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Diego Armando Maradona entra nella Piazza Rossa, 6 novembre 1990 (foto da sports.ru)

E’ attesa. Mancano poche ore alla gara semi-pomeridiana e semi-serale tra Besiktas e Napoli. Girano i minuti e lo sguardo cade sempre sull’orologio. In un giorno festivo come questo le ore però non passano. Si prova ad ingannare il tempo, ma il pensiero è fisso. E’ una partita importante quella di stasera: con un’impresa gli azzurri farebbero un passo fondamentale per raggiungere l’agognata qualificazione messa a repentaglio dalla sciagurata gara di 15 giorni fa al San Paolo.

C’è fermento, ma forse per suggestione di un match così importante, in questo tempo vuoto di cose da fare se non abbrustolirsi al sole di questa magnifica giornata autunnale, mi tornano alla mente altre attese. Quando il Napoli giocava in Europa e c’era Lui. Quante storie a quei tempi! Diego che non parte per la Russia, Diego acciaccato, Diego incazzato, Diego fenomeno con quel gol in mezza rovesciata allo Ujpest Dozsa.

Ero bambino. Per me Diego e tutti gli altri azzurri non erano solo calciatori, ma eroi. Supereroi. Il Napoli di oggi non ha eroi, ma giocatori. O forse sono io che non sono più bambino e non riesco a colorare di magico gli attuali calciatori azzurri. Voglio bene ad Hamsik, ma non è Diego e non è neppure Alemao o Careca. Non è Bagni. Non è Crippa. Non è De Napoli. Non è Francini. Non è Renica. I miei eroi con i super-poteri.

Poco meno di 30 anni fa oggi sarei stato per strada a giocare. Con questo sole e senza scuola avremmo fatto partite dalla mattina fino all’ora del match del Napoli. Se avesse piovuto avrei preso della carta e del nastro adesivo per fabbricarmi la mia pallina con cui giocare in salotto con la porta d’ingresso a fare la porta di calcio. E io con la mia telecronaca mormorata in cui diventavo tutti i giocatori del Napoli che si passavano la palla. Fino al gol. Esultavo pure per la gioia di mamma e papà…

E allora penso ai bimbi di oggi. Chissà se per loro queste partite di coppa sono sentite così come le sentivo freneticamente io. Che poi, risultato a parte, qualche anno fa era comunque un giorno di festa lo stesso perché finalmente potevamo vedere il Napoli in tv in diretta. Mentre per le gare di campionato era solo radio e poi attesa di 90esimo minuto. C’era mistero. Come allora era il sesso, la bellezza era nascosta e più desiderata. Oggi, anche il calcio, è pornografia per abuso di immagini. Senza immaginazione non c’è letteratura.

Ai bimbi di oggi auguro di vivere questo giorno con le emozioni di come le vivevo io anni fa. Sarebbe bello se anche per loro Hamsik assumesse le sembianze del mio Maradona o almeno di Alemao.

Vabbè ho ingannato un altro po’ di tempo scrivendo, spero sia stato utile per voi passare qualche minuto con questo scritto per addomesticare l’attesa. Mò scusatemi, ma sento urla giù al palazzo di bimbi che giocano. Intanto mi affaccio. Non si sa mai ne mancasse uno per apparare le squadre… Forza Napoli!

Valentino Di Giacomo 

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Era il primo novembre del 2015, si giocava Napoli – Roma. Il Napoli di Benitez aveva balbettato ad inizio campionato, ecco arrivare i giallorossi per recuperare il cammino. Gli azzurri giocano un primo tempo da accademia, passano in vantaggio con un gol di Higuain in mezza rovesciata al volo. Saranno le prove generali per quel suo ultimo gol in maglia azzurra contro il Frosinone. Ma noi allora non lo sapevamo.

Il Napoli soffre, ma il Pipita gioca una partita di sacrificio per aiutare i compagni a rintuzzare gli attacchi romanisti. A guardare c’è il solito San Paolo degli ultimi anni: un pubblico diventato nel tempo, per varie ragioni, più silente ed esigente rispetto a tutta la sua storia. Con le curve che cantano cori un po’ autorefenziali, un po’ “incantabili” che non riescono a trascinare l’intero stadio alla “guerra sportiva”. Io quel primo novembre sono in tribuna con il mio amico Luigi. Le curve negli ultimi anni le evito sempre di più perché mi fa un po’ rabbia e un po’ tristezza assistere a quello che sono diventate: un gruppetto di 100/200 persone che canta i propri motivetti un po’ sciocchi e tutto il resto che guarda la partita tra urla, imprecazioni, i soliti “esperti” di tattica che suggeriscono sostituzioni, disposizioni tattiche ecc.

Sotto la nostra tribuna ci sono i soliti ragazzini delle scuole che il Napoli invita tutte le domeniche ad assistere alla partita. Higuain prende la palla e i bambini iniziano ad incitarlo: “HIGUAIN – HIGUAIN – HIGUAIN”. Non so se quella sia stata la prima volta di quel coro, ma dovrebbe essere proprio quel Napoli – Roma ad aver dato inizio a quella cantilena che sarebbe durata ancora per quasi 2 anni. Il Napoli tiene l’1-0, soffre, il pubblico lo capisce. HIGUAIN – HIGUAIN – HIGUAIN. Riprendono a cantare i bambini e poi comincia la tribuna, prima il lato inferiore, poi la Nisida e la Posillipo, poi i Distinti. A poco più di 10 minuti dalla fine della partita, Gonzalo prende la palla e serve con il contagiri un pallone per l’inserimento di Callejon che segna il 2-0. HIGUAIN – HIGUAIN – HIGUAIN, stavolta è quasi tutto lo stadio a cantare per lui. Credo sia la prima volta che un coro nasca dalla tribuna e poi si propaga allo stadio intero. Un coro di bambini, un coro bambinesco, ma efficace. E soprattutto un coro utile perché Gonzalo sente finalmente di essere un idolo di questa città. Basti pensare che se Lavezzi ha avuto quel “BLASFEMO” coro “Olè olè olè olè Pocho Pocho” sul motivetto che cantavamo per Diego, Edinson Cavani l’extraterrestre al San Paolo non ha mai avuto un proprio coro.

E’ la nuova politica del tifo “organizzato” (sarebbe meglio definirlo disorganizzato) di non cantare più cori per i calciatori, perché esiste “Solo la maglia”. Una convinzione che ora, dopo la partenza del vigliacco, si rafforzerà ancora di più. E invece no! Non deve essere così!

Lo sappiamo tutti che la maggior parte dei calciatori sono “mercenari”. Eppure resto convinto che questi vadano incitati anche singolarmente. Loro sfruttano la nostra maglia per accrescere il proprio prestigio? Ecco, noi sfruttiamo loro per farli rendere al massimo con la nostra maglia. E’ un discorso di convenienze, come quei vecchi matrimoni di un tempo. Un calciatore che riceve un coro è stimolato mille volte di più e rende assai di più. Basta tornare indietro a quando “l’odiato” Palummella faceva cantare sul motivo di Ricky Martin “Gol gol gol, alè alè alè, Scwoch Scwoch Scwoch alè alè alè”. E ricordiamo tutti cosa abbia fatto Stefan in maglia azzurra, oppure Roberto Stellone alè ooo, Roberto Stellone alè ooo.

E poi c’è anche un altro motivo per cui bisogna incitare i singoli calciatori. Per i bambini che trasformano i ragazzi in maglia azzurra in propri eroi e hanno una voglia matta di manifestare quel loro amore. Proprio come accadde quel primo novembre del 2015.

E così mi torna alla mente il bimbo che ero, quando in un cortile da solo con il pallone creavo azioni e nella mia mente inscenavo una telecronaca con i miei eroi: “Alemao imposta, la gira a destra per Crippa, di nuovo al centro per Maradona. Maradona, Maradona, dribbling, la mette al centro, Carecaaaaaaaaaa gooooooool”. Erano i miei Batman, i miei Superman, i miei Spiderman. Ecco, non credo che tutti debbano avere un coro. Ma un ragazzo che da 10 anni veste la nostra maglia, il nostro capitano ormai mezzo napoletano e mezzo slovacco, un coro lo meriterebbe. Un po’ per lui, un po’ per noi e tantissimo per quei bimbi che vedono Marek come un idolo assoluto. E soprattutto un po’ per quel bimbo che ci vive dentro e che ci fa ancora impazzire il cuore quando vediamo un pallone rotolare su un campo verde e una maglia azzurra come il cielo che corre insieme a tutte le nostre emozioni.

Valentino Di Giacomo

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Diego me lo disse a cena

Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Mi sono innamorato di te! Ero già infatuato, ma ieri ho capito che ti amo come forse non mi accadeva dai tempi di Careca. Si Gonzalo mio, mi hai fatto innamorare una domenica nel tardo pomeriggio, una di quelle domeniche un po’ così, quelle partite che si giocano alle 18 e ti spezzano nel cuore la tranquillità del giorno di riposo.

Volli fortissimamente volli“. Hai fatto così ieri Pipita mio, non solo hai scavato in tutto il tuo eccelso repertorio tecnico, ma hai dimostrato una volontà irriducibile di voler vincere, di renderti condottiero di una squadra e di una città.

Di bomber eccellenti ne abbiamo avuti anche altri nella nostra storia: l’ultimo killer del gol è stato Edinson Cavani. Un castigo della natura che spaccava porte, piegava le mani dei portieri e segnava gol a raffica. Ho adorato Edinson, ma non mi ha mai fatto innamorare. Di Cavani ricorderò l’assoluta cattiveria agonistica che gli consentiva di essere onnipresente in ogni zona del campo e il cinismo sfrenato sotto porta. Ma Edi era un giocatore abbastanza modesto tecnicamente, superava ogni incertezza con una forza paurosa. Gonzalo no, El Pipa quando è in stato di grazia unisce la sua tecnica da fenomeno ad una cattiveria agonistica che non è mai stata così forte da quando veste la maglia azzurra. Il gol segnato ieri all’Udinese è un mix micidiale di ingegno, fantasia, scienza, magia. E’ come se Gonzalo rendesse facili anche le giocate più difficili. Riesce in numeri che sarebbero difficilissimi a calcetto, figurarsi su un campo di calcio.

In tutto questo c’è una capacità del nostro numero 9 che ha pochi precedenti nella storia del calcio: la concezione dello spazio. Gonzalo sembra avere un Gps incorporato che lo porta sempre a sapere in quale parte del campo si trova, dove sono gli avversari, la porta, il portiere e, di conseguenza, ad usare la sua sterminata tecnica per raggiungere il suo obiettivo.

Ho avuto la fortuna (tra le più grandi della vita mia) di stare a cena con Maradona lo scorso anno. Mi disse: “Un attaccante come Higuain a Napoli non c’era dai tempi di Careca“. Gli credetti, ma con poca convinzione, perché io di Careca sono stato innamorato e perché diciamo pure che se per me Diego è la Bibbia, negli ultimi anni tra i D’Alessandro, Ibagaza, Banega o Riquelme che dovevano essere suoi eredi, non ci ha preso più di tanto. E invece aveva ragione, Gonzalo sta a questo Napoli come lo era Careca.

E allora Gonzalo mio, mi sono innamorato di te. Un pomeriggio, in un orario un po’ balordo. Una domenica quando tu hai deciso di essere condottiero del mio Napoli e di portarci lontano. Non smettere mai! Uno come te non esiste al mondo!

vDG

Twitter: @valdigiacomo

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Tra radio, figurine e La Domenica sportiva

Milan con corna: Il mio album

Mi sveglio per primo, in casa dormono ancora tutti. C’è silenzio intorno rispetto al resto della settimana, solo qualche imperterrito rumore di tapparelle sollevate. Nei palazzi non c’è frenesia come tutti gli altri giorni, discese di scale accelerate, urla di mamme e bambini. In strada non si sentono clacson. E’ una delle domeniche di quasi trent’anni fa.

Napoli. Il mio album
Napoli. Il mio album

Prendo l’album delle figurine, leggo le statistiche di alcuni calciatori, dove sono nati, in che anno. Poi sfoglio i doppioni, saranno più di duecento figurine, alcune vinte a “mignolino”, gioco in cui sono davvero bravo. Poi seleziono due squadre, ventidue faccioni in scala ridotta. Le dispongo a terra secondo i ruoli: un portiere, quattro difensori, quattro centrocampisti e due attaccanti per squadra. Due figurine capovolte da un lato e altre due dall’altro formano le porte. Con un pezzetto di carta e un po’ di saliva fabbrico una pallina e creo una partita immaginaria in cui i faccioni, se messi in piedi verticalmente, diventano veri e propri calciatori che possono passarsi la palla e tirare. Mormoro una telecronaca, immagino giocate che delle figurine non potrebbero mai creare: falli, rovesciate, tiri al volo. Quando segnano non posso urlare “goool” come faccio di solito, dormono ancora tutti in casa.

Il mio quaderno...
Il mio quaderno…

Piove e fuori non si può andare a giocare. Intanto a poco a poco la famiglia inizia a svegliarsi. Prendo dei fogli di giornale del giorno prima, li arrotolo e con del nastro adesivo fabbrico una palla. Nel salone, quella d’ingresso, diventa una porta di calcio e una cassettiera la porta opposta. Alle 14.30 inizia Milan – Napoli e io inizio a giocarla in un salotto nella convinzione che le azioni che compierò nel salotto si ripeteranno poche ore dopo a San Siro. “Maradona passa a Careca, all’indietro per Alemao; Riijkaard imposta, mette sulla fascia per Donadoni e cross per Van Basten“. E via così per più di un’ora.

Mangiamo. Tra un boccone e l’altro mi alzo e calcio ancora la pallina verso una porta. Più si avvicina il tempo della partita e il Maradona nella mia testa ha già segnato almeno cinquanta gol verso la porta d’ingresso. Papà e io ci mettiamo su un divano, sintonizziamo la radiolina. Lui predispone il cruciverba, la schedina giocata e un mucchio di altre non giocate dove con la penna segna l’evoluzione dei risultati. Ammiro la perfezione e la precisione della grafia dei suoi numeri: quello che scrive lui è davvero un 8, non come me che faccio due palloni messi uno sopra l’altro.

Radio anni 80
Radio anni 80

Qui Olimpico; scusa intervengo da Cremona; Pisa in vantaggio; intanto diamo conto dei risultati del girone 2 della serie C1; attimi concitati a San Siro, il fluente calcio della squadra di Sacchi“. E’ “Tutto il calcio minuto per minuto“. La partita finisce, io sono con la mia delusione che abbiamo perso. Alle 18.10 rivedo tutto quello che ho immaginato ascoltando la radio a “90° Minuto“. Senza alcun commento superfluo Paolo Valenti legge i risultati delle partite in schedina, il montepremi del Totocalcio, poi la classifica. Non c’è clamore eccessivo nei commenti delle partite, non ci sono iperboli continue. E’ Domenica, tutto deve restare dentro una patina di tranquillità e di moderazione. Alla tv si sta come si dovrebbe stare in famiglia nel giorno di festa.

paolo valentiAlla sera c’è “La Domenica sportiva“. I servizi sulle partite sono più ricchi, ci sono le interviste dei calciatori prima, durante e dopo il match. Il cronista alla fine del primo tempo ferma i calciatori prima di rientrare negli spogliatoi. I giocatori che hanno segnato raccontano, assai banalmente, come sono riusciti a fare gol. “Ho ricevuto un cross dalla destra, mi sono smarcato e ho calciato sul palo opposto“.  Residui di un vecchio giornalismo radiofonico che cercava di raccontare tutto quello che la gente a casa non aveva potuto vedere. E allora io penso che se proprio non riuscissi a fare il calciatore allora vorrei fare il giornalista sportivo.Tra un servizio e l’altro ci sono gli altri sport: cannottaggio, pugilato, motori, tennis, basket, pallanuoto. Li conosco meno, faccio domande a papà che mi spiega le gesta di grandi campioni, storie di vita sua mischiate ad uno di questi sport “minori”.

Anche oggi è Domenica, la partita però si gioca alle 20.45. La Gazzetta titola in prima: “Milan – Napoli. Duello crudele“, sui quotidiani e in tv tutto viene raccontato come se non fosse una partita di calcio, ma una guerra campale dove chi perde resta senza dignità. “Crisi; sfida sull’orlo del baratro; partita della vita“. Tutto viene predisposto alla tensione, ad un pathos distribuito a pagamento come fanno i pusher con i pallini di coca, c’è un’atmosfera elettrica come il giorno precedente alla fine del mondo. Non è più Domenica, non c’è relax. Tutti indaffarati a procurarsi emozioni artificiali ad ogni costo. Di sicuro c’è solo che domani è lunedì. E qualche bimbo, forse, proprio come me di allora, stasera dopo la partita preparerà la cartella per andare a scuola. Ma per l’album delle figurine non ci sarà posto.

Valentino Di Giacomo

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

L’ho visto in diretta, l’ho rivisto in tv, e poi su youtube l’ho rivisto non so quante volte.
Ho stoppato le immagini in alcuni momenti per coglierne la grandezza, per capire cosa realmente per ritrovare in quei gesti, in quelle movenze i passi di altri grandi che hanno calcato il San Paolo.

Le cronache, i commenti e i racconti non bastano, qui c’è bisogno di un’analisi che permetta di cogliere il genio dell’artista, la precisione dell’artigiano, la forza dell’atleta e la astuzia dello stratega che hanno portato il Pipita a segnare il suo terzo goal a Buffon e a mettere in cassaforte il risultato. Forse l’unico studio che permette tutto questo è l’esegesi, e visto che cercheremo riferimenti di un certo livello possiamo solo definirla mitica.

A scanso di equivoci lo dico subito NON SONO PARAGONI, sono riferimenti storici e in di conseguenza è necessario prendere i più elevati perchè siano comprensibili a tutti.

L’azione del goal si compone sostanzialmente di 3 fasi che mettono in risalto tutte le caratteristiche tecniche, tattiche e fisiche di Higuain. Potremmo ispirarci alla tragedia greca e definirle Prologo, Parodo ed Esodo, potremmo pensare alle tre fasi di Kierkegaard ma meglio di noi, per la nostra analisi parleremo di tre fasi che definiremo Mauro, Maradona e Careca.

Fase Mauro: a molti non sta simpatico e io sono fra quelli, ma non dobbiamo dimenticare che Mauro ha vestito la maglia del Napoli e qualcosa di buono l’ha regalata anche a noi tifosi. Una fra queste è datata primo ottobre 1989, quando in Napoli Milan si intromette in uno scambio fra i giocatori rossoneri e con un tocco serve Maradona. Ieri il Pipita ha fatto molto di più: la Juve era a difesa schierata con il terzino, Padoin, alto per supportare la mezzala Hernanes. Higuain è di spalle e sta correndo verso la propria metà campo, quando Hernanes in tutta tranquillità serve i compagno apparentemente smarcato Gonzalo come un falco cambia traiettoria e intercetta la palla. Già il goal di Insigne era figlio di un palla recuperata dall’attaccante e in questo lo Zampino di Sarri è evidente, ma virata dell’attacante Argentino è figlia soprattutto del suo grande intuito.
Higuain anticipa Padoin e prende per primo il pallone innescando la seconda fase.

Fase Maradona: Nel momento in cui Higuain tocca il pallone è già fase Diego, un solo tocco con cui ruba palla, salta Padoin, cambia direzione del pallone e prepara la cavalcata verso la porta. Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione. [Cit. Perozzi in Amici Miei] Maradona era, ed è, cos in ogni sua espressione, ieri con quel tocco Gonzalo è riuscito a mettere insieme questi 4 elementi che compongono il genio. Da lì poi la corsa verso la porta riporta (almeno a me) due giocate di Maradona ancora nella mente di tutti i tifosi: il goal al Milan appena citato e l’azione del goal di Careca in Stoccarda Napoli.

Il goal contro Milan lo ricorda molto non solo per posizione di Partenza e punto di arrivo (anche se il Pipita ha poi preferito la potenza quel delizioso pallonettino finale di Maradona) ma anche per quello che Maradona disse nell’intervista successiva dove racconta di aver visto che Careca era marcato e quindi ha cercato la soluzione personale. Con lo Stoccarda la situazione è simile, Maradona però parte da posizione più centrale ha sulla sua destra un difensore tedesco e nel momento della scelta fra puntare la porta o passare all’accorrente Careca, opta per la seconda ipotesi.

Higuain ieri nei pochi tocchi che lo hanno portato al limite dell’area di rigore si è trovato a fare la stessa scelta, sulla sua destra c’era prima Mertens, poi Hamsik e Callejon, il Pipita ha girato un attimo la testa, non si sa se per rendersi conto se era possibile servirli o se per disorientare Bonucci, poco importa perchè il risultato è quello, con quello sguardo guadagna l’attimo che gli permette di entrare in area e nella fase 3.

Fase Careca: semifinale di Coppa Uefa, Napoli Bayern Monaco, Careca servito da Maradona supera in velocità un difensore e approfitta dell’istante in cui il portiere sta facendo un passo verso il primo palo per incrociare di potenza e beffare sia il portiere che il difensore. Il goal è di quelli che non si dimenticano.

Higuain ieri ha fatto proprio questo, superato Bonucci in velocità nello stretto ha approfittato di quell’istante in cui Buffon si stava ancora spostando verso il primo palo è incrociato di potenza, non importa che il pallone passa vicino a uno dei portieri più forti della storia del calcio, se lo prendi in contro tempo non può nulla, e Gonzalo ci è riuscito con il suo piede debole.

Certo abbiamo tirato in ballo due giocatori ineguagliabili (non parlo di Mauro ovviamente) e partite che hanno fatto la storia del Napoli, ma di certo per fare paragoni non vado a prendere i goal di Aglietti o l’unico di Lerda in maglia azzurra, e non escludo che fra parecchi anni questo goal sarà preso come termine di paragone.

Quest’estate si parlava di un giocatore finito, senza voglia di stare a Napoli, in sovrappeso e fuori forma, oggi i complimenti si sprecano per un giocatore che in pochi secondi ha dimostrato di avere potenzialità fuori dal comune e che, se ben sfruttate, possono essere una delle armi più devastanti della Serie A e forse d’europa.

Paolo Sindaco Russo

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La parola all'esperto

Marco Bellinazzo

Nato a Napoli e cresciuto in quel rione Sanità assurto anche in queste ore alle cronache nazionali per l’omicidio del giovanissimo Genny. Marco Bellinazzo, giornalista del Sole24Ore e autore di un seguitissimo blog, può definirsi senza rischio di smentite il massimo esperto di calcio&finanza. Si è laureato alla Federico II in Giurisprudenza studiando proprio il fallimento del Napoli con la curiosità di capire come fosse stato possibile che la squadra in cui ha giocato Maradona potesse scomparire. “Sarebbe bastato chiedere a Ferlaino – dice oggi Bellinazzo – il quale ha spiegato anche di recente che quella società incassava 25 miliardi di lire e ne spendeva 35 in ingaggi. Se solo ci fossero stati i diritti tv“… Marco è infatti tifosissimo del Napoli di cui ha parlato anche in diversi libri. L’ultima sua fatica editoriale è “Goal economy“, un libro interessantissimo non solo per gli appassionati di calcio, ma per chi vuole comprendere meglio le relazioni tra i grossi gruppi finanziari dell’economia mondiale e di questo sport che muove e fa muovere capitali sempre più ingenti. Più che un libro, questo di Bellinazzo, è diventata ormai una sorta di “bibbia” anche in diversi corsi universitari.

Goal Economy, l'ultimo libro di Marco Bellinazzo
Goal Economy, l’ultimo libro di Marco Bellinazzo

Negli ultimi anni assistiamo ad una mutazione antropologica del tifoso: da semplice sostenitore ad “azionista figurato” di un’impresa a scopo di lucro che è la propria squadra del cuore. Ormai il tifoso, durante il calciomercato, non ragiona più soltanto su quale calciatore preferirebbe vedere nella propria squadra, ma valuta anche i costi di cartellino e ingaggio. Ad esempio su Soriano, Maksimovic e Romagnoli era frequente leggere sui social che questi calciatori costassero troppo rispetto al loro reale valore tecnico. Secondo te il tifoso ha gli strumenti adeguati da parte dell’informazione sportiva per giudicare tali parametri?

Il salto culturale è positivo. Vincere è quello che conta di più. Per tutti i tifosi. È quello che ci fa appassionare a uno sport, naturalmente. Ma oggi ci si sente partecipi di una comunità che è consapevole di essere la vera “proprietaria” di una squadra. E la sostenibilità economica dei progetti sportivi è diventata perciò un valore importante. Tuttavia, questo percorso è appena agli inizi in Italia e non sempre l’informazione sportiva tiene il passo.

In questi anni, anche grazie al tuo blog e i tuoi libri, c’è molta più chiarezza su tanti aspetti economici che riguardano il “retrobottega” di una società professionistica. È il giornalismo sportivo del futuro quello che tu hai iniziato a fare? Ti senti un apripista?

Mi si riconosce un po’ questo ruolo e lo accetto con tutte le responsabilità che comporta. Non sono il depositario di nessuna verità e gli errori sono dietro l’angolo. Ma lavoro sempre per dare il massimo e con la massima buona fede. Non so se questo è il futuro del giornalismo sportivo. Ma certo conoscere e capire gli ingranaggi economici oggi è indispensabile anche per i giornalisti sportivi. Fino a pochi anni fa non era certo così.

E-Book di Marco Bellinazzo
E-Book di Marco Bellinazzo

Sei stato colui che ha scritto uno splendido ebook: “Da Maradona a Messi: benedetti diritti d’immagine”. Ecco, quella dei diritti è una questione che ha tenuto banco anche quest’anno con la telenovela Soriano e in precedenza per il caso Astori. Fa bene De Laurentiis a tenere così tanto ai diritti d’immagine?

Dipende ovviamente dalle situazioni. Se vuoi per te i diritti d’immagine devi pagare stipendi più alti. Diciamo che occorre farli fruttare. Altrimenti è un’inutile forzatura.

Lo chiedo al tifoso, oltre che all’esperto: in città serpeggia un evidente malumore nei confronti del presidente. Eppure il Napoli nei suoi ormai 90 anni di storia non è mai stato per così tanto tempo ai vertici del campionato e da sei anni consecutivi si qualifica in Europa. C’è irriconoscenza oppure, anche in base a dati economici, il Napoli può realmente puntare al tricolore come chiedono molti tifosi?

I tifosi hanno negli occhi le vittorie dell’era Maradona e vorrebbero tornare a vincere. Purtroppo ho l’impressione che siano state sprecate occasioni irripetibili in queste stagioni, subito dopo Calciopoli. Le gerarchie del calcio italiano legate alla forza economica dei club si stanno lentamente ristabilendo. E potrebbe esserci sempre meno spazio per il Napoli. Detto ciò, De Laurentiis ha avuto grandi meriti nel far rinascere il Napoli e nel gestirlo con un’attenzione particolare ai conti. Ma la storia del Napoli prescinde dai presidenti.

Tra le critiche più frequenti nei confronti di De Laurentiis  vi è la sua “gestione familiare”. È davvero una gestione familiare quella del Napoli? E, in tal caso, tale gestione a tuo giudizio  ha ottenuto più benefici o danni per il futuro del calcio a Napoli.

Basta guadare la composizione del cda del Napoli ultra-familiare. In una prima fase era forse necessario amministrare il club con assoluto centralismo. Ma un club da oltre 100 milioni di fatturato annuo non può continuare a essere guidato con la formula dell’”uomo solo al comando”. L’era Maradona è stata anche contrassegnata da una società con figure professionali di grande spessore.

Perché il Napoli difficilmente acquista calciatori svincolati o a parametro zero? Qualche tempo fa De Laurentiis rimproverò a Bigon di non aver “pensato” a Tevez o Pogba. C’è forse dietro queste scelte di acquistare solo giocatori sotto contratto un’esigenza di bilancio?

Non credo. È solo una questione di opportunità. E poi se non crei situazioni ambientali di livello europeo e prospettive degne di un club europeo è difficile che certi giocatori accettino di venire.

Il Napoli non ha una sede, non ha un centro di allenamento né uno stadio di proprietà. Se De Laurentiis decidesse di vendere il Napoli, cosa venderebbe?

Un parco giocatori ancora di buon livello e un brand con un fascino rilevante. Nel mondo resta la squadra di Maradona anche se questo legame è stato reciso dall’attuale proprietà. 

Sulla questione stadio come si sta muovendo il Napoli

Non bene, direi. O almeno non con l’ambizione che mi aspetterei da un uomo come De Laurentiis. Ma penso che le colpe vadano suddivise con il Comune.

A quale giocatore del Napoli sei legato di più sia del passato che del presente. Dire Maradona non vale…

Allora dico Careca e Lavezzi.

Cosa pensi farà il Napoli di Sarri? Sei fiducioso su questa squadra?

Come tutti sono in attesa di capire come evolverà. Qualcosa si è visto nelle prime due partite, ma ho paura che manchino pedine fondamentali. Tutto dipenderà dalla forza mentale di resistere con lucidità alla pressione della piazza.

Un tuo giudizio sulla gestione Benitez.

Ho visto partite memorabili e sprazzi di gioco europeo. Quindi positivo. Resta l’amarezza per un progetto incompiuto e l’immenso danno economico delle due mancate qualificazioni in Champions in un solo anno. Ma le responsabilità vanno divise con società e squadra. Se c’è una cosa che mi ha profondamente deluso, per un uomo della sua preparazione e intelligenza, è stata l’incapacità di adattarsi alla realtà italiana e la scarsa flessibilità nell’impiego di schemi e rosa.

 

Una tradizione napoletana alla quale proprio non puoi rinunciare. La tua canzone preferita, il tuo cibo preferito, un posto di Napoli che ti fa sempre e comunque innamorare.  

Più che altro non posso rinunciare all’intera gamma della gastronomia napoletana. Così come alla musica di Pino Daniele. Ogni volta che posso torno a Napoli per passeggiare sul lungomare e tra i miei vicoli…

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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Il "signore" del giornalismo partenopeo

Giustino Fabrizio

Giustino Fabrizio è un “signore” del giornalismo napoletano. Un uomo di garbo, poche parole necessarie, un professionista come ce ne sono pochi. E’ stato direttore della redazione napoletana di Repubblica dal 2004 fino a quest’anno, quando ha lasciato l’onore e l’onere nelle mani esperte e sagge del collega Ottavio Ragone. Giustino è uno di quegli uomini che insegna più con i fatti che con le parole, attraverso l’esempio, come i galantuomini di un tempo passato. Giornalista di concretezza e serietà, in una Napoli spesso più incline alle emozioni e alla fantasia. Tra i motivi che probabilmente gli hanno consentito di dirigere una delle più importanti redazioni partenopee per oltre dieci anni.

Gli esordi con Repubblica a Roma con Scalfari, poi direttore della redazione napoletana. In precedenza hai diretto la redazione palermitana: quali differenze ci sono nel fare giornalismo ai massimi livelli in tre città diverse? E’ sempre lo stesso mestiere, oppure ogni città ha le sue particolarità nel doverle raccontare?

A Roma non mi occupavo direttamente della cronaca cittadina, come invece ho fatto a Palermo e a Napoli. Ma la specificità del rapporto di Repubblica con i suoi lettori, appassionati ed esigenti, l’ho vissuta inalterata in tutti e tre i contesti. Il lettore-tipo, cioè colui che consideriamo il nostro target, la persona a cui ci rivolgiamo idealmente quando scegliamo le notizie, è molto simile nelle tre città, con pochissimi elementi di differenza. Direi che i tre lettori-tipo hanno molti più punti d’intesa con la comunità dei lettori di Repubblica che con quella degli abitanti della propria città. 

Per un brevissimo periodo ho avuto il piacere e l’onore di vivere anch’io la tua redazione. Ricordo, ma forse mi sbaglio, di una tua predilezione nel portare all’attenzione dei lettori non soltanto le solite cronache politiche zeppe di retroscena che riempivano spesso invece le pagine di altri quotidiani, ti piaceva far luce e dare risalto alle “piccole” notizie di cronaca, ai problemi comuni dei cittadini napoletani. E’ soltanto una mia impressione o  hai cercato di fare, per così dire, un racconto generale di questa città anche e soprattutto fuori dalle beghe dei palazzi della politica?

Repubblica è un giornale che punta molto sulla politica. Io credo che la politica che interessa al lettore sia però quella dei fatti e non quella delle dichiarazioni degli esponenti del ceto politico. Il giornalismo si basa su storie e personaggi, che vanno cercati in tutte le pieghe della cronaca.

La notizia data che in questi anni ti ha creato più grattacapi o problemi e quella che ti ha dato maggiori soddisfazioni?

Non c’è né l’una né l’altra. Il giornalista ha, deve avere, un rapporto non emotivo con i fatti. Si dice che sia cinico, ma l’emozione tocca al lettore, mentre il professionista, qualunque mestiere faccia, deve possedere freddezza e lucidità. Fai quel che devi, cioè pubblica, e poi accada quel che accada.

Com’è la situazione del giornalismo a Napoli? Si fa ancora un buon servizio ai lettori secondo te?

Non ho alcun titolo per giudicare il lavoro dei miei colleghi, per cui ti dirò una cosa ovvia: ci sono esempi di ottimo giornalismo e altri di pessimo.

Rispetto a quando hai iniziato la tua avventura alla guida di Repubblica e quando poi quest’anno hai terminato il tuo incarico, Napoli è cambiata in meglio o in peggio?

Come vivibilità in peggio, come un po’ tutta l’Italia, soprattutto per effetto della crisi economica spaventosa degli ultimi 7-8 anni. Ma non dimentichiamo che l’apice negativo è stato raggiunto a metà degli anni Zero con la drammatica emergenza dei rifiuti, seguita a una feroce guerra di camorra a Scampia: sono stati quelli gli anni peggiori.

 A quale collega sei legato di più e a chi della tua redazione di Repubblica. Chi è stato il tuo maestro. 

Chi, come me, ha avuto la fortuna di lavorare a Repubblica per tanto tempo, poteva incontrare un maestro dietro a ogni scrivania. Ho imparato da tutti.

Il nostro sito, soldatoinnamorato.it parla anche di calcio e del Napoli di cui tu sei tifoso. Che ne pensi del Napoli di Sarri, dove potrà arrivare?

Penso che potrà arrivare lontano in campionato e nelle coppe. L’importante però è che ci arrivi prima che la stagione finisca.

In città vi è un diffuso malcontento nei confronti di De Laurentiis, alcuni probabilmente alimentati (soprattutto dalle curve del San Paolo) da parte della camorra. Eppure il Napoli non è mai stato così costantemente in alto, se si escludono gli anni maradoniani, non è un po’ troppo ingenerosa questa città nei confronti del presidente di calcio? E concordi con De Laurentiis quando cerca di rivendicare i successi del proprio club rispetto ai tanti insuccessi che ha vissuto la città di Napoli negli ultimi anni?

I riti e gli slogan che la camorra impone nelle due curve, soprattutto nella A, sono l’unico spettacolo del San Paolo più triste delle sconfitte del Napoli. Quando il Napoli era in serie C, la camorra non si vedeva. De Laurentiis ha ragione, ha preso una squadra fallita e l’ha portata stabilmente ai vertici del calcio italiano ed europeo. La sua strategia è di tenere il Napoli costantemente in alto anziché fare una stagione strepitosa e poi tante mediocri o negative. Però è anche vero che conta più vincere un solo scudetto o una sola Champions che arrivare dieci volte secondi. Ogni anno sembra sempre che al Napoli manchi qualcosa per compiere l’impresa.

Chi è il calciatore a cui sei più affezionato? Dire Maradona non vale…

In ordine cronologico: Tacchi, Sivori, Riva, Tardelli, Careca, Hamsik.

Una tradizione o un’usanza partenopea alla quale proprio non puoi rinunciare.

La tolleranza e l’ironia.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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Tra figurine e radiolina

Walter Zenga (Italia 90)

Domani sera il Napoli è chiamato alla sua prima partita casalinga dopo la sconfitta di Sassuolo, affronterà la Sampdoria di Walter Zenga. Il tecnico blucerchiato non ha avuto grandi fortune da quando ha smesso di indossare i guanti da portiere e ha intrapreso la carriera da allenatore iniziata a New York, nei Revolutions, ultima squadra in cui ha militato da calciatore. Dopo essere passato ad allenare in Romania, Serbia, Turchia, Emirati Arabi, nel 2008 arriva finalmente una chiamata dall’Italia: esordisce nel Catania di Pulvirenti proprio contro il Napoli, battendo gli azzurri per 3-0. L’anno dopo è a Palermo dove si contraddistingue per una conferenza stampa di presentazione stile Mourinho, dicendo che i rosanero dovevano “puntare allo scudetto“. Ma, nonostante le sue dichiarazioni ad effetto, la sua avventura con Zamparini dura appena cinque mesi.

Ma Walter Zenga non è soltanto un allenatore: è l’icona dei portieri per i ragazzi che oggi hanno dai 30 ai 40 anni. Per chi giocava in strada da bambino era usuale dire, se il portiere ti parava un tiro difficile: “Uààà ma chi sì? Walter Zenga“. Un po’ come quando si faceva una giocata incredibile e si diceva “Uààà ma chi sì Maradona?“o dopo una bellissima azione “Uààà ma che è ‘o Brasile?“. Insomma, “Uàààà” a parte, Walter Zenga è nell’immaginario collettivo di una generazione il portiere per eccellenza. Assai più di Buffon e come lo sono stati forse solo Lev Yashin e Dino Zoff.

Astutillo
Astutillo

Quando il Napoli affrontava l’Inter noi ragazzini non temevamo la forza di Brehme, la classe di Mattehus o i colpi di testa di Klinsmann. Quando il Napoli affrontava l’Inter avevamo paura di lui, di Zenga, nonostante Diego e i nostri azzurri a quei tempi gliene avevano rifilati di gol in tante partite. Ma la gara che più resterà impressa nella mia memoria è un Napoli – Inter del 1989, l’anno del secondo scudetto azzurro. Allora le pay-tv non c’erano, le partite le ascoltavamo alla radio con l’immancabile “Tutto il calcio minuto per minuto“. Era una giornata di sole quasi estiva nonostante fosse il 22 Ottobre, giocavo in strada a “mignolino” (il gioco più gettonato che si faceva con le figurine Panini) con un mio vicino di casa, Gianluca. Avevamo piazzato la radio a terra e intanto ci sfidavamo a colpi di mignolo, ma il match del Napoli proprio non si sbloccava, a un certo punto Gianluca emette una sentenza che mi fa rabbrividire: “Con Zenga in campo non c’è nulla da fare, finirà 0-0“. E il primo tempo finì proprio a reti inviolate. Alla ripresa però il radiocronista annuncia che il numero uno nerazzurro non era rientrato in campo, al suo posto il mitologico Astutillo Malgioglio. A quel punto Gianluca ed io siamo sicuri: “E’ fatta!“. Arrivarono così i gol di Careca e Maradona, 2-0 e l’Inter se ne tornò a casa con la coda tra le gambe.

Ma se ci fosse stato Zenga chissà come sarebbe andata a finire” – mi disse Gianluca. Era il nostro calcio da bambini dove i calciatori non erano solo tali, ma figure mitologiche. Tra Benji Price e Walter Zenga c’erano poche differenze e spesso anche questi scendeva in campo con il cappellino. Domani sera Zenga ci sarà, per fortuna in panchina. Allo stadio porterò qualche vecchia figurina e una radiolina. Non si sa mai… Non è vero ma ci credo.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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Bello ma concreto, potente ma preciso, elegante ma essenziale, fantasioso ma determinante, Careca rimane un giocatore unico della storia del calcio, un centravanti con i piedi da fantasista, un numero 9 con le movenze da 10, forse l’unico giocatore che in campo sia mai riuscito a parlare la stessa lingua di Maradona e formare così la coppia d’attacco più meravigliosa della storia del calcio.

Careca ha avuto la grande fortuna di giocare affianco al Pibe ma questo ha significato per lui vivere sempre all’ombra ed essere quasi “dimenticato”. Un po’ come Peppino De Filippo con Totò, Antônio de Oliveira Filho non riesce mai a trovare lo spazio che merita nella storia del calcio, eppure ha regalato alcuni dei momenti più belli di questo sport.

Nella lunga intervista rilasciata a “Il Mattino” alla domanda Qual era l’idolo del tifoso Sarri? Sarri ha risposto

«Juliano, era lui a quei tempi il simbolo del Napoli. E poi, ovviamente, Maradona, il simbolo storico, anche se ricorderei che in quel periodo c’era Careca, il secondo grande attaccante al mondo»

Mi sono già dichiarato Sarrista apertamente in tempi non sospetti ma dopo questa dichiarazione lo sono ancora di più. Non tanto per avere citato Careca ma per aver aggiunto quello che io sostengo da sempre, che Careca dopo Maradona è più grande attaccante al mondo.

Con buona pace di tutti i fan di Van Basten e di altri grandi centravanti che io stesso ammiro, ma il fatto che Sarri abbia fatto questa dichiarazione dimostra innegabilmente che l’ex il nuovo tecnico de Napolimeriti di stare dove è adesso!

Paolo “Sindaco” Russo