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Marco Raffaini, autore di Italiani veri

In Russia un certo tipo di canzone italiana continua a farla da padrona, ed è proprio quel genere che ascoltiamo, più o meno contenti, a Sanremo. Negli anni Ottanta veniva organizzato, nella cornice del teatro del Cremlino, una sorta di Sanremo sovietico, Fiori e Canzoni dall’Italia – Sanremo a Mosca, dove si sono esibiti Mango, Eros Ramazzotti (ancora oggi popolarissimo), Milva e tanti altri. Oggi, per il concerto annuale di Diskoteka 80, le stelle principali sono i Ricchi e Poveri e persino Sabrina Salerno.

Abbiamo deciso di parlarne con Marco Raffaini, autore del docufilm Italiani Veri, docente di lingua e traduzione russa presso l’Università di Parma.

Ciao Marco, grazie della tua disponibilità. Da cosa nasce Italiani veri?

Italiani veri inizia a nascere nella mia testa negli anni Novanta, quando iniziai ad andare in Russia, e la cosa che più mi stupiva era il loro attaccamento all’Italia, in tutti i campi, dall’arte al calcio (ricordo un’amichevole del Parma a Mosca in agosto con i miei vicini allo stadio che mi spiegavano chi era quel giocatore del Parma e da che squadra l’aveva appena comprato), dal cinema alla musica. C’era molta voglia di conoscere chi veniva da fuori, soprattutto se italiano. E quindi tutti a chiedermi se conoscessi questo è quest’altro, in particolare Robertino Loretti, che io non sapevo chi fosse. Così poi a un certo punto ho deciso di farci qualcosa, inizialmente pensavo di scriverci qualcosa, poi ho creduto che fosse meglio lasciar parlare loro, e costruire un racconto montando le loro voci, prendendo la passione della musica italiana come pretesto per raccontare storie, per fare un ritratto di un paese che a me ha preso il cuore.

Come si può spiegare la popolarità del pop italiano in Russia? E Sanremo?

La popolarità del pop italiano secondo me si spiega, oltre che con il mito dell’Italia presente in Russia da ben prima dell’Unione sovietica, con il fatto che a partire dai primi anni Ottanta la TV russa ha iniziato a trasmettere la serata finale del festival di Sanremo, e improvvisamente i russi hanno avuto la possibilità di ascoltare qualcosa che venisse dall’estero (a maggior ragione dall’Italia) senza paura di essere spiati, come poteva accadere quando ascoltavano di nascosto le canzoni dei gruppi rock più famosi, vedi i Beatles o gli Stones. La famosa finestra sull’Europa quindi. E che finestra! Poi secondo me ci sono anche motivazioni politiche dietro questo lasciapassare verso la musica italiana, come per esempio la visione dell’Italia comunque come un paese amico tra i nemici, la Fiat aveva costruito la fabbrica di auto a Togliattigrad, il partito comunista forte in Italia, ecc. ecc.

Si tratta di un fenomeno ormai di decenni, vedi differenze tra la ricezione dell’epoca sovietica e quella delle giovani generazioni?

Secondo me oggi è più che altro un fenomeno legato alla nostalgia, un po’ come i miei amici che continuano ad ascoltare la musica degli anni Ottanta, come se gli anni Ottanta fossero stati quella gran bazza musicale e culturale, mentre invece sono stati a mio avviso in Occidente abbastanza mediocri. Infatti i giovani in Russia non è che se li filano più di tanto i cantanti pop italiani. Questo è stato anche il più grosso problema nel proporre il film in Russia, perché al cinema vanno poiché altro le giovani generazioni e se proponi loro un film sulla musica leggera italiana c’è il rischio che non lo prendano nemmeno in considerazione.

Come reagiscono gli artisti italiani a questo successo che sembra eterno? A me, ad esempio, colpisce come i Ricchi e Poveri, per non parlare d’altri, riescano a riempire palazzetti qui, mentre in Italia non sarei così sicuro di vedere le stesse scene…

I cantanti italiani cavalcano l’onda, legittimamente. Sono ben coscienti del fatto che oggi campano praticamente grazie ai paesi dell’ex Unione Sovietica. Hai giustamente citato i Ricchi e Poveri, che se non sbaglio l’ultimo album l’hanno fatto uscire solo in Russia. In fondo, nel loro squallore trash, non fanno nulla di male, e l’affetto che dimostrano verso la Russia, pur se legato al fatto che vivono grazie alla Russia, credo sia sincero.

Dopo Italiani veri, che progetti hai?

Dopo Italiani veri sto iniziando a lavorare a un altro film, sempre in qualche modo legato alla percezione dell’Italia in Russia e viceversa, su un tema completamente diverso, ma che preferirei per ora non venisse reso pubblico. È anche per questo che a marzo sarò in Russia, per iniziare a fare qualche ripresa per poi cercare qualche finanziamento.

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Giovane attore Napoletano con un percorso di studi  che attraversa due continenti Renato Paioli continuerà il percorso di successo che la tv italiano ha intrapreso nel mondo delle Fiction. Mentre è alla prese con la realizzazione di quella che sarà la prima serie Zombie italiana abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con lui

Ciao Renato, cominciamo a parlare un po’ di te, parti da Napoli e poi ti formi a Berlino e Los Angeles. Quanto sono importanti le tue origini?

Ciao, innanzitutto grazie, è un piacere essere con voi di soldatoinnamorato, allora,  nonostante il mio percorso Internazionale tra le diverse città che hai menzionato, il mio cuore nasce e resta a Napoli. Ho iniziato qui il mio percorso studiando con Umberto Serra, credo che nascere in questa città, significhi nascere artista, a Napoli si respira arte ovunque, è una continua ispirazione. Per farla breve, la storia ricorda molti artisti Napoletani, ormai immortali, per citarne qualcuno, Totò, Troisi, De Filippo, se parliamo di attori, ma ce ne sono tanti altri, personalmente credo che nascere in questa città abbia influito tantissimo su tutte le scelte della mia vita e sono orgoglioso di essere Napoletano.

Quanto invece è stato importante il tuo percorso internazionale?

Studiare all’estero è stato fondamentale, innanzitutto viaggiare, conoscere, confrontarsi, è importante per la crescita personale, ti apre la mente. Gli strumenti dell’attore, sono le emozioni, vivere e lavorare lontano da casa per pagarmi gli studi mi ha arricchito tantissimo, infatti quando mi chiedono cosa mi hanno insegnato, rispondo sempre: Non è quello che mi hanno insegnato, ma quello che ho vissuto. Lo studio diventa uno strumento, ma sono le esperienze, le sensazioni, i confronti e le emozioni vissute chef anno la differenza.

A breve esordirai con questa serie attesissima: Hope. Cosa puoi raccontarci della serie e del tuo personaggio?

La serie Hope, è la prima serie Zombie Italiana, è ambientata in Puglia, a Cassano delle Murge, è stata scritta da Angelo Pace, un ragazzo dalla fantasia pazzesca, non posso svelare tanto della serie, ad Agosto abbiamo terminato le riprese della puntata pilota e attualmente sono in atto gli accordi per la produzione dell’intera stagione. Posso raccontarti che come in The Walking Dead, il mondo viene sconvolto da un evento e vedremo come reagiranno gli Italiani a questo evento. Il mio personaggio si chiama Francesco, lui è il papà di Hope, per chi se lo sta chiedendo, il nome della bambina è Americano perchè la mamma è Americana ed è lei a scegliere il nome. Francesco è stata una bella sfida per me, è un personaggio complesso, avrà una vera e propria metamorfosi, ti racconto soltanto che nella puntata pilota, ho perso quasi 18 kg e sono stato per 3 giorni con 2 bicchieri d’acqua al giorno solo per girare una scena. Credo che per contenuti e storia, in Italia non si è mai vista una serie del genere.

Non temi paragoni con The Walking Dead?

No, non lo temo, semplicemente perchè non stiamo copiando un prodotto, ma semplicemente stiamo dando la nostra risposta, la risposta Italiana allo stesso problema e come ben sappiamo, siamo diversi dagli Americani.

Cosa ti piace guardare in Tv e al Cinema?

In Tv guardo le serie, al cinema ci vado quando mi sento ispirato, dipende dallo stato d’animo per la scelta del film, posso dirti che mi piace andarci da solo e nel pomeriggio, non amo fare file e avere tanta gente in sala.

C’è un film che ogni volta che vedi pensi che avresti voluto farlo tu?

Si, mi sarebbe piaciuto interpretare, Il curioso caso di Benjamin Button, ahaha lo so ci sono andato pesante.

Napoli nel Bene e nel male fa sempre parlare di sé ti piacerebbe lavorare in qualche produzione nella tua città? Con quale attore o regista Napoletano ti piacerebbe collaborare?

Io amo Napoli e ovviamente lavorare nella mia città sarebbe un regalo bellissimo, mi piacerebbe lavorare con Paolo Sorrentino.

Una domanda d’obbligo per il nostro sito: Sei un tifoso?

Mi dispiace, ma non sono un amante del Calcio, seguo il Napoli con piacere quando sono con gli amici, e vedo che questa squadra fa soffrire tanto.

A cosa stai lavorando in questo momento? Quando ti vedremo in tv e al cinema?

Come già ditto, sto lavorando per Hope la serie, ma non è l’unico progetto in cantiere, un’altra serie è in arrive nella mia vita, si chiama “Ninth” è ambientata nell’antica Roma ed è tratta dal romanzo di Armando Roggero “La vendetta della Nona” e narra la leggenda della Nona legione in Britannia. In Ninth, sono uno dei due protagonist e il mio personaggio si chiama Flavio Prisco Sabiniano, tutto l’opposto dal personaggio di Francesco in Hope, comunque aggiorno di continuo il mio sito www.renatopaioli.it con tutto quello che faccio

Un saluto per i nostri lettori

Un forte abbraccio ai lettori di Soldatoinnamorato.it e grazie a tutti.

Grazie a te e in bocca a lupo per tutto!

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Nell’immaginario collettivo il camionista è un misto tra Lincoln Hawk il protagonista del film Hover the top interpretato da Sylvester Stallone e, il camionista di Grosso guaio a China Town: Jack Burton, interpretato da Kurt Russel.
Personalmente se dovessi fare un paragone cinematografico, io mi sento molto più vicino all’autista del film di Verdone, che vedeva Mario Brega esclamare une delle più belle frasi delle commedie anni 80, quando si offre di fare la siringa alla nonna di Verdone : “Questa mano può essere piuma e, può essere fero”
Come in tutti i campi il cinema può essere utile nel far scoprire mestieri, luoghi, culture e civiltà a noi sconosciute.
Per quanto riguarda il nostro mondo, non siamo mai stati dipinti molto bene, gli stereotipi si sprecano, ecco perché quello che ne esce fuori è quasi sempre lontano dalla realtà, uomini rozzi, violenti e incapaci di vivere una vita normale.
Inutile dire che non mi riconosco in tutto questo, ho una una famiglia, coltivo amicizie , mi dedico alla lettura, alla cultura e attività sociali.
Il mondo rozzo e superficiale che ci vede citati nei film, non ci rappresenta, anche se ci sono delle storie che fanno riflettere : Con la globalizzazione anche il nostro mestiere s’è evoluto, noi che lavoriamo in aziende a conduzione familiare siamo fortunati, perché tra mille difficoltà i nostri datori di lavoro riescono ancora a galleggiare , la nostra esperienza lavorativa si fonda in un rapporto diretto, che fa si di non essere visti come un numero nella lunga lista delle persone impiegate nell’azienda.
Però oltre alla nostra piccola isola, fuori c’è un mondo che delocalizza, aziende internazionali che sfruttano il lavoro di autisti disperanti provenienti dall’est Europa, mettendoli in competizione con autisti locali, che in molte occasioni vedono diminuire i propri diritti.
Il regista Alberto Fasulo con il film “ TIR”, è stato capace di raccontare il mondo delle multinazionali del trasporto, e delle povere persone che per sopravvivere sono costrette a fare gli schiavi, gente che per vivere nei camion che guidano, sono costretti a pagare una percentuale dallo stipendio, per i giorni nei quali non lavorano.
Queste come altre sono storie che nascono grazie alla globalizzazione selvaggia che invece di avvantaggiarci ci sta trasformando in schiavi pronti ad accettare tutto nel intento di sopravvivere .
Tornando al cinema è alle opere sul mondo dell’autotrasporto, non mi resta che dedicare a queste aziende multinazionali la cover di “Strangers in the night” cantata con qualche variante, dall’autista Nino Patrovita, interpretato da Giancarlo Giannini nel film il Bestione: “ Strangers in the Night ma va fa nculo, Strangers in the Night ma va fa nculo, Strangers in the Night, ma va fa nculo tu….”

Marco Manna

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E’ notizia di pochi giorni fa che la Top 50 dei protagonisti del cinema tricolore vede un intero podio colorarsi di azzurro: Alessandro Siani, Paolo Sorrentino e Mario Martone sono al vertice della Power list del cinema italiano stilata dal mensile Ciak e dal periodico Box Office.
Una consacrazione per il cinema di matrice partenopea che giunge nel 2015 ma che ha radici lontane e profonde.


Napoli e il cinema, una rapporto che nasce a cavallo fra le due guerre, negli anni ’30, e che da allora non ha mai smesso di sfornare una miriade di straordinari attori, registi, sceneggiatori. Totò e i fratelli De Filippo, Sofia Loren, Massimo Troisi e Lello Arena, passando per il cinema di denuncia di Francesco Rosi, fino ad arrivare ai più recenti Martone, Capuano, e il duo da premio Oscar, Paolo Sorrentino e Tony Servillo, lanciando sulla ribalta nazionale attori dalla comicità dirompente come come Nando Paone, Carlo Buccirosso, Vincenzo Salemme e Alessandro Siani . Per inciso anche il premio Oscar, Gabriele Salvatores è nato a Napoli da genitori napoletani, salvo poi trasferirsi giovanissimo a Milano. Quindi per quanto ci riguarda è a pieno titolo nostro conterraneo.


E sarebbe giusto chiedersi se Luciano De Crescenzo avrebbe potuto girare quel capolavoro corale che è “Così parlò Bellavista” se non avesse avuto a disposizione un “capitale umano” così vasto a cui attingere a piene mani.
Se Roma è la capitale del cinema girato, Napoli è la capitale del cinema parlato, vissuto, ideato, interpretato. E non poteva essere diversamente visto che la nostra città era già una delle capitali del teatro e che, dunque, ha trovato una nuova forma espressiva nella settima arte. Non a caso molte delle commedie del Maestro Eduardo De Filippo ma anche di suo padre, Eduardo Scarpetta, sono state adattate per il cinema e hanno avuto come interpreti attori che calcavano le tavole del palcoscenico.


Dal suo canto il pubblico partenopeo ha sempre premiato i film che avevano una matrice napoletana, non solo riempiendo le sale, ma rivedendoli fra le mura domestiche, prima sulle cassette pirata e ora in dvd, fino ad impararli a memoria, al punto che tante frasi e battute ormai sono entrate di prepotenza nel linguaggio comune, si sono trasformate in veri e proprio modi di dire, dei neo-proverbi da usare quotidianamente.
Così, sfruttando le innate doti da teatranti, spesso a Napoli non si sta al cinema solo nelle sale, ma anche al bar, al tavolo accanto in pizzeria, persino dal salumiere. Perché c’è una battuta di film per tutte le occasioni che ti offre la possibilità di comunicare in modo veloce, sintetico e soprattutto efficace. E se non capisci… allora non sei napoletano!


Non solo, le battute ti offrono la possibilità anche di fare il simpaticone nella comitiva, di farti apprezzare sul posto di lavoro e, perché no, di conquistare le ragazze facendo “il brillante” recitando interi sketch. Quanti amori a Napoli sono nati dalla freccia scoccata da Troisi nei panni di Cupido! Anzi, i più maturi, o per dirla alla Totò “maturotti ma ancora validi” ricorderanno che il Cupido del programma cult “Indietro tutta”, ansioso di poter scoccare i suoi dardi, era un giovanissimo Francesco Paolantoni, altro alfiere della comicità napoletana.
Proviamo a stilare la TOP TEN delle battute più usate dei film “made in Napoli”, quelle che per noi napoletani non hanno bisogno di sottotitoli. Una classifica provvisoria e che potrebbe allargarsi a dismisura, perché ogni napoletano sicuramente ne avrebbe qualcuna da aggiungere.


1) Vuoi dare un consiglio a un amico che si trova davanti a una scelta importante, suggerendogli un compromesso? “Fai cinquanta giorni da orsacchiotto! Accussì nun fai a figura ‘e merda da pecora ma manco ‘o lione ca però campa solo nu juorno” – Massimo Troisi “Scusate il ritardo”


2) Vuoi sottolineare un tuo gesto che denota nobiltà d’animo, quella generosità di cui a volte solo noi napoletani siamo capaci? “Signori si nasce e io modestamente lo nacqui!”Totò, “Signori si nasce”


3) Dopo aver provato a spiegare le tue ragioni, vuoi liquidare il tuo interlocutore, senza scendere troppo nei dettagli? “E ho detto tutto!” – Peppino De Filippo “Totò Peppino e la malafemmina”


4) Non riesci a far cambiare idea a un tuo amico che si mostra cocciuto e ottuso? “Ma vafanculo tu e mammina!” – Massimo Troisi “Ricomincio da tre”


5) In un museo d’arte moderna, davanti a un’opera che ti lascia senza parole per quanto è brutta e incomprensibile, vuoi esprimere tutto il tuo scetticismo? “Ma secondo te, l’operaio del Tremila cosa penserà di aver trovato: un capolavoro o ‘nu cess scassato?” – Benedetto Casillo “Il mistero di Bellavista”


6) Dovete apparare i soldi per fare un regalo di gruppo e fra voi c’è il riccone di turno? “Faccimme… 5 mila lire io, 5 mila lire iss, e nu milione e duje tu…” – Massimo Troisi “Scusate il ritardo”


7) Sei indignato per il prezzo di acquisto di un calciatore che secondo te non vale tutti quei soldi?
Nu milione… Uanema ddò priatorio!!Aldo Tarantino, alias ‘o Cavaliere di “Così parlò Bellavista”


8) Ti stai chiedendo qual è la strada migliore per arrivare a destinazione?
Per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?” – Totò “Totò, Peppino e la malafemmina”


9) Un amico si mostra indeciso e prende tempo prima di dirti di sì a partire insieme per le vacanze?
“E Cardone mio non abbiate soggezione, sforzatevi!Totò “La banda degli onesti”


11 – perchè il 10 è sempre Maradona ) Un amico inaspettatamente ha lasciato la fidanzata dopo 10 anni di “mutanda in testa”?
A’ libertà, a libertà, pure ‘o pappavallo l’adda pruvà”Gerardo Scala alias Luigino il poeta di “Così parlò Bellavista”
E chest’è!

Sofia Alfieri

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Ted 2

Pensateci bene: ditemi un posto che, d’estate, ti assicura in parte divertimento e freschezza a poco prezzo. No, abolite Lido Mappatella o i Centri Commerciali nel weekend dai vostri pensieri, che lì se tutto va bene trovi posto alle 8 di sera quando ormai il bambino che volevi portare alle giostre ha già compiuto i 18 anni.

Parliamo del cinema, dove con pochi euro ti assicuri (o quasi) due ore di spensieratezza e gelo da circolo polare artico a causa dei condizionatori a palla presenti al loro interno.

Una piccola rubrica che analizzerà i film del momento e non, con un occhio diverso dal solito. Questa volta parliamo di Ted 2, film del 2015 scritto e diretto da Seth MacFarlane.

“E mò chi è stu Mechfarlein?”, semplice: uno dei produttori di commedie più geniali che Hollywood o l’America abbia sfornato negli ultimi anni, conosciuto ai più per aver creato la serie animata “I Griffin”.

Sequel del successone “Ted”, che solo nel primo weekend di programmazione nel 2012 ha incassato ben 469 milioni di dollari, la storia narra le vicende dell’orsacchiotto più scorretto e volgare mai esistito, che ha preso vita grazie al desiderio espresso da un bambino.

“Ua, la classica storia p’e creatur, ch’ ppall!”, no invece: Ted colpisce più volte in faccia la cultura americana, chiusa mentalmente da alcuni elementi considerati veri e propri tabù per la storia del paese a stelle e strisce. Non mi dilungherò a parlare della trama, anche perché tutto quello che vi dirò potrà essere usato contro di voi sotto forma di spoiler, ma è una “black-comedy” che può davvero stupire ogni spettatore, anche il più scettico.

Avete presente quando, da bambini, giocavate con il Big Jim di turno, o con uno di quel pupazzi che vi divertivate a massacrare senza ritegno? Ecco: immaginate che quel Big Jim vi faccia compagnia mentre bevete una birra, parlando di sesso senza alcun ritegno e che, magari, alla fine vi rutti in faccia con gusto.

Battute scorrette, volgarità e un pizzico di emozione che può far riflettere anche chi va a vedere questa pellicola senza alcuna pretesa. Il mio consiglio è quello di godersi il film, farsi un paio di risate alla faccia degli americani e del loro bigottismo e pensare che, magari, un giorno una cosa del genere potrebbe accadere anche alla vostra bambola gonfiabile.

Come quale? Quella che avete nascosto sotto il letto perché vostra moglie non ve la da più.

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I miracoli del Principe della Risata

Di Pasquale Di Fenzo 

Alfredo Berlingieri, Travis, Jimmy Doyle, Mike, Jake, Noodles, Sam Asso, Neil, Padre Bobby Carrillo, Adrian e tanti altri. Sembra solo un elenco di nomi, ed invece sono i personaggi interpretati da uno dei più grandi attori mai esistiti, protagonista di film che hanno fatto la storia del cinema mondiale. Eppure pochi se li ricordano. Forse per inquadrare meglio di chi si tratta, bisogna citare il giovane Don Vito Corleone per capire definitivamente di quale attore stiamo parlando.

Guardie_e_ladri Di contro, in Italia abbiamo un fenomeno diametralmente opposto. Ed unico nel panorama mondiale. Protagonista di film spesso raffazzonati, tratti da sketch dilatati fino all’inverosimile, a volte  anche ripetitivi. Eppure basta ricordare solo il nome del personaggio per ricordarci subito il film, i lazzi, le battute, ed anche le quisquillie e le quinzellacchere. A prescindere. Proviamo? I maestri di musica Antonio Lumaconi ed Antonio Scannagatti, il cigno di Caianiello. I truffatori Ferdinando Esposito, Antonio Capurro o il sedicente sua eccellenza Peluffo. I commissari Gennaro di Sapio e Antonio Saracino, coaudiuvato dall’appuntato Di Sabato. Gli investigatori Mike Spillone ed Antonio Posalaquaglia. Il colonnello Di Maggio ed il generale Cavalli. Il barone Antonio Peletti (…e io pago!), il duca (dica?) Gagliardo della Forcoletta e il conte Ottone Spinelli degli Ulivi, detto Zazzà. I cavalieri Ercole Pappalardo e Filippo Scaparro. I capibastone Dante Cruciani oppure Don Vincenzo detto il Fenomeno. L’impiegato Antonio Guardalavecchia e l’appuntato di PS Antonio Caccavallo. Il coraggioso Gennaro Vaccariello. E poi il capostazione Antonio La Quaglia, che aspirava ad una capotronco. Il pazzariello don Saverio Petrillo e il candidato numero 47 del PNR Antonio La Trippa (vota Antonio, vota Antonio…). Antonio La Puzza, vedovo Nardecchia, che ha attraversato l’Alto Adige. Il tartassato cavalier Torquato Pezzella. Cocozza cavalier Antonio, della premiata pasticceria omonima. Umberto Pennazzuto, detto Infortunio. Il presidente della SPA Antonio Barbacane ed il portiere Don Antonio Buonocore. Pasqualino Miele, con moglie, figli e suocera a carico. Il bestio Di Cosimo reduce dalla Russia, e addirittura Totokamen e MarcAntonio. E i fratelli Caponi, che siamo noi…naturalmente.

Totò,_Peppino_e..._la_malafemmina_-_La_dettatura_della_letteraE dire che il meglio di se il principe della risata lo ha dato quando ormai la malattia lo aveva minato e recitava quasi da cieco. Emblematica resta una testimonianza di Federico Fellini che lo andò a trovare mentre era sul set: “Dopo averlo salutato rimango in silenzio a guardarlo, era più fatato che mai, impalpabile, irraggiungibile. Sorrideva con quel sorriso inerte e disarmato che hanno i ciechi. Adesso vengono due della produzione a prenderlo, uno da una parte e uno dall’altra, lo fanno camminare quasi sollevandolo, come portassero un santo in processione, una reliquia…voglio vedere come fa a lavorare in quelle condizioni. Lo conducono al centro del set, lo aiutano ad indossare il suo fracchettino, una bombetta sulla testa ed ha ancora gli occhiali neri sugli occhi bui. Il regista gli spiegava la scena…si accendono le luci. Motore. Ciak: si toglie gli occhiali ed è il miracolo. Improvvisamente è come se vedesse le persone, le cose, i segni sulla scena. Non due occhi, ma cento che vedono tutto perfettamente. Salta, piroetta, sguscia via in un salotto zeppo di mobili, robottino fantastico (mi ricorda il “da que planeta veniste, barrilete cosmico!” ndr). La gente tutta attorno si morde le labbra per non ridere, si nasconde la faccia tra le mani. Stop. La scena è finita, lui si rimette lentamente gli occhiali e tende le mani quasi implorante verso qualcuno che  lo venisse a riprendere, facendolo tornare creaturina inerme, un esserino incorporeo, un dolcissimo fantasma che si riparava nel suo buio protettivo”.

Fenomeno irripetibile? Chissà. Forse, se ne avesse avuto il tempo, ci sarebbe riuscito qualcun altro, col suo timido Gaetano, che di fronte ad un dito puntato si adattava ad essere migrante piuttosto che turista (ricorda una scena fra il commissario Saracino ed il prete don Anselmo-Fabrizi), oppure l’impacciato Vincenzo, che pur di non ammettere di voler dare il nome di suo padre al figlio, in un lampo di genio, si inventa che la lunghezza del nome inciderebbe sulla educazione del nascituro. O il bidello Mario, che con Saverio detta la lettera a Savonarola (altro omaggio al Principe).  Se un crudele destino non avesse deciso che il suo tempo su questa terra era ormai scaduto, troppo presto, il suo postino, assieme ai tanti altri personaggi che non ci è stato dato modo di conoscere, avrebbe forse potuto ripetere, come in parte ha fatto, il miracolo irripetibile del Principe della risata.

Pasquale Di Fenzo

#CheSiamoNoi