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Imprevisto estivo, via Caracciolo, 1995 - -® Gianfranco Irlanda
Foto di Gianfranco Irlanda

Sembra un motivetto semplice, uno di quelli che si canta dalle ultime file dell’autobus quando vai in gita con la parrocchia, un coro folkloristico, ma per me è sempre stato un punto di partenza quando mi sono trovato a riflettere su cosa volesse realmente dire essere Napoletano. Da ragazzo a volte mi sembrava quasi una condanna:
Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto,
chi ha dato, ha dato, ha dato,
scurdámmoce ‘o ppassato,
simmo ‘e Napule paisá!

Ma sì, dimentichiamoci tutto, cancelliamo i problemi senza risolverli, facciamo finta che non esistano almeno finché non ci coinvolgono direttamente. Tanto abbiamo il sole, tanto abbiamo il mare!

Così progettavo la mia vita per andarmene all’estero, borse di studio, piccoli lavori, appena avevo soldi da parte me ne andavo per quanto più tempo possibile, a Lisbona principalmente. Perché troppo lontano dal mare proprio non ci so stare.
Quando però mi sono trovato a dover scegliere dove fermarmi, dove decidere di passare la mia vita e magari mettere su famiglia mi sono trovato ad escludere città come Madrid e Berlino per il motivo di cui sopra: non hanno il mare. Sono tornato qui e qui è nata la mia famiglia.

Ho iniziato a prendermi per il culo da solo: ma allora è vero che Basta ca ce sta ‘o sole, ca c’è rimasto ‘o mare? Erano gli anni della grande emergenza rifiuti, poco dopo la faida di Scampia, Napoli era le peggiore che avessi mai visto eppure ero qua, mi ero trovato un lavoro e avevo preso casa in una città in condizioni a dir poco vergognose. Cercavo di impegnarmi allora, fra mille attività, movimenti, proposte per la città, eravamo (e siamo) in tanti con voglia di fare tanto per questa città.

Napoli è migliorata, è cresciuta tantissimo, è sempre più bella, sia per merito di chi la gestisce sia dei cittadini che hanno in un modo o nell’altro sviluppato in senso positivo l’orgoglio identitario. Oggi le sue bellezze sono apprezzate da tutti, sono gestite e valorizzate come meritano e i turisti la premiano costantemente.

Ma contemporaneamente c’è una parte di Napoli che rimane ferma, immobile su stessa, anzi, a volte sembra proprio voler peggiorare.

In questi giorni il Telegraph incoronava Napoli come città più bella d’Italia, in questi giorni sono stati sparati 25 colpi di Kalashnikov contro un commissariato, ieri sono sono state uccide due persone e ferite tre in una sparatoria. Può essere la stessa città, si può vivere in un simile paradosso?

Ed ecco che, tanto per cambiare, Napoli si spacca in due. Da una parte chi difende la città bellissima e piena di turisti. Chi non smette di dire che Napoli è meravigliosa, di elencare i servizi per i cittadini. Di tessere le lodi di musei, monumenti, di esaltarne la storia. Sempre pronto a ribattere che la criminalità c’è ovunque, Mica si spara solo a Napoli? Le classifiche sulla qualità della vita non tengono conto del sole e del mare! Chi parla solo dei mali di Napoli lo fa per interesse personale, non vuole il bene della città. Chi parla così è miope, o forse addirittura cieco.

Dire che Napoli sia come altre città Europee è incredibilmente falso, dire che si spara un po’ ovunque come a Napoli mi sembra a dir poco forzato. A Napoli il quotidiano non si vive male, ma neanche particolarmente bene. Non è normale che chi si muove dalla periferia non abbia un orario dei mezzi pubblici o spesso addirittura i mezzi stessi, non è normale che chi spinge un passeggino debba fare slalom fra buche, marciapiedi dissestati e inciviltà e menefreghismo di chi parcheggia ovunque… e si potrebbe continuare per ore.

Dall’altro lato c’è chi dice che a Napoli non è cambiato nulla, che tutto quanto è stato fatto sono solo operazioni di facciata, che la nostra città è totalmente invivibile e che i turisti che vengono poi scappano per non tornare più. Parlano di una Napoli da terzo mondo e che il sole, il mare, Higuain e quant’altro sono solo una scusa.  Chi parla così è miope, o forse addirittura cieco.

Napoli si sta valorizzando come non mai, forse solo durante il G7 del ’94 è stata tirata così a lucido, la stampa internazionale la sta spingendo al massimo e si sta dando una dimensione moderna e internazionale al turismo. Alcuni servizi sono migliorati e nella maggior parte dei cittadini sta nascendo la consapevolezza di essere responsabili del destino della propria città.

Chi ha ragione allora? Tutti!

Tutti perché la ragione si dà agli sciocchi, e a Napoli un po’ lo siamo tutti.
Complice la campagna elettorale, oggi stiamo tutti a puntare il dito fra di noi più per lo sfizio di avere ragione che per il bene della città, più per una partigianeria estrema che per costruire qualcosa.

Ogni giorno porto mio figlio a scuola, facciamo una breve passeggiata in un quartiere tutto sommato tranquillo, pochi passi però che ti fanno notare come la noncuranza e l’abbandono stiano rovinando questa città.
Dalla finestra della sua classe si vede il mare, una piccola spiaggia che ospita le barchette durante l’inverno. Si vede Nisida, si vede Miseno, si vede Capri. Ogni mattina io e lui non rinunciamo a un’affacciata di finestra e a quel piccolo momento di serenità per incominciare la giornata.

Basta ca ce sta ‘o sole, ca c’è rimasto ‘o mare?

Forse, o forse è giusto che quel panorama, quell’angolo di paradiso, quella meraviglia sia in una scuola. Perché dopo quell’attimo di serenità ripenso alle parole di Peppino impastato:

“Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”

E i fondo è quello che vorrei che impari mio figlio, e gli altri bambini di quella scuola, vorrei che capissero che estetica ed etica viaggiano di pari passo, vorrei che educandoli al bello possano rendere Napoli migliore.

Perché a Napoli se vogliamo il buono dobbiamo necessariamente agire sul bello e ricominciare da lì. Bello e buono, bello è buono.

E allora una volta e per tutte… Basta ca ce sta ‘o sole, ca c’è rimasto ‘o mare?

Diciamo che non basta, ma che sicuramente è un buon inizio.

Paolo Sindaco Russo

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La chiavata più fantastica di cui io abbia notizia avvenne nel 1989 nelle rovine di un antico palazzo a Somma Vesuviana, e cominciò una noiosa domenica di Luglio. Vincenzo Cozzolino, ‘o limunaro, gestiva il traffico di sigarette e comandava una falange di fuori di testa. Stazionavano davanti a una sala giochi a Via Aldo Moro, restavano appollaiati pomeriggi interi sulle loro moto orrende che puzzavano di pelli ammuffite a fissare i passanti nell’imitazione di qualche pessimo film di malavita.
Nel 1986 avevo quattordici anni, loro ne avevano venticinque e a me sembravano vecchissimi.
Eppure – eterno mistero del cuore femminile? – a qualcuna Vincenzo non dispiaceva.
– Poverino – mi diceva mia sorella – secondo me non è cattivo – Su questo punto avevamo avuto inutili discussioni che si erano perse nel nulla.
Quando Vincenzo cominciò a corteggiare Francesca Capuozzo nessuno ci avrebbe scommesso cinquanta lire. Era da circa due anni (da quando un inaspettato sviluppo dei caratteri sessuali secondari aveva portato il suo rating da “carina” a “sogno erotico ossessivo capace di appiattire la produzione onirica collettiva su progetti di produzione seriale di marmocchi”) che Francesca respingeva con gentile indifferenza gli approcci di uomini di ogni età. Ma con una bestia come quella né l’indifferenza, né il disprezzo, e neanche le aperte minacce di rivolgersi ad autorità varie facevano effetto. ‘o limunaro non passava un momento senza pensare a quelle labbra lussuriose e a quello sguardo da ragazzina. Aveva deciso che doveva essere sua. Aveva eletto Francesca progenitrice di una lunga stirpe di guappicielli di paese.
Cominciò a mandarle mazzi di fiori, guantiere di cornetti, caraffe di latte macchiato che venivano recapitati a casa da un tipo bassissimo, sempre vestito a puntino, che chiamavano Alemao per la pelle olivastra.
– Guarda che sono fidanzata – gli disse una domenica che lo trovò a far piantone sotto casa. Lui era più ordinato del solito, emanava profumo buono e si era tirato i capelli indietro, pettinatura che usavano ormai solo i nonni.
– Però possiamo parlare no? – rispose senza fare una piega.
Francesca un fidanzato ce l’aveva davvero. Si vedevano da due anni, ma non si era ancora presentato ai genitori.
Peppe Calce era bello, leale come pochi e buono come il pane. Solo che non studiava, lavorava nell’officina del fratello e Francesca sapeva bene, o era certa di sapere, la reazione del padre se lo avesse presentato come fidanzato ufficiale.
Francesca lanciò lo sguardo verso una piccola panda rossa.
Peppe era lì dentro. A osservare. Senza poter far niente mentre ‘o limone appoggiava il suo braccione sul muro del palazzo, a pochi centimetri dalle sue braccia, a un soffio dal suo visino da cerbiatta. Parlarono, parlarono tanto.
La domenica dopo Vincenzo l’aspettò un’altra volta: e intanto Peppe era scomparso. Non rispondeva al telefono. Non lo vide più.
Neanche quando o’ limone riuscì a convincerla a salire in macchina. Solo per un gelato, aveva detto. Neanche quando un giorno, nel piccolo negozio di orologi di Domenico Capuozzo, si materializzò una figura che mancava in paese da anni.
Il feroce boss. Il latitante sanguinario. Ciro Cozzolino, il padre di Vincenzo.
Sempre impeccabile nel suo vestito scuro. Sempre sorridente.
Non invecchia mai, pensò Domenico, inorridito.
Al povero Mimì, la presenza di una tale concentrazione di potere criminale lo sprofondava in un terrore viscido che gli strozzava il respiro.
– Tutto a posto don Mimì?
Era bastato quel saluto, quella voce – la voce di chi comanda – a convincerlo a eseguire ogni sua eventuale volontà.
Anche se alla fine, rifletteva Mimì, la paga agli uomini di don Ciro gliela dava tutti i mesi, puntuale. Da sempre. E poi: quando mai era andato a riscuotere di persona?
E allora che è venuto a fare?
– Don Mimì, ma toglietemi una curiosità, voi lavorate tanto, quindi può essere che su altre cose non vi aggiornate. Ma voi, a mio figlio, lo conoscete?
Peppe Calce non si vide neanche l’anno dopo, quando Francesca e Vincenzo, in quello che fu un fidanzamento lampo, si sposarono nella chiesa di San Giorgio, alla luce di un cielo che, lo notarono in molti, era oltre l’azzurro. Era blu, come il mare profondo, eppure a celebrare quella funzione era sceso tutto il paese, e si disse che registrò il più alto numero di svenimenti e donne piangenti e strascichi di pettegolezzo mai visti, perché era più di un matrimonio, un evento, che chissà perché sembrava importante e coinvolgente e significativo per le vite di tutti.
Era scomparso, sparito nel nulla, e qualcuno, giustamente visto come andavano le cose, a quei tempi, cominciò pure a pensare male, per lui… Gli anni passarono, giorno dopo giorno. Francesca si abituò a tutto.

Poi venne il 1989. E lì uscì fuori Bonya. La cortigiana. La prostituta. La mantenuta.
Era questo che si diceva di lei. Era arrivata a Somma Vesuviana negli anni 70, la prima polacca mai vista (anche se poi era di Lvov, ma polacco era come veniva chiamato chiunque fosse vagamente slavo). Si era stabilita in un palazzo appartenuto a certi ricchi signori, nell’antico borgo, il Casamale, che per un periodo pare fosse stato pure una casa di piacere, ma senza fortuna.
Fu lei, la prima persona che Giuseppe Calce incontrò al suo ritorno alla stazione di Somma Vesuviana. Nessuno lo vedeva la tre anni. Avevano confabulato qualche minuto, come vecchi conoscenti. Da lì si era diretto a casa, un’espressione che scoraggiò chiunque anche dal salutarlo. Per tutti, quell’uomo era morto.
Così riportò la notizia a Francesca mia sorella, che la vide cambiare colore, esplodere in un concerto di tosse convulsa e andarsi a chiudere in bagno.
Qualcun altro le riferì che era diventato più magro, una massa di muscoli e nervi.
Sembrava una macchina da combattimento, le riferì un’amica.
Aveva lavorato nell’esercito o forse in qualche corpo speciale, le sussurrò il giornalaio.
– E’ diventato un frescone – le confessò l’estetista.
Francesca cominciò a galleggiare nel paese con la sensazione di poterlo incontrare in qualsiasi momento. Solo Vincenzo non parlava del ritorno di Calce, ma ogni tanto le lanciava una certo sguardo.
Ti tengo d’occhio.
Francesca aveva anche provato a far finta di niente. Unico problema, dettaglio che faceva cadere qualsiasi possibilità di portare avanti una recita credibile. Era che Francesca, quando si era sposata, era vergine.
E Vincenzo aveva scoperto che lei non era esattamente quel tipo di donna indifferente al desiderio sessuale, perché tra le sue braccia, quando si erano ritrovati seminudi tra le lenzuola dell’hotel più lussuoso di Capri, la prima magica notte di matrimonio, Vincenzo aveva trovato un animale caldo e voglioso, una donna finita, – elemento che aveva accelerato oltremodo la sua eccitazione, facendolo emettere prima ancora quasi di toccarla, un copioso, inaspettato, fiume di liquido bianco-.
E questo non fu un episodio isolato.
Perché, come Francesca dovette apprendere negli anni, il pericoloso limunaro soffriva di una incurabile tendenza all’eiaculazione precoce (o forse no, forse era pure curabile in qualche modo, ma credete che uno come lui andasse in giro a chiedere aiuto?)
E Francesca, adesso che il suo ex era tornato non poteva fare a meno di pensare a lui. Peppe Calce era, per il piccolo animo tormentato di Francesca, l’alternativa. La strada che non aveva percorso.
E questo Vincenzo ‘o limone lo sapeva.
E Francesca sapeva che lui sapeva.
Il che rendeva i tempi maledettamente stretti.
Per cosa?
No, questo non lo sapeva neanche lei.
Quella domenica lo videro dal fioraio, Giuseppe Calce. Prese delle rose direttamente dal vaso (senza propriamente sceglierle, fu più come prendere un tot di patate da un sacco).
– Attenzione che scorre – disse il ragazzo.
– Tutto scorre – fu la sua risposta glaciale.
Io quel giorno ero in piazza. Stavo per entrare in chiesa ed ero proprio a fianco di Francesca quando quel pazzo che aveva attraversato il flusso del tempo al contrario si parò dinanzi a noi. Quanto tempo l’aveva cercato, nell’infinita tristezza degli ultimi anni? Quante volte aveva sognato che le comparisse davanti all’improvviso e la portasse via? Non so dirlo, ma da quel giorno ho cominciato a credere che alcune emozioni si propagano.
E assistetti a qualcosa di più di un uomo che torna a prendersi la sua donna. Fu un atto di coraggio a cui nessuna con una minima dotazione di sangue nelle vene avrebbe dovuto dire no.
No, niente baci strappalacrime. Quando Giuseppe fece cadere l’inutile mazzo di rose sul ciottolato e la trascinò a sé si aprirono le acque del Mar Rosso. Li vidi allontanarsi, fulminei, una corsa verso il precipizio, salire verso il borgo antico col cuore che mi palpitava. Si stavano scavando la fossa e parevano felici.
– Vanno al Casamale? – intuì qualcuno, quasi ridendo.
– Saliamo – disse qualche altro temerario.
A quell’epoca non c’erano cellulari ma le notizie arrivavano comunque.
– Si sono chiusi nella casa di quella zozzosa – raccontò mia madre, schifata, quando fummo a tavola.
– C’è già tutto la banda di don Ciro, là fuori – disse mio padre. In realtà quello era la falange di Vincenzo. L’esercito di don Ciro era impegnato in una guerra tra bande che stava devastando la provincia. Morti ammazzati. Corpi carbonizzati. Gente che spariva senza lasciar traccia.
– Quell’imbecille se l’è cercata – sentenziò. Così veniva considerato chi provava a cacciare la testa su.
A parte l’isolata solidarietà di chi non aveva non aveva niente da perdere, come Bonya. Che accolse la coppia con gli occhi pieni di infinita compassione.
Chi era questa donna? Quale follia la portava a rischiare tutto per loro? E in che diavolo di posto erano finiti? Questo si chiedeva Francesca, mentre attraversavano il vestibolo dell’antica casa arredata con teli di velluto purpureo e Bonya le porgeva l’accappatoio.
La banda di Vincenzo era in attesa di ordini.
– Uè, e che aspettiamo, che se la chiava? – chiese Alemao.
Ma non era ancora arrivato nessuno dei capi e i ragazzi erano bloccati.
Bonya fece indossare a Francesca un lungo vestito a fiori che in giro per il paese avrebbe generato più di un’alzata di sopracciglio, ma quando vide l’espressione che si disegnò sul volto di Giuseppe, capì che era perfetto.
– Vedi come è diverso qui? Hai superato il mondo dei vivi – sussurrò Bonya prima di lasciarli soli.
Alemao riuscì a farsi aprire da una famiglia che viveva al palazzo di fronte, si affacciò al balcone, ma la casa di Bonya era tutta sprangata.
Francesca si precipitò tra le braccia di Giuseppe. Si scoprirono senza fretta, come se quello che li aspettava fuori fosse parte di un altra realtà.
Alle otto di sera arrivò uno dei capi. Era ‘o francese. Il killer più pericoloso del gruppo di fuoco di don Ciro. I ragazzi erano pronti a dimostrare fedeltà e voglia di sangue. O’ francese da dietro agli occhiali scuri li squadrò uno a uno come se fossero dei pezzi di muco rappreso. Si schiarì la voce. Rascò a terra.
– Voi non dovete muovere un dito – disse rivolto a ‘o zelluso, il braccio destro di Vincenzo – Mò vi dividete in due gruppi, uno davanti e uno dietro al palazzo e aspettate finché non escono fuori.
Giuseppe scoprì il seno di Francesca, due percoche sode e levigate con maestria e amore da quella terra maledetta.
Quando ‘o francese se ne andò i ragazzi erano un po’ disorientati. Fu Ninnillo, l’ultimo arrivato e il più idiota, a fare la domanda.
– Zellù ma io non ho capito. Quando quelli escono che dobbiamo fare?
– Quando escono poi ve lo dico io.
Francesca accarezzò una guancia di Peppe Calce e fece un sorriso e una voce di bambina:
– Sei bello lo sai?
Il paese era vuoto, il mondo stava cambiando ma a Somma Vesuviana sembrava che tutto fosse col fiato sospeso, o che ognuno degli uomini del paese avesse vergogna di quello che era diventato, ma era solo una mia impressione, un’impressione da adolescente, perché quello che voleva la gente era che tutto finisse prima possibile.
– Andiamo a vedere? – chiesi a mia sorella.
– No, restiamo qui – rispose lei, e restammo.
Quando il vecchio Peppe Calce estrasse il suo arnese, Francesca guardò quella lunga, vigorosa, potente asta sormontata da un architettonico glande come una bimba cresciuta orfana che scopre in un colpo solo di avere genitori e nonni.
Ninnillo guardò Alemao e scoppiò a ridere.
– Ninnì che cazzo ti ridi?
– Rido perché tu stai qua e quei due secondo me chiavano.
La scoperta del piacere portò Francesca su un’altra orbita. Ogni potente stantuffata fu una rabbiosa rivincita. Chiavarono senza sosta, senza scuorno, chiavarono come se non ci dovesse mai più essere un mondo dove un uomo e una donna chiavano liberamente con chi cazzo gli pare, chiavarono con la rabbia muta accumulata negli anni, chiavarono come innamorati, come bestie solitarie, chiavarono come ragazzini che non sanno come si fa. Poi quando furono stanchi e sfiniti restarono a respirare, guardando il soffitto, sudati, nella penombra, cuccioli nella tana, e la tana era l’unica cosa in grado di proteggerli.
Il giorno dopo fecero una colazione sontuosa. Uova, pancetta, borsch, sfilatini. Francesca guardò i mobili decrepiti dell’antica sala da pranzo. Guardò Bonya, che le riempiva un tazzone di caffè lungo con la concentrazione di chi stesse svolgendo un lavoro di alta precisione.
– Mangia, ragazzina, mangia.
– Si ma adesso che facciamo? – chiese a Giuseppe.
– Fuori ci sono tutte le merde di tuo marito, che vuoi fare?
Francesca gli mise una mano sulla coscia e strinse forte.
– Se dobbiamo morire perlomeno lo faremo chiavando – decretò Giuseppe.
Intanto ‘o limunar non si faceva vedere. Nella logica della faida venne addirittura letto come un atto di debolezza. Ma questo non aveva impedito alla sua sentenza di piombare sul paese con la potenza di un uragano.
– Fateli fare. Sempre devono uscire da là dentro.
Rosita, la madre di Francesca andò dai carabinieri per cercare aiuto.
– Si ma non ho capito, io che cosa devo denunciare? – chiese l’appuntato.
– Quelli l’ammazzano.
– Avete ricevuto minacce?
– Dovevano scrivermi la letterina?
– Si ma io come procedo?

Il pomeriggio Alemao cominciò a pisciare sull’antica porta della casa, seguito a ruota da Ninnillo che depositò almeno un chilo di escrementi verdastri.
– Pure quando cachi sei strano. – disse ‘o zelluso ridendo.
I negozi erano aperti ma con la gente che aveva paura di scendere la merce restava invenduta. Al borgo avevano tacitamente interrotto la circolazione. Tutti aspettavano il momento che uscissero, col fiato sospeso. Rosina, la madre di Francesca, prese coraggio e arrivò nella piazzetta, la banda del limunaro la trovò a giocare con un SuperSantos semisgonfio e le porte fatte con cassettine blu del latte Berna.
– Ve ne dovete andare da qua! – gridò.
– Adesso neanche più a pallone si può giocare? – le fece Alemao con una risata da scemo.
Rosina gli diede uno schiaffone e poi furono le donne del vicinato a portarla via trascinandola sul ciottolato. Alla fine rimasero di nuovo da soli. I ragazzi e il palazzo. I ragazzi fuori che masticavano uno sfilatino col prosciutto e sputavano a terra. Quelli dentro a raccontarsi gli anni perduti. Ogni giorno che passava rendeva la situazione più irreale. Ogni ora che quei due figli di puttana fottevano alla morte era uno sfregio al bene più sacro, il motore che teneva in vita quel cosmo tascabile. Il rispetto.
E adesso la punizione che li aspettava doveva essere terribile, ma soprattutto alla luce del sole. Davanti a tutti. Così rimanemmo tutti, una settimana, congelati, in attesa, senza muovere un dito.
Poi venne la domenica. Alle nove Peppe la svegliò piano piano. La guardò negli occhi e lei capì subito.
– Ancora un poco – lo implorò.
Era sera quando scesero. Bonya non c’era più. Sospirarono, ci fu un lungo abbraccio, tragico come gli abbracci degli adolescenti.
Quando aprirono la porta trovarono una macchina dei carabinieri e una Mercedes. Due ceffi con l’accento del nord caricarono Peppe sulla Mercedes. I carabinieri presero Francesca e la madre. Erano sotto protezione. In macchina le raccontarono che don Ciro si era pentito. Dopo anni di terrore, estorsioni e omicidi passava sotto la protezione dello Stato, i suoi affiliati erano ricercati e la sua famiglia (compresi Vincenzo e Francesca), avevano ottenuto il diritto a un salvacondotto, un altra identità e un’altra vita al Nord.

Io ho continuato a raccontare questa storia per anni, cercandovi un senso, che mi sfuggiva ogni volta che mi sembrava di averlo afferrato. Anch’io lasciai la Campania. Anni dopo, quando Peppe Calce era ormai vecchio e io una ventenne in vacanza, me lo trovai davanti, a pochi passi, su una spiaggia catalana. Non era con Francesca ma con una sudamericana formosa e un po’ volgare. Evitai di guardarlo negli occhi ma lui mi riconobbe e mi raggiunse con uno sguardo marpione.
– Sono col mio ragazzo – gli dissi indicando vagamente verso certi ombrelloni.
Lui incassò come un vecchio pugile, scoppiando a ridere.
– Bene ragazza – mi disse – un giorno andrai in giro a raccontare che hai detto no a Peppe Calce, ma nessuno ti crederà.

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Pistola Beretta
foto di juiceeric18

La camorra napoletana nell’immediato dopoguerra, grazie all’importanza logistica della città e ai suoi gruppi locali che riuscivano in modo capillare a controllare tutti i quartieri, fu scelta da Vito Genovese ”il boss di cosa nostra americana“ come luogo per i suoi loschi affari.
La sua presenza in Campania, dovuta ad un mandato di cattura per omicidio (per questo motivo il boss decise di vivere a Napoli la sua latitanza), grazie ai rapporti con l’esercito americano, in poco tempo riuscì a prendere il monopolio del contrabbando di ogni genere, da quello alimentare, di medicine e fino a quello delle sigarette.

Negli anni a seguire altri gruppi malavitosi usarono Napoli per i propri loschi affari, dalla mafia siciliana fino a Le Milieu francese, da non confondere con il clan dei Marsigliesi (banda nata a Roma tra Italo/Francesi e delinquenti locali).
La subalternanza partenopea ai gruppi internazionali del crimine durò fino all’inizio degli anni 70, quando iniziarono a formarsi anche in Campania dei clan capaci di creare le proprie reti criminali in modo autonomo.
Nel 1971 il boss di cosa nostra siciliana, Stefano Bontate “Il Principe di Villa Grazia”, dopo una breve reclusione fu mandato al soggiorno obbligato a Qualiano, dove affiliò alla cupola il Clan Nuvoletta e il Noto contrabbandiere Michele Zaza.

Zaza, figlio di un pescatore di Procida, con la sua flotta di scafi blu, veniva soprannominato l’Agnelli del contrabbando e ripeteva spesso che lui era il datore di lavoro di almeno un quarto dei Napoletani.
Anche se sostenuto da cosa nostra non riuscì mai ad adottare le metodologie mafiose, quelle della discrezione e dell’anonimato, ed era un tipo appariscente. Si fece costruire una villa a Posillipo e un’altra a Beverly Hills, era noto per i suoi modi smargiassi e per la velocità con la quale spendeva la sua enorme ricchezza.

Insieme ai Nuvoletta, i Giugliano ed altri clan, diedero vita al cartello della cosiddetta “Onorata Fratellanza”, nata per contrastare l’ascesa criminale di Raffaele Cutolo e della sua NCO.
Questo fu il primo contatto tra due fazioni che pochi anni dopo diedero vita ad una sanguinaria guerra di camorra che fece contare migliaia di morti ammazzati.
Zaza Mori nel 1994 per un infarto, dopo pochi mesi dal suo ultimo arresto, dopo il suo periodo d’oro, passò anni tra carcere e latitanza. La sua storia segnò per sempre Napoli, dando il via alla nuova camorra, che nei successivi trent’anni avrebbe contaminato il tessuto sociale ed economico della Campania e non solo.

Marco Manna

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L'incrocio lungo via Volta con corso Lucci.

Il fenomeno delle mafie nasce in era Borbonica-Duosiciliana, mentre il potere eversivo criminale diventa tangibile nell’epoca post-unità d’Italia. La Camorra in Campania come pure la Mafia in Sicilia, sono elementi essenziali per l’unità d’Italia e gli storici hanno provato i collegamenti tra l’esercito Sabaudo e il malaffare che diventarono determinanti per la spedizione di conquista del regno delle due Sicilie. L’ultimo primo ministro dell’Interno del Regno delle Due Sicilie, Liborio Romano, assegnò al capo indiscusso della camorra di allora, tal Salvatore De Crescenzo, detto “Tore ‘e Crescienzo” e ai suoi affiliati, il compito del mantenimento dell’ordine pubblico a Napoli durante i fatti della “spedizione dei mille” per favorire l’ingresso in città di Garibaldi.

Li invitò ad entrare nella “Guardia cittadina”, in cambio dell’amnistia incondizionata, di uno stipendio governativo e un “ruolo” pubblicamente riconosciuto. Questi eventi portarono il De Crescenzo ad essere considerato come “il più potente dei camorristi” di allora. Dopo l’unità il ruolo della camorra diventa determinante all’interno dei gruppi fascisti, che usavano gli affiliati all’organizzazione nelle loro ronde squadriste, mentre in seguito, furono determinanti nel permettere l’avanzata americana che pose fine alla seconda guerra mondiale. A differenza della mafia, la camorra attraversa momenti in cui è visibile e attiva e altri in cui diventa marginale, come nel dopo Guerra, quando nascono tante figure locali che si dedicano a gioco d’azzardo, prostituzione e contrabbando, attuati sotto il controllo della mafia Italo-americana e quella Marsigliese.

Uno dei personaggi di maggior spessore del dopo guerra è il guappo Antonio Spavone detto “ O’ Malommo” la cui ascesa criminale comincia per vendicare il fratello ucciso da un guappo avversario. Durante il matrimonio della sorella, nel ristorante di fronte c’era il presunto autore del delitto, Spavone risponde ad un insulto arrivato dal suo rivale, questi comincia a sparare riuscendo a ferirlo, lui nonostante tutto fu più lesto e riuscì ad ucciderlo con tredici coltellate. Per quell’omicidio fu condannato a una pena reclusiva di tredici anni, più altri nove per un tentato omicidio ad un carabiniere che cercava di arrestarlo e altri undici per aver accoltellato in carcere un altro detenuto, tale “Mangia Ricotta”. La leggenda vuole che durante il suo processo l’avvocato, nell’arringa difensiva, nel tentativo di difenderlo, cercava di sminuire l’accaduto. Lui prese la parola affermando che ad uccidere “ O’Mpicciuso” era stato proprio lui perché “Chill’omm’e merd, ha accis’ a fratem”.

Il 4 novembre del 1966 durante l’alluvione di Firenze, Spavone era detenuto nel carcere delle murate e si contraddistinse per un atto di coraggio: mise in salvo diversi compagni di cella, due agenti di polizia e le due figlie del direttore. Uscì di galera nel 1966 per una grazia concessa dal presidente della repubblica Giuseppe Saragat. Come raccontato da Joe Marrazzo nel libro “Il Camorrista”, Spavone incontrò il futuro boss della N.C.O. Raffaele Cutolo nel 1963 nel carcere di Poggioreale e tra i due non corse mai buon sangue, come cercò di raccontare in modo romanzato Giuseppe Tornatore nel film che prendeva il nome dal libro del giornalista campano. Nella finzione cinematografica O’Malommo prendeva il nome di O’Malacarne e veniva descritto come un boss a capo di un sodalizio criminale verticistico.

Nella verità non è mai stato così perché Spavone era stato uno degli ultimi camorristi che doveva la sua fortuna criminale al territorio locale, uno di quelli che faceva affari alla vecchia maniera. Sempre nel film, la sua morte avviene per mano dei killer di Cutolo mentre nella realtà subì un attentato a colpi di fucile al quale riuscì a sopravvivere e successivamente, negli Stati Uniti, fu sottoposto a quaranta interventi chirurgici che servirono a ricostruirgli il volto devastato dai proiettili. La sua morte è avvenuta nel 1993 per cause naturali e ufficialmente nella sua vita era stato un commerciante di tappeti persiani. La sua figura non ha niente a che vedere con la camorra verticistica che si andrà a formare nei successivi primi anni 70, ma il suo apporto è stato importante per creare collegamenti tra due mondi criminali che andavano contrapponendosi. Dopo di lui, grazie ai sodalizi con la “mafia” e con i “marsigliesi”, comincia l’epoca delle cosche, le stesse che ancora oggi riescono a fare affari e morti ammazzati insieme. Ma questa è un’altra storia che racconteremo nella prossima puntata.

Marco Manna

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La polemica esagerata

E insomma la Napoli di oggi fa notizia sempre più spesso per l’ira che scatena sui social, per le liti tv e i “pulcinella”. Napoli si offende e fa la vittima per i Giletti, le Lucarelli e i Mentana (sebbene – lo ammetto – mi faccia quasi ribrezzo accostare quest’ultimo, maestro di giornalismo, agli altri due). Questo siamo diventati? Ha fatto rabbia anche a me la rappresentazione che Giletti, con un pessimo lavoro giornalistico, ha dato di Napoli qualche settimana fa parlando di monnezza alla stazione di Piazza Garibaldi. Tanto più che vivendo a Roma da anni per parte della settimana ritengo che la capitale, pur senza luoghi comuni frutto di un’identità che va sempre più perdendo, è assai meno vivibile e organizzata di Partenope.

È il frutto pure di un’informazione che gioca a rincorrersi come un cane che si morde la coda. Se nell’era dei quotidiani e delle tv esisteva già questo meccanismo, con il web e assai di più con i social, il sistema di martellamento delle notizie – vere o false, utili o inutili che siano – si è ingigantito a dismisura. Ed è così che chi fa il mio mestiere di giornalista ormai si perde tra i social a ricercare notizie che spesso però fanno perdere il contatto con la realtà. Per carità, ho vissuto pure io in redazioni-carrozzone dove il mondo che si raccontava era solo quello delle agenzie di stampa e un cronista poteva scrivere pur senza mai mettere il naso fuori dal giornale. Pure per il caffè bastava chiamare al bar di sotto e farselo portare a domicilio, così da evitare contatti con il “banale” mondo reale.
Ed è così che un “pulcinella” detto in tv in un programma sportivo diventa il primo pensiero da manifestare sui social o in un bar per tanti napoletani. Nei commenti più “potabili” si parla di  profanazione di un simbolo e offese per una città intera.Tutto questo dicendo semplicemente un “pulcinella”.
Ecchissene se in tante zone della Campania si continua ad avvelenare il terreno e persino le falde acquifere con i rifiuti tossici o che a Roma, a Palazzo Chigi, una “cabina di regia” eterodiretta affronterà l’eterna questione sul futuro di Bagnoli. Noi per l’Italia 2.0 siamo qui, ai piedi di un Vesuvio che non ci ha ancora lavati col fuoco, a parlare dei pulcinella e a ballare la tarantella in mezzo alla monnezza perché il Napoli è primo in classifica. E in parte è colpa nostra.
Esiste realmente il razzismo verso i napoletani, lo vivo soprattutto quando mi dicono “Non sembri di Napoli”. Eppure un tempo questo era un popolo assai più leggero, più auto-ironico. Se ci avessero dato del “pulcinella”, avremmo risposto con un pfui delle labbra ed un sorriso dicendo “E voi avete solo la nebbia” aggiungendo un sorriso ulteriore. Ridicola l’affermazione, spaesante la risposta. Come quando Giulietta divenne zoccola.
E invece in questo vittimismo c’è tutta l’inadeguatezza attuale di chi ci rappresenta. Ha detto bene Mentana nell’intervista che ci ha rilasciato in esclusiva ieri – “meritereste di più“. Perché poi in fondo la nostra maggior risorsa – l’identità – diventa pure un fardello. Solo un napoletano parlando fuori dalla propria città ha l’obbligo di rappresentarla. Questo avviene meno da altre parti, anzi è quasi ovunque è un sentimento sconosciuto. Sentiamo di dover parlare in rappresentanza di un’intera città. E anche gli altri ci vivono spesso così. Perché la nostra identità di popolo trasborda, dilaga e spesso travolge per primi noi stessi. Eppure siamo pur sempre nella città dove il nostro più grande artista contemporaneo ha ricevuto due funerali: uno a Roma e uno a Napoli.  E nessuno se ne chiede il motivo?
Perché non parlate della vittoria del Napoli invece di parlare solo dell’Inter, Napoli merita rispetto” – ha detto Auriemma l’altra sera a Tiki Taka. È come se fossimo sempre alla ricerca di una legittimità, del riconoscimento della nostra stessa esistenza da parte degli altri. Devono parlare di noi e devono parlarne pure bene. Solo noi, in quanto napoletani, siamo legittimati ad ignorarci e ignorare i nostri veri problemi oppure a parlar male dei guai che pure ci sono in città. E non sto riproponendo l’odiato stereotipo che ci dipingono addosso di “avete camorra e monnezza e pensate al pallone” o, in tempi andati, “il colera e il terremoto“. Dico solo che un “pulcinella” dovrebbe causare meno reazioni di ben altri problemi e offese che subisce la nostra città e il nostro popolo.
Lo ammetto, guardo poco la tv, i talk poi li evito quasi tutti. E perdonatemi se sono orgoglioso a prescindere della mia città e della mia cultura pure se altri resistono nel riconoscerla. Ci sono abituato e non me ne dolgo. E perdonatemi pure se non posso far a meno di notare che mentre noi ci guardiamo l’ombelico pensando a Pulcinella, nel resto d’Italia le nostre polemiche appaiono stucchevoli e arretrate. Mi spiace, ma la mia identità si impone con leggerezza col mio essere napoletano ogni giorno, che è un modo differente di intendere e sentire la vita. E chi se ne fotte – scusate il francesismo – se in un programma sportivo non dedicano tempo alla mia squadra. Non reclamerei mai una roba del genere. Per un napoletano il prezzo di essere ridicoli e quindi sfottuti è l’onta più grande da evitare. Per un napoletano è un’offesa maggiore una risata di scherno che un pacchero dato con forza. Mi spiace, ma per me mai aggettivo fu più consono di quello usato da Mentana. Pulcinella. E non venitemi a dire che per voi una “pulcinellata” sia un complimento per quanto alla nostra maschera immortale e ricca di storia possiamo essere legati. E mentre abbiamo divagato questi 5 minuti leggendo queste righe, nel silenzio di tanti, Bagnoli resta un mare pieno di fantasmi. Pullecenella va ‘n carrozza e tutte ‘o vedono e ‘o sentono – avrebbero commentato così dei vecchi saggi. I simboli servono. Ma per rappresentare qualcosa che ci vive dentro. Altrimenti restano fantocci. E pure ridicoli.
Valentino Di Giacomo

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Pistola Beretta
foto di juiceeric18

Qualche mese fa hanno fatto molto scalpore le proteste dei sindaci campani che non hanno dato il permesso di girare delle scene nei loro comuni alla produzione della seconda serie della fiction televisiva Gomorra. La motivazione data è stata che la serie in questione gettava fango sulle città scelte per girare nonostante negli anni abbiamo assistito a decine di produzioni che hanno trattato lo stesso argomento e che sono state girate nelle varie città della nostra Regione. Perché “Gomorra” no e ad esempio “Il Clan Dei Camorristi” si?

Ho provato a ragionare su questa cosa e alla fine sono giunto ad una conclusione: Anche quando parliamo dei nostri mali, lo dobbiamo fare usando il metodo del politically correct. Le critiche nascono nei confronti della narrazione piuttosto che per il tema trattato. Nella Fiction “Pupetta – Il coraggio e la Passione” viene rivisitata la vita di Pupetta Maresca, la storia viene stravolta e la protagonista da CRIMINALE viene fatta passare come vittima del sistema. Ad essere sincero di questa fiction ho visto solo due puntate perché già dalle prime battute si capiva benissimo l’intento degli autori che era quello di concedere al pubblico un prodotto leggero, che non toccasse i lati oscuri e che fosse in grado di evidenziare la parte romanzata, ecco perché il padre diventava un povero commerciante e il suo amato si trasformava in un ragazzo in cerca di giustizia.

Nella realtà il primo era un feroce trafficante mentre suo marito era il temuto camorrista conosciuto con il nome di Pascalone è Nola. Gomorra invece, anche romanzando i fatti accaduti, tenta di svelare i punti oscuri del tema trattato e quindi, seppur entrambe sono fiction (finzione) e per forza di cose devono poi attenersi a determinate linee editoriali per far si che il prodotto funzioni, assistiamo alla fine a due racconti differenti: uno “Gomorra”, asettico e distaccato dove non si induce lo spettatore a parteggiare per qualcuno e l’altro “Pupetta”, dove si costruisce una storia nella quale si stravolge il senso dei fatti e della vita dei personaggi per renderli più gradevoli e invitando lo spettatore in modo subliminale a parteggiare per il protagonista.

Per conoscere i fatti reali ci sono decine di libri da poter leggere: Lo scrittore e giornalista Napoletano Gigi Di Fiore ha dedicato una vita intera a raccontare le storie sul malaffare partenopeo, scrivendo articoli e libri e grazie alle sue inchieste e interviste, si può avere un quadro effettivo su come si sia mossa ed evoluta la camorra napoletana. Con questo primo articolo, noi di “Soldato Innamorato”, daremo il via ad una nuova rubrica settimanale nella quale cercheremo di capire il fenomeno malavitoso degli ultimi 50 anni. Nei prossimi pezzi parleremo dell’evoluzione camorristica avutasi grazie ai rapporti con il Clan dei marsigliesi e dei legami nati alla fine degli anni ’60 intorno al contrabbando di sigarette. Tratteremo il cambiamento dei personaggi della malavita da Guappo vecchio stile, tipo Antonio Spavone, passando per gli esponenti della camorra verticistica di Cutolo anni ’80, per finire analizzando le mire imprenditoriali dei Casalesi a cavallo dei due millenni. In questa fase di rivisitazioni romanzate dovute alle fiction, forse è giunto il momento di ricordare le vere origini e le vere storie di tutti gli uomini che grazie alla loro sete di potere e alla loro brutalità, sono riusciti (insieme ad una parte di politica corrotta) a rallentare la crescita del popolo partenopeo ricco di storia e di cultura.

Marco Manna

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Chi ci legge e mi legge da tempo sa che su soldatoinnamorato, quando tutti andavano contro De Laurentiis in città e allo stadio, qui il presidente del Napoli è stato sempre difeso, sin da quelle scene pessime della prima partita in casa contro la Sampdoria. Una difesa che non è prevenuta, per ragioni di simpatia personale o per qualsiasi genere di convenienza: semplicemente perché il Napoli della gestione De Laurentiis è tra i migliori di sempre. I risultati parlano chiaro: sei qualificazioni europee consecutive (mai accaduto), due Coppa Italia e una Supercoppa italiana, una semifinale di Uefa dopo 25 anni dall’ultima volta. Insomma, lo dico senza offesa, solo tifosi puerili e inconsapevoli della propria dimensione possono criticare De Laurentiis: persone che non hanno ancora compreso che tifano per il Napoli e non per una squadra strisciata che DEVE ambire a vincere tutti gli anni. Che poi ci sarebbe da fare pure un discorso ben più ampio di educazione allo sport, far comprendere che la regola basilare del calcio è che uno vince e gli altri ci possono provare. Allo stadio si è persino inneggiato con beceri cori sull’incendio della barca del presidente, insomma, detto senza nascondermi: per quanto mi riguarda una parte di Napoli e dei napoletani dovrebbero solo vergognarsi per questo odio cieco che non ha ragione di esistere. Gente che non merita questo Napoli e che io non avverto nemmeno come napoletani, li definirei piuttosto, come faccio con chi vive in città e tifa juve, “napolesi”. Perché il Napoletano che conosco io ha un altro cuore e un altro modo di ragionare. Il Napoletano sa che nella vita e nello sport è più bello vincere da “ciucci”, come la nostra mascotte che ci rappresenta, che da cavalli o da zebre.

Oggi però, dopo questo periodo di risultati positivi, mi si dà l’occasione di poter criticare De Laurentiis. Perché oggi? Perché oggi è possibile farlo senza unirsi a quei cori di certa gente e di certa stampa che ha palesemente fatto un gioco al massacro su De Laurentiis e per conseguenza sul Napoli.

I risultati, come detto, premiano De Laurentiis, ma ci sono troppi punti che non riescono a far fare al club quel passo decisivo per essere considerato “grande”. In primis – come ci faceva notare Marco Bellinazzo in un’intervista che ci ha rilasciato – è drammaticamente strano che un club che fattura centinaia di milioni di euro abbia un Consiglio d’amministrazione nel quale figurano praticamente solo i familiari del presidente. Manca un general manager, con la dovuta esperienza, che possa dare un’organizzazione strutturale alla società azzurra. Non è un caso che le squadre giovanili peregrinino per tutta la Campania alla ricerca di campi sui quali allenarsi: il progetto della “scugnizzeria” – come la definì tempo fa lo stesso De Laurentiis – non è mai decollato. Si parla di un terreno a Torre Annunziata dove il presidente ha deciso di investire, ma finché non vedremo le ruspe è impossibile credergli. E’ impossibile credergli perché il San Paolo, pur così com’è, sta aspettando ancora quel famoso tabellone che il presidente aveva promesso di installare a sue spese ormai troppi anni fa. E per non parlare di tutta la querelle con De Magistris, dove detto anche qui senza nascondersi, ci sembra che per entrambi possa rispolverarsi l’antico adagio napoletano delle “due maruzze”… Un sindaco che non riesce nemmeno a far votare al proprio consiglio comunale una delibera per dare la concessione temporanea del San Paolo e che ha incassato, in questa vicenda, una serie di figure pessime di cui questa del mancato voto è solo l’ultima goccia. Manca chiarezza da parte di entrambi, dal presidente del Napoli e dal primo cittadino: quanti soldi ci vogliono per ristrutturare il San Paolo? Ce lo fate sapere? Perché non è sufficiente dire – come ha detto il sindaco – che “non bastano venti milioni”. Quanti ne servono? Lo dica il sindaco pubblicamente e così pure la cittadinanza ne sarà informata.

In tutto questo bailamme il club Napoli detiene la proprietà soltanto dei cartellini dei calciatori e del marchio sportivo: i campi di Castelvolturno non sono di proprietà della società, non c’è una sede, non c’è uno stadio, non c’è nulla che possa configurare una struttura. Non basta tenere i conti in ordine e i bilanci a posto per programmare un futuro solido, serve tanto altro.

E, parlando di calcio, non servirà questa rosa per poter ambire a lottare fino alla fine per alti traguardi. E’ evidente che a centrocampo il Napoli non abbia un degno sostituto né di Hamsik e soprattutto di Allan. Così come, finché Strinic non sarà preso in considerazione da Sarri, forse servirà un nuovo terzino del pari livello di Ghoulam per mettere le cose a posto. Con i ritmi forsennati ai quali il Napoli ci ha abituato è impensabile che questi calciatori possano giocare al massimo per un’intera stagione. In sintesi: non crogiolarsi sugli allori, ma intervenire a Gennaio per sistemare qualche falla della rosa è doveroso.

Oggi si può criticare De Laurentiis perché non ci uniamo a nessun coro, né a quelli contro Insigne, oggi diventato idolo assoluto, né a quelle frecciatine a Sarri che secondo alcuni non sapeva fare la formazione o i cambi. Oggi sono saliti tutti sul carro del vincitore. E’ la prassi. E speriamo solo che se ne aggiungano altri perché significherà che il Napoli sarà vincente pure in futuro. Ma, al di là dei risultati, il napoletano impari a criticare invece che odiare, a sostenere fino al novantesimo i ragazzi che indossano la nostra maglia. Per parlare e fischiare c’è sempre tempo dopo. E poi impariamo tutti a goderci quanto stiamo vivendo: ma lo state vedendo lo spettacolo che stanno dando i nostri ragazzi? Ecco, queste gioie conserviamole, non sarà sempre così purtroppo. E sarà nei momenti difficili che bisognerà essere davvero tifosi. Oggi sono bravi tutti, come ieri erano tutti abili a criticare. Non c’è niente da fare, per quanto mi riguarda c’è una parte di pubblico napoletano che ho già definito “di merda”. Come mi ha scritto Floriana Barretta oggi: “La parola pappone oggi è scomparsa dal vocabolario”. Non è “pappone” De Laurentiis, ma ha tanti difetti. Però una cosa è la critica ed un’altra l’odio. Lo si comprenda in fretta: non per me, non per altro, ma per il bene della mia, della nostra squadra del cuore.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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La Mehari di Giancarlo Siani

Sono proprio le otto di sera del 23 settembre.
Mi sembra di vederti dietro la tua scrivania, in redazione, attaccato al telefono per cercare di trovare i biglietti per il concerto di Vasco.

Un tentativo dell’ultimo minuto, quasi disperato.
Vi siete decisi troppo tardi in redazione ad andarci tutti insieme.


Però tu sei testardo anche nelle piccole cose e ci vuoi provare lo stesso, sarebbe un vero peccato perdere la tappa napoletana dell’astro nascente del rock italiano e del suo trionfale tour “Cosa succede in città”.
Un titolo, che a pensarci adesso, vengono i brividi.
E, invece, ti sei dovuto arrendere. Hai salutato i colleghi con un “Sarà per la prossima volta” e loro impietosi ti hanno anche preso per il culo perché non ci sei riuscito.


Ma tu non te la sei presa, non sei permaloso, sei il primo a non prendersi mai troppo sul serio.
Così sei andato a riprendere la tua Mehari. Direzione Vomero.
Forse hai pensato che infondo era meglio così, che eri stanco e tutto sommato era meglio tornare a casa e riposarti un po’.


E hai preso la strada che ti porta dalla redazione di Mergellina fin sulla collina dove c’è la casa dei tuoi.
Però, certo, Vasco è Vasco e valeva la pena andare al lavoro con qualche ora di sonno in meno. Peccato…
Giancarlo volevo dirti che io due biglietti per quel concerto ce li ho.


Preferisco starmene a casa e darli a te e alla tua ragazza, ci andrò un’altra volta al concerto, ne faccio volentieri a meno.
Perciò adesso, se mi senti, cazzo, al primo semaforo, fai inversione e torna indietro.
Corri, vai a prendere la tua fidanzata e volate verso Fuorigrotta, andate a cantare a squarciagola “Ogni volta”, “Toffee”, “Vita spericolata“, che forse è proprio la tua preferita.
Poi domani si vedrà.
Magari qualcosa gli farà cambiare idea.


Magari succede un imprevisto che li mette in allarme, che rimandano.
E che poi salta tutto.
Intanto tu stasera cambia itinerario.
C’è Vasco e forse anche un’altra vita che ti aspetta.

Sofia Alfieri

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Cos'è davvero Napoli?

"Tipica" carta d'identità secondo Rosy Bindi

Rosy Bindi non lascia, anzi raddoppia. Se non bastavano le dichiarazioni di qualche giorno fa, oggi la presidente della Commissione antimafia, dalle colonne del Corriere della Sera, in un’intervista ribadisce che ‘la camorra è un carattere costitutivo della città di Napoli’. Al di là della naturale indignazione per una frase che condanna Napoli ed i napoletani (avvisate i tour operator perché da oggi oltre alle bellezze naturali e museali i turisti dovranno visitare anche i luoghi caratteristici e simbolo della camorra) francamente sono anni, decenni, che ascoltiamo simili affermazioni. Parole che suonano sia come un tentativo quasi assolutorio da parte della classe politica (rassegnatevi la camorra c’è e ci sarà sempre) che mai è riuscita, in fondo perché non l’ha voluto, a debellare il fenomeno criminale, e sia di un retaggio di una storiografia risorgimentale e savoiarda a cui ha sempre fatto comodo dipingere il reame napoletano e delle Due Sicilie come un covo di ladroni e briganti. Rosy Bindi è caduta in questo errore.

La camorra c’è e nessuno può metterlo in dubbio, ma da una presidente di una Commissione antimafia ci saremmo attesi altre analisi. Anche perché, insistendo nella sua tesi, Rosy Bindi smentisce un monumento come Giovanni Falcone, che certamente era un conoscitore di fenomeni malavitosi più della stessa Bindi, il quale affermò che ‘la mafia come ogni fenomeno umano ha un inizio ed una fine’. Da ciò si desume facilmente che quindi anche la Camorra avrà una sua fine. Ed a dirla tutta sono più propenso a seguire l’analisi di Falcone, fosse solo per la speranza di vedere Napoli libera dalla cappa camorristica.

Tornando però al merito della questione ed alle parole di Rosy Bindi bisogna ricordarle che in fin dei conti la camorra è un fenomeno speculare e contrario a quello statuale. O meglio, nasce nell’assenza della presenza dello Stato. Insomma, la Camorra non è che un sistema di tipo feudale, votato alla gestione territoriale, che si pone come obiettivo di sopperire allo Stato laddove incapace di esercitare la propria sovranità. Guardiamo le immagini della serie ‘Gomorra’: sono tanto diverse le ville bunker dei boss di oggi dai castelli dei feudatari? Dove lo Stato non c’è il territorio si organizza per darsi regole e strutture di potere. E per Stato non mi riferisco soltanto ai soldati, alle Forze dell’Ordine, ma molto più semplicemente alla presenza di scuole, asili nido, spazi di aggregazione sociale, un parco giochi attrezzato.  Quindi se proprio c’è qualcosa di costitutivo è l’assenza dello Stato a Napoli, nelle sue varie accezioni, piuttosto che la camorra in .

Detto questo, paradossalmente, però, dovremmo ringraziare Rosy Bindi perché potrebbe dare lo spunto per interrogarci su quale sia davvero il carattere costitutivo della città di Napoli. E poi più in generale del Sud Italia. Cosa contraddistingue questa bella, affascinante ed intrigante città? Non mi riferisco naturalmente ai simboli, un po’ oleografici, che contraddistinguono nel mondo Napoli: pizza, sole, mandolino e Vesuvio, ma piuttosto chi e che cosa ha rappresentato nei secoli e rappresenta oggi la Capitale del Mezzogiorno. Non è domanda da poco, ed è forse lo snodo per capire dove Napoli e la sua classe dirigente hanno fallito e perché ogni volta che parliamo di rilancio o riscatto della città alla fine ci ritroviamo sempre alla casella del via.

Primo punto. Napoli è stata sempre caratterizzata da una classe sociale medio borghese incapace di imporre la sua visione di Stato e di città. Troppo gracile e debole per far sentire la propria voce, anche a causa di un tessuto imprenditoriale e commerciale poco sviluppato. Mentre in altre città questa classe sociale è diventata protagonista, a Napoli ha latitato o nell’irrilevanza o adeguandosi supinamente a decisioni altrui. Secondo una visione marxiana a Napoli, e più in generale nel Sud, non si è fatta classe sociale, non è riuscita a pensarsi come tale e quindi non è riuscita a compiere quel salto che le consentisse di diventare classe dirigente e di guidare la città.

Secondo punto. Napoli ha sempre avuto una classe alto borghese, nobiliare (fino a quando lo Stato ha riconosciuto i titoli nobiliari) ed intellettuale pronta a vendersi al primo potente di turno. Era così ai tempi del vicereame spagnolo, della Napoli borbonica, di quella conquistata dai Savoia. E poi ancora della Napoli fascista e liberata dagli alleati. Quella di Lauro, quella dipinta da Rosi nel film “Le mani sulla città”. Ma anche quella dei comunisti di Valenzi e, più vicino ai giorni nostri, di Bassolino e De Magistris. E’ la Napoli della Pimentel Fonseca, cortigiana di Ferdinando IV, sua adulatrice con tanto di odi cantate e poi protagonista, contro di lui, della rivoluzione del 1799.

Terzo punto. I lazzari. Anche questo aspetto costitutivo di Napoli. Una marea di persone, si stima intorno al 1700 circa 20/30mila persone, che vivevano ai margini della società, disperati, senza fissa dimora e lavoro, sfruttati e utilizzati dai potenti come ariete per garantire e proteggere lo status quo. Nel tempo hanno cambiato nome, si sono ridotti di numero, forse, ma sono rimasti incatenati al loro ruolo di manovalanza su cui le classi più agiate, ricche e politicamente rilevanti hanno esercitato la loro influenza. Fu così con il cardinale Ruffo, Ferdinando IV, i napoleonidi Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, e poi ancora il ‘liberatore’ Garibaldi con la regia del traditore Liborio Romano. Ed ancora essi furono quelle tanti mani che stringevano i pacchi di pasta offerti da Achille Lauro. Fino ad arrivare a quel popolo che oggi vive facendo il ‘palo’ in un quartiere degradato, che vive ai margini della tollerabilità, che si ‘attacca’ al palo della luce per avere la corrente elettrica in casa, e a cui  poi, quando va a votare, come pegno prima del voto gli viene data metà banconota da 50 euro, ricevendo soltanto a votazione ultimata la seconda metà. E pure i modi di chiamarli sono cambiati: in principio lazzari, poi, dopo la conquista sabauda, ‘scugnizzi’,  protagonisti de “Il ventre di Napoli” e dell’opera di sventramento del Risanamento. Poi diventati, nel dopoguerra e nel periodo più violento della guerra di camorra, e forse anche più basso della città di Napoli, secondo una quantomai azzeccata definizione di Siani, i ‘muschilli’. Fino ad arrivare ai giorni nostri con la ‘paranza dei bambini’ di Saviano.

Ecco i tre volti di Napoli, che da sempre la caratterizzano e ne limitano ambizioni e sviluppo. Non è quindi la camorra, cara presidente Bindi, ad essere carattere costitutivo di Napoli e dei napoletani, quella, al massimo, è figlia di un’Italia che non ha mai saputo e voluto capire questa città. Bella ed insieme tragica, dove solo chi ci è nato può capirla, amarla ma anche odiarla al tempo stesso. E può anche spiegare  perché si può diventare a furor di popolo Capitano generale del fedelissimo popolo napoletano e poi essere decapitato e gettato in una fossa comune. Il tutto in un pugno di giorni… Masaniello docet.

Dario Caselli *

Twitter: @dariocaselli

*Giornalista professionista, cultore di storia con un “debole” per quella di Napoli. E’ analista politico, ma possiede soprattutto una “imbarazzante memoria” delle battute di Eduardo e Totò.

**Dario, collega di ufficio ormai da anni. Napoletani a Roma: brutta razza. Io con le gigantografie di Diego dietro la scrivania, lui con Einstein che scrive alla lavagna “Forza Napoli” e Armstrong che piazza la bandiera azzurra sulla Luna. Costringiamo chiunque ad adeguarsi a comprendere il nostro dialetto stretto, il più delle volte incompreso. Così come restano incomprensibili agli altri i nostri dialoghi di interi minuti solo citando frasi di film napoletani, di Totò o commedie eduardiane. Più che per napoletani, ci pigliano per pazzi. Ma è un nostro modo di sopravvivenza “all’estero”. Una “sopravvivenza” che a lui riesce assai meglio di me. “Ma comme fa, comme faaaa!”. vDG

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Mi ripromettevo da tempo di scrivere un articolo sulla bellezza in fotografia, e su cosa essa comporta a seconda del contesto. Mi è giunto uno sprone inaspettato in questi giorni alla notizia della vittoria, da parte del fotogiornalista napoletano Salvatore Esposito, di un premio della Getty Images al Visa Pour l’Image di Perpignan, forse la rassegna dedicata al giornalismo per immagini più prestigiosa al mondo. Il lavoro, dal titolo “What is missing”, rappresenta il degrado di alcune zone di Napoli e viene legato alla assoluta mancanza delle istituzioni in quei quartieri. Questo premio (se volete vedere alcune delle immagini le trovate qui) è giunto con un tempismo quasi perfetto se consideriamo i fatti di cronaca a Napoli di questi giorni, e le dichiarazioni che da più parti giungono e suscitano polemiche (da Roberto Saviano a Rosy Bindi e via discorrendo), relativamente alla presenza endemica e inestirpabile o meno della camorra nella città. Faccio i miei complimenti a Salvatore per il premio, dalle immagini si nota un vero lavoro di approfondimento e di scavo nei meandri più bui della società partenopea. Le sue immagini sono molto forti, ben costruite, forse troppo… sono, paradossalmente ma forse neanche tanto, “belle foto”…

Già nel mio articolo precedente sull’uso dell’immagine nella cronaca e nell’informazione in generale avevo sfiorato l’argomento, ma stavolta vorrei soffermarmi un po’ di più sugli aspetti estetici contrapposti a quelli contenutistici.

Che significa fare una bella foto? Cosa è bello nella fotografia? Il soggetto? La composizione? I colori? Il significato? E, soprattutto, cosa fa funzionare una foto? Si adatta al contesto di fruizione, è utile allo scopo per cui è stata scattata?

Molte di queste domande forse non hanno una risposta univoca, e per ragionare approfonditamente in merito forse non basterebbe una tesi di dottorato. Ma su un paio di esse credo sia necessario soffermarsi un po’. Chi fa fotogiornalismo sa bene, o dovrebbe sapere, che un’immagine viene letta a seconda del contesto di fruizione (così come chi riporta affermazioni di qualcuno non dovrebbe isolarle dal contesto in cui sono state pronunciate). Il rischio è che ciò che viene detto, verbalmente o visivamente, possa essere male interpretato se non addirittura assumere un significato diverso o opposto rispetto alle intenzioni. Un po’ penso a Gomorra di Saviano. Etichettato furbescamente come “romanzo”, non diceva cose che non fossero già ampiamente conosciute dalla maggior parte dei napoletani, ma evidentemente era diretto, intenzionalmente o meno da parte dell’editore, a un pubblico più ampio, nazionale. Immagino che abbia contribuito a far conoscere un problema a tanti lettori che lo ignoravano, ma in tante persone potrebbe avere generato l’effetto di rafforzare convinzioni e un immaginario precostituito. Il trasformare il libro in film e poi in serie televisiva, fatta tra l’altro molto bene, aumenta lo scarto con la realtà. Diventa sempre più fiction e sempre meno informazione.

Cosa succede con la fotografia di cronaca? A fare delle immagini troppo riuscite, perfette, memorabili, “belle”, spesso si rischia di remare contro l’intenzione di rappresentare la realtà e, nel caso del degrado, della criminalità, delle problematiche sociali, contro il cercare di combattere il fenomeno, ammesso sempre che questa sia la vera intenzione… Già. L’intenzione. Purtroppo il rischio diventa questo. Si scattano foto a situazioni problematiche perché si vorrebbe testimoniarle e (spero) combatterle, ma troppe volte la fascinazione di quelle immagini rende arduo il compito, se non addirittura genera un risultato controproducente, e da quella fascinazione non sono immuni i fotografi stessi.

I fotografi di reportage di un certo tipo a volte in effetti si fanno prendere la mano dal voler ottenere una foto “bella” a tutti i costi, quella da primo premio, da pubblicazione sulla rivista Photo… ma bisogna chiedersi se la foto sia poi riuscita rispetto alle intenzioni iniziali. Esposito, e tanti altri come lui (per non parlare dei giudici di tanti contest sulla fotografia), troppo spesso non fanno che ragionare e muoversi all’interno di un discorso di enunciazione cristallizzato e precostituito, che rischia di diventare una forma di omologazione estetica che funziona solo in certi contesti. La “bella” foto del morto ammazzato, del tossicodipendente o del criminale con la pistola, diventa purtroppo l’immagine perfetta non per testimoniare una realtà (che non è nuova ormai a nessuno), ma per continuare nella scia di una pseudo informazione di facciata che serve a tante riviste per giustificare la pubblicità nella pagina di destra, quasi a volersi ammantare di una purezza e di una autorità che in realtà tanta stampa, cartacea e virtuale che sia, ha perso da tempo.

Chiudo spesso con un ricordo personale, spero per i lettori, oltre che per me, che non diventi un’abitudine, ma qui calza a pennello. In una delle prime edizioni del Festival della Fotografia di Roma, qualcosa come dodici o tredici anni fa ebbi modo di vedere una mostra di immagini, piuttosto insulse di primo acchito, in uno spazio un po’ reietto della stazione Termini. Erano immagini di persone, bambini, donne, uomini, faccende domestiche. A metà della visione lessi il cartello informativo: si trattava di immagini scattate da bambini immigrati con delle macchine usa e getta, nell’ambito di un progetto di integrazione degli immigrati. Quelle immagini testimoniavano davvero di una realtà, e lo facevano senza mediazioni estetiche, culturali, senza costruzioni se non intuitive dell’inquadratura, senza voler cercare la “bella” foto a tutti i costi.
Credo sia stato il più bel reportage che abbia mai visto. Bello perché riuscito.


Gianfranco Irlanda