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La politica presidenziale

Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Sui media si sta iniziando molto a parlare della scarna presenza dei tifosi del Napoli al San Paolo. Ieri, contro il Chievo, gli spettatori erano appena 20mila. Un dato che, personalmente, non mi dispiace tantissimo perché pone fine a tutti quei servizi televisivi folkloristici che mandano in onda non appena gli azzurri vincono un po’ di partite di fila o sono alla testa della classifica. Li conosciamo a memoria quei “reportage”, ne hanno fatti a migliaia ma in fondo è sempre lo stesso: la statuina del calciatore sul presepe di San Gregorio Armeno, il tifoso “esperto” con la pizza tra le mani, le immagini dal lungomare dove si cerca di raccontare una città immobile perché il Napoli ha vinto e quindi a nessuno interessa di lavorare, fare la spesa, portare a scuola i bambini. Perché a Napoli le vittorie DEVONO per forza essere celebrate così. Con i 20mila di ieri scompare finalmente la leggenda del pubblico che campa di pane e Napoli, ma più spesso “solo di Napoli”, come con il veleno di Miseria e Nobiltà.

In realtà il tifo partenopeo non si è disamorato, segue semplicemente le evoluzioni del “calcio moderno” che non sono sconosciute in altre città d’Italia. E poi si aggiunge la scelta scellerata della società sul prezzo dei biglietti. Ieri un tagliando in curva costava la bellezza di 25 euro. Era Napoli-Chievo, tutt’altro che una partita di cartello. Se un genitore avesse voluto portare moglie e due bimbi nell’inospitalissima curva del San Paolo avrebbe dovuto spendere, per Napoli-Chievo (lo ricordiamo), ben 100 euro. Evidentemente quell’ipotetico papà non campa di “solo Napoli”, ma con quei 100 euro ci fa la spesa per una settimana.

Ieri anche un mio amico ed io eravamo invogliati ad andare allo stadio. Noi, malati del Napoli e dello stadio. Eppure due conti ce li siamo fatti: siamo entrambi appassionati di Brasile e cucina brasiliana e, riflettendoci un po’, abbiamo deciso di andare a vedere Napoli-Chievo in una churrascheria carioca. Il menù (tutto a volontà) costa 35 euro. Si mangia fajolada, riso e poi una serie interminabile di portate di squisita carne finché il tuo stomaco non scoppia. Insomma, con 10 euro in più abbiamo visto la partita e abbiamo mangiato come due maiali il cibo che ci appassiona. Il costo aggiuntivo delle birre? Le avremmo comprate anche allo stadio nel pre-partita al Gazebo. Certo, alla fine abbiamo pagato qualcosina in più perché proprio non potevamo esimerci dal festeggiare e digerire con cachaca e caipirinha.

Insomma anche i tifosi più malati due conti in tasca se li fanno. Siamo due che abbiamo già comprato il biglietto per Lisbona per andare a vedere la partita con il Benfica e che per ammirare l’esordio del Napoli in campionato contro il Milan abbiamo speso la poco modica cifra di 40 euro per la curva B.

Ora si può raccontare di un pubblico disamorato. O, più semplicemente, dare ragione a quei tifosi che chiamano “bagarino” il presidente. Perché 25 euro per una partita contro il Chievo, in uno stadio dove per primo lui dice di non volerci mettere più piede tanto che l’impianto è fatiscente, è una cifra enorme. 15 euro sarebbe stato un prezzo corretto, 20 euro sarebbe stato un po’ caro, ma almeno nell’immaginazione sarebbe andata via solo una banconota azzurra, quella da 20 appunto. 25 euro no. 25 euro sono troppi troppi troppi.

Qui abbiamo sempre difeso il presidente dalle accuse di “papponismo” che ci sembrano oltremodo lunari. Non è neppure questo il caso, il costo dei biglietti allo stadio, per la scarsa incidenza sui bilanci, non è certamente una scelta economica. E’ una scelta politica: un po’ per dare il segnale a De Magistris che il club può fare persino a meno dello stadio, un po’ per dare uno schiaffetto ai tifosi che in questi anni hanno contestato la società il più delle volte immeritatamente e stupidamente. E’ una scelta politica che non sappiamo quali frutti porterà a De Laurentiis. Intanto, da qui, gli diciamo che è davvero un prezzo da bagarini quello fissato contro il Chievo. Non vogliamo fare il pubblico che balla la tarantella e suona il mandolino, ma una partita allo stadio vorremmo godercela senza dover spendere un occhio della fronte.

Ieri il pappone l’ho fatto io. Che mangiata! Alla faccia dei 25 euro!

Valentino Di Giacomo

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Il calciomercato

Il calciomercato è finalmente terminato, delle operazioni del Napoli e di cosa ne pensiamo ne abbiamo scritto oggi. E sembra che la fantomatica “piazza”, sia quella reale che quella virtuale, abbia visto di buon occhio il mercato azzurro ed è una buona notizia. Certo, manca la ciliegina che poteva essere Cavani e in molti sono rimasti delusi del mancato ritorno del Matador. A leggere oggi i commenti dei tifosi c’è più ottimismo. Forse, ma forse, la cessione di GH è stata quasi sbollita. Certo, aiuterebbe tanto se ad ogni partita del Napoli, ad ogni conferenza, i giornalisti non ripetessero ogni volta la solita nenia facendo sempre riferimento a GH. Napoli oggi deve guardare avanti e se lo faranno pure i commentatori sportivi sarà ancora meglio.

Il “Pappone” – come piace a molti definirlo – ha cacciato i soldi. Il club ha reinvestito tutti i soldi incassati dalla cessione dell’innominabile e inoltre ha investito una cospicua parte dei previsti incassi delle partite di Champions. Qualcuno, anche sulla nostra pagina Facebook, si è lamentato del fatto che DeLa non ci abbia messo soldi di tasca propria. Dopo 12 anni di era De Laurentiis ci sembra assurdo che ancora si debba parlare di questo. Il Napoli è un’impresa, non è di proprietà di uno sceicco. Criticabile o meno è questa la politica aziendale e fino ad ora ha portato tantissimi frutti. E’ vero che nello sport si gioca per vincere, ma questo vale nelle partite dei ragazzini in strada. A livello professionistico contano i soldi, i fatturati. E il Napoli, prendiamone atto, fattura assai meno di altre 4 o 5 squadre italiane. Prima ci entrano nella testa questi concetti e meno delusi resteremo. E poi delusi da cosa? Da 7 anni di qualificazioni consecutive in Europa? Di campionati magnifici come quello dello scorso anno dove, forse, con un po’ più di fortuna si poteva realizzare il sogno? O delusi delle Coppe Italia o della Supercoppa? Chi segue il Napoli da tanti tanti anni dovrebbe ben sapere che questo è il momento migliore del calcio in città, escluso il settennato del Dio. Il Napoli è un’impresa eccellente. Poi il presidente può essere antipatico, dovrebbe migliorare in tante cose, ma il Napoli è un’ottima impresa. In attesa che De Laurentiis riesca ad attrezzare pure uno stadio all’altezza con la complicità di un Comune di Napoli che ha pure esso le proprie colpe.

Ora dobbiamo augurarci, finite le chiacchiere del mercato, che la città riesca a compattarsi alla squadra senza più sciocche divisioni. In questi anni ci siamo assuefatti a dividerci in fazioni: quelli pro De Laurentiis e quelli contro, quelli pro Benitez e quelli pro Sarri (per fortuna la maggioranza). Ora non è più il tempo di queste discussioni che non sono utili a nessuno. E’ stato bello, ad esempio – come abbiamo notato sabato scorso – rivedere nuovamente la Curva B  cantare anche quando la squadra era in difficoltà contro il Milan. Questo è lo spirito da seguire. Ora speriamo che anche la Curva A riesca ad organizzarsi per far ritornare tutto il San Paolo una bolgia.

L’amore per il Napoli è una specie di matrimonio, ma senza divorzio. Abbiamo tifato nella cattiva sorte di annate balorde, dobbiamo farlo oggi ancor di più che la sorte ci consegna una delle squadre azzurre più forti di sempre.

Chi ci segue da più tempo sa che sul nostro portale non seguiamo tutte le trattative del calciomercato un po’ perché la maggior parte delle “voci” si rivelano spesso sciocchezze e anche perché l’estate serve pure a far pace un poco con i pensieri e un’osservazione un po’ distratta delle presunte notizie non fa male. Del resto se si fa una cernita dei calciatori che erano in procinto di passare al Napoli e che poi sono realmente arrivati questi saranno forse l’1%. Speriamo che questa sia una scelta apprezzata da voi lettori, da voi soldati innamorati proprio come lo siamo noi.

Valentino Di Giacomo

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Era il primo novembre del 2015, si giocava Napoli – Roma. Il Napoli di Benitez aveva balbettato ad inizio campionato, ecco arrivare i giallorossi per recuperare il cammino. Gli azzurri giocano un primo tempo da accademia, passano in vantaggio con un gol di Higuain in mezza rovesciata al volo. Saranno le prove generali per quel suo ultimo gol in maglia azzurra contro il Frosinone. Ma noi allora non lo sapevamo.

Il Napoli soffre, ma il Pipita gioca una partita di sacrificio per aiutare i compagni a rintuzzare gli attacchi romanisti. A guardare c’è il solito San Paolo degli ultimi anni: un pubblico diventato nel tempo, per varie ragioni, più silente ed esigente rispetto a tutta la sua storia. Con le curve che cantano cori un po’ autorefenziali, un po’ “incantabili” che non riescono a trascinare l’intero stadio alla “guerra sportiva”. Io quel primo novembre sono in tribuna con il mio amico Luigi. Le curve negli ultimi anni le evito sempre di più perché mi fa un po’ rabbia e un po’ tristezza assistere a quello che sono diventate: un gruppetto di 100/200 persone che canta i propri motivetti un po’ sciocchi e tutto il resto che guarda la partita tra urla, imprecazioni, i soliti “esperti” di tattica che suggeriscono sostituzioni, disposizioni tattiche ecc.

Sotto la nostra tribuna ci sono i soliti ragazzini delle scuole che il Napoli invita tutte le domeniche ad assistere alla partita. Higuain prende la palla e i bambini iniziano ad incitarlo: “HIGUAIN – HIGUAIN – HIGUAIN”. Non so se quella sia stata la prima volta di quel coro, ma dovrebbe essere proprio quel Napoli – Roma ad aver dato inizio a quella cantilena che sarebbe durata ancora per quasi 2 anni. Il Napoli tiene l’1-0, soffre, il pubblico lo capisce. HIGUAIN – HIGUAIN – HIGUAIN. Riprendono a cantare i bambini e poi comincia la tribuna, prima il lato inferiore, poi la Nisida e la Posillipo, poi i Distinti. A poco più di 10 minuti dalla fine della partita, Gonzalo prende la palla e serve con il contagiri un pallone per l’inserimento di Callejon che segna il 2-0. HIGUAIN – HIGUAIN – HIGUAIN, stavolta è quasi tutto lo stadio a cantare per lui. Credo sia la prima volta che un coro nasca dalla tribuna e poi si propaga allo stadio intero. Un coro di bambini, un coro bambinesco, ma efficace. E soprattutto un coro utile perché Gonzalo sente finalmente di essere un idolo di questa città. Basti pensare che se Lavezzi ha avuto quel “BLASFEMO” coro “Olè olè olè olè Pocho Pocho” sul motivetto che cantavamo per Diego, Edinson Cavani l’extraterrestre al San Paolo non ha mai avuto un proprio coro.

E’ la nuova politica del tifo “organizzato” (sarebbe meglio definirlo disorganizzato) di non cantare più cori per i calciatori, perché esiste “Solo la maglia”. Una convinzione che ora, dopo la partenza del vigliacco, si rafforzerà ancora di più. E invece no! Non deve essere così!

Lo sappiamo tutti che la maggior parte dei calciatori sono “mercenari”. Eppure resto convinto che questi vadano incitati anche singolarmente. Loro sfruttano la nostra maglia per accrescere il proprio prestigio? Ecco, noi sfruttiamo loro per farli rendere al massimo con la nostra maglia. E’ un discorso di convenienze, come quei vecchi matrimoni di un tempo. Un calciatore che riceve un coro è stimolato mille volte di più e rende assai di più. Basta tornare indietro a quando “l’odiato” Palummella faceva cantare sul motivo di Ricky Martin “Gol gol gol, alè alè alè, Scwoch Scwoch Scwoch alè alè alè”. E ricordiamo tutti cosa abbia fatto Stefan in maglia azzurra, oppure Roberto Stellone alè ooo, Roberto Stellone alè ooo.

E poi c’è anche un altro motivo per cui bisogna incitare i singoli calciatori. Per i bambini che trasformano i ragazzi in maglia azzurra in propri eroi e hanno una voglia matta di manifestare quel loro amore. Proprio come accadde quel primo novembre del 2015.

E così mi torna alla mente il bimbo che ero, quando in un cortile da solo con il pallone creavo azioni e nella mia mente inscenavo una telecronaca con i miei eroi: “Alemao imposta, la gira a destra per Crippa, di nuovo al centro per Maradona. Maradona, Maradona, dribbling, la mette al centro, Carecaaaaaaaaaa gooooooool”. Erano i miei Batman, i miei Superman, i miei Spiderman. Ecco, non credo che tutti debbano avere un coro. Ma un ragazzo che da 10 anni veste la nostra maglia, il nostro capitano ormai mezzo napoletano e mezzo slovacco, un coro lo meriterebbe. Un po’ per lui, un po’ per noi e tantissimo per quei bimbi che vedono Marek come un idolo assoluto. E soprattutto un po’ per quel bimbo che ci vive dentro e che ci fa ancora impazzire il cuore quando vediamo un pallone rotolare su un campo verde e una maglia azzurra come il cielo che corre insieme a tutte le nostre emozioni.

Valentino Di Giacomo

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La polemica

Quando ho scritto l’articolo “Esiste solo la vostra autoreferenzialità che ha rotto il cazzo a un’intera città” ho voluto farlo volutamente con il linguaggio degli striscioni e degli slogan che abitualmente usano i gruppi organizzati degli ultrà.

E’ necessario, direi urgente, cercare di fare qualcosa prima che la situazione precipiti ulteriormente. Contro il Milan, partita decisiva in cui erano necessari i tre punti per giocarci al meglio le chance di vittoria nel finale di campionato, gli ultrà non hanno solo pensato a sostenere a loro modo la squadra, ma hanno invece preferito esporre uno striscione contro gli OCCASIONALI. Mentre il Napoli, la squadra per cui noi usciamo pazzi, era in campo a lottare, loro pensavano, nella loro ottusa autoreferenzialità, a fare la guerra contro chi per ragioni personali, di lavoro, di studio, di tempo non può essere sempre presente allo stadio.

Questo è un dato che fa ben comprendere quanto ormai l’idiozia di questi soggetti sia completamente fuori controllo. Invece di essere contenti che almeno in alcune partite lo stadio sia pieno, loro se la prendono con gli OCCASIONALI.

Io non ci credo che la gente non vada allo stadio perchè il San Paolo è inospitale o perché sia fatiscente. E non credo nemmeno che le persone preferiscano vedere la partita a casa invece di vederla, con uno dei pochi riti collettivi quale lo stadio è rimasto, sugli spalti. No, io penso invece che molte persone “comuni” non hanno voglia di andare allo stadio perché non si sentono coinvolti. Anzi, sono persino sbeffeggiati da striscioni e cori dei gruppi organizzati.

Gli ultrà del Napoli da alcuni anni hanno dichiarato guerra al folklore: non si possono più cantare cori per i singoli giocatori, non si possono fare cori originali, persino l’Oi vita mia è stato abolito. Ragion per cui quando creammo questo sito decidemmo di chiamarlo soldatoinnamorato: perché è questo il coro spontaneo che riesce ad unire il calcio e la città attraverso la propria tradizione musicale.

E vogliamo parlare dei cori degli ultrà? Scopiazzamenti dagli altri stadi d’Italia e d’Europa. In uno si dice persino che dell’eruzione ce ne freghiamo… In un altro si parla di “cori al funerale”. Perché sono  effettivamente funerei questi tifosi, omologati al grigiore di tante altre curve del Paese: drappi neri, stemmi di coltelli e bandane sul volto. Se si prendono i codici del Daesh (o dell’Isis come mediaticamente va di moda chiamare lo Stato Islamico) non si noterà poi tutta questa differenza. 

Lo stadio non è più folklore, colore, calore. Solo facce abbrutite e simboli di sfida e violenza. Chi scrive non è uno scolaretto alle prime armi: ho frequentato la strada e le curve degli anni ’80 e ’90. Non pretendo che lo stadio diventi un teatro, anzi il calcio-show snaturerebbe uno dei pochi eventi popolari dove non è preteso bon ton. Lo stadio DEVE puzzare, non è roba per educande. Però deve puzzare di festa, non di odio. Non mi spaventa che un bambino, come accadeva a me 30 anni fa, possa ascoltare le peggio parolacce andando in curva con mammà e papà, ma mi spaventa che un bimbo possa essere educato allo sport come mezzo di violenza, di rancore, di acredine. E invece lo sport è il gioco praticato dagli adulti, una festa, un momento per staccare due ore dalle preoccupazioni e dai malesseri che ci propina la vita tutti i giorni.

Voglio incazzarmi allo stadio per una giocata sbagliata, per una partita persa, ma non voglio andare allo stadio già incazzato come se dovessi andare a fare una guerra. Non è guerra, è amore. E’ amore il Napoli nostro, è ricordo, è nostalgia, è malinconia, è rabbia, è vita. Non può essere derubricato ai codici e codicilli di quattro teste di cazzo che giocano a fare i duri per confrontarsi ed affrontarsi con altre teste di cazzo che giocano al gioco degli ultrà nelle altre curve d’Italia. Quelle è una vostra guerra, non la nostra. Non di questa città che spanteca di amore e passione verso la nostra maglia azzurra.

Ecco, a volte mi sembra che voi, a dispetto di “Io stavo a Gela”, “Io porto lo striscione per tutta Europa facendo sacrifici” (così come avete risposto in alcuni commenti all’articolo precedente) non ve ne fotte un cazzo del nostro Napoli. A voi interessa solo la vostra MENTALITA’, superiore al Napoli, superiore a Napoli, superiore a qualsiasi risultato.

Non ve lo scrivo per sfida, ma per amore che ho verso la mia maglia, verso i miei colori. Dovremmo remare tutti assieme queste ultime dieci giornate per stare vicini ai nostri ragazzi. E invece voi pensate a fare le liste di proscrizione contro gli OCCASIONALI oppure ad abboffare di “Pappone” uno che in 10 anni ha riportato la nostra città nel paradiso del calcio. Ma già, per voi è poco, del resto abitate in Svizzera, mica a Napoli. Delle buche, dei disservizi, del traffico, dei mezzi pubblici a voi non ve ne fotte un cazzo. Però vi interessa se uno, con le proprie tasche, compra o non compra un calciatore. Siete fatti così, prendere o lasciare, senza ragionare. Perché non sia mai qualche volta vi venga in mente di farlo… Ci perdereste la MENTALITA’. Che è l’unica cosa di cui vi importa veramente. Passando sopra a tutto e a tutti. Pure al nostro Napoli. Pure alla nostra Napoli.

Ah già, ma io sono un occasionale di merda. Perché lavoro il sabato e la domenica, lavoro dopo la mezzanotte e lavoro pure quando c’è l’Europa League. Eh già, come posso parlare io dei vostri sacrifici? Chi cazzo sono io? Un occasionale di merda.

Voi, occasionali nell’usare il cervello. Ma lo sapete. Dovete solo fare la sceneggiata dei puri, duri e crudi. Di tutto il resta a voi non frega nulla. Esistete solo voi, il vostro linguaggio che ormai non capisce più nessuno. E nessuno rappresentate. La città vi schifa e voi, sotto sotto, ne siete contenti.

Valentino Di Giacomo   

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Quando da bambini veniva un amichetto a giocare a casa tua o viceversa c’era sempre il momento dedicato ai videogiochi, possibilmente di calcio. Soccer (pronunciato rigorosamente come si scrive), Goal, Sensible Soccer, Kick Off… la lista era lunghissima e non esistevano trick, numeri, finte, giocate etc. i comandi erano 2: passaggio e tiro, e la somiglianza con il calcio è la stessa che può esserci fra Marco Marfè e Justin Bieber ma noi ci divertivamo molto e lo trovavamo anche molto realistico.

Di solito perdeva l’ospite e la giustificazione era sempre la stessa: “Tu ce lo puoi avere sempre!” era una scusa odiosa, magari stavamo un giorno e si a l’altro pure a casa del nostro amico a giocare, magari avevamo un versione leggermente diversa sulla nostra console, magari il nostro amico ci giocava solo quando stava con noi… Però la scusa era quella, pur di non ammettere che si era più scarsi, pur di non ammettere che non sapevamo giocare. E se pure avevamo lo stesso identico gioco a casa allora si passava ai classici “Tieni mazzo“, “Col tuo Joystick non mi trovo” etc. ma guai ad ammettere una sconfitta.

Il Napoli ha fatto quello che non è mai riuscito a nessuna italiana: vincere tutte le partite del girone di Europa League, ha fatto la miglior qualificazione agli ottavi della storia di questa competizione e il commento unanime è “però è un girone facile“, “avete giocato contro i morti” etc.

Non so perchè ma questi commenti mi ricordano quelli di noi bambini davanti a un videogioco, non voler ammettere la superiore dell’avversario è una cosa piuttosto infantile, ma (s)contenti voi contenti tutti.

Sulla partita poco di dire, sul prepartita ci sarebbe tanto da dire e per noi già lo ha fatto Valentino Di Giacomo ed è inutile aggiungere altro.

Cattivi – I pessimi con l’atteggiamento infantile li abbiamo già citati, i tifosi polacchi pure… Chi Rimane? Lo stadio vuoto, sarò ripetitivo ma proprio non riesco a capacitarmene, ma in fondo peggio per chi non c’era, in Curva ci si è divertiti tantissimo.

Buoni – una parola per Sarri va spesa, esordire così in Europa non è da tutti e lui ha saputo gestire bene l’organico, motivarli e dare spazio a tutti, veramente bravissimo. Mertens ha fatto un partitone e due goal splendidi, probabilmente è stato il migliore in campo, ma personalmente darei la palma a Chalobah, il ragazzo trova il goal al suo esordio al San Paolo (e che goal!) e gioca un’ottima prova.

Paolo Sindaco Russo

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Foto di Paolo Russo

Erano gli ultimi anni di Maradona, noi non lo sapevamo, ma con il senno di poi ci siamo resi conto che sarebbe stato un delitto non andarlo a vedere.

Io e mio fratello andavamo allo stadio, ci portava Zio Luciano o Zio Antonio e qualche mia madre. Andavamo in curva a, perchè era tranquilla, non come la curva B. “Facit’ assettà a signor'” “Signò nun ve preoccupat’ e criatur’ vè guardamm nuje” quell’attenzione dei vicini sconosciuti, che si preoccupavano dei figli altrui mi faceva sempre pensare alle parole di Nino D’Angelo, “E‘ ‘na casa chistu stadio Parimm na famiglia Sultant dinta ‘cca” le trovavo incredibilmente vere, non mi ritrovavo però su una cosa: quella sensazione io l’avevo in Curva A, perchè Nino la dedicava alla Curva B.

In Curva A mi sono sempre sentito un po’ a casa, guardavo con ammirazione i Blue Lions (pronuncia rigorosamente bluliò) e speravo un giorno di andare anche io là in mezzo. Negli anni ’90 subii il fascino mitologico della Curva B e l’idea di andare miez’o burdell’  mi allettava parecchio, così decisi di andare agli antipodi e seguire il Napoli dalle parti dello scaletto di Busiello & co.

Sono poi ritornato in A, un po’ per sentimento un po’ perchè ‘o burdell’ si era spostato a destra della tribuna.
Non ho mai fatto parte di nessun gruppo eppure a dispetto di tutto quello che si dice quando ci vado ho ancora quel piacevole senso di appartenenza che provavo da bambino.
Perchè si è vero che succedono fatti non piacevoli, si è vero che la mentalità ultrà mette vincoli che non condivido (non fare cori sui giocatori, tanto per dirne una), ma la Curva A, e gli ultrà in generale,  sono gli unici coerenti fra i tifosi del Napoli.

Inutile sottolineare gli aspetti negativi e gli eccessi di un mondo di cui si è detto tutto e il contrario di tutto, ma nonostante io non abbia nessun legame con gli ultrà se non quello di essermi ritrovato a cantare al loro fianco più volte mi sento di affermare che il mondo ultrà può essere una salvezza per il Napoli e forse  per il nostro calcio.

Che vi piaccia o no gli ultrà sono quelli che nonostante il risultato vanno allo stadio, senza badare a cosa c’è in palio, al blasone degli avversari o al momento del Napoli, il tifo degli ultrà è ancora quel sano tifo carnale fatto di appartenenza. Quando il Napoli va in svantaggio gli unici cori di supporto che si sentono vengono proprio da lì e la cosa dovrebbe essere più evidente proprio dalla tribuna, dove siedono i giornalisti. Può sembrare una cosa da poco da poco ma non lo è, gli ultrà sono ancora fra i pochi che mettono il calcio davanti allo spettacolo, che mettono lo stadio prima della paytv, sono gli unici a essere rimasti tifosi e non essere trasformati in spettatori pronti a lamentarsi se lo spettacolo non piace.

Forse la cosa che sconvolge di più e che porta alla demonizzazione di un intero movimento e alla cosiddetta repressione è proprio questo: c’è ancora qualcuno capace di guardare al pallone nella sua semplicità, c’è ancora qualcuno che crede che il tifo e l’appartenenza contino il fondo più del risultato.

Ovvio che non stiamo parlando di santi, inutile ribadire le colpe e quanto di sbagliato sia accaduto e potrà ancora accadere, ma la demonizzazione mediatica e la repressione politica è stata solo l’ennesimo contributo a rovinare il nostro amato calcio, così come la caccia al colpevole dopo i fatti di Roma ha solo contribuito a rompere gli equilibri in Curva A.

Non mi renderò popolare per quello che ho scritto ma è bene che la Curva A continui a farsi sentire sempre e comunque, è bene che nello stadio ci sia un coro incessante ed è bene che chi decide di andare A sappia che lo fa per andare a cantare e sostenere, per andare a far parte di quella strana famiglia che negli anni è radicalmente cambiata senza però mai perdere la sua identità.

Paolo Sindaco Russo

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Quell'avvertimento ricevuto da un guagliunciello

Quando il San Paolo è una bolgia

In seguito a Napoli – Sampdoria, partita alla quale ho assistito in Curva A, parlai di camorra. Lo scrissi – come si può evincere andando a rileggere – più per istinto che per conoscenza precisa degli accadimenti. Ma la puzza di camorra quella torrida domenica sera la sentii tutta.

Arrivo un’ora prima del fischio d’inizio in un San Paolo semi-deserto. So benissimo che certi settori della curva sono ad appannaggio dei gruppi organizzati, ma c’è così poca gente che ci provo: dico al mio amico Emanuele “sediamoci qua“, indicando il settore centrale della curva. Passa forse un minuto e un ragazzino, sicuramente minorenne, mi dice: “Uagliò ccà nun putite sta”. E allora replico: “Non ti preoccupare frà, la voce non ci manca, facciamo il tifo pure noi”. E lui: “Forse nunn hai capito, nunn è aria, è meglio ca te spuoste cchiù allà”.

Alle prime penso alle solite prepotenze, preferisco non fare discussioni, tanto più che la curva è semi-deserta e ci sono buoni posti da prendere lo stesso per vedere la partita. Così Emanuele ed io ci alziamo e ce ne andiamo in una parte di curva più defilata dove ci sono altri amici. “Nunn è aria” mi aveva detto il guagliunciello. Ripenso a quella frase e vaglio due ipotesi: o ci sarà casino per i volantini distribuiti in città la sera prima della partita oppure lo scugnizzo ha visto la faccia nostra da bravi ragazzi e ha voluto fare il guappetiello. Poi non ci penso più. Lo speaker annuncia la formazione, mi lamento dell’assenza di Chiriches e della presenza di Koulibaly. Non ci penso mentre la partita comincia e mi faccio prendere dalle emozioni che il mio Napoli mi regala. Segna Higuain, poi risegna, 2 a 0. Che bello.

Tra il primo e il secondo tempo vedo la solita confusione: chi sta sopra va sotto, chi sta sotto va sopra. “Cocacola, patatine” urlano come sempre gli ambulanti. Poi vedo che dal settore centrale si forma un po’ più di calca. La partita inizia e scatta un fuggi fuggi generale che si diparte proprio dalla zona centrale della curva. “‘E mazzate!” qualcuno esclama mentre io cerco di ripararmi il più in alto possibile sugli spalti perché una folla che fugge venendoti addosso è come un mare in tempesta che ti sbatte incontro.

Finisce tutto in pochi minuti. Uno dei capi della tifoseria che per tutto il primo tempo aveva scandito e guidato i (discutibili) cori sparisce. Si riprende a tifare, ma quasi come se nulla fosse accaduto. Come se fosse normale per tutti che all’improvviso possano accadere cose del genere mentre si sta assistendo ad una partita. Intanto in campo la Sampdoria praticamente in un minuto riacciuffa il Napoli. 2 a 2. Partono i cori contro De Laurentiis. Anche alcuni estranei ai gruppi ultrà lo cantano.

Il giorno dopo l’articolo che avevo scritto scopro dai quotidiani che quel sentore di “camorra” in curva era più che reale. Il blitz era organizzato: non si trattava di tifosi contro tifosi, ma anche all’interno del San Paolo – secondo le prime ricostruzioni degli inquirenti – si stabilivano le gerarchie e le connivenze tra i sistemi camorristici. Si regolavano anche le faide sullo spaccio di droga. E allora ho ripensato alla frase del guagliunciello: “Nunn è aria“. Era tutto prestabilito, dovrei ringraziare un ragazzino che ha almeno la metà della mia età se non mi sono ritrovato tra le botte e i coltelli. Io, che quando giocavo a pallone in strada, ero quello che “fiutava” i pericoli prima dei compagni. Oggi invece mi serve il guagliunciello che mi indica dove sedermi in uno stadio.

Poi i fatti più recenti, Genny, la Sanità. Oggi la Procura ha emesso 10 Daspo agli indagati per i disordini di Domenica sera. Uno dei colpiti dal provvedimento figura in una foto su Facebook insieme a Gennaro Cesarano, ucciso a 17 anni, come un uomo grande.

Nunn è aria“. Non era aria per me quella sera, non è stata aria per Genny appena una settimana dopo. Non è aria per il calcio a Napoli, non per quella maggioranza di napoletani che vorrebbe assistere ad una partita di calcio tifando per la propria squadra e per i propri beniamini. Non è aria. Punto. E quando cambierà il vento non lo sappiamo ancora.

E, per favore, non mi dite che ho fatto la scoperta dell’acqua calda. Lo sapevo pure prima della scorsa settimana che la camorra è ovunque. È solo che tutto questo proprio non riesce ad essermi indifferente.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

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Il controllo delle piazze di spaccio

“Ma dai, è solo una canna, non fa male a nessuno”. Si dice così. Ma non va esattamente in questo modo, perché quella che “è solo una canna” sta scatenando con ogni probabilità l’ennesima faida tra sistemi della camorra e sta lasciando a terra morti ammazzati e vittime innocenti. Secondo le ipotesi degli inquirenti anche le violenze accadute in Curva A l’altra domenica – tra il primo e il secondo tempo di Napoli Sampdoria – sono frutto del controllo dello spaccio di hashish e marijuana.

 

Ponticelli, Soccavo, Sanità, Forcella sono i punti cardinali degli smottamenti che stanno avvenendo all’interno dei clan per gestire lo spaccio di erba e dei mattoncini dello sballo. L’ultimo tragico episodio ha visto uccidere, probabilmente a causa di un proiettile vagante (ma le cause sono ancora tutte da verificare), un ragazzo di  17 anni, Genny. E servono a poco la commozione diffusa, i moniti della politica, le prediche del mondo ecclesiale o ricordare che in quelle stesse strade ci è cresciuto Totò. Gli inquirenti sono a lavoro per stabilire le cause di questa recrudescenza di morte che da qualche mese avviene in città e, se venisse confermato il movente del controllo dello spaccio di droghe “leggere”, ne sarebbe responsabile non solo chi vende, ma anche chi acquista.

Hashish e marijuana rappresentano per i sistemi criminali un giro milionario di euro, ma anche una prova di forza tra i vari sistemi criminali. “Chest’ è zona mia” è una frase che in certi quartieri vale per tutto: dal controllo dei parcheggiatori abusivi, al vecchio contrabbando di sigarette, alla droga. Un retaggio anche simbolico, non solo economico che stabilisce chi comanda e dove.

Ecco, senza falsi e facili moralismi, forse è il caso di riflettere per chi fa uso abituale di droghe “leggere”. Non è “solo una canna”, magari sarà così per gli effetti che queste sostanze provocano alla salute, probabilmente meno gravi di cocaina, eroina e persino delle sigarette, ma gli effetti che hashish e marijuana provocano alla città sono devastanti. Quando andate in un vicoletto stretto, inerpicandovi per i quartieri storici o i “casermoni” di Soccavo e Fuorigrotta e i “palazzoni” di Scampia per acquistare il vostro sballo, fate male alla vostra città.

Da qui si riparte l’eterna discussione se legalizzare queste sostanze per toglierne il controllo ai sistemi criminali. Potrebbe essere una soluzione. Ma cercare anche di limitare prima noi stessi, per amore della città, l’uso di queste sostanze sarebbe un atto responsabile. Non è “solo una canna”. In città e persino allo stadio i sistemi criminali non la pensano così. Soldi, controllo del territorio e dimostrazioni di potenza creano un mix che sta uccidendo tantissime persone. Chi ha ucciso Genny moralmente potrebbe essere anche il ragazzino un po’ fricchettone che per “farsi bello” arrotola del fumo o dell’erba in una cartina.

Valentino Di Giacomo

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Il "signore" del giornalismo partenopeo

Giustino Fabrizio

Giustino Fabrizio è un “signore” del giornalismo napoletano. Un uomo di garbo, poche parole necessarie, un professionista come ce ne sono pochi. E’ stato direttore della redazione napoletana di Repubblica dal 2004 fino a quest’anno, quando ha lasciato l’onore e l’onere nelle mani esperte e sagge del collega Ottavio Ragone. Giustino è uno di quegli uomini che insegna più con i fatti che con le parole, attraverso l’esempio, come i galantuomini di un tempo passato. Giornalista di concretezza e serietà, in una Napoli spesso più incline alle emozioni e alla fantasia. Tra i motivi che probabilmente gli hanno consentito di dirigere una delle più importanti redazioni partenopee per oltre dieci anni.

Gli esordi con Repubblica a Roma con Scalfari, poi direttore della redazione napoletana. In precedenza hai diretto la redazione palermitana: quali differenze ci sono nel fare giornalismo ai massimi livelli in tre città diverse? E’ sempre lo stesso mestiere, oppure ogni città ha le sue particolarità nel doverle raccontare?

A Roma non mi occupavo direttamente della cronaca cittadina, come invece ho fatto a Palermo e a Napoli. Ma la specificità del rapporto di Repubblica con i suoi lettori, appassionati ed esigenti, l’ho vissuta inalterata in tutti e tre i contesti. Il lettore-tipo, cioè colui che consideriamo il nostro target, la persona a cui ci rivolgiamo idealmente quando scegliamo le notizie, è molto simile nelle tre città, con pochissimi elementi di differenza. Direi che i tre lettori-tipo hanno molti più punti d’intesa con la comunità dei lettori di Repubblica che con quella degli abitanti della propria città. 

Per un brevissimo periodo ho avuto il piacere e l’onore di vivere anch’io la tua redazione. Ricordo, ma forse mi sbaglio, di una tua predilezione nel portare all’attenzione dei lettori non soltanto le solite cronache politiche zeppe di retroscena che riempivano spesso invece le pagine di altri quotidiani, ti piaceva far luce e dare risalto alle “piccole” notizie di cronaca, ai problemi comuni dei cittadini napoletani. E’ soltanto una mia impressione o  hai cercato di fare, per così dire, un racconto generale di questa città anche e soprattutto fuori dalle beghe dei palazzi della politica?

Repubblica è un giornale che punta molto sulla politica. Io credo che la politica che interessa al lettore sia però quella dei fatti e non quella delle dichiarazioni degli esponenti del ceto politico. Il giornalismo si basa su storie e personaggi, che vanno cercati in tutte le pieghe della cronaca.

La notizia data che in questi anni ti ha creato più grattacapi o problemi e quella che ti ha dato maggiori soddisfazioni?

Non c’è né l’una né l’altra. Il giornalista ha, deve avere, un rapporto non emotivo con i fatti. Si dice che sia cinico, ma l’emozione tocca al lettore, mentre il professionista, qualunque mestiere faccia, deve possedere freddezza e lucidità. Fai quel che devi, cioè pubblica, e poi accada quel che accada.

Com’è la situazione del giornalismo a Napoli? Si fa ancora un buon servizio ai lettori secondo te?

Non ho alcun titolo per giudicare il lavoro dei miei colleghi, per cui ti dirò una cosa ovvia: ci sono esempi di ottimo giornalismo e altri di pessimo.

Rispetto a quando hai iniziato la tua avventura alla guida di Repubblica e quando poi quest’anno hai terminato il tuo incarico, Napoli è cambiata in meglio o in peggio?

Come vivibilità in peggio, come un po’ tutta l’Italia, soprattutto per effetto della crisi economica spaventosa degli ultimi 7-8 anni. Ma non dimentichiamo che l’apice negativo è stato raggiunto a metà degli anni Zero con la drammatica emergenza dei rifiuti, seguita a una feroce guerra di camorra a Scampia: sono stati quelli gli anni peggiori.

 A quale collega sei legato di più e a chi della tua redazione di Repubblica. Chi è stato il tuo maestro. 

Chi, come me, ha avuto la fortuna di lavorare a Repubblica per tanto tempo, poteva incontrare un maestro dietro a ogni scrivania. Ho imparato da tutti.

Il nostro sito, soldatoinnamorato.it parla anche di calcio e del Napoli di cui tu sei tifoso. Che ne pensi del Napoli di Sarri, dove potrà arrivare?

Penso che potrà arrivare lontano in campionato e nelle coppe. L’importante però è che ci arrivi prima che la stagione finisca.

In città vi è un diffuso malcontento nei confronti di De Laurentiis, alcuni probabilmente alimentati (soprattutto dalle curve del San Paolo) da parte della camorra. Eppure il Napoli non è mai stato così costantemente in alto, se si escludono gli anni maradoniani, non è un po’ troppo ingenerosa questa città nei confronti del presidente di calcio? E concordi con De Laurentiis quando cerca di rivendicare i successi del proprio club rispetto ai tanti insuccessi che ha vissuto la città di Napoli negli ultimi anni?

I riti e gli slogan che la camorra impone nelle due curve, soprattutto nella A, sono l’unico spettacolo del San Paolo più triste delle sconfitte del Napoli. Quando il Napoli era in serie C, la camorra non si vedeva. De Laurentiis ha ragione, ha preso una squadra fallita e l’ha portata stabilmente ai vertici del calcio italiano ed europeo. La sua strategia è di tenere il Napoli costantemente in alto anziché fare una stagione strepitosa e poi tante mediocri o negative. Però è anche vero che conta più vincere un solo scudetto o una sola Champions che arrivare dieci volte secondi. Ogni anno sembra sempre che al Napoli manchi qualcosa per compiere l’impresa.

Chi è il calciatore a cui sei più affezionato? Dire Maradona non vale…

In ordine cronologico: Tacchi, Sivori, Riva, Tardelli, Careca, Hamsik.

Una tradizione o un’usanza partenopea alla quale proprio non puoi rinunciare.

La tolleranza e l’ironia.

Valentino Di Giacomo

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Diamo un nome alle cose

L’ho vista dalla curva A Napoli – Sampdoria. Nel primo tempo mi sono goduto un Albiol pressoché perfetto, i due gol di Higuain li ho visti in lontananza segnati sotto la curva B. Nel secondo tempo Albiol, sotto l’altra curva, ha fatto l’esatto contrario di quanto aveva fatto nella prima frazione, un po’ come tutto il Napoli. Eder ha imitato Higuain e segnato i suoi due gol sotto la B.

Ma non voglio soffermarmi solo sulla partita. C’è stato un calo fisico da parte di quasi tutti i giocatori azzurri. Se Sarri avesse avuto sette o otto cambi li avrebbe consumati tutti. La tanto sbandierata preparazione “lavoro e sudore” porterà pure benefici nel prossimo futuro, per adesso gli azzurri si sono fatti rimontare due volte su due. Se con il Sassuolo, come analizzammo dopo la prima giornata, il calo fisico e mentale ci portò a perdere, contro la Samp ne è venuto fuori un pareggio forse ancor più pesante di una sconfitta. Un pareggio che comunque è frutto di errori individuali, non di disposizione tattica. E questo mi lascia personalmente fiducioso per il futuro.

Ma, come dicevo, non vorrei parlare solo della partita: ognuno vede il calcio a modo proprio. Tutti per un giorno hanno torto o ragione. Vorrei approfondire invece del rapporto che si sta consumando tra il pubblico del San Paolo, le frecciate che leggiamo ogni giorno sui social network e il presidente Aurelio De Laurentiis. 

E’ esecrabile quanto sta avvenendo in città. Ieri in curva A, tafferugli a parte (e su questi sta indagando la Polizia), si è manifestato da subito un clima ostile nei confronti del presidente. “Abbiamo un sogno nel cuore, vincere il tricolore” si cantava al San Paolo sin dai primi minuti. I ragazzi erano in campo, ma i primi minuti sono trascorsi tutti per intonare prima i cori per i “diffidati” e poi per il presidente.

Pian piano però il Napoli macinava gioco e sono arrivati i due gol del Pipita. Sembrava tutto rientrato. Al rigore di Eder che accorciava le distanze si è alzato forte il coro dalla A: “Forza ragazzi“. Al secondo gol della Samp che pareggiava i conti nessuno ha più resistito, come se non si vedesse l’ora di trovare un capro espiatorio di quanto stava accadendo. E l’accusato era sempre lui: “De Laurentiis pezzo di merda“. I ragazzi in campo erano nuovamente scomparsi per chi era sugli spalti. Non bisognava più incoraggiare i nostri giocatori, ormai il colpevole era stato trovato, anzi quel gol di Eder era servito semplicemente per accomunarsi in quel coro quasi catartico che in tanti volevano cantare. Negli ultimissimi minuti il Napoli tentava gli ultimi assalti, due calci d’angolo si battevano proprio sotto la A che incitava nuovamente gli azzurri che invece arrancavano stanchi in mezzo al campo.

Gli ultrà non sono indispettiti con la squadra, né con Sarri (oggi in prima pagina la Gazzetta titolava di un “Sarri contestato”, poco di vero). Quando Hamsik e altri sono venuti sotto la curva a fine partita per salutare il pubblico sono stati applauditi. Il bersaglio era ed è chiaro: Aurelio De Laurentiis. Non è una novità, ma forse quest’anno, complice una campagna acquisti non proprio scoppiettante, è un pensiero che fa breccia non più soltanto tra la Napoli degli spalti, ma anche in città e sui social network si fa sempre più spazio questo trend di malcontento e di accusa.

Non mi va di prendere le difese di De Laurentiis, pur riconoscendo al nostro presidente di aver riportato il Napoli dove merita. Ma c’è bisogno di un argine altrimenti le cose prenderanno sempre di più una brutta piega. “O scudetto o nulla” sembra dire questo pubblico napoletano. Senza però ricordare che di scudetti il Napoli ne ha vinti solo due, mentre entriamo nel novantesimo anno dalla nascita del club, solo quando c’era Lui. Il presidente difetta certamente in comunicazione, “Noi vogliamo vincere” lo ha detto proprio lui più per accontentare il pubblico. Non doveva. Non se era ed è consapevole che il suo club, la nostra città e la nostra storia non sono quelle di chi “deve vincere” come il coro che si canta allo stadio.

Avrà difetti, tanti, troppi Aurelio De Laurentiis, ma anche tanti tantissimi meriti. Oggi il Napoli è considerato stabilmente una “grande” del nostro campionato, gli azzurri oltre ad essere gli unici negli ultimi anni ad aver sottratto trofei alla Juventus, sono quelli che appena lo scorso anno hanno giocato (dopo 26 anni) una semifinale di Uefa. Troppo poco? Non lo so, non credo.

Ma la Napoli civile, anche quella che non condivide le scelte societarie del presidente, dovrebbe solidarizzare con De Laurentiis. E’ una questione di civiltà e di riconoscere una credibilità al presidente che comunque, al di là delle chiacchiere, questi si è conquistato con dei risultati.

E se dietro i cori allo stadio ci fossero macchinazioni ben più profonde? Se quel sentimento di avversità nei confronti di De Laurentiis fosse mosso per vili interessi. Ieri, come vi abbiamo riferito, in curva A sono avvenuti dei tafferugli: la tesi più probabile è che degli ultrà del Rione Sanità fossero ai ferri corti con i Mastiffs. Era un’azione premeditata quella di entrare nel San Paolo tra il primo e il secondo tempo ed aggredire quelli che già erano sugli spalti. L’altra tesi è che coloro che hanno posto in essere l’aggressione volessero che i gruppi ultrà disertassero lo stadio. Vogliamo dare credibilità a chi ancora compie questi gesti di violenza? E se De Laurentiis non scende a patti con queste persone compie un atto coraggioso o vile?

Solo per questo gesto di civiltà e di buon senso Aurelio De Laurentiis merita riconoscenza da parte della città, almeno da quella Napoli che si considera civile. Ci sta la critica, si può non essere d’accordo con le scelte societarie, ma quello che sta avvenendo è un accanimento bello e buono. Un accanimento che ha poche ragioni di esistere visti i risultati conseguiti dal Napoli “aureliano” negli ultimi anni.

Napoli vuole vincere? Sappia vincere prima fuori dal campo di calcio. “Il Dela figlio di put.. l’ha cantato il distinto, la curva e la tribuna insieme. Tutti hanno cantato anche non comprendendo bene il perché” – scrive Peppe Sorrentino nell’articolo che abbiamo pubblicato oggi. Ecco, non comprendendo bene il perché. E quando non ci si chiede i motivi per cui si compiono delle azioni non è mai un bene. Si ponga un freno agli istinti, prima che sia davvero troppo tardi. Bisogna scindere la legittima critica dall’accanimento. E se non lo si vuol fare per ragioni di logica, lo si faccia per amore della squadra. E’ De Laurentiis il presidente del Napoli. E’ un fatto di cui bisogna prendere atto. Rendere la vita impossibile a lui significa renderla difficile ai ragazzi che scendono in campo indossando la NOSTRA maglia. E in questo c’è tutto quel tipico autolesionismo tutto partenopeo. Un giorno lo scrittore Erri De Luca, in un carteggio privato, mi scrisse che Napoli i nemici li ha avuti sempre di più in casa che fuori. Lui si riferiva alla camorra. Non vorrei farlo io. E, soprattutto, non vorrei esserne mai complice. Vabbè, ma adesso bisogna parlare delle ultime ore di calciomercato. Meglio tacere. 

Valentino Di Giacomo

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