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coraggio

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E’ dominio comune che per valutare una mozzarella bisogna partire da tagli di almeno mezzo chilo. Ciò che sorprende è che alla maggior parte dei consumatori sfugge il perché, come dimostrano le numerose mail che ci chiedono delucidazioni su questo punto.

Di solito si confluisce su due motivazioni: il taglio più grande permette un intreccio più complesso, e questo porta una percezione migliore della struttura e della elasticità del filato e maggiori sollecitazioni al palato. Poi c’è il carico di latte, che la rende più succosa e fa assaporare meglio il latte.

Ma al di là delle argomentazioni tecniche c’è un discorso culturale che è fondamentale.

Il bocconcino – che tuttavia si è affermato come il formato più richiesto – è stato introdotto in tempi relativamente recenti, e per gli addetti ai lavori è sempre stato considerato un sottoprodotto, un piegarsi alle ragioni del marketing, alle logiche della massaia, l’economia domestica del “giá porzionato per l’antipasto”.

Se il bocconcino è la trasgressione calcolata, la scappatella frettolosa e distratta tra colleghi, in pausa pranzo, tra risme e fotocopiatrici, la mozzarella è la fuga d’amore romantica, la notte di passione autodistruttiva in un alberghetto a picco sul mare e senza telefoni.

La mozzarella è poesia. Il bocconcino è perifrasi, bieco significato riscritto da un bibliotecario ottuso che respira polvere.

Il bocconcino sono gli Oasis ascoltati nel baretto bevendo un caffè corretto prima di rinchiudersi in ufficio. La mozzarella è un lungo assolo di Slash con i woofer al massimo e una bottiglia di whiskey irlandese.

Insomma la scelta per l’uno o l’altro non è semplice questione di gusto, ma delimita due dimensioni dell’essere. La vita offre delle opzioni per ogni stagione della vita. Spetta o noi.

Possiamo vivere piluccando bocconcini, o affrontare zizzone in duelli all’ultima sangue.

Perché il bocconcino è il ragioniere, il vorrei ma non posso, la vita anestetizzata da ogni rischio, il vincere facile.
La mozzarella è viverla fino in fondo, comprare il biglietto di Napoli-Cittadella, trovare il tempo per gli amici, avere coraggio, sorridere sempre…

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Quando Mascherano accettò Napoli

Benitez al Real

Il Napoli è davvero più forte dello scorso anno? E’ la domanda che attanaglia tutti i tifosi azzurri. La risposta non può essere che affermativa: si, il Napoli ci sembra più forte dell’ultimo campionato. Se non altro per una mera questione algebrica: gli acquisti al momento sono stati più delle cessioni e la squadra non è stata privata dei suoi campioni.

Ne scriviamo il 7 Agosto, quando il calciomercato è ancora nel pieno delle attività e tutto potrebbe essere stravolto. Eppure qualche perplessità questo Napoli di Sarri ce le fa nutrire. E dietro a queste perplessità c’è l’ombra di Rafa Benitez. Parliamoci chiaro: l’allenatore madrileno a Napoli ha fallito, soprattutto nell’ultima stagione relegando la squadra al quinto posto, persino dietro la Fiorentina. In due anni Rafa non è riuscito a qualificare la squadra in Champions con tutti i danni economici che ciò ha comportato.

Eppure la città e il sottoscritto non riescono a non vivere questa estate pallonara senza qualche perplessità. Se con la memoria ritorniamo all’estate di due anni fa possiamo accorgerci di quanto sia radicalmente cambiato il mondo. Due anni fa arrivò Rafa, l’allenatore più titolato che si sia mai seduto sulla panchina azzurra, c’era entusiasmo nonostante il Napoli si apprestava a cedere Cavani rimpiazzandolo però con El Pipita, Callejon, Mertens, Albiol. La strategia di De Laurentiis sembrava avere una forma, dare finalmente un respiro internazionale ai progressi compiuti negli ultimi dieci anni dal club. Calciatori di livello mondiale arrivavano in azzurro, campioni del mondo ed europei. Certo, c’era la Champions a far gola attirando calciatori di una certa fama. Oggi la Champions non c’è.

Se poi torniamo allo scorso (deludente) mercato ci rendiamo conto davvero che a quel Napoli mancava davvero un pizzico per assestare il definitivo salto di qualità. Forse sarebbe bastata la riconferma di Reina e l’acquisto di Mascherano. Sul centrocampista argentino va aperto un inciso: El Jefe aveva accettato la destinazione azzurra, il Barcellona del Tata Martino aveva messo l’albiceleste ai margini del progetto blaugrana, Mascherano era costretto a giocare in un ruolo che non gradiva di centrale difensivo. Si, Mascherano aveva accettato Napoli. Nella trattativa tra il Napoli e il centrocampista argentino ballavano qualche centinaia di migliaia di euro e un anno in più di contratto da assicurargli. Era praticamente fatta, ma De Laurentiis non chiuse nella sua eterna convinzione che un calciatore, pur se si chiama Javier Mascherano, deve venire a Napoli di corsa senza esitazioni. Un po’ come quest’anno ha fatto Pepe Reina. Come se il Napoli fosse una specie di Real Madrid.

Dal mancato ingaggio di Mascherano si incrinarono i rapporti tra DeLa e Rafa. Poi al Barcellona arrivò Luis Enrique che ripose Mascherano al centro dei progetti dei blaugrana: centrocampista centrale titolare, fascia di capitano e un ruolo nello spogliatoio da Jefe, da capo.

Oggi il Napoli ha acquistato dei buoni giocatori. Allan, Valdifiori, Hysaj, Chiriches. Nessuno però ha quel respiro internazionale, quella statura in grado di impaurire gli avversari prima ancora che si scenda in campo. E’ un Napoli che si gioca tante tante scommesse. Mette al centro del proprio progetto un bravo allenatore come Sarri, ma che ha disputato in 59 anni di vita soltanto un campionato di Serie A. Ha acquistato calciatori bravi, ma di provincia.

Insomma il prossimo anno il Napoli più che sulla sua forza tecnica, che pure c’è visti i campioni che ha comunque in rosa, gioca le sue chance sulla voglia di questi calciatori di affermarsi a livelli più alti di quelli a cui erano abituati. Sia il tecnico che i nuovi acquisti, fatta eccezione per Reina, hanno tutti questa caratteristica comune.

Queste considerazioni le vivono consciamente (o forse inconsciamente) anche i giocatori azzurri che sono rimasti a Napoli. I mal di pancia di Higuain, le lamentele prima del procuratore di Insigne e poi di Gabbiadini lo testimoniano. Così come questo ridimensionamento di blasone lo vive sulla pelle Marek Hamsik. Lo dimostra ogni intervista dello slovacco in cui non può fare a meno di rimarcare, con altre parole, quanto era una schifezza Benitez e quanto sia bravo Sarri. Sono avvisaglie di paura, più che di coraggio.

Il ridimensionamento del Napoli non è tecnico, ma psicologico e di blasone si. Prima i ragazzi si libereranno dell’ombra lunga di Rafa, prima cominceremo ad intravedere dei risultati. Certo, il cambiamento è epocale e repentino: passare da Benitez a Sarri è un salto bello lungo. A De Laurentiis toccherà trasmettere a tutti, vecchi e nuovi, il coraggio che lo ha portato a questa decisione epocale. Sarà con quello stesso coraggio che gli azzurri dovranno scendere in campo. Del resto si è sempre detto che “chi nun tene curaggio nun se cocca cu ‘e femmene belle“. Magari così pure Higuain si convince a restare senza fare troppe storie…

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

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