino D’Alessio/John Lenton (voce e chitarra), Massimo D’Alessio/ Ring’o Bar (voce chitarra e batteria), Costantino Iaccarino/GeorgeRissone (voce e basso) e Pino De Simone/ Paul Me’Ngart (voce e chitarra), originari di Fuorigrotta, qualche giorno prima erano stati mandati “in gita” nella patria dei fab four. La loro bravura fa riflettere anche su cosa sarebbe successo se Lennon, McCartney, Harrison e Starr fossero nati a Napoli anziché a Liverpool.
Dietro lo scherzo comunque c’è uno straordinario gruppo musicale, creato dallo stesso Verdelli, gli Shampoo. Alle spalle hanno la competenza e il talento di un grande della musica italiana, il maestro Vince Tempera. Loro stessi però sono musicisti abilissimi che ripropongono i brani in maniera filologica e convincente. Gli arrangiamenti e le sonorità sono perfettamente uguali a quelli dei quattro musicisti di Liverpool. Una fedeltà e una accuratezza impressionanti, da cui traspare la loro grande ammirazione e devozione musicale nei confronti degli “originali”. Per questo, non provate a fare i “masti” con chi in quella serata al Vomero abboccò allo scherzo. Sembra davvero di ascoltare i Beatles! Se non fosse per i testi, scritti rigorosamente in napoletano, ma in perfetta assonanza con le canzoni originali. Gli Shampoo, nelle loro traslitterazioni creative, sfruttano le sorprendenti e insospettabili affinità di consonanza con la lingua inglese. Il napoletano sembra accordarsi perfettamente alle musiche degli scarafaggi. L’incanto del dialetto napoletano, che si conferma ancora una volta una vera e propria “lingua”, viene sfruttato per la sua grande musicalità, non sfigurando rispetto ai brani inglesi, anzi producendo liriche autonome, credibili, ineccepibili nel loro non sense. In questo caso, come spesso accade a Napoli, ”falso” non vuol dire “bidone”. Anche il pezzotto diventa un’arte. La qualità è alta, le canzoni saranno pure contraffatte, ma sono oneste e di valore. Le “libere traduzioni”, seppur infarcite di goliardia, ironia demenziale, beat di ritorno, parodia e puro non sense denotano personalità, estro e intelligenza tipiche del genio partenopeo.
In molti, soprattutto all’estero, li considerano la migliore cover band dei “Fab Four” , anche se nel loro caso parlare di cover è legittimo quanto riduttivo. Rispetto alle altre tribute band, che hanno infestato e a tratti ammorbano ancora il panorama musicale, i quattro non si sono mai presi troppo sul serio. Ciononostante gli Shampoo sono ricordati non solo entro i confini italiani, ma anche all’estero, dove ancora oggi godono di una certa fama, soprattutto in Giappone, e il loro unico album è sempre ricercato dai tanti collezionisti sparsi per il mondo.
Infatti nell’estate del 1980, in seguito al successo del loro lancio ad effetto, uscì, per la EMI Italiana (la stessa di Lennon/McCartney & co.), un vero e proprio album, “In Naples 1980/81”. Il disco è una raccolta dalla logica paradossale e demenziale, dove le musiche sono composte dagli scarafaggi di Liverpool mentre i testi sono scritti dagli scarrafoni napoletani. Anche la copertina del disco è a metà strada tra una cover e un pezzotto, richiamando esplicitamente quelle dei famosi 33 giri “ The Beatles 1962-1966” e “The Beatles 1967-1970”, le famigerate raccolte rossa e blu, pubblicate negli anni ’70. In questo caso è il colore verde ad incorniciare una foto che ritrae i quattro napoletani affacciati da una balaustra con le classiche divise alla Beatles. Non manca il riferimento alla famosa “mezza mela verde” beatlesiana, presente sulle etichette dei dischi dei ragazzi di Liverpool, sostituita da uno dei simboli di Napoli, un pomodoro, anzi una “meza pummarola”. All’interno della copertina ci sono i testi in napoletano con relativa traduzione in italiano . Gran parte dei brani scelti appartiene al primo periodo beatlesiano. Si va da “N’omm ‘e nient (Nowhere man), inserita qualche anno dopo anche in una raccolta ufficiale delle cover più belle dei Beatles, a “Si e’ llave tu” (She loves you), che si può considerare la loro canzone-bandiera, visto che il testo parodiato parla proprio di uno shampoo. Le vette si toccano con “ Chist’ e’ o’ Scia’ (Twist and shout), un vero e proprio inno al mio piatto preferito, la pasta e patate, e ancora di più con “Pepp” (Help).
Infine “Si scinne abbascie e’ night “(A hard day’s night) racchiude l’intima poetica del gruppo, scevro da qualsiasi tipo di intento filosofico, politico o religioso, ma esclusivamente votato ad un delirante e insensato pariare.
Dopo questo album e l’enorme successo che ne derivò, la beatlemania ebbe un colpo di coda e le poche radio private dell’epoca rimisero in programmazione i baronetti inglesi. Innumerevoli furono anche le apparizioni televisive ed i passaggi radiofonici per gli scugnizzi italiani. Dopo questo exploit gli Shampoo passarono alla Cheyenne Records, etichetta dei fratelli Edoardo, Eugenio e Giorgio Bennato, per cui pubblicarono un 45 giri nel 1985 con la loro versione di Obladi Oblada, quindi si eclissarono con eleganza. Nel tempo sono stati punto di riferimento per chi ha voluto seguirli nella difficile arte della parodia ( Tony Tammaro, Sheep’s Dogs), “girati nei giradischi e gridati, ascoltati e aspettati, bruciati e poi scordati”, “pioggia caduta asciugata dal sole”. Tanto che verrebbe da chiedersi: ma chi erano mai questi Shampoo?
A proposito si vocifera di una loro imminente reunion. Un ingegnere amico di mio padre ha sentito che Aurelio De Laurentiis in occasione della prima partita del Napoli in Europa League…

Abacuc Pisacane

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Braciole di cotica, tracchie e gallinella in attesa del pomodoro

Due Napoletani anche se non si conoscono possono parlare per ore.
Due Napoletani anche se non si conoscono possono parlare per molte ore di cibo.
Due Napoletani che amano cucinare anche se non si conoscono possono parlare per giorni di cibo.
Due Napoletani che amano cucinare anche se non si conoscono possono non smettere mai di parlare di ragù.

Non è un luogo comune, ma semplice esperienza di vita vissuta non c’è niente che a tavola possa unire come un piatto di ziti con il ragù e non c’è niente che possa dividere  come discutere sulla ricetta del ragù. 
Usi il passato? Ma ci metti anche il concentrato? E i pelati? La cipolla bianca o rossa? Sfumi con il vino? Olio o ‘nzogna? Tutt’e due? Metti la ‘nzogna ‘mpane a squagliare nell’olio o metti quella già squagliata?
E la carne? Solo Maiale? Ma con le cotiche? Ma come non ci metti l’annecchia? E le Braciole?
Poi c’è la tremenda questione salsiccia, il mondo si divide in due chi la mette e chi no. Ho conosciuto una figlia che ha litigato con la madre che si ostina a mettere la salsiccia nel ragù.

Scoprire la vera ricetta del ragù è sempre stata una mia mania, ho cercato nei libri, chiesto in giro, seguito mia nonna quando lo preparava, seguito le mie zie quando lo preparavano e nei limiti del possibile anche studiato dal punto di vista storico la ricetta del ragù. Bene, dopo una vita (seppur breve) di ricerche posso permettermi di affermare che la ricetta del ragù è come il graal: un’idea di sacrale importanza che ci fa perseverare nella ricerca delle perfezione del nostro ragù, ma che forse non esiste. Vi posso assicurare che non ho praticamente mai visto due ricette uguali, né tantomeno due persone che lo facessero allo stesso modo,  anche mia nonna non lo faceva mai uguale alla volta precedente perché doveva vedere cosa aveva il macellaio quel sabato e regolarsi di conseguenza.

Se ancora non siete convinti vi darò una dimostrazione empirica e inconfutabile del fatto che il ragù è come il Graal attraverso una accurata analisi filologica. Partiamo dal libro che a Napoli troviamo in tutte le case, anche in quelle dove non c’è nemmeno una mensola per poggiarlo: Frijenno Magnanno.
Nel solo libro di giovanni De Bury vengono proposte 3 versioni di ragù, una addirittura con il burro (che l’autore annota come recente innovazione). La versione principale, che è la prima ricetta del libro, comprende lardo, sugna, primo taglio di manzo, pancetta e prosciutto, non mi soffermo sul procedimento perchè bastano le carni per procedere nel nostro studio comparativo.
Sul Gleijeses, A Napoli di mangia così, altro libro che in Campania è più diffuso de “I Promessi Sposi” la scelta delle carni cade sul solo maiale: sugna, poi girello o prosciutto e le gallinelle o in alternativa le tracchie. Il bovino scompare e il maiale rimane principe indiscusso.
Facciamo un salto in avanti di qualche decennio e prendiamo Un pasto al sole, il libro di ricette di Patrizio Rispo (non vi sorprendete non è male come libro). Il suo ragù è fatto con braciole di manzo, tracchie di maiale, prosciutto e locena. Sarà la ricchezza della modernità ma qui sulla carne non si risparmia.

Volete altre prove? Vediamo uno dei massimi esperti di cucina campana cosa ci dice? Piero Serra propone cularda di manzo e sugna ( e ho verificato un solo libro, magari sull’altro c’è una ricetta diversa).

Sott’occhio ho almeno altri tre libri ma non voglio allungare troppo il brodo, anzi il ragù che a me piace tirato tirato. Per chiudere l’analisi con un riferimento letterario vi invito a pensare alla mitica annecchia di De Filippo che in Sabato, Domenica e Lunedì doveva diventare color palissandro o per gli amanti dell’approccio storico possiamo rifarci alla prima ricetta documentata, quella del Cavalcanti, che usava lardo, carne vaccina (non specificata) e prosciutto per capire che quando si parla di ragù neanche storia e letteratura vanno d’accordo.

Spero che adesso anche il più scettico dei lettori si sia convinto che la ricetta del ragù è come il Graal, e la domanda successiva è: “Troveremo mai questo Sacro Calice?” Probabilmente no, perchè si sa che in cucina la tradizione si tramanda nei piccoli nuclei, è familiare.  Per questo tutte le ricette popolari hanno piccole differenze di famiglia in famiglia, differenze che possono poi sembrare enormi nel ragù.

Ma anche se non lo troveremo la sola ricerca del Graal ci ha permesso fin’ora di poter stabilire dei punti fermi per poter dire cosa è e cosa non è ragù.

1) Una base di cipolle tritate soffritte (si possono aggiungere altri aromi ma la base dominante è la cipolla).

2) Salsa di pomodoro (passata principalmente) estremamente ridotta in cottura  in cui vengono fatte stracuocere le carni.

3) Le carni sono o vaccine o di maiale o entrambe, quando si usa esclusivamente carne vaccina di solito nel fondo c’è comunque sugna o lardo, del maiale si preferiscono parti grasse. La carne NON è macinata.

Può sembrare poco ma avere questi 3 postulati ci permette di escludere tante cose dalla categoria ragù: per esempio la famosa carne cu ‘a pommarola di cui parlava De Filippo. Per non parlare di tutte quelle salse fatte cuocere troppo poco per diventare ragù tutti i ragù con una specifica affianco (ragù bianco, ragù vegetariano, ragù di pesce, ragù vegano, ragù di pollo, etc. etc.) saranno anche cose squisite ma non sono il ragù napoletano.

Forse la bellezza de ragù è proprio questa: come l’arte neoclassica permetteva agli artisti di realizzare capolavori dovendo rimanere fedeli a dalle regole compositive precisissime, così il ragù napoletano ci permette di spaziare in cucina senza tradire la tradizione ma creando ogni volta nuovi piccoli capolavori.

La ricerca del Graal è un cammino formativo di spiritualità, devozione e impegno che non ci porta da nessuna parte se non ad essere delle persone migliori ed è questa la strada che percorre fra alti e bassi chi , come me, si è messo alla ricerca della ricetta originale del ragù napoletano.

Paolo “Sindaco” Russo

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