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dalla russia con cazzimma

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Vivere e lavorare in Russia (sorte toccata in dono al vostro affezionato autore) vuol dire dover rispondere a una serie di domande, alle volte interessanti, alle volte intriganti, e a ‘nu sacc ‘e strunzate. Dal classico “uà, beato a te, stai fresco” (quest’anno sì, ma ignorando che generalmente ‘a staggione a Mosca e persino in Siberia è abbastanza calda, con punte di + 33), al sempreverde “ma quindi là si mena la mazza alla grande?” (no, mo’ dieci anni qua pazziavo ‘o sceriffo, oppure al cosacco).
Come già Stefano Benni aveva scritto ormai quasi quarant’anni fa (e c’era ancora la Cortina di ferro!), ogni anno, secondo le chiacchiere da bar, dovrebbero esserci un milione e mezzo di bambini nati dalle avventure erotiche degli italici maschioni in trasferta. Ma, in verità vi dico, le attese di quelli che vengono qua modello Enzo di “Un sacco bello”, a cui mancano solo le cazette e le penne bic per fare colpo, spesso vengono disattese.
Le ragioni di queste illusioni sono molteplici: la proiezione orientalista di un Est lussurioso e pieno di donne in attesa del bell’italiano; l’aver letto da qualche parte ca ce stanno ‘nu cuofano e femmene in Russia (pare però che le statistiche segnalino un riequilibrio tra i generi, dopo i danni causati da guerre e sconvolgimenti di ogni tipo); una certa rattimma da quattro soldi, dove si pensa “uà ma io sono fresco malamente, po’ song italiano” (con una certa difficoltà ad esprimersi persino nei dialetti e nelle lingue della penisola); ma soprattutto perché sono dei grandi tamarri.
Qui mi si può obiettare: ma ‘e tamarre stanno dovunque. Vero, tant’è che con gli amici qua uno dei divertimenti sono lo scambiarsi informazioni sul look e le gesta dei locali trappani, i gopniki. Però, perché una dovrebbe aprire le gambe a ‘nu tamarro uscito da un video di Lian di fine anni Novanta? E generalmente l’obiezione è: “acchiappi tu (cu ‘sta panza, cosa sottintesa, of course), nun pozz acchiappà io?”.
Alla fine, alcuni tratti son sempre comuni, e dipende dal target: se uno sa parlare, si sa porre, ce la fa dovunque ad ottenere l’ambito premio; invece se sì ‘nu tamarro buono guaglione, puoi finire nella situazione di “Ti ho conosciuto in un clubs” degli Squallor, con la differenza che chesta te fa vennere pure ‘nu rene; oppure si arriva al fatidico giudizio “azz, ma ccà nun se chiava”.
Dicevo poi dell’abbigliamento, uscito pari pari dai peggiori anni Novanta, con capello ‘nzevato di gel, camicia improbabile, catenina della prima comunione, occhialone modello Festivalbar a piazza del Plebiscito, insomma, l’uomo ideale descritto da Angela Fiore & Raffaella in una epica hit napulegna, “Ci piace macho”. Poi qualcuno di questi si stabilisce qua e prova ad apparare ‘a matina ca’ ‘a sera in mestieri improbabili, però con grande presunzione.
Insomma, ‘o lat-r-in lover spesso se ne torna cu ‘nu sacco ‘e ‘na sporta ‘e chiacchiere, ad aumentare la leggenda di una sorta di Sodoma-grad da queste parti, per nascondere che, a finale, è stato lui (in senso figurato) a fare la fine degli abitanti di quella città.

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Foto di PAolo Russo

Quando si vive da tanti anni all’estero si sviluppa un certo bilinguismo, cioè ca nun saje manco tu comme è a dicere ‘na cosa. Una volta, tornato a casa per qualche giorno, chiesi a mammà: «mà, dammi ‘nu polotentse», usando la parola russa atta a descrivere l’asciugamano. Nel caso specifico poi è un trilinguismo, perché sono un sostenitore del «think Neapolitan» (tenevo pure una maglietta fresca assai, col San Marzano ‘mazzecato, dono di Officina Flegrea) e quindi non lo saprei dire in italiano, pienz’ tu in russo.

Tale problema diventa terribile quando si tratta di spiegare agli interlocutori alcune espressioni che sono forze motrici della napoletanità, intendo una serie di maleparole: se mammt’ è ben traducibile in lingua russa, come si tradurrà chitemmuorto? Impresa ardua, perché nei chivemmuorti c’è tutta l’identità e la storia di un popolo, potremmo scomodare anche i Lari e i Penati d’età romana per spiegare l’importanza di oltraggiare la memoria degli avi del proprio interlocutore (cioè ‘e meglio muorte ‘e chitemmuorto). Poi ci sono quelle espressioni più pop, prese dai classici della canzone satirica come gli Squallor, con alcune perle come cerca un nido per vivere questa rondine in ‘E a murì, Carmè o anche tu tieni ‘mmiezze ‘e cosce ‘na Ferrari e non ci vai, ma qui già è più semplice.

Quel che colpisce è l’immediatezza e la lapidarietà dell’espressione napoletana, senza appello. L’altro giorno, per ragioni organizzative (lavoriamo assieme ad amiche e amici a un festival di cultura italiana qua, che sta andando pure bene ma è tutta n’ata storia), sorge un problema dovuto alla musciaria (lentezza, per voi non partenopei) di una impiegata. Dopo varie insistenze durate tre giorni, nessuna delle cose che le avevamo chieste (tempo da impiegare: minuti 5) era stata eseguita. Parlando con Maria su Facebook, lei, con il suo aplomb partenopeo, mi commenta la situazione con un secco ma pare ‘a sora da ‘a fessa!. Come spiegare a un russo tutte le sfumature insite in tale affermazione? In che modo raccontare il giudizio inappellabile di tale espressione?

C’è da dire che ci abbiamo provato, con Jane Bobkova, seguitissima napoletana di Mosca, a spiegare alcune espressioni nostrane nella lingua di Pushkin e Majakovskij, e qui trovate il video, ormai di qualche tempo fa: http://www.youtube.com/watch?v=q6krds608QU

Forse è proprio vero: tradurre è un po’ tradire, le emozioni non han bisogno di parole, e un chivemmuorto è per sempre.

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@Gianfranco Irlanda

Mattinata grigia, per il calendario è il 7 luglio, ma a Mosca sembra inizio aprile: ‘nu cielo scuro, che ti viene voglia di non alzarti, manco si vengono a scetarti con il caffè due bionde in tutù. Però si deve andare a lavoro, che quella la fatica s’era buona la facevano i preti, e vabbuò. Piove, tira vento, +15, il tragitto fino alla metropolitana è un rosario di chivemmuort in varie sfumature.
Mi siedo in treno, mi connetto sul fantastico Wi-fi che ti inonda di pubblicità ad capocchiam, e apro il Corriere della Sera: e mi esce questo meraviglioso articolo, “Per la prima volta più emigrati che immigrati: e Londra diventa la tredicesima città italiana». Prima reazione: «azz, e dove stavate?». Seconda reazione: «che dice il governo/l’opinione pubblica/la mitica società civile?». In verità, è già dal 2013 che si è fatta la scoperta dell’acqua calda, cioè che migliaia di italiani vanno a cercare come sopravvivere dovunque: a Londra o a Berlino non è difficile sentire accenti di varie parti della penisola e nella sola Mosca si stimano tre-quattromila italiani, un’enormità in un paese dove c’è il visto. Però i dati continuano a essere poco scientifici: si usa l’AIRE, cioè l’anagrafe degli italiani all’estero, e, per dirvene una, il vostro non è iscritto all’AIRE, nonostante stia da anni in riva alla Moscova a intossicarmi le staggioni (per voi non partenopei: le estati). Come me, molti: perché alla fine in alcuni paesi è abbastanza complesso prendere la residenza, mentre all’interno della UE molti non ci pensano nemmeno. Quindi: ma come sfaccimma le fate le statistiche? Andare in giro, fare inchiesta, no eh?
Che dice il governo? Vabbuò, vedi a Matteuccio e pensi a Robertino di Ricomincio da tre, con la differenza che quest’ultimo stev chiuso dint’a casa, Renzi invece ci governa. E a governarci non è solo lui, ma questi elementi di cui ora parleremo. Vi cito direttamente cosa ha detto a ottobre il dott. Mario Giro, già del Pdl, poi con Monti, e sottosegretario agli Esteri. Secondo questo brillante esponente del governo italiano: «Quella degli italiani che si trasferiscono all’estero non è una fuga come chi scappa da guerre e persecuzioni religiose, percorre deserti e mare e arriva a Lampedusa, ma è una scelta» perché poi«gli italiani che migrano all’estero non rischiano la vita, come non l’hanno rischiata i nostri nonni». Per il sottosegretario, bisogna «tenere anche presente che oggi, rispetto al passato, migrare significa spostarsi per mantenere un contatto costante con la famiglia grazie a skype e la possibilità di tornare. Non si parte più definitivamente». Mo’ giustamente, no, via Skype puoi abbracciare i tuoi genitori, ti puoi bere una birra con i tuoi amici, passare una serata romantica (cioè chiavà) con la tua ragazza/il tuo ragazzo (ah no, quello il dott. Giro è della Comunità di Sant’Egidio, prevetarielli vari). Poi lo viene a raccontare a noi: mia sorella lavora a Londra, e il nome del mio trisnonno è nei registri di Ellis Island. Né, duttò, ma che cinema vi siete visto?
La cosa peggiore è come tutto viene sempre raccontato in modo superficiale, senza attenzione, e senza reazione della società civile, questa sconosciuta: secondo i dati della fondazione Migrantes, sono 4.637.000 gli italiani residenti all’estero. Nessuno che ha parenti? O il fatto è che i parenti invece stanno alluccando «hanno stato i zincariiiii» e mettono i like a Salvini?
Voi alluccate, indignatevi, dite che la colpa è dei neri (che, cosa non sorprendente, come evidenzia il rapporto, appena entrano in Italia se ne vanno fujenno, visto che nun ce sta fatica), mentre continuano a dire «shish» e che noi vi siamo vicini via Skype. Anzi, le mie jastemme si sentono pure senza wi-fi.

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it