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Noi non ci stiamo!

Stadio San Paolo

Il nuovo stadio San Paolo, secondo il progetto che la SSC Napoli ha fornito al Comune sarà di 41.000 posti. Sono posti a sedere, ma nonostante ciò in città abbiamo assistito quasi a una standing-ovation. “Bravo il Napoli che riduce i posti, tanto erano inutili quei seggiolini in più“. E all’improvviso mi accorgo da questo genere di commenti che questo non sia più il mio calcio, la mia Napoli, i miei napoletani.

Senza accorgersene i napoletani hanno ormai abdicato alla loro passione, ai loro costumi, alle loro tradizioni. Si sono venduti ad un imborghesimento che non gli appartiene e per di più l’hanno data vinta agli ultras. A quelli che non cantano un coro ad un giocatore, anche se ne ha bisogno o lo merita, perché “esiste solo la maglia“. Quei gruppi ultrà che sanno raffigurarsi solo con loghi violenti: maschere sul volto e coltelli fra i denti. Quegli ultras che se ne fottono altamente di cosa faccia il Napoli in campo purché loro possano cantare i loro truci e vergognosi cori contro la polizia, contro lo Stato e in nome di un Vesuvio di cui non riescono nemmeno a comprendere la potenziale forza distruttrice. È passato tanto tempo, Non ci lasceremo mai, Siamo figli del Vesuvio, Forse un giorno esploderà, Una vita insieme a te Di domenica alle 3, Non riesco a stare solo senza te, Quando un giorno morirò Da lassù ti guarderò, Quanti cori al funerale chiederò! Uno dei cori più imbecilli e cretini che ci fa comprendere quanto un pezzo di Napoli sia ormai totalmente degradato. Dov’è la fantasia, il folklore, la bellezza appassionata dei napoletani che ancora riconosciamo camminando in strada?

Perché hanno vinto loro? Perché con 41.000 posti gli effetti saranno due: o il San Paolo diventerà terra solo per loro e questi cori idioti che nulla hanno a che vedere con l’amore verso il calcio, oppure i prezzi dei biglietti saliranno così tanto alle stelle che il nuovo San Paolo sarà terra solo per ultra-borghesi facoltosi e figli di papà. C’è poi una terza strada: curve agli ultras, tribune ai riccastri. E chi, la stragrande maggioranza figlia di questa terra, non si ritrova né tra gli uni né tra gli altri andrà allo stadio sempre più contro voglia. Andare in tribuna senza nemmeno poter fumare una sigaretta perché gli altri ti guardano male e si lamentano? (Mi è successo). Oppure andare in curva e subirsi tutte quelle stronzate che ti fanno rimpiangere i “belli tiempe ‘e na vota” (chiaramente mi è capitato anche questo).

De Laurentiis vuole il suo stadio come quello della Juventus. E’ bello lo stadio della Juve, fa anche un certo effetto acustico, ma Napoli non può prendere a modello altre città e altri costumi. Napoli è Napoli e ogni volta che ha tentato di scimmiottare esperienze forestiere è finita per pagarne le spese a caro prezzo. Per restare all’architettura ne sono un esempio quello scempio di Vulcano Buono, il Centro Direzionale e le Vele di Scampia. Qui su soldatoinnamorato.it cerchiamo di raccontare ogni giorno qualche nostra tradizione. Non perché Napoli non debba cambiare, ma perché non deve neppure diventare Rovigo – tanto per mutuare una battuta di Troisi. Va bene cambiare, ma senza abbandonare i nostri tratti distintivi che rendono Napoli ancora una città davvero unica al mondo.

E un tratto distintivo della nostra città è lo stadio, gli 80.000 spettatori, la bolgia, le urla, le grida sguaiate e veraci. Che fine hanno fatto i tamburi? Che fine hanno fatto quelle melodie che si ascoltavano solo e soltanto al San Paolo? Perché i tifosi di oggi scimmiottano melodie da altre tifoserie in una indegna imitazione?

E poi ci chiediamo ancora un’altra cosa: ma se il Napoli tornerà in Champions cosa accadrà per accaparrarsi un biglietto? E quanto costerà un abbonamento per avere il vantaggio di prendere un tagliando in prevendita?

Mi spiace, ma io non esulto alla riduzione di posti. E’ una decisione figlia di un calcio che sanziona persino la gioia di quei calciatori che si tolgono la maglia dopo un gol. E’ il risultato di anni e anni di disinteresse della società verso la qualità del proprio pubblico. Perché non è solo una questione di numeri, ma di qualità del pubblico che la SSC Napoli vuole portare allo stadio. Allora cari De Magistriis e De Laurentiis, voi che siete uomini a cui spetta di mettere i puntini sulle “i” persino nel cognome, ce la date una risposta? Vogliamo lasciare fuori dal nuovo San Paolo la stragrande maggioranza dei napoletani che non si riconosce né tra i tribunisti un po’ attempati, né tra gli ultras violenti e (nel migliore dei casi) incapaci di creare un coro coinvolgente?

E’ vero, il San Paolo non è più popolato come un tempo. I 60.000 spettatori (l’attuale capienza) vengono raggiunti solo in sparute apparizioni. Ma non c’entra davvero nulla la tv o lo schifo dei cessi dello stadio e ancora i sediolini scomodi e spesso zozzi. Se lo stadio ritornasse ad essere un luogo di gioia, di bel tifo, di passione dovrebbero costruire un secondo San Paolo per farci entrare i napoletani. Il problema non è la capienza, ma il saper coinvolgere i tifosi, la stragrande maggioranza di coloro che non si riconoscono in quei gruppi ultrà inutili e auto-referenziali. E di certo il problema non si risolve con quella stronzata delle cheerleaders o con qualche canzone da discoteca pompata a palla prima della partita.

Sapete perché il nostro sito lo abbiamo chiamato SoldatoInnamorato? Perché è il coro SPONTANEO dei Napoletani (quelli con la N maiuscola) dopo una vittoria. E’ quel coro che ci fa piangere tutti insieme e che ci fa abbracciare sugli spalti persone che neppure conosciamo. Gli ultrà non vogliono che si canti ‘o surdat nnammurat, dicono sia folklore, rappresentazione di una vecchia Napoli. Certo, se sono loro a rappresentare il nuovo con quei loro cori offensivi e insopportabili allora togliamolo proprio da mezzo il San Paolo. Le partite giochiamole alla play-station, così ci facciamo da soli pure la campagna acquisti e stiamo comodi comodi sul divano di casa.

Lo stadio da 41.000 posti non è solo una brutta notizia per il Napoli e i suoi tifosi. Lo stadio da 41.000 posti è uno schifo di notizia per Napoli e per quei Napoletani che si sono schifati di dover subire certe angherie. Fino a ieri abbiamo subito con sofferente indifferenza i soprusi degli ultras, da domani quei soprusi saranno ancor più istituzionalizzati. La delibera la firmeranno il Comune e la SSC Napoli, non in nome dei nostri interessi. Non in nome dei veri Napoletani. Non in nome della maggioranza silente dei Napoletani che non urla e scassa vetrine, che fa la fila o accompagna il nipote a prendere il biglietto al botteghino. I Napoletani resteranno per sempre fuori da casa propria. Fuori dal San Paolo. E se pensate che Ciro Esposito sia stato ucciso solo per una fottuta casualità del destino o perché i tifosi della Roma sono gli unici ad essere violenti allora non avete capito nulla. O si risolve alla radice il problema di come far tornare il pallone e lo stadio a una forma di aggregazione sociale oppure perderemo tutti. E queste decisioni non fanno che proseguire un trend che vuole le famiglie fuori dallo stadio. Game over Napoli.

P.S. Se vogliamo fare qualcosa tutti insieme per risolvere il degrado del tifo del San Paolo noi siamo qui. Se si può aprire una discussione che possa dare a tutti i Napoletani diritto di cittadinanza all’interno della propria casa noi ci siamo. Fateci sapere come possiamo essere utili. 

Twitter: @valdigiacomo

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Il castello di EdenLandia Foto di Orlando@Roll

C’è un posto a Napoli dove sono custoditi tutti i più bei ricordi dei bambini napoletani.
Un posto dove, appena varcavi la soglia, venivi inebriato da una dolce brezza che profumava di zucchero a velo caramellato, mentre in sottofondo si sentiva un’allegra marcetta mista a grida di ragazzi che provavano l’ebbrezza delle vertigini.
Non c’è napoletano che non abbia conservato nella memoria almeno un ricordo legato a quel luogo incantato, dove la fantasia dei bambini rendeva tutto magico, meraviglioso e, a volte, terribilmente pauroso, come la casa dei fantasmi dall’enorme bocca spalancata che con quegli artigli sembrava volerti abbrancare e portarti nelle tenebre.
Chi di noi non si è sentito per la prima volta grande mettendosi al volante di un tozzi-tozzi con il papà che ti abbracciava da dietro e ti dava l’illusione di guidare da solo, chi di noi non ha riso fino alle lacrime insieme agli amici scendendo sulle rapide dei tronchi per farsi puntualmente il bagno, chi non ha mai provato a infilare quei cavoli di anelli sui cigni per vincere il pesce rosso o si è sentito bruciare le labbra per quel chilo di sale dei popcorn.
Poi si diventava grandi, si metteva su famiglia, ma il voler portare i bambini all’Edenlandia, in realtà, era la scusa per tornarci, per rivivere anche a quarant’anni per qualche ora quella spensieratezza di quell’età che si capisce sempre tardi che passa troppo in fretta.
E sapere che ogni qualvolta ti veniva voglia di riprovare quelle emozioni era possibile aveva un non so che di rassicurante, era un po’ come fare visita all’Isola che non c’è per tutti i Peter Pan Partenopei.
Ma da qualche anno ormai quello scrigno di memorie è stato chiuso a chiave, come i forzieri che contengono le cose più preziose, ma non per custodirle, ma per privarcene.
Nella favola dell’Edenlandia, quattro anni fa, entrano nuovi personaggi sinistri, il mostro Equitalia e lo spettro del fallimento, fino arrivare all’inverno del 2013, quando viene messo il catenaccio a quello che è stato il primo parco divertimenti italiano, nato nel lontano 1965, sul modello californiano di Disneyland e che negli anni ’70 era diventato un’attrattiva turistica di livello internazionale.
E in questi giorni, dopo le speranze di una riapertura in tempi brevi e di un restyling alimentati dalla “New Edenlandia” srl, la cordata di imprenditori che nell’ottobre scorso ha ottenuto dal tribunale il contratto di locazione, arriva la notizia del licenziamento dei 54 lavoratori che già erano da mesi in cassa integrazione e che in segno di protesta presidiano la struttura giorno e notte.
Quale sarà l’epilogo di questa favola che ha assunto toni sempre più cupi, soprattutto per le famiglie che sono rimaste senza lavoro?
Difficile dirlo, ma al di là dei problemi burocratici, degli investimenti, di un serio piano di rilancio, Edenlandia per tornare a vivere ha bisogno di qualcuno che oltre il denaro, ci metta una volontà ferrea, una determinazione tale da superare i tanti ostacoli che si frappongono alla riapertura.
C’è bisogno di quello slancio, di quella vena di genialità e forse anche di follia che spesso ha permesso a Napoli di realizzare progetti insperati, e che per ora non si vede all’orizzonte, ma che siamo fiduciosi arriverà presto.
Altrimenti come faremmo a dire a quelle migliaia di bambini di oggi e di ieri che la favola dell’Edenlandia non ha un lieto fine?
E soprattutto, come diremmo a tutti i napoletani che non potranno mai più mangiare la famosa “graffa dell’Edenlandia”?
Sarebbe un dolore insopportabile, un vuoto (nello stomaco) da colmare assolutamente!
Allora, in attesa di poter risentire quell’inconfondibile profumo di graffa che inondava l’ingresso del parco, possiamo cominciare a scaldare i motori, e soprattutto l’olio di frittura, preparando delle graffe con la ricetta di Nunzietta Cuomo.
Il risultato è garantito, ma non saranno mai identiche alla graffa dell’Edenlandia, perchè quella aveva dentro qualcosa di speciale, aveva il sapore della felicità.

LA RICETTA DELLA GRAFFA (QUASI) COME QUELLA DELL’EDENLANDIA
Ingredienti: 1 kg di farina / 1 patata grande o 2 medie lessate /150 g di burro /4 uova /
2 cucchiai di zucchero/ 1 cucchiaino di sale/ 3 lieviti di birra sciolti in mezza tazza di acqua calda con un cucchiaino di zucchero/ Scorza grattugiata di un’arancia
Innanzitutto schiacciare le patate ancora calde con lo schiacciapatate mettendole in una terrina grande, aggiungere subito il burro, in modo da farlo sciogliere. Successivamente va messa la farina che servirà ad isolare le patate calde dalle uova evitando che si cuociano. Aggiungere tutti gli altri ingredienti e impastare sulla spianatoia (come si impasta il pane) Con un cucchiaio staccare dei pezzetti dal panetto principale, fare delle palline non troppo grandi, maneggiandole delicatamente, e in ognuna fare un buco al centro con il dito. Mettere un panno per coprirle e farle lievitare. Se l’ambiente è abbastanza caldo, per quando avrai terminato con le ultime, le prime saranno pronte per essere fritte.

Sabrina Cozzolino

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