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cibo

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Foto di Daniela Vladimirova https://www.flickr.com/photos/danielavladimirova/

on ci sono studi scientifici in proposito, ma credo che una delle parole più conosciute al mondo sia “pizza”. Spesso non troviamo il vocabolo corrispondente in altre lingue straniere. Gli americani credono che “pizza” sia un termine inglese e abusano della nostra benevolenza con alcuni improbabili abbinamenti, come pizza-day, pizza-fest o addirittura pizza-pride. A Napoli tolleriamo al massimo la variabile di “pizza fritta”. Certo ci si può sbizzarrire a piacere nell’inventare alcuni tipi di pizza, oltre alle classiche marinara, capricciosa, margherita e quattro stagioni, ma andrebbe comunque denunciato per crimini contro l’umanità presso il tribunale dei diritti dell’uomo chi ha avuto l’idea insana di fare per la prima volta la pizza alla nutella. Quello non era un pizzaiuolo (con la “U”, anche se il correttore automatico lo segnala come errore ortografico), al massimo si può considerare un pizzattaro, come viene identificato questo magnifico lavoratore spostandosi a meno di 200 km a nord dell’ombelico mondiale della pizza. Ma quello, pur avendo le mani in pasta, è tutt’altra cosa. A Napoli due amici che si ritrovano per caso e che vogliono prolungare il piacere di quell’incontro non vanno a mangiare una pizza. Loro vanno a “farsi una pizza”, quasi come se fosse una bella ragazza (absit iniuria verbis), o un bel ragazzo, naturalmente. La pizza generalmente è piatto unico. Ti sazia senza bisogno di aggiungere ulteriori orpelli pre o post prandium. A differenza di tutte le altre pietanze, te la puoi portare tranquillamente a casa, cosa che difficilmente fai con un piatto di spaghetti o di una bistecca ai ferri. Con l’aggiunta di una piccola mancia te la recapitano addirittura a domicilio. Certo si può anche ordinare qualsiasi altra cosa, ma chi te la porta a casa resta sempre “il ragazzo delle pizze”, anche se ha superato i 50 anni e ti porta dei panzerotti. La prossima volta che andrete a farvi una pizza, non perdetevi lo spettacolo del pizziuolo. Lui, al contrario del cuoco, che spesso è barricato all’interno della cucina, protetto giustamente dalla scritta “vietato l’ingresso agli estranei”, lavora generalmente al centro della sala. Col viso rivolto al pubblico. Gli ingredienti sono in bella vista. Il pizzaiuolo non lavora, si esibisce. Quasi officia un rito. I fedeli dovrebbero restare in adorazione, e non pensare ai fatti loro, come spesso accade anche in chiesa mentre il prete celebra la messa. Il pizzaiuolo spande la pasta sul bancone (si chiama così il suo altare) come un vecchio saggio dispensa la sua saggezza. Gli aromi emanati dalle pizze appena sfornate lo inebriano. Lui quasi li sniffa in un mix estasiante di farina e soddisfazione. Poi affida la sua arte e le sue creature al cameriere come un premuroso papà accompagna i figli a scuola e li affida, fiducioso, a bidelli e insegnanti non prima di aver gettato loro un ultimo amorevole sguardo, mentre dovrebbe inchinarsi al levarsi dalla sala, fragoroso, del meritato applauso.

Pasquale Di Fenzo

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©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Lo dico spesso e lo scrivo ogni volta che se ne presenta occasione, il cibo è un atto d’amore. Preparlo, sceglierne gli ingredienti, cucinarlo, condividerlo, servirlo e anche, ma forse soprattutto, mangiarlo è un atto d’amore. Amore per la propria terra, per la propria cultura e per la propria storia, amore per il mondo e per le altre culture, amore per chi lo ha lavorato ma soprattutto amore fra chi lo offre e chi lo mangia.

Sarà un mio limite ma non riesco a vedere questo amore negli Oreo messi ovunque, nei video di 30 secondi con ricette a base di nutella o sottilette, nelle foto di panini alti quanto mia figlia con dentro ogni ben di Dio destinati più ad essere fotografati che ad essere mangiati.

Non c’è nulla di male nel foodporn, anzi io stesso sono un amante degli eccessi, in ogni cosa non solo nel cibo, ma gli eccessi sono belli proprio per la loro eccezionalità. Come dire, non condanno Man Vs. Food, anzi trovo molto simpatico Adam Richman e divertente il suo programma ma quello per me non vuol dire parlare di cibo. L’idea dell’uomo Contro il cibo proprio non riesco a farmela piacere, credo nell’uomo per il cibo, nell’uomo con il cibo o semplicemente credo negli uomini e nel cibo.

Rimanendo in tema tv preferisco di gran lunga Andrew Zimmern che gira il mondo alla ricerca di quelli che lui definisce orrori da gustare, genera curiosità, racconta storie ed esplora nuove possibilità di cibo, spesso partendo da quelli che sono considerati.

Quello che in Italia fanno Chef Rubio e Don Pasta: partire dal cibo come storia, come cultura, come scelta dal valore sociale e politico, come amanuensi medioevali (ma molto più fichi) tengono in vita culture oramai relagate a piccole comunità, cui vanno aggiunti volti meno noti come Giuseppe Rivello e associazioni come Slow Food che fanno della difesa della località e della alimentazione tradizionale la loro bandiera.

Sulle nostre pagine abbiamo sempre affrontato il cibo, nel nostro piccolo, cercando di non perdere mai di vista ciò che è realmente: abbiamo raccontato storie come quella dei fagioli della regina, abbiamo cercato di guardare al nostro passato, parlando della cucina al tempo della carestia, abbiamo parlato di alimentazione e di ricette povere, ed è così che ci piace continuare, ed è per questo che abbiamo deciso, nel nostro piccolo di sostenere Leguminosa.

Nutella, Oreo, Kinder e Duplo difficilmente li vedrete come ingredienti sulla nostra pagina, difficilmente ci vedrete sbavare davanti impasti preconfezionati, ripieni di merendine sciolte, farciti di snack e biscotti frullati. Al #foodporn preferiamo il #foodlove e amare il cibo significa conoscerlo, scoprirlo ogni giorno e rispettarlo.

Così vi invitiamo a fare un gioco, usiamo l’hashtag #foodlove, raccontiamo storie di lotta agli sprechi, di tradizione, di scoperta. Dopo questa abbuffata di pornografia alimentare riprendiamo ad amare… sicuramente farà bene a tutti.

Paolo Sindaco Russo

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Fagioli della regina

A me il ragazzo della Kinder è sempre stato sulle scatole. Non so che fine abbia fatto da adulto, ma non credo che se la passi bene. Crescere sforzandosi di sorridere, mangiando a merenda anonime barrette di cioccolata, non deve essere stato facile.
Io per fortuna ho avuto altri ritmi, altri luoghi, altri snack. La mia merenda ideale non erano i Mars, i Raider, le fieste, i tegolini o le Kinder, ma una magia costruita da mio nonno.
Silenzioso, apparentemente burbero, col cappello perennemente in bilico, parlava poco e si spiegava per lo più a gesti. Io lo seguivo, infatuato da quell’alone di mistero e saggezza che lo circondava.
Il rituale magico che avrebbe prodotto la mia merenda cominciava la sera precedente, appena finito di cenare, quando vedevo il nonno staccare una grossa chiave di ferro legata con lo spago dietro la porta della cucina. Era il segnale che mi spingeva ad alzarmi da tavola, attraversare il cortile e raggiungere impaziente una porta arcana, che solo quella chiave fatata avrebbe potuto aprire, il passaggio verso un antro delle meraviglie, poco illuminato e misterioso, che conteneva ogni ben di Dio. In ogni sacco una delizia, patate, cipolle, castagne, farina.

“ ‘O casariello ” era per me un luogo incantato, fiabesco, denso di sapori ed odori, fascino e malia, che mi attirava e di cui avevo anche un po’ timore. Qui il nonno con un cenno mi invitava ad aprire una grossa sacca di juta legata con lo spago. Mi colpiva la sacralità di quel momento, l’odore dei fagioli, la delicatezza con cui il vecchio toccava quelle piccole pietre preziose, come un cercatore d’oro che lucida le sue pepite, soffiando e carezzandole dolcemente per liberarle dalle impurità.

A quel tempo pensavo che i fagioli valessero una fortuna, per questo il nonno li custodiva nel casariello, per questo c’era quell’enorme chiave. Chissà dove li prendeva?
Dopo aver mescolato i preziosi legumi, dava l’impressione che li accarezzasse, poi sembrava quasi accoglierli nelle sue grandi mani e versarli con lentezza nel pignatiello.
Mentre lo faceva, avevo l’impressione che dicesse qualcosa tra sé, una litania, un rosario, una formula magica o forse semplicemente contava.

Ritornati in cucina, versava dell’acqua nella pentola di terracotta e lasciava i fagioli in ammollo. A quel punto si andava a dormire, un sonno di promesse e tranquillità, interrotto ogni tanto dal nonno che si alzava durante la notte per andare in cucina. Forse il rito magico prevedeva qualche formula notturna oppure andava semplicemente a cambiare l’acqua ai fagioli ( nessun doppio senso ), come ho appreso in seguito seguendolo.
Il mattino dopo il pignatiello sacro era dove lo avevamo lasciato. Il nonno ogni tanto continuava a cambiare l’acqua, finché dopopranzo le pepite, ormai pure, erano pronte per l’ultima magia.
Il grande camino, acceso fin dalla mattina e con il suolo ormai caldo, era pronto ad accogliere la pignata con i fagioli, che con delicatezza veniva posata nel camino accanto alla fiamma; di fianco sistemava un altro pignatiello che conteneva però soltanto acqua.
A questo punto arrivava il momento più bello: la storia del nonno.

Un racconto lento come quella cottura. Due o tre ore di pace, di ritmi calmi e rilassati, ipnotizzato dalla fiamma del camino, dal brontolio dei fagioli nella pentola, in sottofondo la voce del nonno, che si interrompeva di tanto in tanto solo per rabboccare, con un mestolo di legno, l’acqua che evaporava dal pignatiello con i fagioli, prelevandola dal secondo recipiente.
Guardavo la fiamma, la schiuma che ogni tanto usciva da quella magica pentola di terracotta alta e dalla bocca stretta e ascoltavo rapito quella voce bassa e dolce che raccontava storie meravigliose, come quella dei fagioli della Regina.
Il sacco di Juta con i fagioli che avevo visto la sera prima nel casariello magico, mio nonno lo aveva avuto nientemeno che da un suo amico di un paese lontano e dal nome misterioso, San Lupo. I due “avevano fatto la guerra insieme” e questo rendeva ancora più magica quella storia.

Quel fagiolo infatti non era un fagiolo come gli altri, era il “Fagiolo della Regina”.
Verso la fine del regno borbonico, Achille Jacobelli, un ricco cavaliere di origini sanlupesi che frequentava la corte di Ferdinando II, pensò di donare alla regina Maria Teresa d’Austria un sacchetto di fagioli, prodotto della sua terra d’origine. Il giorno dopo, la regina fece convocare con urgenza il sannita, il quale vista l’irritualità della cosa era preoccupato per le ragioni di questa convocazione. In realtà la regina, avendo trovato quei fagioli buonissimi, voleva solo ringraziarlo e chiedergli il nome di quei legumi deliziosi avuti in dono.
Il cavaliere allora, commosso e orgoglioso, con un inchino disse: “maestà, da oggi in poi, questi preziosi legumi, in vostro onore, saranno chiamati Fagioli della Regina”.

Finito il racconto restavo a bocca aperta, il borbottio dei fagioli era aumentato, il nonno allora aggiungeva un po’ di sale, poi con un movimento lesto toglieva il pignatiello dal fuoco.
Il tempo di bagnare con l’acqua dei fagioli il pane raffermo che tenevamo pronto, aggiungere i legumi e condire con un filo di olio e la merenda dei miei sogni era ormai pronta.
In quelle fette di pane e fagioli, che divoravo con avidità, c’era il sapore del casariello incantato, c’erano la guerra e l’amicizia, il camino e il mistero, la regina e San Lupo. Forse per questo, ancora oggi, se devo immaginarmi il mio personale paese dei balocchi, non lo vedo fatto di fiumi di cioccolata, caramelle e dolci, ma di legumi, zuppe di cicerchie, lenticchie e maiale, lagane con i ceci e pasta e fagioli.
Col tempo ho scoperto che San Lupo è un bellissimo borgo sannita in pietra proprio vicino casa mia e che ogni anno nel mese di luglio vi si tiene una sagra del fagiolo della regina, fortemente consigliata.

Giuseppe Ruggiero

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Mangiare gratis è possibile? Esistono le mense per poveri, esiste chi si autoinvita a casa degli amici, esistono i freegani che cercano cibo ancora commestibile nei rifiuti… Ma non solo, c’è anche quel misto di amicizia e cortesia che sono alla base del “commercio” classico napoletano, che sono la forza del rapporto bottegaio-cliente, un rapporto che dopo l’avvento della grande distribuzione e dei supermercati si stava perdendo, ma che con la riscoperta del “real food” per fortuna sta tornando in auge.

Tony il mio macellaio è un personaggio senza tempo, un artigiano che vive il suo mestiere con passione e cultura, con la voglia di migliorarsi e proporre ai clienti sempre un prodotto di qualità. Non è un caso che il mio macellaio di quartiere sia dal capo opposto della città, si, da Bagnoli io vado a Barra a comprare la carne.

Mi trattengo sempre un po’ di tempo, mi racconta le sue preparazioni, parliamo dei salumi che sta preparando, mi consiglia i tagli migliori e mi fa vedere i nuovi arrivi… Qualche giorno fa nella cella frigorifera c’era un mezzo maiale appena arrivato, del Sannio, bellissimo, guardando la testa ho commentato: “L’insalata di orecchie, se ne parlava nel dopoguerra e in Portogallo la fanno ancora“.

Tornati al banco Tony aveva le orecchie in mano e ha commentato “Poi mi fa sapere come sono venute“, è stato un bel momento che mi ha permesso di ripensare alla cucina di scarti del dopoguerra, a quel vecchio detto che vuole che del porco non si butti via niente, alle mie serate con gli amici nelle tascas di Lisbona e così ho deciso di fare la classica, ma totalmente dimenticata, Insalata di orecchie di porco.

Gli altri ingredienti sono sostanzialmente gli odori che ti regala il fruttivendolo, i limoni che mia suocera prende dal cortile e l’olio… forse l’unica cosa che ho pagato.

Mangiare gratis è possibile? Certo, se guardiamo il cibo per quello che socialmente è e ci permette di fare, se riscopriamo la nostra cultura e le nostre tradizioni non solo mangiamo gratis, ma abbiamo un guadagno enorme dal punto di vista umano.

Paolo Sindaco Russo

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Panino pronto

Biosgna ammetterlo, bene o male a furia di vedere trasmissioni come Man Vs Food la cucina americana ci ha incuriosito. In particolare da appassionato di Barbecue ho sempre trovato affascinante il Pulled Pork, o maiale sfilacciato. Un grosso pezzo come spalla o coppa, aromatizzato e fatto cuocere (di solito in affumicatore) per varie ore finché la carne non si sfilaccia, rimanendo sempre tenere e umida, e viene usato per i panini.
Il Maestro di BBQ Salvatore Porzio, in un’intervista sulle nostre pagine, lo paragonò alla carne del ragù, che, dove varie ore di cottura si disfa in straccetti. Da lì mi viene l’ispirazione: Si può Napoletanizzare il Pulled Pork?
Parte il confronto con gli amici amanti della griglia, oltre al già citato Salvatore, l’esperto di Carni Alfonsino e gli amici Vincenzo e Paolo abbiamo iniziato a discutere su quale fosse il modo migliore per ottenere dell’ottima carne cuocendola un po’ come se fosse il ragù ma per un risultato leggermente diverso: porco sfilacciato per dei panini.

Si, non parliamo di marenne ma di panini, perchè la marenna è una necessità resa piacevole dalla preparazione, il panino è uno sfizio da mangiare a casa quando potresti non ricorrere a una marenna.

La carne scelta e fornitami dal mio macellaio di fiducia è una spalla (per gli amanti del bbq un Boston Butt senza coppa), la scelte delle spezie è bene o male quella di un ragù, la preparazione è quella riportata in gallery.

L’idea finale? L’avevo bella chiara in mente: carne sfilacciata, provola alla piastra e panino soffice bagnato leggermente con il ragù.

Il risultato non posso dirvelo, sarei di parte! Ma vi assicuro che lo rifarò e vi consiglio (se avete quelle 7 8 ore di tempo) di provarlo, magari con qualche variante!

Paolo Sindaco Russo

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Foto da Flickr

Per questa puntata del Pranzo della Domenica abbiamo una novità: dopo diversi episodi di cucina Napoletana, oggi abbiamo il pranzo di una famiglia emiliana grazie al mio amico Roberto Levoni, studente di filosofia all’Università di Bologna.

Ciao Rob! come sai, qui si parla di pranzi della domenica. L’idea del pranzo che “accumencia oggi e fernesce diman” è solo napoletana o la condividete anche lassù?

Non è solo napoletana. Si inizia verso mezzogiorno e si finisce di mangiare verso le 15, ma si sta comunque a tavola dopo pranzo. Si sparecchia e si tirano fuori le carte

Briscola e pinnacolo? Non mi dite che giocate a scopa…

Briscola e ramino, ma anche scopa. E non dimentichiamo la tombola!

Chi si occupa dell’organizzazione del massacro? La nonna (o comunque la donna più anziana) è plenipotenziaria per quanto riguarda il menu e la spesa?

Certo che sì, la resdàura comanda, l’uomo si siede e ne gode i benefici

Parliamo di cibo e beveraggio. Immagino si applichi il motto “pan, parsot, figa e lambròsc”…

Sì più o meno, anche se il tipico pranzo della domenica prevede pane e prosciutto come antipasto insieme a mortadella e parmigiano

E poi di solito?

Il vero pasto inizia coi tortellini, quando hai già lo stomaco che straborda. Almeno due piatti a testa con brodo e parmigiano; se poi la famiglia è particolarmente eroica si può reggere una porzione di lasagne

Però scommetto che vi manca a’ frittura e’pesce… 

Eh sì, quella sì, ma abbiamo il “lesso”, la carne bollita usata per il brodo. Spesso anche arrosto di maiale con patate

Secondo più che dignitoso. Che mi dici dei liquidi? Siete integralisti del lambrusco? E come digestivo cosa usate?

Fondamentalisti seguaci del lambrusco. Come digestivo dipende dalla famiglia; in genere fiumi di grappa, ovviamente distillata in casa dai nonni. 

Prima hai nominato i tortellini in brodo. Non è una tipologia molto popolare a Napoli anche se c’è una tradizione di pasta fatta in casa. L’emiliano ha un’etica del tortellino? Tipo, la panna è concessa, o ancora ci sono ripieni preferiti?

Il ripieno è tassativo: a Modena è di maiale (al pòrc), e soprattutto deve essere cotto prima di essere messo dentro la pasta. La panna è concessa, ma la divinità vera è il tortellino in brodo.

Prima di concludere con la ricetta, qualche domanda lampo. Mare o montagna?

Montagna, colli emiliani ovviamente.

Maradona o Platini?

Maradona. 

Bravo. Pizza fritta o crocchè?

Crocchè.

In spiaggia panino o frittata e’maccarun?

Piadina!

Blasfemo. Parola preferita in napoletano?

Uagliù… anche perchè è l’unica che so

In chiusura Rob ci regala la pesantissima ricetta dei TORTELLINI MODENESI DI SASSUOLO

Far imbiondire la cipolla in poco olio e cuocervi la carne (polpa di maiale magro, salsiccia, crudo e mortadella) precedentemente tritata e lasciare poi intiepidire. Aggiungere una buona dose di parmigiano reggiano, poco pane e la noce moscata e mescolare. Aggiungere l’uovo e impastare bene con le mani fino a ottenere un impasto omogeneo e sodo. Preparare la pasta tagliandola a quadretti di circa 2,5 cm per lato, adagiarvi sopra un pò di ripieno e piegarli per formare i classici tortellini. Cuocere in brodo di cappone (o al limite gallina) lasciandoli bene al dente. Servire in piatto fondo/zuppiera/ciotola/secchio con una spolverata di parmigiano. Strafugat’

Roberto Palmieri

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Foto di Paolo Russo

Essere genitori è sicuramente la cosa più bella che possa capitare nella vita, c’è poco da fare da quando nasce il primo figlio la tua vita inizia ad avere un prima e un dopo, cambiano le prospettive, cambiano gli impegni, cambia tutto, non esiste più l’io esiste solo il noi.
Essere genitori è un impegno e una responsabilità che non conosce pause, ed esserlo a Napoli ti porta ad avere mille pensieri in più. Chiunque abbia dei figli qui si trova spesso a chiedersi se sia il posto migliore dove farli crescere.
Lo faccio anche io, spesso, e così mi trovo spesso a pensare a quanto di buono mi abbia insegnato questa città, di quale sia stata la fortuna di essere nato e cresciuto a Napoli, e soprattutto in una famiglia napoletana, perché per quanto complesso sia viverci mi piace pensare che sia una fortuna nascere nell’ultimo ostinato baluardo di SUD rimasto in Europa.

Ci sono cose che noi genitori Napoletani, di nascita o d’adozione, abbiamo il dovere di insegnare ai nostri figli, ma volendo anche nipoti, abbiamo la responsabilità di far crescere la nuova Napoli. Così ho provato a elencare 10 caratteristiche di quella napoletanità sana, schietta, genuina e troppo facilmente abbandonata da insegnare ai nostri figli affinchè ovunque li porterà la vita abbiano quel qualcosa in più che solo la nostra città può dare.

  1. Formule di cortesia: il napoletano ne è pieno, alcune sono bellissime. È importante conservarle tutte. È meraviglioso rispondere “Come se avessi accettato” a chi ti offre del cibo, perché dimostra che si sa che chi offre lo fa con gioia e non si vuole offendere chi fa un dono. L’educazione non è formalità, e usare le formule giuste aiuta a chiarire le cose e a creare serenità.
  2. Solidarietà: il concetto di “condominio solidale” che si sta diffondendo il tutta Europa in realtà a Napoli esiste da sempre. Porta aperte sul pianerottolo, vicini disposti a tenersi i bambini in caso di emergenza, il bror’ ‘e consuolo sempre pronto a scaldare la famiglia in caso di lutto… Noi napoletani la solidarietà l’abbiamo nel sangue, ogni mamma si sente un po’ mamma non solo dei suoi figli e sa che “Addo’ magnano duje ponno magna’ pure tre” e così via, la capacità d’accoglienza è un bene da custodire preziosamente, magari lasciando al bar un caffè sospeso.
  3. Disobbligarsi: sembrerebbe in netto contrasto con la solidarietà di cui sopra ma in realtà è un concetto molto nobile. A Napoli chi dona lo fa senza interesse, perché sa quanto può essere un aiuto, ma chi riceve conosce bene il valore di quello gli è stato donato e non dimentica il bene ricevuto per essere pronto a restituirlo non solo in caso di necessità. Il “disobbligarsi” crea una rete di persone legate dalla fiducia che rende la vita migliore. “Non ti dico grazie perché chi ringrazia esce d’obbligo” una delle formule di cortesia da non dimenticare.
  4. Conoscere le storie di Napoli: portiamo i bambini a Piazza del Plebiscito e vedere se a occhi chiusi riescono a passare fra i due cavalli, raccontiamogli perché il Castello dell’Ovo si chiama così. Dai coccodrilli alle sirene ce n’è per tutti i gusti e per divertire (o spaventare tutti i bambini). Raccontiamogli le storie della nostra famiglia, facciamoli sentire parte di qualcosa di bello, questo non significa boicottare tutto il resto e non fargli conoscere le favole più famose (che in alcuni casi come Cenerentola potremmo ricondurre a Giambattista Basile), ma solo introdurli in quel piccolo magico mondo che è Napoli.
  5. Insegnare le tradizioni: Inutile cercare di non far festeggiare Halloween ai nostri piccoli, ma possiamo fargli trovare il torrone dei morti, località e globalità possono convivere. Possiamo usare il Mammone come spauracchio e se non trovano qualcosa allora possiamo dare la colpa al Munaciello. Impastiamo insieme a loro la pizza, prepariamo il casatiello e la pastiera a Pasqua. Tenere vive le tradizioni significa tenere viva la cultura Napoletana, non è questione di essere provinciali ma di guardare il resto del mondo con i nostri occhi e non con quelli di tutti gli altri.
  6. Parlare agli anziani: la cultura popolare risiede nell’oralità e ogni persona di una certa età è sostanzialmente una biblioteca ambulante. Ci sono storie, leggende, canzoni e filastrocche che nessuno ha mai scritto o registrato. Avere qualcuno che ce le racconta è un privilegio, se i nostri bambini lo capiranno, oltre a regalare un momento di gioia a un anziano, conosceranno un mondo “vecchio” che per loro sarà un meraviglioso mondo nuovo.
  7. Distinguere il Napoletano dall’italiano ma parlare entrambi: ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia dove non si parlava in dialetto, o si parlava italiano o si parlava napoletano, ho avuto la fortuna di poterli distinguere. I bambini devono avere gli strumenti per conoscere i nostri meravigliosi secoli di cultura, devono poter ridere già da piccoli con Totò, Pappagone per poter crescere con De Filippo, Troisi etc. se a questo aggiungiamo che i bambini bilingue imparano più in fretta tutto… avremo nuove generazioni di piccoli geni!
  8. Non rifiutare mai il cibo: per fortuna chi come me è nato lontano dalla guerra non ha mai conosciuto la vera fame, ma i nostri nonni e i nostri genitori si. Per questo ci hanno insegnato il rispetto per il cibo, ci hanno insegnato a “mangiare tutto” e soprattutto ci hanno insegnato che offrire il cibo è un atto d’amore e che accettare è un gesto di rispetto prima che di educazione. I nostri figli hanno la fortuna come noi di vivere in una società dove mangiare (almeno per la nostra parte di mondo) non è un problema, questo non deve farci dimenticare di insegnargli quanto sia importante e quanto possa essere veicolo d’amore oltre che di vita.
  9. L’arte dell’arrangiarsi: viene spesso intesa come una bonaria giustificazione a piccoli crimini ma l’arte di arrangiarsi è tutt’altro. L’arte di arrangiarsi è quella di inventarsi un lavoro dal nulla, è quella di fare di necessità virtù e cercare una soluzione immediata al problema, senza perdere tempo ad analizzarne le eventuali cause. L’arte dell’arrangiarsi è prendere di petto la vita, purtroppo i primi a fraintendere siamo stati proprio noi Napoletani, e direi che il momento di ridare il giusto significato a quest’espressione, più vicina a Miseria e Nobiltà che a Gomorra.
  10. Maradona: come sempre nei nostri decaloghi il 10 è Maradona, perché dobbiamo far conoscere ai nostri figli le persone che hanno fatto grande Napoli, Maradona nel bene e nel male, da Salvatore Di Giacomo a Pino Daniele, da Giambattista Basile a Luciano De Crescenzo, da Masaniello a chi fra i nostri figli farà qualcosa di grande per la nostra città.

Paolo “Sindaco” Russo

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Nell’era della condivisione globale abbiamo potuto verificare senza bisogno di ricerche accademiche quali sono gli interessi principali dei componenti la razza umana in merito alla loro volontà di mettersi in mostra nei confronti dei propri simili.
Abbiamo così potuto sperimentare (e molto spesso subire) una quantità di immagini che prima, in epoca analogica, ci erano fortunatamente negate. O che, quanto meno, riuscivamo a evitare… finché l’amico di turno al rientro dalle vacanze subdolamente ci invitava a cena e finivamo per essere moralmente obbligati a una narcisistica e soporifera proiezione di diapositive, ovviamente non selezionate: se erano stati scattati venti rullini ci venivano propinate 700 immagini, di cui 100 tramonti, 200 panorami quasi sempre tutti uguali (di cui un centinaio con la moglie/marito/fidanzata/fidanzato/figli sempre tagliati o troppo piccoli per essere visibili) e 300 immagini della “cultura locale” (che variava a seconda della meta scelta, ma la variabilità dei soggetti era inevitabilmente sconfitta dalla scarsa variabilità delle inquadrature); le restanti 100 immagini erano di solito scattate dai mezzi di trasporto e quindi assolutamente inutili ai fini di una comprensione di quello che era stato il motivo scatenante della pulsione a scattare.
“Fortunatamente”, quei tempi sono finiti. Adesso le immagini ci arrivano in diretta, spesso segnalate da avvisi che non riusciamo proprio a ignorare. Non c’è nemmeno più la sorpresa, dopo anni e anni di internet ormai le tipologie di immagini tendono a standardizzarsi, e possiamo anche anticipare, a seconda della persona che ha condiviso l’immagine, che immagine sarà stata postata; che sia sulla sua bacheca nel social network, in un messaggio collettivo o in un forum tematico, quasi sempre possiamo azzardare una ipotesi che si rivelerà molto spesso azzeccata.
Non nego che molto spesso alla terza immagine uguale alle precedenti mi viene l’orticaria, anche se si tratta di soggetti che possano suscitare in me un qualche interesse. L’unica eccezione di rilievo riguarda le immagini di cibo.
Eh, sì, devo ammetterlo. Quando ci sono foto di pietanze particolari – non certo l’ennesima immagine di una sfogliatella o di un babà – si scatena il mio interesse… Interesse non necessariamente fotografico, ma sicuramente gastronomico. Uno degli aspetti della cultura di un luogo che meglio ci parlano della popolazione e delle sue abitudini, dell’economia, della storia di quel gruppo è proprio il cibo. Per questo motivo le foto culinarie mi attirano molto, anche se le immagini sono discutibili. Ovviamente, una foto fatta bene e ben contestualizzata aiuta tantissimo nella percezione della pietanza e non solo, anche nel gradimento che l’immagine può suscitare nell’osservatore. Non dico che dovreste diventare tutti provetti esecutori della food photography, ma un minimo di accortezza è d’obbligo (come sempre, in fotografia…)
A tal proposito azzarderei un consiglio: se dovete fotografare il cibo, cercate di utilizzare un programma o una impostazione della macchina che tenda a dare una rappresentazione realistica o leggermente vivida dei colori. Il cibo fotografato senza colori può assomigliare pericolosamente a qualcosa che invece a volte ci capita di calpestare per strada, e non è una questione di poco conto… altra cosa che suggerirei sempre di fare è di cercare di contestualizzare la pietanza in qualche modo. Dare un’idea anche vaga dell’ambiente, far capire se si tratta di un ristorante di lusso oppure di una bettola di periferia, o ancora di un mercatino all’aperto, aiuterà l’osservatore ad avere una percezione migliore di quanto sta guardando. Sicuramente col cibo è ancora più difficile riuscire a dare una percezione anche solo parziale (pensate a ciò che non è trasmissibile fotograficamente, l’odore soprattutto), ma cercare anche solo la giusta tonalità di colore, calda magari con pietanze di carne, leggermente più fredda o neutra per gelati o prodotti freschi come verdure o insalate, potrà aiutare non poco chi osserva l’immagine a farsi un’idea.
E magari contribuirà a fargli venire l’acquolina in bocca…

Gianfranco Irlanda

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Foto di Daniela Vladimirova https://www.flickr.com/photos/danielavladimirova/

Per un napoletano parlare della pizza è come per un parigino parlare della Tour Eiffel, o per un romano del Colosseo, perché la pizza non è un semplice piatto, ma è un’opera d’arte, è il monumento alla napoletanità e niente ci rappresenta meglio.
E’ una sintesi di quello che è lo spirito della nostra città, ovvero la capacità di essere felici con poco, in modo semplice e genuino, ed è allo stesso tempo condivisione con gli altri.
Quante pizze, infatti, avete mangiato in completa solitudine? Pochissime sicuramente, perché la pizza è un rito collettivo, e anche se la prendi per strada nella versione “a portafoglio” finisci col mangiarla insieme agli altri clienti, magari commentando pure se è buona o no.
La pizza è la tua ancora di salvezza in tutta una serie di situazioni: compleanni da festeggiare coi parenti, pensionamenti per i quali non vuoi spendere un occhio della testa con tutti i colleghi che devi per forza invitare, amici “forastieri” che vengono a trovarti e con i quali ci tieni a fare bella figura, visione di gruppo a casa delle partite del Napoli e dei mondiali di calcio, ma anche ristrutturazione in casa che ti impedisce di cucinare, vita da single impenitente poco avvezzo ai fornelli, e persino veglie funebri e cene post-funerali quando “nun ce sta ‘a capa” per mettersi a cucinare, ma pur qualcosa bisogna mettere sotto i denti.
La pizza è un porto sicuro che ti permette di uscire indenne dalle gioie e dalle avversità della vita.
E’ qualcosa che mette tutti d’accordo e a cui non si riesce mai a dire di no, tanto che persino i dietologi napoletani sono tutti concordi nel concedere nel menù settimanale una trasgressione: la pizza il sabato sera. Perché altrimenti come si farebbe ad andare in pizzeria insieme agli amici ed essere costretti a rinunciare alla pizza per rispettare la dieta? Come si dice, “Veder venir la voglia”.
Ma non solo vedere, anche semplicemente annusare odore di pizza scatena un desiderio irrefrenabile.
Sicuramente sarà capitato anche a voi di tornare a casa di sera con la fame agli occhi e, entrando in ascensore, fiutare l’aria e di colpo realizzare con somma invidia che “Qualcuno si è portato le pizza a casa!” Per poi farsi venire l’acquolina in bocca ispirando quell’inimitabile profumo misto all’odore del cartone, dandosi dell’imbecille per non aver risolto brillantemente la “questione cena”.
E prima di noi l’avevano già capito i napoletani di ogni epoca e condizione sociale, perché questo ha di bello la pizza: è trasversale, attraversa tutte le classi sociali, è sinceramente democratica.
La pizza permetteva al povero, a cavallo delle due guerre, di risolvere il pranzo, anche se non poteva permettersi di pagarla in contanti, prendendo la famosa “pizza oggi a 8”, ovvero mangi oggi e paghi fra 8 giorni. Allo stesso tempo era un piatto ambito anche dai “signori” e persino dai nobili, al punto che la Regina Margherita di Savoia in visita a Napoli nel 1889 venne omaggiata con la prima pizza fatta con i colori del Regno d’Italia (mozzarella-bianco, pomodoro-rosso, verde- basilico) e che da allora prese il suo nome. Sebbene non si sappia cosa abbia fatto per meritare tanto onore. E se ci ricordiamo ancora oggi che c’è stata una regina che si chiamava così è solo perché esiste la pizza margherita. Come dire, le regine passano, ma la pizza resta.
Venendo ai giorni nostri la pizza è diventata non solo cucina, folklore, memoria, ma anche come dicono gli italo-americani “bisinìss”.
Finalmente qualcuno si è accorto dello straordinario potenziale economico-turistico della pizza. L’“Associazione Pizzaiuoli napoletani”, organizzatrice del “Napoli Pizza Village” che aprirà il prossimo primo settembre la sua quinta edizione, forte del successo dello scorso anno con oltre 100 mila pizze sfornate e 500 mila ingressi, ha deciso di esportarlo a New York il prossimo anno ed è facilmente prevedibile che, come diceva Chiambretti, “Comunque vada sarà un successo”.
Figuriamoci figli e nipoti degli emigranti napoletani, quelli che vivono nella Little Italy e che sono cresciuti a pane e napoletanità, e gli stessi newyorkesi capeggiati dal sindaco di origini beneventane Bill De Blasio (che per inciso è un accanito tifoso del Napoli) con quale entusiasmo potranno accogliere la vera pizza napoletana “in tournée” negli States. Sarà sicuramente un trionfo.
Ma anche qui a Napoli la pizza deve diventare a pieno titolo una delle tante attrattive turistiche di cui possiamo vantarci. Accanto ad opere come il meraviglioso Cristo Velato, gli spettacolari dipinti di Caravaggio, il favoloso Tesoro di San Gennaro, alla pizza spetta un posto d’onore fra i capolavori presenti in città, che vanta migliaia di imitazioni in tutto il mondo.
Non c’è posto che ho visitato in cui non mi sia imbattuta in una pizzeria, d’altra parte i dati parlano chiaro: la pizza è uno dei cibi più mangiati al mondo, solo in Italia se ne consumano 5 milioni al giorno, ovvero oltre 1 miliardo e 600 mila all’anno! E dire che, secondo le statistiche, in Francia ne consumano più che da noi.
Ma questa maxi-diffusione generalizzata finisce con creare confusione, basti pensare che la città con più pizzerie al mondo è San Paolo in Brasile.
E allora Napoli può, anzi deve essere riconosciuta a livello mondiale come “la capitale della pizza” e renderle omaggio come merita.
Già in passato la pizza è stata celebrata con canzoni, come la celebre “Ma tu vulive ‘a pizza” di Aurelio Fierro, o nei film come l’ “Oro di Napoli”, diretto da Vittorio De Sica, in cui una giovanissima e procace Sofia Loren impastava le pizze per tutto il quartiere Stella, accanto a un Giacomo Furia che lanciava il grido “Ccà se magna e nun se pava!”
Recentemente, inoltre, la Commissione italiana per l’Unesco ha scelto come rappresentante nel mondo del prodotto made in Italy l’Arte dei Pizzaiuoli Napoletani, oltre ad aver candidato la pizza napoletana come Patrimonio Immateriale dell’Unesco.
I riconoscimenti nazionali e internazionali, dunque, non mancano, ma Napoli, la patria delle pizza, deve fare di più, deve renderle omaggio dedicandole un vero e proprio monumento, unico al mondo, che campeggi in qualche piazza della città da ribattezzare “A’ piazza da’ pizza”.
Napoli le deve questo tributo, perché se l’è guadagnato sul campo.
Non come certi eroi dei due mondi che sembrava che ci venissero a liberare e invece ci hanno ridotto in miseria. La pizza ha salvato intere generazioni di napoletani dalla fame vera, in ogni epoca e sotto ogni tipo di governo.
Sarebbe un modo, inoltre, per ribadire che la vera pizza è napoletana, che è “roba nostra”, e tutto il resto sono solo imitazioni.
E aggiungo che, insieme alla pizza, bisognerebbe fare un monumento anche al “pizzaiuolo napoletano”, che anche con questo caldo infernale sta per ore davanti alla bocca del forno con temperature da altoforno dell’Italsider, stoicamente, per non farci mai mancare il nostro piatto per eccellenza.
Perché Napoli senza pizza non sarebbe più Napoli, sarebbe un’altra cosa.

Sabrina Cozzolino

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Così, senza motivo

Ero a mare oggi. Come mio solito quando il sole inizia la sua traiettoria per avvicinarsi all’orizzonte, mi siedo su uno scoglio e guardo ogni dettaglio del mare, del cielo, i colori delle isole di fronte. Penso, ricordo, ascolto. E vabbè questo fa parte del mio amore più grande: il mare.

Mentre scioglievo i pensieri noto su qualche scoglio più in là un gruppo di persone un po’ rumoroso. Tra queste c’è una signora che – come avrebbe detto Totó in Miseria e Nobiltà – “all’inizio era un po’ duretta… Adesso è molle”. Mi ha colpito non molto per le sue abbondanti fattezze, ma per un particolare: la signora, pur se in costume da bagno, portava un pareo che le fasciava la vita e le copriva le natiche. Gli amici in acqua la prendevano in giro: “tuffati che ti prendo al volo” – era una delle frasi più gettonate che le rivolgevano. E allora ho immaginato quanto un pareo potesse raccontare dell’insicurezza di quella donna. Faceva persino il bagno con quel pareo per non mostrare una parte del suo corpo che non le piaceva. Per giungere a coprirsi anche a mare, per quella donna chissà che ossessione doveva essere il suo peso. Allora ho immaginato i suoi pensieri di un giorno qualunque. L’ho vista con la mente mentre si sarà detta molte volte “no, questo non lo mangio perché vorrei dimagrire“. E poi ho ascoltato con l’immaginazione i suoi pensieri di sconforto di un altro giorno qualunque, mentre lei magari stava ripensando alle voci di chi la derideva con scherno: “tanto non posso più dimagrire, non mi importa che mi prendano in giro, questo biscotto lo mangio lo stesso“. Può essere un vizio il cibo, un vizio come tanti altri. E allora pensavo al mio vizio, a quello del fumo. A quanto per me sia praticamente impossibile smetterla con le sigarette. È così mi è venuta in testa una frase, una specie di massima: “Il vizio è una prigione senza mura e senza sbarre e da cui lo stesso è difficile uscire“.

E poi ho pensato che questa frase era bella, cioè mó non è un aforisma di Oscar Wilde, peró che almeno i miei genitori non hanno metaforicamente buttato il sangue appresso a me per farmi studiare inutilmente. E quindi mi sono detto “uà so proprj fort“. E ho scritto questa cosa sperando che vi piaccia. Ma anche così, senza motivo.

Twitter: @valdigiacomo

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