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In attesa di O surdat nnammurat

Quando il San Paolo è una bolgia

La curva B. Per me la notizia di ieri non è la vittoria contro il Milan, la doppietta di Milik, l’ottima prova di Zielinski. La curva B, piano piano, sta ritornando una signora curva. Dopo molti anni ho finalmente rivisto il vero tifo al San Paolo e sono ritornato a casa con una gioia nel cuore immensa, assai di più che per la vittoria. Tutt’altra storia rispetto allo scorso anno quando alla prima di campionato in casa il tifo partenopeo offrì una delle peggiori pagine della nostra storia. Anche lo scorso anno il Napoli vinceva 2-0 contro la Sampdoria e poi si fece raggiungere sul 2-2. Ma in quell’occasione il pubblico napoletano non trovò di meglio da fare che inveire contro De Laurentiis e ricoprire di fischi la squadra. Ieri no, ieri quando il Milan ha pareggiato il tifo in curva B è stato più forte che mai. Ieri la curva B è ritornata ad essere il 12esimo uomo in campo. Sarò un romantico di questo sport, ma io sono fermamente convinto che il pubblico incida tantissimo sui risultati. E anche ieri mi è sembrato così.

Non è la curva B degli anni d’oro, il tifo è spesso disorganizzato, alcuni cori sono nenie che probabilmente annoierebbero persino i viaggiatori nei pullman per i pellegrinaggi a Lourdes, ma i segnali sono incoraggianti. Resiste ancora qualche coro per i diffidati, contro  le tessere e tutte quelle cagate che a chi va allo stadio solo per tifare per la squadra non interessano minimamente, figurarsi ai calciatori che sono in campo. Resiste pure “Un giorno all’improvviso”, noi chiaramente preferiremmo ‘O surdat ‘nnammurat e non è un caso che il nostro sito si chiami proprio così. Però i segnali sono molto molto incoraggianti. Finalmente ho rivisto soffrire il pubblico insieme alla squadra, quella sinergia di intenti che crea alchimie inspiegabili. Il Milan ha segnato il secondo gol e i tifosi hanno cantato ancora più forte. Finalmente.

I cori contro De Laurentiis? A fine partita, dopo il 90esimo, scelta saggia. Pure dei bomboni sono stati lanciati a fine partita (queste magari andrebbero evitate). Per i 90 minuti si pensa al Napoli, dopo si può fare ciò che si vuole. Sarebbe bello se i curvaioli facessero i cori contro la tessera o in favore dei diffidati al di fuori del tempo di gioco. Ma, ripeto, sono piccolezze rispetto ai segnali incoraggianti che finalmente mostra quella che è stata per anni la curva più bella d’Italia.

In curva A, invece, non si è praticamente tifato. La parte centrale del settore è stata lasciata transennata e deserta, al centro uno striscione più che eloquente diretto a De Laurentiis “40 Euro“, il costo del biglietto di curva per la partita di ieri. Anche questo ci sta, 40 euro per una curva del San Paolo è uno sproposito per qualsiasi partita. Ora però, da tifosi, dobbiamo augurarci che anche la curva A, dopo le “dimissioni” dei gruppi organizzati, possa di nuovo ritornare ai fasti di un tempo.

Sono stato spesso critico con i tifosi del Napoli, sono anni che il tifo al San Paolo mi piaceva sempre meno. Un tifo esigente, a volte muto, altre contestatario inutilmente. Ieri finalmente ho rivisto che anche Napoli può avere un bel clima allo stadio. C’erano anche tanti tanti bambini. E’ stato bello, bellissimo. Ragazzi, continuate così. Il vero tifoso si vede quando la squadra è in difficoltà, quando segna e vince sono bravi tutti. L’antico adagio partenopeo, in fondo, recita proprio così: “Quann’ ‘o mare è calmo ogni strunz è marenaro”. Forza Napoli!

Valentino Di Giacomo

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Sono ormai anni che ogni tanto si diffonde qualche notizia su un’eruzione imminente del Vesuvio e fa impazzire la popolazione che vive alle sue pendici.
Quando era piccolina ricordo che si trattava di una voce che piano piano prendeva piede e maggiori dettagli ed arrivava a tutta quanta la città. Qualcuno, dopo che si era rivelata infondata, mi diceva che era per far scendere il prezzo delle case. Si sa, noi napoletani ne pensiamo una più del diavolo (io da napoletana posso dirlo, voi da non napoletani, no!) e il panico diffuso valeva un guadagno economico.

Oggi la situazione non è tanto diversa, cambia però il modo in cui si diffonde la “voce” e il tipo di guadagno. Insomma cambiano i burattinai ma sempre, a mio parere dovrebbero essere denunciati per procurato allarme. Il veicolo odierno per la diffusione della qualunque sono i social network. Un potente mezzo di diffusione delle notizie e una grande risorsa se usati con criterio ma, appunto, solo se usati con criterio.
Passo al racconto di cosa è accaduto qualche giorno fa ma e’ solo per dirne una. Notizie di questo tipo, purtroppo, si diffondono spesso.
In settimana, è iniziato a girare su Facebook, un articolo dello scorso anno in cui si raccontava di un terremoto di bassa magnitudo che aveva avuto come epicentro il Vesuvio (normale attività sismica per il nostro vulcano). Qualche giornalista (stamattina mi sono svegliata diritta, altrimenti altro che giornalista avrei scritto!!!) ha intercettato la notizia e, senza verificare la data o non volendolo fare o, ancora, ignorando volutamente il piccolo particolare, ha ripreso e ricopiato la notizia aggiornandone la data.

A Torre del Greco si è diffuso il panico e ho saputo addirittura di due scuole evacuate.Il mio primo pensiero è stato quello di andare sul sito dell’Osservatorio Vesuviano e su quello dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) per verificare la veridicità della notizia perché questi siti riportano l’elenco dei terremoti in tempo reale. Visto che l’articolo dava anche magnitudo ed epicentro, doveva essere per forza stato registrato da loro. Beh, di questo terremoto non ce n’era traccia.
Andando a ritroso nella catena delle notizie, ho poi scoperto la vecchia notizia dello scorso anno e come era stata trasformata.
Come ho già scritto, le notizie allarmistiche che girano sono quasi sempre le stesse ma il guadagno su internet è dato dalla visualizzazione della notizia e dai click sui banner pubblicitari che la circondano nella stessa pagina. E’ la caccia al click disperato di rete. E non si guarda in faccia a nessuno. Prima il click e poi l’etica e tutte le altre belle morali.

Quella del terremoto non è stata l’unica bufala circolata in settimana ma ce n’è stata un’altra (anche questa vecchia, trita e ritrita) che riguardava un fantomatico studio fatto da scienziati americani sulla pericolosità della prossima eruzione del Vesuvio. La mia risposta è: e c’era bisogno degli americani?!?
Lo scenario più probabile (si può parlare solo di probabilità) è un’eruzione sub-pliniana o pliniana (quindi quella più distruttiva) ma che dovrebbe mostrare segni premonitori che la scienza al giorno d’oggi è in grado di interpretare abbastanza tempo prima da poter evacuare le zone interessate. Il problema principale, e questo è un mio parere personale, sarà proprio nei segni premonitori, che potrebbero essere costituiti da terremoti di forte intensità e fare morti e danni nelle nostre zone super-densamente popolate e con costruzioni decisamente non-antisismiche.

Clementina Sasso

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Napoli vince la settima partita di fila, Higuain timbra il cartellino e Callejon è tornato a essere bomber.

Questa la sintesi estrema della partita ma la nota principale di questa partita al di là del risultato è stata una scelta coraggiosa dell’arbitro Irrati. Il direttore di gara infatti non farà parlare di sé per un rigore non dato o un’espulsione ingiusta, ma bensì per aver zittito l’intero stadio che intonava cori razzisti.

In questi giorni si è parlato molto di razzismo e violenza verbale, e per quanto io personalmente sia contrario alle curve chiuse e a fermare il gioco, credo di più in altro tipo di sanzioni,  Irrati ha fatto quello che ogni direttore di gara dovrebbe fare ogni domenica, punire come previsto i comportamenti razzisti di ogni tipo.

Tornando al calcio giocato il Napoli parte fortissimo, nel primo minuto il pallone arriva già tre volte nell’area di rigore laziale. Higuain prima si divora una buona occasione e poi segna un goal non da lui: uni facile sul preciso assist di Callejon.

Poco dopo è Insigne che lancia Callejon sul filo del fuorigioco, l’ala spagnola supera con un delizioso pallonetto Marchetti.

Il Napoli pensa a difendere, crea qualche altra occasione ma Lazio, in formazione rimaneggiata, non riesce mai a essere realmente pericolosa.
Il secondo tempo il Napoli pensa a difendersi, Sarri fa rifiatare Insigne e Higuain e congela il risultato. Sul finale la Lazio ha qualche occasione ma non arriva mai a impensierire realmente Reina e compagni.

Laziali zittiti non solo dall’arbitro anche dal pubblico Napoletano, e anche all’olimpico riecheggia il coro “un giorno all’improvviso” cantato dai tifosi azzurri… quelli giusti!

Paolo Sindaco Russo

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Fuori dal coro

Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Era esattamente un anno fa, il 5 Ottobre del 2014. Al San Paolo si gioca Napoli – Torino. La partita inizia assai male per gli azzurri perché “Core ‘ngrato” Fabio Quagliarella realizza un gran gol e porta in vantaggio i granata. Il Napoli rientra negli spogliatoi sotto di un gol tra i fischi impetuosi degli spalti.

Nel secondo tempo il Napoli reagisce, “Mortimer” Michu colpisce persino la traversa con un colpo di testa. Il San Paolo continua a rumoreggiare, ogni pallone che tocca Insigne sono fischi. Fischi che il folletto di Frattamaggiore ha già dovuto sopportare altre volte, soprattutto quelli rumorosissimi del preliminare di Champions contro il Bilbao quando ci fu una sonora bocciatura del pubblico di Fuorigrotta per Lorenzino.

Al 10′ del secondo tempo della partita contro il Torino la svolta: cross di Zuniga dalla sinistra e gol di Insigne, di testa. Lorenzo corre verso la fascia laterale, si siede a terra e scoppia in lacrime con il cuore che batte a mille all’ora. Il Napoli, a quel punto sbloccato, raggiunge pure la vittoria grazie ad un gol di Callejon. E da quella partita Lorenzo non sarà più fischiato al San Paolo.

Oggi Lorenzo Insigne è il calciatore del Napoli più acclamato, persino più di Higuain. A Napoli non si parla che del suo gol bellissimo alla Juventus, di quelli magnifici al Milan. Adesso un campione come Zola ha persino lanciato la proposta di ridare la 10 di Diego al piccoletto di Frattamaggiore. C’è persino chi oggi nemmeno si scandalizza di questa vera e propria bestemmia.

E allora, caro pubblico napoletano, diciamocelo in maniera chiara, mi ci metto pure io nel conto: fondamentalmente di calcio non ci capiamo un emerito cazzo. Certo, io a differenza di altri non mi sognerei mai di fischiare qualsiasi calciatore del Napoli a partita in corso. L’unico calciatore per cui trasgredii alla regola fu nell’anno 2000, fischiai Bandieri dopo un gol subito da centrocampo in una partita casalinga contro il Monza. Dalla partita successiva subentrò Nando Coppola.

Allo stesso modo, caro pubblico napoletano, sei indecente quando, sempre a partita in corso, canti cori beceri contro un presidente che tutto sommato in questi anni qualcosina di buono lo ha fatto per la squadra. Al netto di tutti i difetti, le dichiarazioni inopportune e certe uscite cialtronesche. Un pubblico che non riesce mai a guardare le cose con una visione d’insieme: si perde una partita e fanno tutti schifo, si vince una partita e sono tutti dei fenomeni. Intanto il Napoli da sei anni, ininterrottamente, si qualifica in Europa ed è stabilmente considerata una “grande” del calcio italiano come non accadeva da un quarto di secolo.

La critica ci sta, persino io su Facebook ho scritto più volte negli anni scorsi che non mi piaceva la fumosità di Insigne. Però i giovani vanno aspettati. Così come spero che Jorginho e Koulibaly continuino a smentirmi perché sono due calciatori che non mi piacevano affatto.

Al San Paolo si canta, non si fischia. Semmai lo si fa dopo il novantesimo. E adesso chiediamo tutti scusa a Lorenzino che è diventato una delle più belle realtà del calcio italiano. E, se potete, fischiatevi da soli la prossima volta. Perché fondamentalmente siete un pubblico di merda.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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Foto di Paolo Russo

Erano gli ultimi anni di Maradona, noi non lo sapevamo, ma con il senno di poi ci siamo resi conto che sarebbe stato un delitto non andarlo a vedere.

Io e mio fratello andavamo allo stadio, ci portava Zio Luciano o Zio Antonio e qualche mia madre. Andavamo in curva a, perchè era tranquilla, non come la curva B. “Facit’ assettà a signor'” “Signò nun ve preoccupat’ e criatur’ vè guardamm nuje” quell’attenzione dei vicini sconosciuti, che si preoccupavano dei figli altrui mi faceva sempre pensare alle parole di Nino D’Angelo, “E‘ ‘na casa chistu stadio Parimm na famiglia Sultant dinta ‘cca” le trovavo incredibilmente vere, non mi ritrovavo però su una cosa: quella sensazione io l’avevo in Curva A, perchè Nino la dedicava alla Curva B.

In Curva A mi sono sempre sentito un po’ a casa, guardavo con ammirazione i Blue Lions (pronuncia rigorosamente bluliò) e speravo un giorno di andare anche io là in mezzo. Negli anni ’90 subii il fascino mitologico della Curva B e l’idea di andare miez’o burdell’  mi allettava parecchio, così decisi di andare agli antipodi e seguire il Napoli dalle parti dello scaletto di Busiello & co.

Sono poi ritornato in A, un po’ per sentimento un po’ perchè ‘o burdell’ si era spostato a destra della tribuna.
Non ho mai fatto parte di nessun gruppo eppure a dispetto di tutto quello che si dice quando ci vado ho ancora quel piacevole senso di appartenenza che provavo da bambino.
Perchè si è vero che succedono fatti non piacevoli, si è vero che la mentalità ultrà mette vincoli che non condivido (non fare cori sui giocatori, tanto per dirne una), ma la Curva A, e gli ultrà in generale,  sono gli unici coerenti fra i tifosi del Napoli.

Inutile sottolineare gli aspetti negativi e gli eccessi di un mondo di cui si è detto tutto e il contrario di tutto, ma nonostante io non abbia nessun legame con gli ultrà se non quello di essermi ritrovato a cantare al loro fianco più volte mi sento di affermare che il mondo ultrà può essere una salvezza per il Napoli e forse  per il nostro calcio.

Che vi piaccia o no gli ultrà sono quelli che nonostante il risultato vanno allo stadio, senza badare a cosa c’è in palio, al blasone degli avversari o al momento del Napoli, il tifo degli ultrà è ancora quel sano tifo carnale fatto di appartenenza. Quando il Napoli va in svantaggio gli unici cori di supporto che si sentono vengono proprio da lì e la cosa dovrebbe essere più evidente proprio dalla tribuna, dove siedono i giornalisti. Può sembrare una cosa da poco da poco ma non lo è, gli ultrà sono ancora fra i pochi che mettono il calcio davanti allo spettacolo, che mettono lo stadio prima della paytv, sono gli unici a essere rimasti tifosi e non essere trasformati in spettatori pronti a lamentarsi se lo spettacolo non piace.

Forse la cosa che sconvolge di più e che porta alla demonizzazione di un intero movimento e alla cosiddetta repressione è proprio questo: c’è ancora qualcuno capace di guardare al pallone nella sua semplicità, c’è ancora qualcuno che crede che il tifo e l’appartenenza contino il fondo più del risultato.

Ovvio che non stiamo parlando di santi, inutile ribadire le colpe e quanto di sbagliato sia accaduto e potrà ancora accadere, ma la demonizzazione mediatica e la repressione politica è stata solo l’ennesimo contributo a rovinare il nostro amato calcio, così come la caccia al colpevole dopo i fatti di Roma ha solo contribuito a rompere gli equilibri in Curva A.

Non mi renderò popolare per quello che ho scritto ma è bene che la Curva A continui a farsi sentire sempre e comunque, è bene che nello stadio ci sia un coro incessante ed è bene che chi decide di andare A sappia che lo fa per andare a cantare e sostenere, per andare a far parte di quella strana famiglia che negli anni è radicalmente cambiata senza però mai perdere la sua identità.

Paolo Sindaco Russo

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La tradizione non esclude la modernità

Nomi, cose, città. Se chiedete a voi stessi qual è la prima cosa che viene in mente pensando a Parigi, probabilmente la risposta sarà la Torre Eiffel, sarà Il Colosseo per Roma, le Twin Towers per New York, la Piazza Rossa per Mosca, il Big Ben o la regina per Londra, il Cristo del Corcovado per Rio de Janeiro oppure le favelas e i culi esposti in minimi tanga a Copacabana. E così via.

Se chiedete ad uno straniero di Napoli vi risponderà il Vesuvio, Pompei, la pizza, la canzone o la camorra. Nonostante Napoli non sia la capitale d’Italia, riesce però ad occupare un posto importante, spesso sottovalutato persino da noi stessi, nell’immaginario collettivo mondiale. L’Italia, per quanto se ne voglia parlar male, è un Paese fortunato: tante nostre città hanno un posto idealizzato nella mente dei cittadini del mondo: Venezia, Firenze, Pisa ad esempio. E poi c’è Napoli che è fondamentalmente il miglior prodotto di esportazione italiano di immagini “tipiche”: canzone, pizza, rovine antiche, mafia, caffè, teatro, cinema, panorama.

Una Napoli che però si aggroviglia stupidamente ogni volta su se stessa per il rifiuto delle proprie particolarità che la rendono una città unica nel mondo. Il film di Lello Arena, “Il caffè mi rende nervoso”, è tutto incentrato su questo tema: basta con pizza, Vesuvio, sfogliatella, mandolino, Napoli sa essere anche altro. Ed è vero. Di napoletani in giro per il mondo che hanno reso onore alla nostra città ce ne sono a migliaia in ogni campo, di imprese del posto che riescono a stare sul mercato mondiale in tanti settori avanzati pure ce ne sono. Quello che mi resta difficile comprendere è il motivo per cui Napoli o il napoletano debbano essere però irrimediabilmente o l’una o l’altra cosa. Come se bisognasse a tutti i costi rinnegare quelle che sono delle tipicità della nostra città per affermare dei nuovi principi. Certe volte sembra passare il concetto che ad alcuni napoletani facciano schifo la sfogliatella, il mandolino, il Vesuvio. Per essere “anche altro” dovremmo forse rinnegare quelle che sono le nostre tipicità? Che cosa stupida.

E’ vero, c’è tutta un’oleografia, nella cinematografia, nel teatro e nella canzone che per tanti anni ha fatto leva e insistito accanitamente solo sugli aspetti più pittoreschi della nostra cultura. Ben vengano i Troisi, i Pino Daniele, i Lello Arena che hanno provato a raccontare anche altre “essenze” della nostra città. Ma la questione non si risolve di certo con il rifiuto delle nostre peculiarità! Tanto più se certe unicità dei nostri luoghi e della nostra cultura sono un traino naturale per il turismo e l’economia di questa terra.

A ben pensarci il Vesuvio, finché vuole – come scritto qualche tempo fa – sta sempre là, la sfogliatella resta per ogni napoletano un bene irrinunciabile per addolcire una giornata, una serata con la “nostra” pizza cerchiamo di non farcela mancare, un film di Totò, una commedia di Eduardo, un film di Troisi restano appuntamenti fissi per far pace con i pensieri, allo stadio se vinciamo – almeno fino a poco tempo fa – cantavamo spontaneamente Oje vita mia. Tutto questo ci rende napoletani, non certamente meno “moderni” o all’avanguardia rispetto ad altre città.

Napoli deve cambiare” – “Ma perché nun cagnate nu poco pure Rovigo!”. E’ l’eterno tormentone che ciclicamente ritorna tra di noi. Napoli è cambiata, ce ne accorgiamo meno di quanto lo sia realmente. Ma la giornata “tipo” di un napoletano si arricchisce da più di cinquecento anni di simboli, oggetti, momenti e strumenti che ci rendono irrimediabilmente diversi da altri popoli. Di questo dovremmo forse vergognarcene? E perché?

Semmai dovremmo fare sistema attorno a questi “simboli” ed integrarli con maggiore intelligenza per renderli economicamente produttivi. È mai possibile che dobbiamo stare sempre a decidere tra “oleografia” e “modernità” in tutti i settori? Come se una cosa escludesse l’altra?

Persino nel calcio siamo riusciti ad aggrovigliarci su questo tema: o si esalta l’europeista Benitez oppure “il figlio dell’Italsider”, Maurizio Sarri. Come se Napoli non fosse una città che per tradizione e vocazione è un posto naturalmente cosmopolita. Napoli sa accogliere lo straniero e apprendere ed insegnare contemporaneamente dalle e alle culture forestiere. Sappiamo fare entrambe le cose. Non necessariamente deve venire lo straniero a portarci “la scoperta del fuoco”, né possiamo essere noi a portare “la luce” da altre parti. Siamo una città che sa mescolare le cose. Nella musica, nel teatro, nella cucina e pure nella lingua. Perché fondamentalmente la nostra vera cultura è aperta come un balcone su una giornata di sole.

E invece siamo qui, ogni volta, ciclicamente ad escludere delle cose a vantaggio di altre. Come se fosse impossibile far coniugare tutto. Come poi si è sempre fatto.

Oggi Napoli è una città assai più chiusa rispetto a qualche anno fa. E gran parte della responsabilità è proprio in questa eterna riflessione tra tradizione e modernità. Si può essere invece moderni a modo nostro, come abbiamo sempre fatto, mettendo tutto insieme e creando qualcosa di completamente differente. Lo si vede allo stadio dove, in nome di una ben non definita modernità, gli ultrà oggi costringono a cantare dei cori che fanno cagare su melodie copiate e sentite mille volte in tutti gli stadi del mondo. Laddove avremmo un patrimonio musicale al quale attingere che risulterebbe assai più originale e bello rispetto a tutto il mondo.   Il caffè sudamericano e il nostro ingegno hanno creato una delle straordinarietà più buone del mondo: ‘o ccafè. Si può mescolare, mischiare, inventare senza perderci di identità.

Ed è assurdo che ancora oggi bisogna riaffermare certi principi. Non abbiamo nulla da farci perdonare se quando andiamo dai parenti fuori siamo “costretti” a portare con noi una scatola di polistirolo con la mozzarella, o una pastiera fatta in casa. Perché ci sono cose che si fanno solo a Napoli, che succedono solo a Napoli, che possono fare solo i napoletani. Un popolo che oggi deve solo imparare a non rinnegare le proprie radici. Quelli che oggi rinnegano le nostre autentiche tradizioni sono quei napoletani “sagliuti” che si mettono scuorno della nonna che parla in napoletano. Gente misera insomma, napoletani per caso, perché lo dice solo la carta d’identità. E pensare che da De Sica a Mastroianni, da Arbore a Modugno, da Pesaola a Canè c’è chi non nasce a Napoli ed è più napoletano di questa gente qua.

Valentino Di Giacomo

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Noi non ci stiamo!

Stadio San Paolo

Il nuovo stadio San Paolo, secondo il progetto che la SSC Napoli ha fornito al Comune sarà di 41.000 posti. Sono posti a sedere, ma nonostante ciò in città abbiamo assistito quasi a una standing-ovation. “Bravo il Napoli che riduce i posti, tanto erano inutili quei seggiolini in più“. E all’improvviso mi accorgo da questo genere di commenti che questo non sia più il mio calcio, la mia Napoli, i miei napoletani.

Senza accorgersene i napoletani hanno ormai abdicato alla loro passione, ai loro costumi, alle loro tradizioni. Si sono venduti ad un imborghesimento che non gli appartiene e per di più l’hanno data vinta agli ultras. A quelli che non cantano un coro ad un giocatore, anche se ne ha bisogno o lo merita, perché “esiste solo la maglia“. Quei gruppi ultrà che sanno raffigurarsi solo con loghi violenti: maschere sul volto e coltelli fra i denti. Quegli ultras che se ne fottono altamente di cosa faccia il Napoli in campo purché loro possano cantare i loro truci e vergognosi cori contro la polizia, contro lo Stato e in nome di un Vesuvio di cui non riescono nemmeno a comprendere la potenziale forza distruttrice. È passato tanto tempo, Non ci lasceremo mai, Siamo figli del Vesuvio, Forse un giorno esploderà, Una vita insieme a te Di domenica alle 3, Non riesco a stare solo senza te, Quando un giorno morirò Da lassù ti guarderò, Quanti cori al funerale chiederò! Uno dei cori più imbecilli e cretini che ci fa comprendere quanto un pezzo di Napoli sia ormai totalmente degradato. Dov’è la fantasia, il folklore, la bellezza appassionata dei napoletani che ancora riconosciamo camminando in strada?

Perché hanno vinto loro? Perché con 41.000 posti gli effetti saranno due: o il San Paolo diventerà terra solo per loro e questi cori idioti che nulla hanno a che vedere con l’amore verso il calcio, oppure i prezzi dei biglietti saliranno così tanto alle stelle che il nuovo San Paolo sarà terra solo per ultra-borghesi facoltosi e figli di papà. C’è poi una terza strada: curve agli ultras, tribune ai riccastri. E chi, la stragrande maggioranza figlia di questa terra, non si ritrova né tra gli uni né tra gli altri andrà allo stadio sempre più contro voglia. Andare in tribuna senza nemmeno poter fumare una sigaretta perché gli altri ti guardano male e si lamentano? (Mi è successo). Oppure andare in curva e subirsi tutte quelle stronzate che ti fanno rimpiangere i “belli tiempe ‘e na vota” (chiaramente mi è capitato anche questo).

De Laurentiis vuole il suo stadio come quello della Juventus. E’ bello lo stadio della Juve, fa anche un certo effetto acustico, ma Napoli non può prendere a modello altre città e altri costumi. Napoli è Napoli e ogni volta che ha tentato di scimmiottare esperienze forestiere è finita per pagarne le spese a caro prezzo. Per restare all’architettura ne sono un esempio quello scempio di Vulcano Buono, il Centro Direzionale e le Vele di Scampia. Qui su soldatoinnamorato.it cerchiamo di raccontare ogni giorno qualche nostra tradizione. Non perché Napoli non debba cambiare, ma perché non deve neppure diventare Rovigo – tanto per mutuare una battuta di Troisi. Va bene cambiare, ma senza abbandonare i nostri tratti distintivi che rendono Napoli ancora una città davvero unica al mondo.

E un tratto distintivo della nostra città è lo stadio, gli 80.000 spettatori, la bolgia, le urla, le grida sguaiate e veraci. Che fine hanno fatto i tamburi? Che fine hanno fatto quelle melodie che si ascoltavano solo e soltanto al San Paolo? Perché i tifosi di oggi scimmiottano melodie da altre tifoserie in una indegna imitazione?

E poi ci chiediamo ancora un’altra cosa: ma se il Napoli tornerà in Champions cosa accadrà per accaparrarsi un biglietto? E quanto costerà un abbonamento per avere il vantaggio di prendere un tagliando in prevendita?

Mi spiace, ma io non esulto alla riduzione di posti. E’ una decisione figlia di un calcio che sanziona persino la gioia di quei calciatori che si tolgono la maglia dopo un gol. E’ il risultato di anni e anni di disinteresse della società verso la qualità del proprio pubblico. Perché non è solo una questione di numeri, ma di qualità del pubblico che la SSC Napoli vuole portare allo stadio. Allora cari De Magistriis e De Laurentiis, voi che siete uomini a cui spetta di mettere i puntini sulle “i” persino nel cognome, ce la date una risposta? Vogliamo lasciare fuori dal nuovo San Paolo la stragrande maggioranza dei napoletani che non si riconosce né tra i tribunisti un po’ attempati, né tra gli ultras violenti e (nel migliore dei casi) incapaci di creare un coro coinvolgente?

E’ vero, il San Paolo non è più popolato come un tempo. I 60.000 spettatori (l’attuale capienza) vengono raggiunti solo in sparute apparizioni. Ma non c’entra davvero nulla la tv o lo schifo dei cessi dello stadio e ancora i sediolini scomodi e spesso zozzi. Se lo stadio ritornasse ad essere un luogo di gioia, di bel tifo, di passione dovrebbero costruire un secondo San Paolo per farci entrare i napoletani. Il problema non è la capienza, ma il saper coinvolgere i tifosi, la stragrande maggioranza di coloro che non si riconoscono in quei gruppi ultrà inutili e auto-referenziali. E di certo il problema non si risolve con quella stronzata delle cheerleaders o con qualche canzone da discoteca pompata a palla prima della partita.

Sapete perché il nostro sito lo abbiamo chiamato SoldatoInnamorato? Perché è il coro SPONTANEO dei Napoletani (quelli con la N maiuscola) dopo una vittoria. E’ quel coro che ci fa piangere tutti insieme e che ci fa abbracciare sugli spalti persone che neppure conosciamo. Gli ultrà non vogliono che si canti ‘o surdat nnammurat, dicono sia folklore, rappresentazione di una vecchia Napoli. Certo, se sono loro a rappresentare il nuovo con quei loro cori offensivi e insopportabili allora togliamolo proprio da mezzo il San Paolo. Le partite giochiamole alla play-station, così ci facciamo da soli pure la campagna acquisti e stiamo comodi comodi sul divano di casa.

Lo stadio da 41.000 posti non è solo una brutta notizia per il Napoli e i suoi tifosi. Lo stadio da 41.000 posti è uno schifo di notizia per Napoli e per quei Napoletani che si sono schifati di dover subire certe angherie. Fino a ieri abbiamo subito con sofferente indifferenza i soprusi degli ultras, da domani quei soprusi saranno ancor più istituzionalizzati. La delibera la firmeranno il Comune e la SSC Napoli, non in nome dei nostri interessi. Non in nome dei veri Napoletani. Non in nome della maggioranza silente dei Napoletani che non urla e scassa vetrine, che fa la fila o accompagna il nipote a prendere il biglietto al botteghino. I Napoletani resteranno per sempre fuori da casa propria. Fuori dal San Paolo. E se pensate che Ciro Esposito sia stato ucciso solo per una fottuta casualità del destino o perché i tifosi della Roma sono gli unici ad essere violenti allora non avete capito nulla. O si risolve alla radice il problema di come far tornare il pallone e lo stadio a una forma di aggregazione sociale oppure perderemo tutti. E queste decisioni non fanno che proseguire un trend che vuole le famiglie fuori dallo stadio. Game over Napoli.

P.S. Se vogliamo fare qualcosa tutti insieme per risolvere il degrado del tifo del San Paolo noi siamo qui. Se si può aprire una discussione che possa dare a tutti i Napoletani diritto di cittadinanza all’interno della propria casa noi ci siamo. Fateci sapere come possiamo essere utili. 

Twitter: @valdigiacomo

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Rivendichiamo di essere semplici tifosi

Curva A. Coreografia "autostrada" in Napoli - Dnipro

La Curva A si dissocia dalle contestazioni a De Laurentiis avvenute da parte di alcuni tifosi a Dimaro. Alcuni media avevano attribuito ai gruppi ultras della Curva A queste proteste nei confronti del presidente. Qui a Soldatoinnamorato.it avevamo deciso, così come facciamo per gran parte delle fanta-storie sul calciomercato, di ometterne la notizia. Non perché non fosse una notizia quella contestazione, ma per non dare ulteriore visibilità a certi professionisti della protesta che magari hanno pure rovinato il soggiorno di quei napoletani che con sacrificio erano giunti ad assistere al ritiro del Napoli a Dimaro con incondizionato amore.

Questo è il controverso comunicato emesso dagli ultras della Curva A: “La Curva A non era a Dimaro! Per l’ennesima volta, siamo stati tirati in ballo da media incompetenti e approssimativi, però, a differenza delle altre occasioni, ci sentiamo in dovere di chiarire, di nostro pugno, la questione. Ci teniamo a farlo, poiché vediamo intaccata la nostra Mentalità, ciò che abbiamo di più caro. La Curva “A” non va in ritiro a recapitare messaggi alla squadra o alla Società, non ha bisogno di farlo in maniera plateale e rumorosa, lo fa sobriamente e direttamente. I nostri palcoscenici sono ben altri, sono le gradinate, quelle dove solo i “veri” tifosi sono pronti ad esserci ad ogni costo. Trebisonda, Mosca, Kiev tanto per citare le ultime e più ostiche dove eravamo la quasi totalità delle presenze, dove abbiamo difeso ed elevato l’Onore della Napoli Ultras che è l’unica cosa che conta veramente per Noi. Concludiamo ricordando, qualora qualcuno l’avesse dimenticato, che gli Ultras vivono in Curva, negli altri settori ci sono solo semplici tifosi…tanto più al San Paolo. CURVA A, la differenza”.

Prendiamo atto della smentita di questi tifosi, eppure ci sono alcuni passaggi di questo comunicato che ci lasciano, se non stupiti perché ci siamo abituati, ma almeno scettici e disorientati. In questa nota i tifosi rivendicano di essere andati in trasferta ovunque, non per sostenere il Napoli, ma a detta loro per difendere ed elevare “l’Onore della Napoli Ultras che è l’unica cosa che conta veramente“. L’unica cosa, anche più del Napoli stesso? Ci chiediamo.

E poi alla fine quella distinzione: “negli altri settori ci sono solo semplici tifosi“. E, non ce ne vogliano questi ultras, ma il sottoscritto anche quando ha frequentato la Curva A, si è sempre sentito un “semplice tifoso”. Questa “MENTALITA'” di cui questi ultras tanto parlano non è che un modo per dividere ancor di più la tifoseria. Un perfetto racconto di quella Napoli che non sa unire forze ed energie, che si divide, che si separa a colpi di un inutile protagonismo senza saper fare sistema. Siamo già reduci da anni di “papponisti” contro “aurelisti”, “rafaeliti” contro “mazzarriani”. E da tempo accade anche allo stadio. Curva A contro Curva B, Curve contro Distinti, Distinti contro Tribune. Come se l’unica cosa che contasse fosse dividersi, rivendicare solo le proprie ragioni ottusamente. Come se non fossimo tutti tifosi del Napoli. Come se il Napoli fosse in secondo piano.

Così come, va riconosciuto, da anni ormai allo stadio questi stessi che rivendicano per sé onore e dignità non sono più capaci di trascinare il San Paolo in un sol coro per incitare i nostri ragazzi in campo. Si, in curva A si canta ancora fino a perdere la voce, peccato che i loro cori siano solo una sequela di ritornelli autoreferenziali che non sanno coinvolgere il resto dello stadio e NEMMENO DELLA STESSA CURVA. In fondo l’unica cosa che conta, per loro, non è il Napoli, ma è rendersi protagonisti attraverso il Napoli con quella mentalità ultras fatta per guardarsi allo specchio e credersi puri, crudi e duri. Che poi questo non serva a nulla e non porti benefici né alla squadra né alla città non è affar loro. Per questi conta solo la loro Napoli, quella che vive ogni 15 giorni al San Paolo e che il resto della città ormai trova insopportabile ed inutile. I napoletani, la maggioranza, vanno ancora allo stadio per divertirsi e fare il tifo per la loro irrinunciabile passione azzurra.

Cari ultras, potete fare tutti i comunicati che volete, sarete sempre la minoranza. Non sempre chi fa più rumore ha ragione, magari è solo più visibile. Lo stadio non è vostro, il Napoli non è vostro. La vostra mentalità tenetevela stretta, per il resto della città il vostro è solo un inutile protagonismo. Perché invece non ci fermiamo tutti: “semplici tifosi” e “ultras”, “curvaioli” e “tribunisti” e cominciamo a parlarne tra di noi su come migliorare l’intensità del nostro tifo, su come aiutare la squadra? Qui a Soldatoinnamorato faremo tutto il possibile per creare un tavolo di confronto fra le varie anime del tifo. Perchè, pensateci bene cari ultras, il resto del San Paolo ha bisogno di voi e voi avete bisogno del resto del San Paolo. Dovete riconoscerlo se ancora vi sta un po’ a cuore il nostro Napoli. C’era un tempo in cui il San Paolo era unito e trascinava i nostri ragazzi a dare oltre il massimo. Oggi invece sappiamo solo dividerci. E non conviene a nessuno. Rifletteteci amici ultras, riflettete.

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

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