Tags Posts tagged with "dalla russia con cazzimma"

dalla russia con cazzimma

0 822
Emigranti in attesa della nave al molo dell'Immacolatella, inizio XX secolo

Dal nostro inviato a Mosca:

Si è sempre meridionali di qualcuno, si diceva nel celebre “Così parlò Bellavista”, una delle fonti d’ispirazione del nostro sito. Ma fa sempre un certo effetto, regala sempre una profonda amarezza, vedere come anche tra chi dovrebbe percepire, dovrebbe aver vissuto certe sensazioni sulla propria pelle, esistono pregiudizi, semplificazioni, in una sola parola cazzate legate alla paura. Perché il razzismo quotidiano è fatto di paure e insicurezze, non è (solo) questione d’ignoranza o di miti della razza e della nazione: è il terrore del diverso, la fobia di trovarsi sommerso e di non capire che cosa accade.

Raiz, voce storica degli Almamegretta, già in passato aveva suscitato non poche polemiche per il suo sostegno alla politica israeliana verso i palestinesi. Il cantante ne faceva una questione di ebrei contro arabi (perché si è convertito), però forse ignorando che ci sono tanti israeliani che sono contro quel tipo di politica: a uno, lo storico Zeev Sternhell, per la sua opposizione alla guerra, hanno quasi fatto saltare in aria la casa, e gli autori sono stati estremisti di destra israeliani. Però Raiz forse nun ‘o sape, non l’avrà visto, tra un tour e l’altro, o troppo infervorato dalle polemiche social. Ma non è su queste posizioni che oggi vorrei concentrarmi, bensì sull’ultima intervista della voce di “Figli d’Annibale” e “Sud”: e così ho scoperto che si può scrivere un intero album, Wop, sull’emigrazione italiana in America e dicere po’ cose tipo ca’ tene paura e s’acchiappà una coltellata sotto ‘a casa soja. “I’ songo italian, nuje simmo tutti ammiscati, tu che ce vuo’ fa? Simmo ‘e pate ‘e tanti figli, forse è chesta ‘a verità… So’ francese, i so’ spagnolo, songo pure ‘mericano, faje cchiù ampress a chiamarme napulitano”, cantava in Wop, e però forse si è dimenticato, ‘o Raiz, che gli accoltellatori erano i nostri bisnonni e gli irlandesi, per gli americani Wasp; forse da tempo non ha visto “Sacco e Vanzetti”, dove i due poveri lavoratori sono condannati non solo per essere anarchici ma per essere degli emigrati italiani. Poi è chiaro, è stato frainteso, come spesso accade e possiamo leggere qua la sua parziale smentita, ma poi è la logica a essere pericolosa, perché si mette su un piano inclinato, dove ogni opinione è lecita, anche quella di essere “fermi” contro l’emigrazione: la posizione di affondare i barconi pure è molto ferma, a dire il vero. Resta poi da capire dove questo “ragionamento ventennale” sia contenuto in pezzi come Black Athena, ma qui si entra in altre faccende…

Anche perché gli stereotipi spesso sono alla base del razzismo quotidiano (traduco questo quotidiano dal russo bytovoj, che racchiude quel che è il fenomeno odierno): ad esempio, qualche giorno fa, commentando un post di una collega di Pietroburgo in vacanza in Sicilia, mi imbatto in una sua conoscente (sempre russa, ma che abita a Pisa), che ci addita come “pigri terroni”. Quando ho fatto notare alla tizia in questione, sociologa, studentessa modello, democratica e progressista, come in quel contesto “terroni” non avesse nulla di diverso dalle offese utilizzate contro ebrei, ucraini e caucasici in russo… che vi credete, si è scusata? Ma quanne maje! Lei stava “pazziando” e siamo noi a essere permalosi!

Sono il primo ad essere contro il politically correct, ma ci sono dei limiti; lo sdoganamento di pregiudizi e stereotipi è pericoloso, perché fra chi è “frainteso”, chi stava pazziando e chi lo dice seriamente, diventa una notte dove le vacche sono tutte bigie, per ricordare un vecchio adagio di Hegel. E quanne se fa scur, nun sempe se riesce a capì cu chi a staje avenn.

“I’ songo l’ommo niro ca vene ‘a dint’ ‘a jungla songo ‘o figlio ‘e Lumumba
si nun me saje piglia’ songo ‘na bomba e si nun saje ca e’ ‘a casa mia ca
e’ accuminciata a storia rinfriscate ‘a memoria.” Appunto: arrifriscammece ‘a memoria.

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 795
La baia di Sorgeto, 12 ottobre 2015

Dal nostro inviato a Mosca, momentaneamente a Forio:

Baia di Sorgeto, una mattina di ottobre che nulla ha a che invidiare a una bella e calda giornata di giugno. Mentre guardo il mare e attendo il mio turno per buttarmi nell’acqua a 100 gradi della sorgente, mi accorgo di essere uno dei quattro campani a mare, e tre di questi lavoravano nel bar della conca. Tedeschi dovunque, over 60 (la mia ammirazione per loro è enorme: ma comm fann a scennere e a sagliere ‘e scale, duecento gradini, senza affanni né arrossamenti? Je stevo murenn!), e due coppie di mezz’età, un po’ in disparte. Russi.

Il turismo russo in Italia, e soprattutto nel Sud, cresce, nonostante le difficoltà economiche e il crollo del rublo: il Mezzogiorno, e specialmente la Campania, sono mete predilette, per via dei prezzi, dell’accoglienza e dell’immaginario che lega indissolubilmente i panorami nostrani a come i russi pensano che debba essere l’Italia. Purtroppo abbiamo ancora tanta strada da fare: trasporto pubblico, barriere linguistiche, anche se Ischia, come già la riviera romagnola, è nota per essere un luogo dove il tedesco si parla un po’ dovunque, quindi c’è una speranza (poi, se vi serve, chiammateme a fa ‘o direttore delle pubbliche relazioni in qualche giardino termale, jà!). La Caremar, ad esempio, nonostante che abbia navi alla fin fine molto buone, continua ad essere amministrata male: ho comprato il biglietto online, ma ho dovuto metterci 5 euro e rotti in più per supplemento internet (!!!) e prenotazione (!!!) oltre a dover presentarmi entro un’ora prima della partenza per cambiarlo, e la domanda sorge spontanea, a che serve offrire un servizio online si po’ comunque devi andare alla biglietteria?

I russi in vacanza, generalmente, spesso e volentieri evitano di incrociare altri connazionali. Perché? Qui c’è molto in comune con noi quando ci troviamo fuori Napoli e vogliamo evitare certi trappani da competizione, perché ci moriamo di scuorno per quanto sono tamarri. Il gopnik russo non è da meno ed è una categoria ben più interclassista di quanto possa sembrare, anzi: capita frequentemente che più tiene soldi, più il tamarro della steppa è ferocemente sguaiato nei suoi atteggiamenti. Forse un esempio trash, che annulla anche l’oggettiva tostaggine delle tipe, sono i video delle Serebro (forse, per vostra sfortuna, ricorderete il tormentone Mi-mi-mi), dove anche l’aspetto a dir poco gradevole delle signorine passa in secondo piano di fronte al loro essere tamarre overclass.

Quindi ieri non ho parlato in russo con queste due coppie, e nemmeno erano di quella tipologia. Ma la ragione è diversa: ‘o mare, per un emigrante, è sacro. E farsi il bagno a Sorgeto, quando dove campo fanno 3 gradi…

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 658
L'autore durante l'inverno del 2013

Dal nostro inviato a Mosca:

Gli anni passano, le stagioni si susseguono senza posa, ma ogni volta è sempre la stessa sensazione, quando esci dalla metro in una sera d’ottobre: “ne’, ma che è stu (s****** e) fridd?”. Negli ultimi anni, la prima nevicata si è sempre più anticipata: se lo scorso anno Mosca si è trovata imbiancata il 17 ottobre, i primi fiocchi ora dovrebbero posarsi venerdì 9 ottobre. Una tragedia. Sì, perché l’imprevedibilità del tempo crea non pochi problemi: traffico impazzito (e la città non è esattamente un esempio di viabilità scorrevole), nemmeno il tempo di portare i cappotti in lavanderia, o anche di poter mettere subito in moto i riscaldamenti.

Non bisogna pensare a Mosca come a una città dall’inverno troppo rigido, in realtà per le medie russe non è tanto fredda. Il vero problema è l’incessante oscillazione delle temperature, e l’assenza del sole per giorni interi: ad esempio, Ulan-Ude, nel profondo della Siberia, ha ben 2400 e passa ore di sole, nonostante il termometro vada spesso sotto i -30. La mancanza di sole, l’umidità, lo smog, creano non pochi problemi: nasi appilati, catarri micidiali, tossi nefaste… ‘nu lazzaretto, più che una città.

Poi gli sbalzi si presentano anche per i riscaldamenti messi a palla nei trasporti pubblici: esci di casa modello omino della Michelin, entri in metro o in autobus, soprattutto all’ora di punta quando ci sono migliaia di poveri cristi che comme a te vanno a faticà, ed è come fare la sauna co ‘o cappiell ‘e lana, e quando ti liberi dal groviglio di corpi…il gelido vento ti accarezza la faccia e raffredda il sudore, così sei pronto per la broncopolmonite. Il vestirsi a cipolla (o a cavolo, come preferiscono dire i russi) è fondamentale, ma anche avere tempistiche da spogliarellista può aiutare a salvare la pelle, salvo ricordarsi in che ordine stavi vestito.

“Vierno, che friddo int’a ‘stu core…” diceva un successo napoletano del dopoguerra. E a vedere le facce smunte, gli occhiali appannate, e le jastemme che meno quando vedo i 0 di Mosca e i 22 di Napoli, at che fridd!

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 928
Un'immagine dell'attacco su Homs, dal sito del Ministero della difesa russo

Dal nostro inviato a Mosca:

A un giorno esatto dal primo attacco aereo russo alle postazioni islamiste in Siria, sembrerebbe ovvio non scrivere d’altro, e di certo ci sono molti elementi interessanti, spesso sfuggiti all’attenzione di chi legge in Europa occidentale. La Russia è il paese con più musulmani in Europa, circa 20 milioni, e l’Islam è una delle religioni tradizionali, con popolazioni come i tatari o le varie nazionalità caucasiche che professano la fede nel Profeta da secoli: le fotografie e i “meme” su Mosca senza moschee sono una minchiata sesquipedale, solo qualche giorno fa è stata inaugurata dal presidente la riammodernata moschea, aperta ben 111 anni fa. E nonostante il razzismo, purtroppo spesso diffuso in vari settori della popolazione “russa” (poi sulla “purezza del sangue”, da studioso di nazionalità, m’è semp venuta ‘a risa qua: tatari, polacchi, tedeschi… matrimoni misti… o sui “valori cristiani”, ma è n’ata storia), l’Islam, come anche il buddismo, è presente in regioni importanti, furono i cosacchi calmucchi ad arrivare a Parigi currenn appriess a Napulione dopo che quest’ultimo s’era permesso di arrivare a Mosca, dove successe ca s’erano appicciati, per dirla con le parole di un popolare video torrese.

La decisione di attaccare l’ISIS è maturata da tempo, anche per via dell’appoggio ad Assad dato da Putin, che però va inquadrato nella storia delle relazioni di Mosca con il Medio Oriente: ‘o pate ‘e Bashar, Hafez, era un alleato dell’URSS. Poi c’è da dire come da mesi l’ISIS abbia iniziato, tramite i ceceni, a reclutare tra gli ipersfruttati immigrati dei paesi centrasiatici, notizia taciuta dalla disattenta (è un eufemismo, ma maleparole non si possono usare) stampa italica, ma portata alla luce da vari media russi: d’altronde, distrutti dalle condizioni di lavoro, trattati manco la chiavica da visioni che poco o nulla hanno da invidiare a Salvini, e poi chi va a servire il Califfato piglia dai cinquemila ai quindicimila dollari, somma che passa a cinquantamila se va con tutta la famiglia.

Mo’, cominciati gli attacchi, pare concordati tra Putin e Obama, sono però iniziate anche le prime jacuvelle, del tipo sceneggiata:

Washington “Omm ‘e niente, ma tu avive ditto ca’ bumbardave l’ISIS?”

Mosca “Ma che ne sacc, chille so’ tutte tale e quale, barbon e cchiù, barbon e men…”

E anche le scene del tipo “t’aggia mannat a New York pecché t’aviva ‘mparà e aviva trattà”, insomma, ‘a verità è una: le sicurezze della cara vecchia Guerra Fredda sono finite, con i due blocchi (anche lì, con molte intersezioni e distinguo) e alcune coordinate. Ora è il casino totale, come se fosse un continuo “schiaffo del soldato” in giacca e cravatta. Ma la cosa tristemente divertente è vedere quelli che sono gli analisti da tastiera o, come li chiamano qua da divano: quelli che sono per Putin mo’ tengono il Cremlino che prova a promuovere un’operazione assieme agli odiati yankees; i fan a stelle e strisce invece c’hanno Kerry e Obama che aprono a Mosca… Probabilmente gli unici in questa sporca faccenda ad aver mantenuto una propria coerenza e una propria resistenza sono i curdi di Kobane, soli e contrastati da tutti.

Intanto, opere millenarie vengono distrutte, intere vite eliminate da bombe e tagliagole, famiglie in fuga e strumentalizzate da squallidi razzisti e demagoghi… Non è che l’apocalisse è già oggi?

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 1593

Nella quotidianità di ogni moscovita c’è un elemento imponderabile, ingestibile, imprevedibile: il traffico. A meno di non spostarsi a piedi e in metro, gli ingorghi stradali sono una costante della giornata tipo di chi vive nella capitale. Nel 2006 Mosca è risultata la città più trafficata del pianeta, nel 2014 il piazzamento è al quarto posto, ma durante le ore di punta (c’è anche una classifica per questo) risale al secondo posto.

Tenere la macchina qua equivale condannarsi all’esaurimento, e infatti, dopo aver passato un’estate a San Pietroburgo venendo al volante dalle nostre terre, quando sono emigrato a Mosca ho proprio levato mano: le code sono qualcosa di apocalittico, l’ingorgo a croce uncinata del tassista di Così parlò Bellavista è ‘na pazziella in confronto al Sadovoe koltso (l’Anello dei giardini, ca po’ ‘e sti giardini poco o niente è rimasto) alle 18:30. Una volta, quando i miei genitori dopo anni di esilio qua si sono decisi ad affrontare i freddi, venendo abbigliati comme a Totò e Peppino a Milano, però acchiapparono ad aprile ‘a primmavera, papà insisté per prendere il taxi: erano le 18:20, alla stazione Paveletskij. Arrivammo a casa alle 20:00, 4 km fatti in stupito silenzio di mammà e papà nel casino totale.

Non è leggenda: c’è gente ca mette a bollere ‘o tè in macchina, così come sono sorti dei servizi per consegnare caffè, dolci e altro mentre si è imbottigliati. Insomma, una trovata geniale, che però si scontra con le restrizioni burocratiche e altre difficoltà locali. Ogni volta che esco e vedo queste file penso sempre a questo affare, anche se vorrei fare un’altra cosa: ‘nu bellu trerrote che vende panzarotti, zeppulelle e pizze fritte. ‘O facimm ‘stu “craudfaunding”? Tanto, in media, un moscovita passa dall’ora e mezza alle tre nel traffico giornalmente: ‘na pizza, ‘na palla ‘e riso, e passa ‘a paura e pure ‘a famme!

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 874

Dal nostro inviato a Mosca:

Tempo di crisi, ormai da un po’, anche nelle Russie, a causa del crollo del prezzo di petrolio e gas. E quando c’è crisi, qui, le reazioni di panico sono sempre al di là di ogni immaginazione. Licenziamenti, tagli dei salari, disperazioni: ma nessun ragionamento serio su come uscire dalle difficoltà e cosa fare.

Si è persa anche la spensieratezza che faceva dire ai russi “ho qualche rublo fino al prossimo stipendio: mo’ me li bevo e po’ verimm”. Il futuro è qualcosa che ha le tinte fosche del petrolio a buon prezzo, e nonostante persino uno sciamano siberiano si sia mosso per portare via il “male”, e la Chiesa ortodossa russa abbia invitato a pregare contro le difficoltà economiche, sembra che la crisi incomba senza scampo.

In questa “estate di San Martino” (qua viene prima, a settembre, so’ fatti accussì) che raggiunge temperature mai viste a luglio ed agosto, quindi si aspetta, come in un memorabile film di Vittorio De Sica, “Il Giudizio Universale”. E però bisognerebbe ricordarsi anche del finale di quel film, che si conclude con un acquazzone e nulla più: basterebbe poco per rimettere in carreggiata l’economia, ma terrore, paura, panico e avotamienti ‘e stommaco.

L’arte di arrangiarsi era qualcosa che, in forme più o meno peculiari, aveva una diffusione non disprezzabile nel territorio imperiale, sovietico e successivamente post: la necessità e la fame aguzzavano l’ingegno, creando anche piccoli grandi capolavori. Un meraviglioso libro, Design del popolo, scritto da Vladimir Archipov e pubblicato in italiano nel 2007, raccoglie 220 oggetti nati dalla fervida fantasia del cittadino sovietico: si va dalla mazza da hockey, costruita con legno di ciliegio e nastro isolante, al castello giocattolo, fatto di scatole, colla e tempera; dallo zerbino di tappi di birra alla cajola per gli aucielli ricavata dalla ruota di un trattore; dalla borsa termica, piena di polistirolo e gommapiuma, allo sturalavandini, creato con il piede di uno sgabello e un pallone tagliato. Archipov racconta così come costruirono in casa l’antenna che vedete in foto, già dopo la caduta dell’URSS e la successiva crisi: “abbiamo costruito questa antenna copiando le dimensioni consigliate sulla rivista Radio. Ma si sa che i risuonatori sono fondamentali: in questo caso per migliorare la ricezione abbiamo usato delle forchette. Penso che funzionasse molto bene e l’effetto si è notato fin dall’inizio. Tutti volevano seguire in particolare modo i programmi da San Pietroburgo. Mia madre teneva le forchette in un armadio: le aveva comprate quando il paese era allo sbando e nei negozi vendevano soltanto quelle. E non erano nemmeno di un materiale di qualità, ma per l’antenna andavano benissimo. Forchette di alluminio, rivetti, asta di alluminio, base di ventilatore, connessione a vite.” [Vladimir Archipov, Design del popolo. 220 invenzioni della Russia post sovietica, traduzione Ada Arduini, Gioia Guerzoni, Milano, Isbn 2007, p. 151]

Arrangiarsi non è un imperativo morale o una sorta di austerità autoimposta, no: è la creatività adattata alla vita quotidiana. Forse, invece di correre a comprare televisori e frigoriferi (come successo quando l’euro ha toccato quota 100 rubli a dicembre 2014),riscoprire queste piccole grandi invenzioni creerebbe meno difficoltà e si potrebbe anche tornare a bere serenamente, cosa che faccio.

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 1012

Dal nostro inviato a Mosca

 

Ci siamo: sabato 19 settembre terremo la prima giornata dedicata a Napoli in quel di Mosca, in occasione della festa di San Gennaro, nel parco Bauman, uno dei più belli e centrali della capitale russa, con il patrocinio morale del comune di Napoli. Ci saranno lezioni sulla storia, la cultura, la letteratura e l’antropologia di Partenope e del Mezzogiorno, un intermezzo musicale e poi Operazione San Gennaro da guardare tutti assieme in russo: un piccolo contributo per far conoscere la nostra terra, per provare a comunicare quel che sento, sentiamo dentro.

Mia nonna è nata e cresciuta a Mergellina, in una famiglia grande anche per gli standard dell’epoca: sette sorelle e due fratelli. Quando raccontava della sua giovinezza, le brillavano gli occhi al ricordo del lungomare prima della guerra, dei bagni a mare di nascosto, del padre, direttore delle Poste centrali e suonatore di banjo. Il mio bisnonno Serafino ogni volta che riceveva lo stipendio andava assieme a un amico, “ ‘o Cavaliere”, a Sorrento a mangiare, per festeggiare l’evento, con l’automobile della Confraternita della Madonna di Piedigrotta. O mio padre, bambino, che portava i “cicinielli” per farli friggere con le pizze.

Questi ricordi tramandati, questa sorta di Lessico famigliare in riva al golfo, è per scrivere di cosa significhi Napoli per me, e, azzardo, per ogni abitante di quella terra. Non si esagera a definire Partenope unica nel proprio genere, senza voler per forza scivolare nell’oleografia e negli stereotipi: il “paradiso abitato da diavoli” di cui scriveva Goethe (definizione ripresa in maniera critica da un illustre partenopeo, Benedetto Croce) riserva sorprese di volta in volta anche ai suoi abitanti e estimatori.

Quando penso a Napoli alle volte mi sorprende come una città in fondo nemmeno tanto grande, sia stata in grado di essere al centro dell’attenzione, nel bene e nel male: la musica classica napoletana, cantata in tutto il mondo a inizio Novecento; prima ancora gli innumerevoli paesaggi immortalati dalle abili mani di Brjullov, Ajvazovskij e Ščedrin tra Amalfi, Capri e il Vesuvio; l’immancabile pizza e i maccheroni stesi al sole per asciugare; le voci degli emigranti che partivano per “terre assaje luntane” dal Molo dell’Immacolatella per approdare a Ellis Island o a Buenos Aires. Certo, c’è anche altro: una malavita prepotente che a più riprese ha soffocato la città; la ormai passata emergenza rifiuti; la disoccupazione, ma Napoli non potrà mai essere ignorata, troppo forte e carica di simboli è la sua immagine. E solo la stupidità e la pavidità di certa politica può vedere nel DNA napoletano la camorra, girando da tempo immemore la faccia: d’altronde, ‘o deputato e ‘o cammurrista dint’o vico non sono un’immagine poi tanto rara.

Ancora oggi, la città continua ad essere un centro culturale e di meraviglie, in perenne movimento, dove annoiarsi è molto difficile, tra musiche, colori, sapori e odori, ed a simboleggiare questa vivacità è quel mare, così presente nelle canzoni e nell’animo dei napoletani, e alle volte anche così difficile da affrontare, perché, come spiegava Pino Daniele, “chi tene ‘o mare, o ‘ssaje, porta ‘na croce”. Forse Napoli è troppo grande per essere spiegata in qualche riga: forse, amici, è ora di visitarla e viverla.

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

 

0 1052
Un fotogramma di Nostalghìa, film di Andrej Tarkovskij

Tornando a casa, guardo un albero, le foglie ormai volano e si posano sul marciapiede, il verde del prato diventa più acceso per poter presto lasciare il tempo al marrone e al bianco dell’inverno. L’autunno inizia, con temperatura da vernata napuletana (+9 stamattina), e, come già accennavo martedì scorso, il ritmo diventa diverso, e il sorriso scompare dal volto, per lasciare posto a ‘na malincunia ca manco ‘e cani.

L’ho detto in una lezione radiofonica (in questo paese succedono cose singolari e interessantissime, e radio Serebrjanyj dožd’ è una stazione di qualità e per musica e per trasmissioni): i russi sono napoletani tristi. Sarà la mancanza do ‘o sole, del mare, nun ‘o saccio, però è così, gli manca quel quid per essere tali e quali a noi. E l’autunno aumenta questo senso di sconforto, un po’ modello ‘o core dint’e cazette.

C’è un mito però duro a morire: gli italiani,  e a maggior ragione i napoletani, sono visti come gente sempre allegra. ‘A verità, come ben sappiamo, è un’altra, e il buon Pino ce la spiegava in Appocundria, ma la nostra è una sensazione diversa, alla fine (cito da un nostro articolo) si tratta di “una fatalistica accettazione del proprio destino, venata da una noia esistenziale e colorata di uno scetticismo distaccato e malinconico. Una sorta di piacevole e dolente rimpianto per le cose non vissute o non viste, ma anche vissute e viste, oramai sbiadite...” 

Forse però qualcosa del genere (ma molto in parte) ha provato a fissarla in Nostalghìa il regista russo Andrej Tarkovskij, in esilio in Italia negli anni Ottanta. Quelle atmosfere nel film (che racconta appunto dell’esilio di un poeta sovietico in Italia, una trasposizione delle vicende del regista), nonostante una certa cupezza, si avvicinano alla nostra definizione di appocundria… Una certa nota di fatalismo, di sorridente amarezza, che però, nel caso partenopeo, non è fatta di rassegnazione totale.

Alle volte ci si accorge di come quel che manca qui è il ridersi e il sorridersi addosso, una particolarità più della società odierna che della cultura russa, ed è forse questo a tingere a tinte più scure il passaggio dall’estate all’autunno. Ma vabbuò, resisteremo, e questa appocundria al sapore di nostalghìa (è la pronuncia russa di nostalgija) può risultare anche piacevole…

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 1831
Intalliarsi e guardare questo spettacolo... Foto di Giovanni Savino

Dal nostro inviato a Mosca:

Nello splendido specchio di mare della Gaiola, con il Vesuvio a far da sfondo a una caldissima giornata di settembre, una riflessione sull’arte dell’intalliarsi mi è venuta quasi in automatico, poi rafforzata dal ritorno nel grigiore degli 11 gradi moscoviti, con la metro piena per il rientro di gente trista et arrabbiata (eh, loro: avesseno sapè comme stong je). Mi rendo conto delle difficoltà insite, e dell’intraducibilità di alcune espressioni e concetti napoletani, e su intalliarsi sembrano esserci diverse versioni: chi vede nel greco antico “thallein” (fiorire, germogliare) l’origine del verbo partenopeo, e da cui deriva anche, stando a quanto scrive Diodoro Siculo nel libro IV della Biblioteca storica, il nome di Talia, la musa della commedia; c’è chi lo fa discendere dal latino “mettere radici” e chi, invece, ne trova origine nell’arcaico “aliare”, cioè “muovere le ali”. Che sia il germogliare, il mettere radici o il muovere ali, si tratta di una definizione radicalmente diversa dalla lentezza, dall’oziare, e anche dall’oblomovismo (ma su Oblomov, po’ ne parlamme, n’ata vota). Facciamo un esempio: devo scrivere un testo; vado alla ricerca di una fonte, la consulto e trovo qualcosa che mi incuriosisce, e da qui cerco altri elementi al riguardo; pe’ tramento, vedo che mi scrive un amico su Whatsapp e rispondo; poi me faccio ‘nu cafè e alla fine torno al testo. Non è una perdita di tempo, è un multitasking su tempi dilatati.

Chi si intallea di fatto riflette, una qualità che viene sempre più a mancare: possiamo in tempo reale conoscere quasi tutto, ma come? Riusciamo a elaborare quel che riceviamo? E poi, intalliarsi permette di godere di una ricchezza rara, il tempo. Ricordo quando una volta, nel mare di Marina Grande a Capri, quasi fui cazziato perché “non nuotavo”: però e come me lo sono goduto quel bagno! Perché anche le sirene (che, come è noto, Omero collocava tra la Gaiola e Capri) “intalliavano”…

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 967
Un momento del primo giorno di scuola a Mosca, foto di Elena Ziganchina (da Instagram)

“Settembre poi verrà, ma non ti troverà”: il 1 settembre per me è questo, con me e papà che cantiamo a squarciagola l’hit di Peppino Gagliardi, e papà che mi dice ca’ so’ stunato. Tante emozioni, come giustamente abbiamo pubblicato sulla nostra pagina, di un’estate che qui non sembra voler finire (per fortuna, sia chiaro!).

In Russia questo è il primo giorno di scuola e il primo d’autunno, in un paese in cui le stagioni iniziano il primo di ogni mese: se l’autunno e l’inverno sono pienamente giustificati, per i nostri standard mediterranei (oggi a Mosca sono 15 gradi, at che autunno, ‘a vernata), l’inizio della primavera… no. Marzo alle volte è uno dei mesi più freddi, con punte di -30 come nel 2014.

Il primo giorno di scuola è un grande avvenimento: i bambini vestiti a festa, i fiori regalati alle insegnanti (quando l’ho detto a mammà, che insegna in una scuola media, i suoi commenti non varcherebbero la censura di ogni paese), il pervyj zvonok (la prima campanella)… Il primo settembre assume poi un significato speciale per chi entra a scuola per la prima volta, e ha davanti 11 classi da fare, prima di accedere all’università: due anni meno dei nostri, e a dir la verità, questo sistema mi convince poco, il nostro, con la sua suddivisione in 5+3+5 mi appare più efficace, soprattutto dal punto di vista socio-psicologico.

Ma settembre, in fondo, è pur sempre estate, per un napoletano: il mese dove il mare diventa un po’ più blu, il caldo piano piano inizia a lasciare il posto a un piacevole tepore, l’odore dei pini e della salsedine (soprattutto se si fa un giro nei non pochi splendidi luoghi della nostra terra, dal Virgiliano alla Gajola, ai Campi Flegrei, tra l’Averno e Miseno…), e la nostalgia di quei mesi pieni di progetti e di riposo…

Avanti c’è solo il freddo, nel caso di chi scrive, il grigiore delle nuvole cupe, ma anche la luce del Golfo, nonostante tutto, dentro. “L’estate se ne andrà insieme al sole, l’amore ne è andato già con lei” e su queste note, via, verso Miseno!

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it