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La storia del calcio

Josè

Se fosse stato un attore avrebbe vinto il premio Oscar ad ogni film, se fosse stato un politico avrebbe ottenuto il premio Nobel, se fosse stato un calciatore avrebbe alzato al cielo più di un pallone d’oro. Ma è soltanto un allenatore e si chiama Josè, cognome Mourinho. Cinico, ironico, colto, spigliato, vincente, teatrale: quanti aggettivi potremmo usare per definirlo?

Josè comincia la carriera da assistente di suo padre allenatore. Poi secondo di Robson al Setubal e al Porto. Fino al Barcellona sempre con Robson e poi con Van Gaal. Intraprende finalmente il suo percorso di allenatore al Benfica, all’Uniao Leira per tornare ancora al Porto dove vince prima la Coppa Uefa e poi la Champions League. Seguono Chelsea, Inter e Real Madrid.

Ora di nuovo un ritorno, al Chelsea. Ma i risultati non arrivano: i Blues languono quattordicesimi in classifica, con appena undici punti in dieci partite e con la metà dei punti delle capolista Manchester City e Arsenal. Ieri l’eliminazione in Coppa di Lega, ai calci di rigore, contro lo Stoke City. Mou, per assurdo che sia, rischia l’esonero.

Un unico filo conduttore attraversa tutte le sue esperienze: tanti successi e uno straordinario rapporto con ogni calciatore. Hanno fatto epoca le sue lacrime in quell’abbraccio con Materazzi nel garage del Bernabeu prima di salire sull’auto di Florentino Perez. Nella storia sono entrate quelle dichiarazioni nelle conferenze di presentazione «Io mi sento uno special one» al Chelsea e «Io non sono pirla» all’Inter. I colpi teatrali come quel gesto a far la mossa delle manette o i suoi sproloqui nelle conferenze prima delle partite: come il leit motiv del «Zero tituli». Si ama o si odia, lo si stima o lo si denigra: la mezza misura non fa parte del suo universo. Chi vuole criticarlo asserisce che ha sempre allenato squadre di campionissimi. Vero solo in parte.
Quando parla Josè si apprende, riesce sempre a farti sintonizzare empaticamente con le sue emozioni. Spicca più della preparazione professionale, la sua attitudine per le relazioni interpersonali, per la comunicazione. «Non bisogna solo saper osservare il calcio – disse in un’intervista –  bisogna anche saperlo comunicare per farti comprendere dai tuoi calciatori». Di lui, con quella caterva di comportamenti forzati che mirano allo spiazzamento dei suoi interlocutori, emerge paradossalmente una semplicità nell’approccio alle cose. Come solo i grandissimi sanno fare produce dal suo animo ricco di contraddizioni universali una personalità netta e singolare. Se fosse filosofo (e forse un po’ lo è) si parlerebbe di trascendenze e immanenze. Josè Mourinho avvolge ogni categoria dell’animo umano. Cialtrone e signore, simpatico e antipatico, realista e sognatore. Sempre lui, con quella sua spiccata consapevolezza compiaciuta di chi nella vita ne ha viste tante e tante superando ogni muro, valico, barriera. Showman, avvocato, medico, giornalista: Josè Mourinho riuscirebbe in ogni campo. Forse ci si nasce, forse si diventa. Di sicuro è inimitabile.

Chi ci ha provato a ricalcare le sue gesta ha raccolto soltanto brutte figure. Basta osservare la rivoluzione epocale che ha portato nella comunicazione e nel calcio italiano. Zenga quando arrivò al Palermo dichiarò di puntare allo scudetto, o Mihajilovic che alle prime esperienze cercava di alzare il tiro degli insulti ad ogni conferenza stampa.
Tantissimi provano a stargli dietro, nessuno a raggiungerlo. Forse anche Mazzarri ha provato qualche volta ad emularlo fermandosi (per fortuna) un secondo prima che la realtà si trasformasse in farsa, in sceneggiata burlesca, in commediuccia banale. Dopo Josè solo brutte copie, tutte mal riuscite.

José andrà probabilmente via dal Chelsea, è il primo vero fallimento della sua carriera. Per lui già si aprono le ipotesi di allenare il Paris Saint Germain o un clamoroso ritorno all’Inter. Nel massacro di stampa, commentatori e opinionisti nei suoi confronti mi sembrava doveroso intervenire in suo favore. Perché di Mourinho non ne nascono tanti nella storia del calcio e questi ultimi risultati non possono scalfire la grandezza di chi ha cambiato il corso di questo sport anche attraverso la comunicazione. Tutto il resto è noia!

Valentino Di Giacomo

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“Chi non sa fare niente, insegna, e chi non sa insegnare, insegna ginnastica”. Così recitava Woody Allen in Io e Annie (Annie Hall, 1977, meritatissimo Oscar come miglior film), aggiungendo che alla sua scuola arrivavano quelli che “nemmeno la ginnastica”… Visto che tra un paio di giorni ricomincerò a vestire i panni del “maestro” di fotografia, questa frase mi è ritornata alla mente.

Qualche anno fa, non tantissimi, visto che correva l’anno 2008, mi venne richiesto a gran voce e da parecchie persone di attivare un corso di fotografia. Da buon autodidatta ero un po’ scettico, visto che quello che sapevo lo avevo imparato da libri, riviste e dalla pratica, e pensavo che un corso di tecnica fotografica non avrebbe avuto molto senso. All’epoca tra l’altro ero anche piuttosto timido e quasi incapace di affrontare un pubblico di persone che pendesse dalle mie labbra, quindi ero spaventatissimo dall’idea…

Certo, le insistenze alla fine la ebbero vinta, e così iniziai a pensare a un approccio che potesse risultare in un corso un po’ diverso. Non ce n’erano all’epoca tanti corsi di fotografia, a Napoli (forse due o tre che fossero qualificati, un paio in scuole di grafica e pubblicità, e basta), il boom del digitale era iniziato da poco e quindi non avevo nemmeno la necessità di differenziarmi. Sapevo però che la tecnica, anche applicata, alla fine sarebbe stata una cosa misera da spiegare (e mi sarei anche annoiato, pensavo). Dovendo rientrare in un gruppo di volontari che insegnavano con fini sociali (la Libera Pluriversità di Napoli…) cercai di trovare anche io uno scopo “sociale” al corso, dandogli un taglio cognitivo e filosofico, con una discreta focalizzazione verso i miei passati studi in sociologia delle comunicazioni di massa. Non so quanto questo rispondesse alle aspettative degli allievi, ma in qualche modo e per qualcuno funzionò.

La cosa interessante, e forse anche divertente per quanto molto impegnativa, fu di dover ripensare tutte le nozioni che avevo accumulato negli anni: con buona pace di Woody Allen, chi non sa davvero di cosa sta parlando non può e non dovrebbe proprio insegnare. Se vogliamo, il primo dei miei studenti sono stato io stesso. Anche in questo sono stato un po’ autodidatta, non ho letto manuali di pedagogia (anche avendone studiata un po’ in precedenza), né ho preso a modello qualche altro corso. Ho cercato caso mai di ritornare con la memoria ai personaggi che in diverse occasioni, come workshop e incontri sulla fotografia, mi avevano affascinato e mi erano rimasti impressi, grandi fotografi come Mimmo Jodice, Bob Sacha, Paolo Woods, ma anche storici della fotografia come Pierangelo Cavanna. Tutte persone accomunate da una cosa in particolare, la capacità di trasmettere la passione che mettono in ciò che fanno.

La passione, appunto. Qualcosa che troppo spesso non viene presa in considerazione. La voglia di trasmettere concetti ma anche esperienze dovrebbe andare di pari passo con la voglia di andare da qualche parte apposta per scattare qualche foto. Esistono fin troppi fotografi, soprattutto di vecchia scuola, che pur ricoprendo incarichi prestigiosi in ambito accademico sono ben lungi dall’essere in grado di comunicare anche in maniera elementare i processi che li portano a scattare in questo o quest’altro modo (non farò nomi, ma chi vive a Napoli sa bene a chi mi riferisco…), e soprattutto, non hanno spesso nemmeno compreso davvero le basi tecniche di quanto stanno facendo, e per questo preferiscono tacerne e mistificare il loro agire dietro fumosi discorsi concettuali. Sempre senza fare nomi, un ben noto docente di fotografia in occasione dell’inaugurazione di un museo scattava foto alla folla, allegramente, usando il flash incorporato della reflex digitale… tenendo montato il paraluce sull’obiettivo. Feci violenza a me stesso decidendo di non dirgli nulla (magari l’avrebbe anche presa a male…), con il pensiero che riguardando le foto si sarebbe dato dell’idiota, anche se sospetto che avrà incolpato lo strumento piuttosto che la propria incompetenza.

Ripensare il proprio agire, cercando di comprenderlo a fondo, quindi, ma anche cercare di trovare una sintonia con un gruppo eterogeneo di allievi. Non essendo i miei corsi universitari o scolastici, non ho davanti una platea con una fascia d’età ben precisa, né le intenzioni o le finalità sono omogenee. C’è il ragazzo che vorrebbe provare a dare una svolta più consapevole alla propria passione per le immagini, c’è l’insegnante che cerca una via di fuga dalla propria routine, c’è l’ingegnere che magari si è appassionato alla fotografia ma non riesce a uscire dagli aspetti tecnici, oppure l’impiegata che vuole semplicemente fare foto migliori nelle vacanze e nel weekend, e così via… e purtroppo c’è sempre la persona pigra che desidera che qualcuno le spieghi la propria sofisticata fotocamera perché non ha voglia di leggere il manuale…

Non c’è un modo per riuscire ad accomunare le diverse inclinazioni e i vari desideri, di solito quando ho partecipato a dei workshop era per la notorietà del fotografo, o magari perché avevo visto le immagini e mi avevano incuriosito. Ho notato negli anni che uno dei pericoli più insidiosi nell’insegnamento è quello di creare dei “mostri” a propria immagine (è il caso di dirlo…); io non sono abbastanza noto, e forse per questo mi salvo dai pericoli dell’imitazione. Ho sempre cercato di portare il discorso e gli esempi sulle immagini scattate da altri, usando delle mie foto solo quelle fatte appositamente per scopi didattici o quasi. Ovviamente non si può non parlare di tante immagini che sono care alla propria memoria, oppure quelle che hanno avuto una elaborazione complessa, o semplicemente funzionavano… Essere troppo impersonali è l’altro rischio che bisogna evitare, tante volte rimane più impresso l’aneddoto divertente o avventuroso di tante spiegazioni tecniche.

Si passa necessariamente per un percorso ad ostacoli. L’ho vissuto personalmente negli anni, e farlo vivere in poco tempo a quelli che fino a un momento prima erano degli entusiasti inconsapevoli fa anche un po’ male; dispiace a volte mettere in difficoltà, frustrare le aspettative e smontare a poco a poco le piccole certezze che gli allievi stringono quasi come una coperta di Linus, ma si tratta di fasi necessarie. Certo potrei essere anche più accomodante, ma starei facendo male il mio lavoro. In certi casi non si entra per niente in sintonia con uno o due allievi, ed è sempre una piccola sconfitta. Ma in un certo senso è una sorta di selezione naturale, e solo i più motivati riescono a portare a termine il percorso.

Quello che davvero conta per me, tenendo un corso di comunicazione fotografica, è di spingere allieve e allievi ad aprire gli occhi  – e la mente – piuttosto che obbligar loro a mettersi subito la macchina fotografica davanti al viso. E, alla fine, cercare di farli giungere a un punto in cui la fotografia come tecnica non è più il centro dell’attenzione ma il tramite, quasi invisibile, tra loro e ciò che vogliono dire del mondo che li circonda.

Gianfranco Irlanda

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L'incapacità comunicativa del club

Immaginate per un attimo di essere Gonzalo Higuain. Avete militato per anni da titolare nel Real Madrid, avete giocato una finale di Coppa del Mondo e una finale (sfortunata) di Coppa America. Siete considerati tra i più forti attaccanti del mondo e, senza dubbio, il migliore che gioca nella nostra Serie A.

Immaginate di essere venuti a Napoli perché a vostra garanzia c’era un allenatore di caratura mondiale come Rafa Benitez, che la squadra dove state andando manifesta un deciso programma di crescita acquistando altri calciatori dal Real Madrid come Raul Albiol (campione del mondo e d’Europa con la Spagna) e Josè Maria Callejon.

Immaginate che, al momento di passare verso la vostra nuova squadra, siete certi che il vostro club disputerà il più grande torneo continentale che è la Champions League.

Dopo due anni vi ritrovate però ad aver disputato solo un girone di Champions e un preliminare perso contro l’Athletic Bilbao nel quale avete pure segnato. E poi avete chiuso la precedente stagione con una semifinale di Europa League ed un (ennesimo) rigore decisivo sbagliato che è costato alla vostra squadra il passaggio al preliminare di Champions.

Vi ritrovate oggi con un presidente che vuole trattenervi in questa squadra a tutti i costi, in un club che la Champions (vedi i motivi precedenti) non la disputerà. Nella sessione di calciomercato sono arrivati discreti calciatori, ma nessuno all’altezza per far fare un riconoscibile salto di qualità. Per di più è andato via un allenatore che nel suo palmares aveva Champions ed Europa League oltre ad alcune vittorie di Liga. Oggi c’è un bravo allenatore che per il suo secondo anno allena in Serie A, prima grande esperienza in un club medio-alto.

Fino a qui il quadro della situazione, sperando che siate riusciti a fare uno sforzo di immedesimazione. Di qui in poi c’è la totale assenza progettuale del club, non solo a livello di programmazione tecnica, ma con una paurosa mancanza di strategie comunicative che nell’era dei social media, di internet e dei blog è forse ancor più importante. O riesci a controllare i trend della comunicazione oppure ne resti divorato implacabilmente.

In molti mi hanno chiesto del perché ieri ho parlato, a proposito del Napoli, di un ridimensionamento psicologico. Sta tutto qui. Forse sulla carta gli azzurri, non avendo venduto nessun big e avendo acquistato discreti calciatori, sono più forti dello scorso anno. Manca però quella cornice, quella sovrastruttura che non solo ti fa essere una grande squadra, ma che ti fa percepire come tale. E’ facile essere percepiti come “grandi” se in panca hai un allenatore (forse pure sopravalutato tecnicamente) come Rafa Benitez che ad ogni conferenza pone l’obiettivo della squadra sempre più in alto. Facile essere percepiti come “grandi” se poi dimostri in campo di poter essere all’altezza di squadre come Borussia Dortmund, Arsenal, Wolfsburg, Roma, Juventus. Facile essere percepiti come “grandi” se negli ultimi anni sei l’unica squadra ad aver sottratto titoli in palio alla Juve.

Chi scrive non rimpiange Benitez. Anzi, ritiene che la presunzione e l’ottusità del tecnico spagnolo in certi casi abbiano nociuto non poco ai risultati del Napoli. Bisogna però riconoscere che passare dalle stelle alle stalle in maniera così repentina non può che essere avvertito come uno shock dagli stessi calciatori. Tanto più se squadre che fino a ieri battevi facilmente in casa e fuori, come Inter e Milan, danno segnali di rafforzamento importanti. Tanto più se la Roma ha acquistato i “tasselli mancanti”: una grande prima punta come Dzeko, un attaccante più concreto di Gervinho come Salah e forse pure un terzino sinistro come Digne in luogo dell’anonimo Torosidis.

Da questa impasse se ne esce in due modi: o con un grande acquisto riconoscibile come tale che dia maggiori certezze alla squadra oppure con una campagna di comunicazione del club che riesca a difendere in maniera più incisiva la scelta del nuovo allenatore. E’ bastata la prima sconfitta in una gara ufficiale (per carità, anche con una pessima prestazione, come scritto ieri) per mandare Sarri in pasto alla stampa locale e nazionale.

O De Laurentiis impara a fare il presidente e ad organizzare una vera struttura organizzativa attorno al club, dotata di un ufficio stampa e di “pensatori della comunicazione” all’altezza, oppure il suo giocattolo rischia di rompersi molto presto. Fino ad oggi De Laurentiis è stato un presidente eccellente, ha portato il Napoli dove gli compete di stare. Il difficile è restarci.

Lo ripetiamo: magari il Napoli sulla carta è già più forte dello scorso anno, ma manca quella percezione di potenza alla squadra stessa. Quella sensazione che fa scendere in campo i calciatori sentendosi più forti degli avversari e quindi di volerlo dimostrare con i fatti. In uno spogliatoio le percezioni sono tutto: se le cose iniziano a girare male (e hanno iniziato a girar male perché alla prima il Napoli è stato sconfitto) può scattare inconsciamente nella mente dei giocatori quella “caccia al responsabile”. Un tutti contro tutti fatto di clan e squadre nella squadra. Lo dimostrano non solo le dichiarazioni dei procuratori di Higuain, ma anche di Mertens e Gabbiadini. Sono tutti calciatori che sono arrivati a Napoli per giocare e per vincere e che troverebbero facilmente posto in altri grandi club. Ora il Napoli deve dimostrare con i fatti di saperseli tenere. Bisogna dare loro la percezione di giocare per un club che può vincere. Altrimenti meglio vendere e ripartire con calciatori meno affermati, ma più in linea con i progetti e le reali possibilità del club. Senza raccontarci favole che, viste le premesse, non avrebbero di certo un lieto fine.

Insomma, per dirla tutta: che lo trattieni a fare Higuain se poi non sai offrirgli un progetto all’altezza? Perché Higuain, al netto dei rigori sbagliati, è un lusso che questo club con la sua astrusa guida e le sue scelte comunicative, deve dimostrare di sapersi meritare. A Napoli si dice o 1 o 90. Con le mezze misure non si va da nessuna parte e il calciomercato del Napoli, fino a adesso, è stato di mezze misure. Da Mazzarri e dalla sua squadra di “vecchie glorie” e “giovani promesse” ci poteva stare navigare a fari spenti e andare avanti senza pretendere nulla. Lavezzi e Cavani erano giovani emergenti che raggiungevano il proprio picco di carriera insieme alla squadra stessa. L’Inter del “triplete” fece l’errore di tenersi gli artefici di quei successi non accorgendosi che andando via Mourinho si era chiuso un ciclo. Probabilmente un altro ciclo, dopo quello di Reja e di Mazzarri, si è chiuso anche con l’addio di Benitez. Se tieni Higuain, tra i più grandi attaccanti del mondo, non gli puoi prospettare il “Napoli operaio” di Sarri. Troppi equivoci pendono su questa stagione e la società non sembra attrezzata abbastanza per saperli risolvere. Ma siamo ancora in tempo. E chi scrive non è un “papponista”.

Valentino Di Giacomo

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Morale a corrente alternata

Il Napoli ha escluso le testate on line, e non solo, dalla presentazione di Maurizio Sarri. Una scelta originale che vedremo in futuro quali conseguenze porterà nel rapporto tra la stampa e il club di De Laurentiis, un rapporto che in questo nuovo corso comincia certamente in maniera burrascosa poichè la gran parte delle testate on line che parlano del Napoli hanno diramato e pubblicato sui propri siti web un comunicato ufficiale congiunto avverso alla decisione della società partenopea.

Nel comunicato, che personalmente trovo quantomeno risibile, c’è persino un richiamo all’articolo 21 della Costituzione e alla libertà di informazione. Una libertà di informazione (spiace doverlo constatare proprio io da iscritto all’ordine nazionale dei giornalisti professionisti) che viene però ridicolizzata e calpestata continuamente da comportamenti contrari alla deontologia da parte di molte di queste testate on line che oggi si lamentano.

Titoli sensazionalistici privi di qualsivoglia contenuto, notizie inventate, utilizzo dei social network per accalappiare lettori in maniera subdola. Ci si ricorda sempre dei diritti dell’informazione e mai dei doveri verso i lettori. Un bilanciamento indispensabile, necessario e troppe volte irrealizzato non soltanto nel giornalismo sportivo.

Per questo motivo ho deciso che Soldato Innamorato, nel suo piccolo, non aderirà al comunicato diramato da altre testate nè alle successive proteste che probabilmente seguiranno. Semplicemente perché questo sito internet vuole raccontare un’altra Napoli e creare un diverso rapporto con i propri lettori.

Aderire a questa protesta significherebbe per il nostro sito internet avallare anche i comportamenti indecorosi che certe testate hanno tenuto negli anni. Non ci piace la scelta del Napoli, ma non faremo comunella con persone che non stimiamo. Riteniamo che la dignità (di una persona o di una testata) si misuri prima con l’assolvimento dei propri doveri, poi dei propri diritti. Aggrapparsi persino all’articolo 21 della Costituzione per una conferenza stampa di una squadra di calcio ci sembra davvero una fuoriuscita da ogni realtà e uno spregio ai veri valori che la Carta costituzionale assegna all’informazione.

Soldato Innamorato è un sito web nato da pochi giorni ed è sorto proprio dall’esigenza irrinunciabile di offrire ai lettori un nuovo modo di fare informazione: magari con meno pseudo-notizie, ma con più rispetto verso i lettori. I nostri lettori avranno potuto notare che sul nostro sito sono pressocché assenti notizie di calciomercato che molto spesso risultano infondate. Non vogliamo essere pusher di notizie drogate che esaltano o deprimono la piazza, ma semplicemente raccontare la nostra passione verso la maglia azzurra. Non usiamo titoli ingannevoli solo per ottenere qualche click in più del tipo, solo per fare un esempio: “Ecco chi sta per vestire l’azzurro, un talento della Liga in viaggio per Napoli”. Insomma quei titoli usati giusto per accalappiare la curiosità dei lettori, in spregio ad ogni criterio giornalistico. Sbaglieremo certamente, ma lo faremo in buona fede e secondo una nostra coscienza.

Il Napoli sbaglia certamente nel non aprire le porte a tutti i giornalisti. In questo modo si presta a dei particolarismi che non sono consoni. Ma chi segue il Napoli si metta nelle condizioni di farsi rispettare e di farCi rispettare. Perchè se in città è presente un malumore nei confronti di De Laurentiis è pur vero che esiste da anni anche un’antipatia verso il giornalismo sportivo napoletano accusato spesso di essere o troppo compiacente o troppo critico, ma sempre finalizzato ad ottenere piccoli e miseri vantaggi personali. Un’antipatia che coinvolge TUTTI, buoni e cattivi, così come si è fatto con questo balzano comunicato.

Il nostro sito internet, nato da pochi giorni, non avrebbe comunque partecipato alla conferenza stampa perchè diventeremo una testata giornalistica solo tra qualche tempo. Non ci sentiamo esclusi dalla Società, ma se avessimo considerato fondate le ragioni della protesta delle altre testate ci saremmo certamente uniti alla battaglia e avremmo aspramente criticato tale decisione. Non è una questione di viltà, ma di giustizia e di rispetto prima verso noi stessi.

A chi ha diramato quel comunicato facciamo noi un contro-appello: ricordatevi di essere giornalisti ogni giorno, non solo quando conviene. La dignità esiste tutti i giorni, non solo quando fa comodo. Ricordatevene verificando le notizie senza spararle come oro colato in cerca di una effimera visibilità.

Al momento l’Ordine dei Giornalisti è riuscito a determinare soltanto uno scarno codice di autoregolamentazione per quanto concerne il giornalismo sportivo. Auspichiamo che presto ci si possa confrontare per un codice che abbia per oggetto anche il giornalismo on line che troppo spesso agisce in spregio ad ogni deontologia.

Ben sappiamo che questa scelta ci porterà antipatie. Ma non ci importa. Non si può essere moralisti a corrente alternata. Troppo facile. Tanto già sappiamo che questa protesta di non riportare le dichiarazioni dei tesserati del Napoli durerà il tempo di un battito di ciglia. Poi tutto ritornerà come prima. Si continuerà quell’opera di bombardamento emozionale in cerca di qualche click in più. Spiace constatare che anche testate solitamente corrette si siano unite a chi invece non rende onore al nostro mestiere.

Siamo piccoli, non conteremo nulla, ma la nostra idea è forte e la porteremo avanti nel solo interesse dei nostri lettori e rispettando la nostra dignità personale e di questa professione ormai alla mercè di comportamenti che non sopportiamo.

Valentino Di Giacomo

DI SEGUITO IL COMUNICATO DELLE ALTRE TESTATE ON LINE AL QUALE NON ADERIAMO:

Il Napoli ha iniziato un nuovo corso, i tifosi aspettano con ansia di conoscere attraverso le loro parole soprattutto il nuovo allenatore per tuffarsi nella prossima stagione. Con loro anche i giornalisti, animati dalla volontà di scoprire a suon di domande Maurizio Sarri e la sua storia. Il Napoli, però, ha deciso di fare una presentazione “a puntate” come se fosse una serie televisiva. Non ci sarà la conferenza stampa per tutti ma un meccanismo particolare diviso in tre appuntamenti. Il privilegio del primo incontro toccherà ad alcuni giornali scelti in maniera arbitraria dalla società, poi toccherà a qualche televisione nazionale mentre per tutti gli altri “comuni mortali” se ne parla a Dimaro. Il cuore dell’informazione, i giornali on-line, le TV  e radio locali, che rappresentano gli strumenti più seguiti dai sostenitori del Napoli, viene privato della possibilità di raccogliere le prime dichiarazioni di Maurizio Sarri e magari d’interagire con lo stesso. Una scelta che presuppone un’idea medievale della comunicazione e un metodo antidemocratico. Il Napoli è un’azienda e sceglie nella propria autonomia come impostare la comunicazione delle sue attività ma la libertà d’informazione è stabilita dalla Costituzione della Repubblica Italiana, dall’articolo 21. Tale scelta rappresenta un attacco intollerabile ai nostri diritti e, dopo tante altre scelte inaccettabili, siamo costretti a farci sentire. Non riporteremo una parola delle interviste di Maurizio Sarri a giornali e TV, stavolta non faremo da cassa di risonanza alle interviste esclusive concesse dal Napoli prima della presentazione ufficiale. Ci dispiace per i nostri lettori ma siamo sicuri che capiranno il valore della nostra posizione. Non possiamo accettare che le nostre testate che vanno avanti senza i finanziamenti statali ma solo con la forza, l’intraprendenza e la passione di seri professionisti possano essere trattate come realtà di serie B. “Vengono prima gli invitati del presidente De Laurentiis”, è il messaggio inviato a tutti noi “comuni mortali” ma stavolta non ci siamo, nei nostri portali non trovate spazio.