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dalla russia con cazzimma

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Marco Raffaini, autore di Italiani veri

In Russia un certo tipo di canzone italiana continua a farla da padrona, ed è proprio quel genere che ascoltiamo, più o meno contenti, a Sanremo. Negli anni Ottanta veniva organizzato, nella cornice del teatro del Cremlino, una sorta di Sanremo sovietico, Fiori e Canzoni dall’Italia – Sanremo a Mosca, dove si sono esibiti Mango, Eros Ramazzotti (ancora oggi popolarissimo), Milva e tanti altri. Oggi, per il concerto annuale di Diskoteka 80, le stelle principali sono i Ricchi e Poveri e persino Sabrina Salerno.

Abbiamo deciso di parlarne con Marco Raffaini, autore del docufilm Italiani Veri, docente di lingua e traduzione russa presso l’Università di Parma.

Ciao Marco, grazie della tua disponibilità. Da cosa nasce Italiani veri?

Italiani veri inizia a nascere nella mia testa negli anni Novanta, quando iniziai ad andare in Russia, e la cosa che più mi stupiva era il loro attaccamento all’Italia, in tutti i campi, dall’arte al calcio (ricordo un’amichevole del Parma a Mosca in agosto con i miei vicini allo stadio che mi spiegavano chi era quel giocatore del Parma e da che squadra l’aveva appena comprato), dal cinema alla musica. C’era molta voglia di conoscere chi veniva da fuori, soprattutto se italiano. E quindi tutti a chiedermi se conoscessi questo è quest’altro, in particolare Robertino Loretti, che io non sapevo chi fosse. Così poi a un certo punto ho deciso di farci qualcosa, inizialmente pensavo di scriverci qualcosa, poi ho creduto che fosse meglio lasciar parlare loro, e costruire un racconto montando le loro voci, prendendo la passione della musica italiana come pretesto per raccontare storie, per fare un ritratto di un paese che a me ha preso il cuore.

Come si può spiegare la popolarità del pop italiano in Russia? E Sanremo?

La popolarità del pop italiano secondo me si spiega, oltre che con il mito dell’Italia presente in Russia da ben prima dell’Unione sovietica, con il fatto che a partire dai primi anni Ottanta la TV russa ha iniziato a trasmettere la serata finale del festival di Sanremo, e improvvisamente i russi hanno avuto la possibilità di ascoltare qualcosa che venisse dall’estero (a maggior ragione dall’Italia) senza paura di essere spiati, come poteva accadere quando ascoltavano di nascosto le canzoni dei gruppi rock più famosi, vedi i Beatles o gli Stones. La famosa finestra sull’Europa quindi. E che finestra! Poi secondo me ci sono anche motivazioni politiche dietro questo lasciapassare verso la musica italiana, come per esempio la visione dell’Italia comunque come un paese amico tra i nemici, la Fiat aveva costruito la fabbrica di auto a Togliattigrad, il partito comunista forte in Italia, ecc. ecc.

Si tratta di un fenomeno ormai di decenni, vedi differenze tra la ricezione dell’epoca sovietica e quella delle giovani generazioni?

Secondo me oggi è più che altro un fenomeno legato alla nostalgia, un po’ come i miei amici che continuano ad ascoltare la musica degli anni Ottanta, come se gli anni Ottanta fossero stati quella gran bazza musicale e culturale, mentre invece sono stati a mio avviso in Occidente abbastanza mediocri. Infatti i giovani in Russia non è che se li filano più di tanto i cantanti pop italiani. Questo è stato anche il più grosso problema nel proporre il film in Russia, perché al cinema vanno poiché altro le giovani generazioni e se proponi loro un film sulla musica leggera italiana c’è il rischio che non lo prendano nemmeno in considerazione.

Come reagiscono gli artisti italiani a questo successo che sembra eterno? A me, ad esempio, colpisce come i Ricchi e Poveri, per non parlare d’altri, riescano a riempire palazzetti qui, mentre in Italia non sarei così sicuro di vedere le stesse scene…

I cantanti italiani cavalcano l’onda, legittimamente. Sono ben coscienti del fatto che oggi campano praticamente grazie ai paesi dell’ex Unione Sovietica. Hai giustamente citato i Ricchi e Poveri, che se non sbaglio l’ultimo album l’hanno fatto uscire solo in Russia. In fondo, nel loro squallore trash, non fanno nulla di male, e l’affetto che dimostrano verso la Russia, pur se legato al fatto che vivono grazie alla Russia, credo sia sincero.

Dopo Italiani veri, che progetti hai?

Dopo Italiani veri sto iniziando a lavorare a un altro film, sempre in qualche modo legato alla percezione dell’Italia in Russia e viceversa, su un tema completamente diverso, ma che preferirei per ora non venisse reso pubblico. È anche per questo che a marzo sarò in Russia, per iniziare a fare qualche ripresa per poi cercare qualche finanziamento.

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Massimiliano Musto, direttore del Four Seasons Mosca

Dal nostro inviato a Mosca:

Letteralmente a due passi dalla Piazza Rossa, nel cuore di Mosca, sorge un albergo particolare, che ha vissuto due volte, se si può dire ciò per un edificio. L’hotel Moskva probabilmente è l’albergo russo più noto nel mondo, per via del suo profilo ritratto sull’etichetta delle bottiglie di vodka Stolichnaya, ed è stato costruito in soli due anni, dal 1933 al 1935, ed è probabilmente una delle ultime testimonianze dell’epoca del Costruttivismo, con la sua facciata asimmetrica. Quel che oggi possiamo ammirare, ovvero l’hotel Four Seasons Moskva, è la copia esatta dell’edificio buttato giù nel 2004, e riaperto definitivamente solo da qualche anno, ma questa storia ha anche a che fare con la nostra terra: il direttore dell’albergo è Massimiliano Musto, napoletano verace e grande professionista del settore.

Entrare nella hall dell’hotel è sempre un’emozione particolare: l’imponenza degli arredi, unita alla ricercatezza degli interni, senza esagerazioni kitsch, crea un’atmosfera particolare, quasi di soggezione. La gentilezza del personale è tutt’uno con l’eleganza dei modi, ed è così che Max Musto apre il proprio studio, in una fredda giornata di metà dicembre.

La storia del direttore dell’Hotel Four Seasons Mosca è quella di un ragazzo partenopeo che ha preso nelle mani il proprio destino, partendo (come tanti di noi) per “terre assaje luntane” e costruendosi una propria professionalità, senza mai dimenticare le proprie origini e la propria napoletanità.

Max, grazie per aver accettato il nostro invito. Come Soldato Innamorato ci interessa raccontare storie di napoletanità, e di figli della nostra terra. Come sei arrivato a Mosca?

Da 17 anni lavoro con Four Seasons, ed ho iniziato a Bangkok, il primo hotel di dieci in cui ho lavorato in questi anni: Malesia, Singapore, Los Angeles, Hawaii, Tokyo, San Diego, Mauritius, Egitto ed ora Mosca.

Com’è iniziata la tua avventura? Generalmente, noi napoletani combattiamo con vari stereotipi, tra cui quello secondo il quale potremmo al massimo fare i cuochi…

Ho iniziato questo business un po’ per caso… Dopo aver fatto il militare, un giorno, ho deciso di partire per la Gran Bretagna, per un anno, “per imparare la lingua”, come dissi a mia madre. Già vivevo lontano da Napoli, a 10 anni abbiamo lasciato la città dopo la scomparsa di mio padre, abbiamo venduto la nostra attività a Secondigliano, e ci siamo trasferiti a Latina. Ho iniziato per caso, provenendo da una famiglia umile e una volta approdato all’estero, però, non ho iniziato da Londra ma sono andato un po’ più a nord, in Scozia, senza parlare una parola d’inglese, col mio vocabolario e tanta buona volontà… Dopo Glasgow, sono stato ad Aberdeen e ad Edimburgo, per poi finire a Londra dopo tre anni e mezzo, dove tutti mi chiedevano dove avessi imparato l’inglese… “in Scozia”, e così ho dovuto imparare tutto da capo, perché avevo imparato lo scozzese!

Dopo quest’esperienza, ho lavorato per la Hilton, e sono stato inviato in Sri Lanka, anche questo un avvenimento molto interessante, per poi tornare a Londra, al Mandarin Orient di Hyde Park, per poi ricevere una telefonata in cui mi si offriva un lavoro, la posizione di restaurant manager, quando già ero assistente di food & beverage, e anche se non mi andava di fare come il gambero, mi colpì molto la professionalità e il modo di fare della compagnia. Mi ricordo ancora questo colloquio, al Four Seasons di Londra, con tre persone: il direttore generale, il direttore delle risorse umane, e il direttore del food & beverage, solo per aprire un ristorante a Bangkok. Due ore di colloquio, molto tranquille e incentrate sull’aspetto umano, ma prima di accettare chiesi di andare in Thailandia per vedere il ristorante: andai a Bangkok, mi piacque subito il progetto e il resto è storia.

Nonostante la catena sia la stessa, immagino tu abbia avuto modo di conoscere le mille sfaccettature e identità di questo mondo, perché si tratta di paesi e posti totalmente diversi. Qual è il posto che ti è rimasto più impresso, in questi anni di lavoro?

Bella domanda, questa qui: come sai, ci sono varie fasi della tua vita, e dovrei dirti che il primo amore è stato Bangkok, dove ho vissuto per 3 anni e mezzo, ho trovato moglie, ed è stata la prima esperienza per Four Seasons; poi segue San Diego, e dal punto di vista personale, perché i nostri due figli sono nati lì, abbiamo comprato casa, e invece per tenore di vita mi son divertito tanto a Tokyo, dove ero il direttore del food & beverage, il Giappone per questo ruolo è una nazione interessantissima, con grande qualità. Poi devo dire che per prestigio Mosca è l’albergo di gran lunga superiore a quelli dove ho lavorato, anche se è molto difficile trovare un cattivo Four Seasons fra i 96 della catena. Ma il Moskvà, se guardi al posto dove ci troviamo…

Più centro di così, a due passi dal Cremlino e dalla Piazza Rossa!

Appunto, dovrebbero costruirne uno vicino alla Casa Bianca o San Pietro per avere un posto simile a questo. Quest’opportunità è stata molto stressante, ma gratificante.

Parliamo un po’ della tua esperienza qua, com’è lavorare a Mosca?

Questa qui è una nazione che non è capita, e il russo è incompreso, c’è una differenza tra la percezione e la realtà, e per me questa è stata una rivelazione, mi si diceva dei russi tristi, mai sorridenti, ma poi sono arrivato qui e, da napoletano, posso dire che sono passionali, emotivi…

Sono napoletani tristi…

Sì, tristi però fino a che non rompi il ghiaccio. Il modo di gesticolare, la passione un giorno a 100, un giorno a 50… ed è stata una sorpresa piacevole. Professionalmente, se riesci ad avere una connessione con le persone con cui lavori, allora il tutto diventa più facile, il contatto umano in questo lavoro è importantissimo e penso e mi auguro, in base alla mia esperienza lavorativa, di essere all’altezza della sfida. A dicembre abbiamo ricevuto due importanti premi nel campo, in una sola settimana, e abbiamo concluso il 2015 con grandi successi, come la nomina a miglior struttura alberghiera di Mosca, e come miglior albergo per i matrimoni. Riconoscimenti che nel primo anno di lavoro qua per me è stato oggetto d’orgoglio per il mio personale, io poi sono molto esigente, non mi piacciono le cose fatte a metà. 

Tu sei andato via da Napoli presto, ma vedo che il tuo senso d’appartenenza c’è…

Non perdo una partita del Napoli, e la napoletanità song ‘e scurzetelle. Gigi D’Alessio è stato ospite qui, ed è venuto anche a casa mia, quando posso sono molto napoletano dentro, ho insegnato l’italiano ai miei figli e ora vorrei provvedere col napoletano, e anche se non vado giù abbastanza, il mio rapporto è molto forte.

Hai lavorato nel food & beverage per anni, però… qual è il piatto della tradizione culinaria napoletana che preferisci?

Non c’è niente di più bello dello spaghettino alle vongole, e quando è venuto Gigi a casa mia a pranzo a domenica, gli chiesi se voleva qualche piatto thailandese, e D’Alessio mi fa “Max, ma pecché nun ce facimm nu bellu rraù?”. Ed io, elettrizzato, inizio a chiamare mammà, a cercare le tracchiulelle…

Insomma, pecché a dummeneca mangiamme semp ‘e tre…

Infatti, per dirtene un’altra: se, quando torno, non mangio un pezzo di treccia di mozzarella aversana o una provola, non mi sento a casa, e ora ho il desiderio di un piatto di soffritto. Il nostro pasticciere al Four Seasons è anche lui napoletano, e a casa per Gigi c’era anche un bel babà a tavola. Poi ‘a sfugliatella frolla… quelle cose di cui non si può fare a meno!

E i tuoi figli tifano per il Napoli?

Massimo ha 8 anni e mezzo e amava Cavani, conosceva Lavezzi, mo’ un po’ di meno per via della passione per Mind Craft, però ha magliette del Napoli, quando poi qui hanno giocato gli azzurri contro la Dinamo è stato nostro ospite Edoardo De Laurentiis, e ho visto la partita con Mesto allo stadio. 

Quando c’è il Napoli, non esiste: non perdo una partita, non posso farne a meno!

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Veduta dell'inverno moscovita da casa dell'autore

Aeroporto di Vnukovo, Mosca, 3:15 di un gelido 14 gennaio: l’aereo scivola sulla pista, sbandando un po’ come una macchina sul basolato bagnato a Napoli. Un pensiero in questo viaggio di rientro mi ha però scaldato, incurante di quanti gradi in meno ci fossero in Russia, dovuto alla lettura su “L’Espresso” della rubrica di Bruno Manfellotto, già direttore del settimanale. Questa settimana la penna di Manfellotto si è dedicata alla emigrazione “giovanile” dall’Italia, ed è cosa buona e giusta trattare di questo argomento, perché, come sottolineato dal giornalista “E però di questa realtà, e di altre che indicano un’emergenza, si parla poco. Vi ha fatto cenno Sergio Mattarella; i più tacciono perché, dicono, non c’è niente di nuovo (ma è proprio questa ineluttabilità che dovrebbe preoccupare, no?); altri perché temono di passare per gufi (…)” Tutto molto vero, e condivisibile, anche se poi Manfellotto racconta di un’emigrazione d’élite, se possiamo così definirla, ovvero di figli andati all’estero per un master, ma siamo sicuri che si tratti di questo?

Le cifre e l’esperienza raccontano di uno scenario completamente diverso, un’emigrazione ormai di massa, che coinvolge non solo giovani laureati meridionali, ma un settore consistente della popolazione italiana: i master a cui si iscrivono gli italiani migranti spesso sono le cucine di qualche ristorante o le corsie d’ospedali; si va via da un paese dove manca un numero sufficiente di infermieri (e presto sarà la stessa storia per i medici), per poter lavorare in Gran Bretagna o in Germania; scuola e università soffrono di una paradossale situazione, dove gli insegnanti precari spesso sono già cinquantenni senza posto fisso; ma non va meglio né nell’industria, né nel commercio. Un dramma però dimenticato, sottaciuto, minimizzato quando se ne parla. Un’emigrazione che spesso non è nemmeno più fatta di qualche sacrificio per mettere una somma da parte, visto che si spende la maggior parte dello stipendio per vivere nei paesi dove si lavora, e non è raro vedere genitori che raggiungono i figli per passare le festività assieme.

Mentre mi vesto in aeroporto per affrontare il gelo (calzamaglia-maglia termica-sciarpone-piumino-colbacco, manco Fantozzi a sciare), il pensiero è che i rientri sono fatti di valigie che scoppiano di provviste, bagagliai carichi, regali ricevuti, ma anche di tanta nostalgia e rabbia. Perché, come scriveva Majakovskij, la terra con cui hai diviso il freddo mai potrai dimenticarla: e lui, probabilmente, non sapeva quanto è ancor più vero quando nella tua terra ci sono esattamente 28 gradi in più d’inverno.

 

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Il Lokomotiv Mosca in allenamento

Dal nostro inviato a Mosca:

Le urne dei sedicesimi di finale di Europa League hanno riservato una beffarda sorpresa, con l’incrocio della storica Lokomotiv Mosca con il Fenerbahce, ultracentenaria squadra di Istanbul, patrocinata all’epoca dal padre della patria Ataturk (Mustafa Kemal, non ‘o Pataturco). Una partita difficile, a causa delle tensioni fra Russia e Turchia, dopo l’abbattimento del jet russo sui cieli della frontiera siriana, le sanzioni decretate da Mosca contro Ankara e ulteriori scaramucce, alcune preoccupanti (ieri si sono registrati colpi da parte di una nave russa nell’Egeo, verso un natante turco) e altre francamente ridicole (una linea di magliette anti-turche non è stata messa in produzione perché a causa delle sanzioni non sono arrivati i tessuti dalla… Turchia).
Il ds della compagine moscovita Kirill Kotov ha dichiarato che sarebbe preferibile il campo neutro, ma il team è pronto a scendere in campo anche ad Istanbul. La UEFA ha scelto di non dividere le squadre turche da quelle russe (come accaduto lo scorso anno nel caso ucraino), e ha dichiarato di disporre tutte le misure di sicurezze del caso. Di certo, ancora una volta, le tensioni tra Stati si riverberano nel calcio, e sarà da vedere come le a dir poco “calde” tifoserie russa e turca reagiranno a questo scherzo del destino.

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Amici diventati nemici? Putin ed Erdogan

Dal nostro inviato a Mosca:

Ora che la neve non si scioglierà (siamo arrivati ai fatidici sotto lo zero, ancora di poco, ma la vernata è lunga), e che l’aria è più fredda, in Russia però restano “caldi” alcuni temi. La storia dell’aereo SU-24 dell’aviazione militare russa buttato giù dalla Turchia e precipitato in Siria è solo uno dei temi, di certo il più scottante, ma non l’unico: la Crimea è stata per giorni al buio per via dell’interruzione della corrente dall’Ucraina, con i piloni buttati giù da attentati, e la crisi economica continua a pesare sulla vita quotidiana.

Lo scontro con Ankara è un conflitto tra due potenze e tra due uomini, Erdogan e Putin, più simili di quel che si possa pensare. Verrebbe da chiedersi cosa ne pensa Silvio B., amicone dei due leader… strano che ancora non si sia proposto come paciere. La personalità di Erdogan, animato da ambizioni imperiali nella regione, è a dir poco autoritaria: spesso, a ragione o meno, in Occidente si discute su Putin, ma quanti sono a conoscenza della repressione contro i curdi portata avanti dal presidente turco? Quanti ancora ricordano le violenze a piazza Taksim sui manifestanti che chiedevano democrazia? O le posizioni di Erdogan sui diritti delle donne? Non si vuole ricorrere al cosiddetto “doppio standard”, spesso e volentieri squalificato dalla mediocre qualità della stampa e della TV governative qua, ma il leader turco è un pericolo per la stabilità della regione: non sono menzogne, ma fatti constatati il sostegno all’IS contro la lotta del popolo curdo, l’appoggio fornito ai peggiori gruppi islamisti, fanno parte della strategia di Erdogan per affermarsi come un nuovo “sultano”. L’assassinio di Tahir Elci, presidente dell’unione degli avvocati di Diyarbakir e difensore di tanti attivisti curdi, getta ancora altre ombre su Ankara.

Ora, sono state introdotte sanzioni per i prodotti turchi, dal sale alla frutta secca, dai pomodori alle mele: come verranno sostituiti questi prodotti sul mercato russo, difficile dirlo, ma si registra un rialzo dei prezzi (e non dei salari, eh). Sabato scorso è stata vietata l’assunzione di cittadini turchi, e ai tour operator russi è stato “fortemente sconsigliato” di organizzare viaggi sulle spiagge anatoliche, meta di centinaia di migliaia di turisti da Mosca e Pietroburgo. Cosa altro succederà è difficile prevederlo (quindi, evitate di scrivermi se la Turkish Airlines volerà ancora su Mosca o no: ma faticasse all’aeroporto ‘e Vnukovo?), ma di certo l’insensatezza e l’ambizione rendono ancora peggiore un quadro già di per sé triste e sconsolato.

Ma pe’ fortuna ca nuje tenimm a Higuain, e l’unico modo che a Napoli c’è per abbattere un aereo russo, forse, sono i cross di Maggio…

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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I 90 secondi del terremoto del 1980

Dal nostro inviato a Mosca:

Ogni 23 novembre, apro su YouTube un filmato. Una registrazione saltata di una radio locale di Avellino, che alle 19.34.52 per 90 secondi incide un boato. Non di quelli da stadio, non una bomba, ma qualcosa di sovrannaturale, anche se è il movimento delle placche, il terremoto è ben spiegabile dalle scienze naturali. Sono nato a distanza di tre anni e mezzo da quel giorno, ma i racconti dell’Ottanta li ho sentiti tante volte. Un avvenimento che non devastò soltanto l’Irpinia e la Basilicata, ma intere parti della Campania. I paesi dell’epicentro furono rasi al suolo, e ancora oggi non del tutto ricostruiti (d’altronde, i discendenti del sisma di Avezzano e del maremoto dello Stretto ancora attendono un alloggio definitivo, a distanza di un secolo…); i morti furono dovunque, non solo in Irpinia, 53 vittime alla Stadera a Napoli, mia madre ancora oggi racconta di come, dopo la messa serale, il campanile della chiesa dei SS. Filippo e Giacomo cadde sulla canonica, uccidendo sei persone. E lo stillicidio è infinito: nove ragazzi muoiono ad Angri perché gli crolla addosso la facciata della chiesa della Madonna del Carmine, e tanti perdono la casa, con sfollati dovunque, anche dove l’epicentro dista decine e decine di chilometri. Mio nonno spesso raccontava di come persero l’appartamento dove abitava con la famiglia, che però l’ingegnere comunale sosteneva fosse “agibile”: la prova antisismica, per questo luminare della protezione civile, consisté nel saltare nel salotto di casa.

Perché siamo figli del terremoto? Lo siamo e perché ogni volta che la nostra terra trema i nostri cari rivivono quei momenti, e perché il sisma ha segnato l’ennesima, e, credo, decisiva tappa nella distruzione della nostra terra. Ricordo le scosse del 1990, di come ci misero in fila per due a scuola e ci fecero uscire dalla classe; e i vari piccoli sussulti di questi anni, fino al terremoto del Matese di quasi due anni fa, ero tornato per le feste ed eravamo all’ultimo piano con i parenti, e quella paura negli occhi, quella luce, che si era accesa tra chi aveva vissuto l’Ottanta, mi è restata impressa più del divano che si sposta (e anche qua, il Matese è lontanuccio).

Siamo figli del terremoto perché il sisma è stata l’occasione per saccheggiare completamente il territorio: abusivismo a go-go, speculazioni infinite, clientele, assegnazioni di posti. Interi quartieri evacuati e interi rioni costruiti e diventati luoghi di esclusione; in più nel piccolo c’è stato anche il bradisismo nel 1984 nella zona flegrea, con lo spostamento degli abitanti del Rione Terra. E l’Irpinia ha inaugurato la gestione emergenziale, nonostante i ritardi nei soccorsi (quanti si sarebbero potuti salvare? Nessuno ne parla, oggi, ma all’epoca persino Pertini si indignò): la Campania è diventata dopo l’Ottanta la terra dei commissariamenti e delle emergenze, e la logica è sempre quella di garantire spartizioni e potere.

Cosa è cambiato in Italia nella gestione del post-terremoto? Temo poco o nulla, anche per averlo visto in presa diretta da volontario in Abruzzo nel 2009. E le immagini delle new town con i loro balconi cadenti testimoniano come si continui a costruire in spregio alle norme, semplicemente nel nome di un arricchimento bestiale.

Quei 90 secondi, forse, dopo 35 anni, ancora ci fanno tremare, anche se non li abbiamo vissuti. Quando a San Giuliano in Molise crollò la scuola, il parroco rispose così a chi gli chiedeva dove fosse Dio: “Non è il Signore a fare i calcoli del cemento”. Ecco, siamo ancora a questo. E le domande di Pertini, di Moravia, e di tanti altri risuonano nel vuoto, nell’eco di quei momenti, tra le macerie di quei giorni.

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

Il napoletano andato a Mosca e passato dal guadagnare 6000 euro al mese come chef personale a stella della tv con Masterchef Kids Russia.

Dal nostro inviato a Mosca:

Giuseppe D’Angelo è un uomo d’amore, prima di essere un rinomato chef e giudice di Masterchef Kids Russia. Napoletano, sempre sorridente, dai modi affabili, mi incontra al Culinaryon, più di una semplice scuola di cucina, ma vera e propria Mecca di chi vuole preparare divertendosi a Mosca.

Giuseppe, buongiorno. Raccontaci, come sei arrivato qua?

È una lunga storia, stiamo parlando di sette anni fa, stavo iniziando a capire cosa volevo fare da grande, mi trovavo ancora nel dilemma «andiamo a fare l’avvocato, mi aggrego allo studio di famiglia» … certo, lo studio di famiglia (dove non ho mai lavorato) rappresentava una sicurezza, ma mi trovavo in una sorta di flipper, chiuso, che era casa, tribunale, ufficio, carino, senza dubbio, perché ci sono gli amici, una bella vita sociale, però alla fine io volevo sempre viaggiare. Così 8 anni fa mi sono trovato in India con il mio “baba” che mi aiutava nella meditazione e mi fece una domanda “Giuseppe, tu quando sei felice? Puoi rispondermi anche non subito, quando torni al tramonto me lo dici”. Torno, allora mi fa, “c’hai pensato?” e rispondo “Baba, io in verità sono felice quando cucino”. Questo discorso mi fece pensare, tornai in Italia, dove già avevo lavorato come cuoco di bordo: yacht di lusso, barche, ogni anno sempre più grandi. Un bell’ambiente, vacanza lavoro, fin quando non mi trovai su un trimarano di 34 metri in Sardegna, una barca da 20.000 euro a settimana fittata da un russo, che su due settimane venne tre giorni, e noi mangiavamo scampi, aragoste, vongole ogni giorno…

Una vita dura…

Eh, che vita triste che facevamo come staff! Io comunque avevo già pianificato di cambiare la mia vita, avevo un paio d’amici a New York e avevo già preso il biglietto per il 14 novembre, con tragedie familiari varie…. Intanto però mi stavo formando già da tempo in cucina: mi ero appassionato non solo a preparare, ma anche a studiare, avendo una mentalità accademica, e proprio per questo mi sono formato all’Accademia di Rossano Boscolo, dove ti insegnano non solo come e cosa mettere in pentola, ma a gestire costi e spese, un elemento sempre più importante per la cucina contemporanea.

Praticamente ti danno un’impostazione manageriale…

Sì, ormai cucinare non è più solo l’arte di saper preparare, ma anche di dirigere: fai conto che ora qua ho 32 chef con me, aiutati da 12/16 sottochef. Si tratta di dover gestire le risorse umane e non solo, fare il brand chef nel mio caso vuol dire anche come distribuire i prodotti, saper scegliere le giuste dosi, senza perderne in sapori e qualità.

Soprattutto ora che la crisi in Russia rende i clienti più attenti a cosa ordinare…

Certo, in un contesto simile la qualità deve accompagnarsi con un oculato bilanciamento delle spese, per farti un esempio: prima prendevo i pomodori siciliani, all’epoca stavano 12 euro al chilo, però poi ho imparato come forse è meglio mettere qualche pomodoro in meno e un pochino di astice in più, paradossalmente si riesce a contenere meglio il prezzo finale…

Intanto però mi stavi dicendo del russo e della barca…

Quello è stato un successo, la svolta: una sera, parlando del più e del meno, questo magnate mi chiede che piani avessi per i prossimi mesi, e gli dico di New York, e lui mi fa “A kakoi N’ju-Jork? Ko mne, na Rublevku!” (Ma qua New York? Vienitene da me, alla Rublovka, sobborgo per oligarchi nei pressi di Mosca). Uà! Subito accettai, anche perché parliamo di un noto imprenditore delle telecomunicazioni, ma avevo qualche remora ad andare in Russia: ero stato lì quando avevo 16 anni, al tramonto dell’esperienza sovietica, e mi era restata impressa una scena straziante. Eravamo con papà vicino il GUM, i grandi magazzini, e vedo una vecchietta piangere davanti a tre pezzi di carne di cavallo sopra a una sedia: chiedo lumi al traduttore, e lui mi dice “una volta avevamo i coupon sotto il socialismo, ora non abbiamo soldi”. Ingenuamente e forse un po’ da sbruffone, porgo qualche rublo alla vecchietta, che si ritrae offesa, dicendomi “noi siamo russi, siamo poveri ma abbiamo la nostra dignità!”. Questa frase mi è rimbombata dentro per anni.

Da film. E quando sei arrivato qua?

Sono atterrato a Sheremetyevo il 6 ottobre, un freddo cane, già stava nevicando, accolto dalle guardie del corpo del mio nuovo datore di lavoro. Per farti capire, saliamo su una Cayenne, con questi qua armati, e arriviamo a questa villa, fatta a Roma, smontata, mandata a Mosca e rimontata poi in questo sobborgo. Una casa favolosa, con piscina da 30 metri, sale… insomma, una reggia, con 12 persone che mangiavano a ogni ora del giorno e della notte.

Insomma, 24 ore al giorno!

Più o meno sì, ben pagato certo, con uno stipendio da 6000 euro con vitto e alloggio, però quando ti arriva la bambina che ti chiede in inglese di prepararle le cupcakes o di fare in 40 minuti un branzino al sale di 2 chili, capisci che è dura, poi solo il boss parlava in italiano con un accento milanese… un po’ inizi ad avvertire la voglia di voler socializzare, vedere gente, capire cosa succede in città, ma era come stare in una prigione dorata.

Da cui sei andato via poi.

Sì, anche perché a me piace stare in mezzo alle persone, e a quel punto ho pensato di provare a vedere come sarebbe andata qua. A New York non sono andato, e ancora oggi la mia cara amica Annachiara Villa mi rimprovera per questo, e con un po’ di soldi che avevo da parte ho iniziato a girare. E ho trovato il mio primo impiego come chef a Ufa.

Lontanuccio: Ufa è in Bashkiria, quasi sotto gli Urali!

Però è stata una fortuna e sai perché? Mosca è molto selettiva, e a uno chef si chiede da subito tanto; anche il più piccolo caffè ha una forte attenzione a come vengono presentati i piatti e a quali spese si deve andare incontro. E a me questo è sempre piaciuto, anche nei locali più economici il cibo viene presentato con gusto, e mammà mi ha dato il gusto, e l’ho usato per metterci il mio tocco personale. A Ufa ho imparato la lingua, ma soprattutto a come prendere i russi, che sono simili a noi però…

Tengono le loro caratteristiche…

Esattamente, ma quando li sai pigliare, li conquisti. Poi mi chiamò un amico da Mosca, e tornai per aprire il caffè Produkty, all’Ottobre Rosso (complesso di caffè, ristoranti, uffici e club nel centro cittadino, prende il suo nome dalla fabbrica di cioccolato), da dove mi allontanai perché iniziarono a non curare troppo la qualità e io sono poco incline ai compromessi. Successivamente sono stato lo chef del “Tutto bene” a Moskva-city, e poi di “Pane e olio”, e infine mi sono completamente dedicato al progetto di “Culinaryon”.

Culinaryon sta avendo un grande successo, ho visto che avete aperto anche a Singapore

E’ un progetto innovativo e rivoluzionario, fattura 6 milioni di euro annui solo a Mosca, e qui registriamo 3500/4000 presenze al mese. Anche a Singapore inizia a girare bene, con 200/300 persone ad evento, e con picchi di 500 al giorno, infatti appena finiranno le riprese di Masterchef Kids dovrò volare lì. Il nostro format, che presto aprirà a Houston e a Londra, prova a coinvolgere tutti: dal postino all’executive manager, dall’usciere al direttore. E’ bello vedere come tutti insieme preparano la cheese cake o fanno la pasta, divertendosi. “Cooking is fun” è il nostro motto, e ‘a verè comme se divertono!

Una filosofia d’amore, per dirla alla Bellavista!

Assolutamente, la cucina è amore: io ho iniziato con mamma e papà, e andavo con mio padre a Porta Nolana o sotto Natale a Pozzuoli per comprare il pesce, poi anche in Sicilia (mio nonno è siciliano) è così, ma se ci pensi anche in Russia si preparano i pelmeny (specie di ravioli di carne) in famiglia. Che poi i fast-food vogliano distruggere questo, è un altro discorso, ma la cucina è affar di famiglia, e oggi, quando anche sul lavoro tendiamo a vederci come parte di una famiglia, permette al nostro modello di poter sopravvivere.

E cosa ci puoi raccontare della tua esperienza a Masterchef Kids? Soprattutto la parte che tocca i bambini immagino sia alquanto complessa…

Con mia moglie guardiamo sempre Masterchef, e posso definirmi un vero fan, mi piace guardarlo, e quando è arrivata la chiamata per me è stata la realizzazione di un sogno, come essere incoronato Papa. E’ chiaro che con i bambini, come si vede anche nelle altre edizioni straniere, bisogna essere molto attenti e delicati, perché bisogna stimolarli, dargli addosso gli farebbe del male, quindi dedico molta cura a quest’aspetto di come incentivarli. Ed è bello vedere come ti preparano piatti molto elaborati, che non ti aspetti, ti viene da pensare “ma da dove siete usciti?”: certo, non hanno la percezione delle dosi, e i loro recettori della salinità sono molto più bassi, ma la fantasia dei bimbi è illimitata, fanno cose straordinarie, e si vede anche nelle lezioni da Culinaryon, dove preparano pizze con disegnini molto belli. Non nego che poi decidere chi debba abbandonare il programma (si divide in 13 puntate, e ogni volta escono 2 concorrenti) mi faccia stringere il cuore…

Tu sei un grande tifoso del Napoli, e sei orgoglioso delle tue origini: che cosa ti piace preparare dei nostri piatti tipici?

L’altra sera con mia moglie ho preparato un piatto che mammà mi faceva sempre da piccolo: la polpetta al sugo! Un piatto che non si ordina mai al ristorante, perché fatto con gli scarti (e le mie le ho fatte con il controfiletto), ma che a casa è molto buono, infatti devo dire a mamma di farmele trovare! Poi adoro preparare il risotto alla pescatora e lo spaghetto alle vongole, sempre presenti nei menù dei ristoranti dove ho lavorato.

La mia cucina è quella di mamma, semplicemente un poco più sexy, ed è grazie a mia madre che sono qui, perché mi ha insegnato a cucinare. Grazie e Forza Napoli!

Giovanni Savino

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Diego Armando Maradona entra nella Piazza Rossa, 6 novembre 1990 (foto da sports.ru)

Dal nostro inviato a Mosca:

“Si, ma Maradona ha sbagliato il rigore contro lo Spartak”: questa leggenda metropolitana (fu Marco Baroni a non fare gol) mi accompagna spesso nelle discussioni con gli appassionati russi di calcio. Quella sera è stata un po’ l’epilogo di sette anni di magia, di vittorie, di gloria di Diego Armando Maradona a Napoli, in una Mosca gelida e scossa dalle ultime convulsioni della perestrojka, dove gli azzurri vennero eliminati dalla Coppa dei Campioni.
Credo sia difficile, per chi non sia napoletano o argentino, capire cosa ha significato e significa Diego per noi. Cosa vuol dire trovarsi gli occhi lucidi riguardando le sue azioni così semplici nella loro divina genialità, i suoi gol così facili e belli da vedere ma impossibili. È vero, ne scrivo probabilmente così perché per me le giocate di Maradona sono i primi ricordi d’infanzia, perché il tripudio della Coppa UEFA e il delirio del secondo scudetto sono memorie di bambino, ma sfido a negare la grazia e l’ispirazione nel gol del 2-1 con l’Inghilterra, per citare “solo” la nota forse più alta del pibe de oro.
Ho avuto la fortuna di conoscere Marco Campassi, figlio di quel grande musicista che fu Emilio, autore di “Maradona e’ meglio ‘e Pelé”, una delle prime canzoni che ho imparato assieme a “Ho visto Maradona”: Marco ancora oggi racconta non solo della devozione popolare verso Diego, ma anche della sua profonda umanità, della sua amicizia disinteressata. Ma spesso e volentieri si getta fango sull’uomo Maradona, che santo non è ed ha spesso ammesso i suoi difetti, per sminuirne la sua aura come giocatore e condottiero. Si, condottiero: un trascinatore in grado di portare e il Napoli e l’albiceleste ad essere protagonisti, non tirandosi mai indietro, sempre presente nei momenti decisivi.
E quella maledetta notte a Mosca, imputata spesso e volentieri alle malefatte di Maradona, vide però arrivare Diego già a notte fonda nella capitale sovietica all’Hotel Cosmos, imponente albergo sul lunghissimo prospekt Mira, e poi, indossata una tamarrissima pelliccia nera, andare a vedere la Piazza Rossa. All’epoca l’Unione Sovietica era teatro di cambiamenti epocali, e il “cuore della Russia”, cioè la piazza, era tenuta strettamente sorvegliata, per evitare che fosse occupata da manifestanti di ogni tipo. Ma quando i soldati videro arrivare questo piccolo brunetto li, non ebbero esitazioni, avevano visto l’estro in tante partite trasmesse in tv durante le noiose giornate in caserma, probabilmente temevano la sua presenza contro l’amato Spartak: fatto sta che si aprirono le porte per Diego, che instancabile firmò decine di autografi e si lasciò fotografare.
Quest’umanità è una nota caratteristica, e ho avuto modo di constatarla al telefono: una decina di giorni dopo Dinamo Mosca-Napoli di quest’anno, un mio amico corrispondente di una TV sportiva russa mi telefona dall’argentina. Parliamo del più del meno e mi passa “un amico”. Un accento inconfondibile mi chiede come sto e se a Mosca fa freddo, e a femmine come vanno le cose. Ed è stato come se lo conoscessi da sempre, però… Avete presente John Belushi quando nei Blues Brothers vede la luce? Quella domenica mattina per me è stata così.
Grazie, Diego: per tutto quello che ci hai dato, per tutto quello che mi hai dato. E non so cosa farei “si yo fuera Maradona”, ma so di certo che nessuno può essere come te, per noi.

Giovanni Savino

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Striscione del battaglione Azov, composto di volontari d'estrema destra, durante Dnipro-Napoli

Dal nostro inviato a Mosca:

Lunedì mattina, momento già critico per chi scrive (la combo lunedì e mattina poi è micidiale), e tra le pagine Facebook di alcuni amici russi una notizia assurda ma non troppo, per chi ha un po’ di dimestichezza con le tifoserie dell’Europa orientale: dopo l’aggressione a quattro tifosi inglesi (colpevoli di essere neri) del Chelsea all’Olimpico di Kiev durante il match con la Dinamo, il direttore dello stadio ha proposto di istituire un settore riservato ai tifosi di colore. Sì, avete capito bene: a 21 anni dalla fine definitiva dell’apartheid in Sudafrica, e a 60 dal boicottaggio dei bus a Montgomery negli USA, la divisione per colore della pelle sembra tornare in Ucraina. Ma gli ultras della Dinamo Kiev non sono soli in questa odiosa caccia al nero: a Pietroburgo le frange più radicali della tifoseria dello Zenit non vuole giocatori “africani” in squadra, e nel 2011 dagli spalti dello stadio Petrov volarono banane all’indirizzo di Roberto Carlos, allora giocatore dell’Andzhi. Un anno dopo, un gruppo di ultras della città russa uscì con un comunicato dove si affermava come non sarebbero mai stati accettati giocatori gay o di colore tra le fila dello Zenit. In Russia, paese dove si celebra ogni 9 maggio la vittoria sovietica sul regime nazista, gruppi con svastiche e celtiche sono presenti praticamente in ogni tifoseria, e le aggressioni razziste contro immigrati dell’Asia Centrale e “diversi” di ogni tipo sono spesso e volentieri commesse dai cosiddetti futbolnye fanaty.

In Polonia, altro paese che ha subito distruzioni immani durante la Seconda guerra mondiale, nel centro di Varsavia non è raro trovare celtiche, sigle del Ku Klux Klan e altri graffiti razzisti a firma dei supporter del Legia Varsavia, che si sono introdotti anche recentemente nel nostro amato San Paolo. Altri fenomeni di xenofobia sono presenti in quasi tutte le curve dell’Est europa, e l’odio verso i “neri” spesso si intreccia alle storiche ostilità interetniche di tutti contro tutti: russi contro polacchi, ucraini contro russi e polacchi, ceceni contro slavi, ungheresi contro romeni e slovacchi, bulgari contro turchi, albanesi contro serbi…

Il razzismo odierno è sempre la paura dell’altro, il terrore di perdere qualcosa. E il gioco più bello del mondo si trasforma in un’occasione per regolare conti irrazionali e ingiustificati. Le tribune per i tifosi di colore, però, potrebbero essere anche rivendicate da alcuni gruppi italiani, sempre pronti a invocare il Vesuvio e a bollare noi napoletani in ogni modo. Pensateci, e abbiatene paura.

Giovanni Savino

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Al Bano e Romina durante il concerto della propria reunion a Mosca, ottobre 2013 (immagine tratta da youtube)

Chiunque abbia avuto modo di visitare i paesi dell’Europa orientale o di conoscerne usi, costumi e cittadini, è a conoscenza dello sconfinato amore di molti verso un certo tipo di musica italiana degli anni Ottanta. Parliamo di quell’estate di San Martino ormai pluridecennale che vivono in Russia voci come Al Bano, Pupo (no, Pupo noooo, Pupo noooo, come cantava Tony Tammaro, eppure qua sì), Toto Cutugno, Ricchi e Poveri, persino una Sabrina Salerno ormai scomparsa dai radar italiani ma ben presente sui palcoscenici moscoviti. Questa passione è irrazionale, come spesso lo sono le vere attrazioni, ma alle volte inquieta il vedere sui manifesti della metropoli russa facce che ti fanno pensare alla Notte dei morti viventi, più che a un concerto. Poi ci sono stati gli auguri di Toto Cutugno, Pupo (in un russo improbabile) e di un Al Bano versione Marilyn Monroe a Putin, ennesima dimostrazione di riconoscenza verso il successo regalato dai russi a questi cantanti (ca po’, scusate, nun era meglio Marilyn? Cioè secondo me ‘e mericane ‘ncopp ‘a stu fatto vincono loro).

Dunque, qui c’è una sorta di cimitero degli elefanti per le dimenticate stelle della musica italica? Non esattamente, anche perché i biglietti costano, e i concerti vengono organizzati in strutture e stadi coperti, come l’Olimpijskij, dove hanno suonato, tra gli altri, i Metallica e i Black Sabbath, ma le star dei ruggenti e arrugginiti anni Ottanta italiani non hanno problemi a riempire anche la più grande platea, con veri e propri fedelissimi. D’altronde, non a caso, Al Bano ha scelto Mosca (complice un assegno di svariate centinaia di migliaia di euro) per sancire la reunion con Romina ormai due anni fa…

Il più amato e desiderato però resta solo uno: Adriano Celentano. Il molleggiato qui è considerato anche un attore di rilievo (cosa alquanto discutibile, ma vabbuò) e alcune sue canzoni, come Confessa, sono hit ancora oggi di grande successo (tipo ieri in un sottopassaggio nel centro, c’era una ragazza che la cantava). Nel 1987 la visita di Celentano (che per l’occasione volò a Mosca, caso più unico che raro, avendo la fobia degli aerei) nell’allora Unione Sovietica fu un successo senza precedenti, riuscendo a piazzare anche uno dei suoi flop cinematografici più clamorosi, il giustamente dimenticato Joan Lui. Invece un piccolo grande capolavoro è il documentario Italiani veri, girato da Marco Raffaini e Giuni Ligabue da queste parti, che racconta il perché del successo (immeritato, forse; esagerato, di certo) del pop nostrano.

Tutto questo per dirvi che un’altra voce italiana, anzi “la migliore voce d’Italia”, come è pubblicizzata qui sui manifesti, si esibirà a Mosca il 6 novembre: Gigi D’Alessio. E però non andrò, perché Gigi ormai è lontano da quel pubblico, tamarro quanto si vorrà, ma genuino e alla base del suo successo negli anni Novanta: chi di voi non ha mai sentito nei vicoli e nei palazzi “Annarè”, “Fotomodelle un po’ povere”, “30 canzoni”? Il Gigi di mo’, con le sue canzuncelle un po’ sgrammaticate e molto mielose, è nu poco ‘nu pezzotto. Pecché nuje, a dummeneca, magnamme semp’ ‘e tre, e la neve ad agosto s’a po’ pure tenè.

Giovanni Savino

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