Tags Posts tagged with "bellavista"

bellavista

0 1547

Siani vuole rifare Così parlò Bellavista”
Quando l’ho letto mi stavo sentendo male come non mi sentivo dal Marzo ’91. Non ci vuoi credere, il mondo ti crolla addosso perché vedi il mito violentato, come scoprire che Babbo Natale non esiste.
Non sono un fan di Siani, non lo seguo molto, forse non riesco a superare il trauma del suo cognome che mi ricorda altre storie, ma non sono neanche uno di quelli che lo critica a priori.

Volevo scrivere qualcosa a sua difesa leggendo le critiche che sta ricevendo per lo spettacolo del 16 a San Carlo, trovo una cosa bellissima celebrare lo scudetto con Maradona e una delle figure più pop e popolari della nostra cultura contemporanea nel posto della cultura classica per antonomasia della nostra città. Ci avrei visto bene anche Nino D’angelo, Bruscolotti, giocatore simbolo del primo scudetto, ma sarà uno spettacolo non una celebrazione.
L’unica critica che si può muovere per me all’evento sono i prezzi impopolari, forse era l’occasione migliore per portare ragazzi e scolaresche nel teatro d’opera più antico d’Italia, invece di costringerli alla lirica e ai balletti (o almeno così si faceva quando io ero studente) che senza le giuste basi difficilmente hanno presa sugli adolescenti. Trovo squallide, ridondanti, inutili e pretestuose le accuse di chi vede un tempio violato, che ci piaccia o no la cultura napoletana è viva grazie al sostrato popolare e non il contrario, se ci affidassimo solo agli intellettuali, agli esperti del settore seguiremmo mode fino a una triste omologazione intellettuale e Napoli perderebbe la sua personalità.

Questo non vuol dire che il San Carlo debba ospitare in modo fisso e costante Siani, Salemme o magari i comici di Made in sud… ma vuol dire semplicemente che aprire le  porte alla cultura pop per una delle celebrazioni più importanti della storia moderna della nostra città sia una cosa magnifica ed é forse proprio l’emblema del nostro modo di fare arte.

Poi ieri mattina leggo la notizia di Siani accostato all’altro mio mito, Bellavista, non De Crescenzo, io amo proprio il professore Bellavista. Purtroppo i social ci hanno abituato male, a leggere solo i titoli ed ero pronto ad inveire contro il buon Alessandro Siani, la mia reazione al post del caro Paco Rapillo, uno di quei napoletani che seguo sempre volentieri,  è stata istintiva “mi suicido”. Non ve la prendete a male, ma avrei reagito così anche se al suo posto ci fosse stato Troisi o chicchessia.

Mi sono poi procurato una copia dell’articola, sempre grazie al solerte Nato con la camicia e ho scoperto che purtroppo c’ero cascato anche io. “Porto in scena la Napoli di Bellavista” è uno di quei titoli che ti vogliono necessariamente far saltare dalla sedia, nell’intervista poi si rivela che lui è direttore artistico di un progetto che coinvolge lo stesso De Crescenzo, che Sergio Solli e Benedetto Casillo sono fra gli attori e che è un modo di celebrare i 40 anni dall’uscita del libro.
Allora mi rendo conto che la situazione è ben diverse, non è un remake, ma un omaggio dichiarato e se dicessi che Siani non è la persona adatta a fare questo lo direi solo per invidia… Non sono un attore, non sono un regista e non faccio teatro, in un progetto del genere mi farebbe piacere anche solo spazzare a terra pur di esserci, per cui aspetto, andrò all’Augusteo e solo allora, eventualmente arriveranno le critiche o gli elogi, come è giusto che sia.

Bellavista e Troisi sono due figure che mancano tantissimo nella cultura napoletana, il loro sguardo innamorato e al contempo disincantato sulla città ci hanno fatto crescere non poco. Mi trovo spesso a dire che Troisi  manca alla città di più di Maradona.

Il racconto della nostra città sembra essere limitato al dualismo a Saviano si o Saviano no, Camorra o Pizza? Lungomare o Stese? Entrambe  voci fondamentali, Napoli ha bisogno di qualcuno che ogni giorno le sbatta in faccia la realtà, anche in modo romanzato, Napoli ha bisogno di chi ogni giorno ci ricordi quanto è bella, perchè l’etica segue l’estetica, non viceversa. Ma quello che manca è qualcuno che sia lì nel mezzo a ridere di entrambi, a prendersi in giro, ci vuole qualcuno che metta Don Gennarino Parsifal contro Genny Savastano, ci vuole qualcuno che dica a Ciro che Tutto sommat’ nun fa na vit’ e merd’? Quello stesso qualcuno che in una tarantella ci ricorda che a Napoli se mor’ a tarallucc’ e vino! Quello stesso qualcuno che urli allo spazzino di non arronzare perchè quella Chiavec’ e cuntessa butta le carte dalla finestra. A Napoli quel vuoto non si è più riempito…  e neanche Siani lo ha colmato, ma non credo abbia la pretesa di farlo, forse è il pubblico che ci spera, come ad ogni acquisto del Napoli speri che arrivi un altro Maradona.

Però  con questa operazione potrebbe fare qualcosa di importante:  aiutarci a ricordare chi ha raccontato Napoli con tutta la poesia dei suoi paradossi, con tutta la meraviglia dei suoi luoghi comune ridendone, senza mai deriderla.

E allora mandiamo a fanculo i pregiudizi, perchè in realtà di questo si tratta, e aspettiamo. Tanta merda Alessà, saremo noi, muratori del tremila, a giudicare se si tratta di un’ capolavoro o nu cess’ scassat’.

Paolo Sindaco Russo

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 1538

La lezione di Bellavista

Pipita di libertà

La lezione Bellavistiana, evidentemente, Gonzalo Gerardo Higuain deve ancora interiorizzarla. Lui, Il Pipita che tanto ha fatto innamorare i cuori azzurri, tutti noi pensavamo fosse un uomo d’amore… e invece era un uomo di libertà.

Gonzalo non è come noi che preferiamo restare abbracciati l’uno con l’altro (anche con un’ala soltanto), quando sarà a Torino, preferirà la doccia invece che quel bel bagno caldo che è un appuntamento con i pensieri. Gonzalo preferirà l’albero di Natale, qui da noi ci era persino finito sul presepe. Noi che abbiamo – come dice Bellavista – una fede incrollabile che è solo e soltanto il Napoli.

Eppure alla fine, come insegnano Bellavista e Cazzaniga, un punto d’incontro lo si dovrà trovare. Magari non ora che gli animi sono ancora esagitati. Gonzalo ha scelto, ha scelto la libertà. La libertà magari di spintonare un arbitro senza essere punito con 4 giornate di squalifica, la libertà di tuffarsi in area e vedersi fischiato un rigore a favore, la libertà di segnare in fuorigioco senza che il guardalinee alzi la bandierina.

Lui, Gonzalo ha scelto la libertà. Noi però restiamo uomini d’amore. Occhi secchi si, ma odio no… Sicuri che pure a Torino una Natascia la troverà…

Valentino Di Giacomo

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DI SOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER@SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

 

0 2128

E’ di queste ore la notizia che un collezionista ha acquistato dal fotografo irlandese Kevin Abosch un suo scatto, un “ritratto di patata” (Potato #345, 2010), per un milione di euro. Abosch, classe ’69 (mio coetaneo, quindi…), è noto soprattutto per i suoi ritratti a soggetti umani, principalmente personaggi famosi come Johnny Depp, Bob Geldof, Aung San Suu Kyi, Steven Spielberg, Vanessa Redgrave e molti altri.

Per quanto riguarda l’idea che Abosch riesca a farsi pagare tanto (e si narra che abbia iniziato quasi da subito a chiedere cifre alte per i suoi lavori), ben venga e tanto di cappello, è ammirevole, specie confrontato allo squallido panorama italiano dei lavori creativi, immateriali, in cui bisogna sbattersi e lottare per riuscire a farsi anche solo pagare (figuriamoci a farsi pagare, come fa Abosch, centinaia di migliaia di dollari per farsi ritrarre da lui…)

Facciamo però una piccola riflessione rispetto al merito, o meglio, alla “sostanza”, se possiamo chiamarla così, delle immagini di Abosch. Su Repubblica.it il redattore usa la frase “il suo caratteristico sfondo nero” per descrivere i ritratti di Abosch. Chiunque mastichi un po’ di storia della fotografia saprà benissimo che lo sfondo nero non è un’invenzione né una innovazione del fotografo irlandese, e andando a vedere le sue immagini quello che colpisce – in negativo, purtroppo – è l’estrema banalità delle foto e delle pose. Volti che si susseguono ugualmente posizionati, centrali, con la stessa illuminazione di tre quarti laterale dall’alto, senza ombre particolari né guizzi di sorta. Se non sono fototessere è proprio per via del fondo nero, ma questo non riesce a giustificare, almeno ai miei occhi, l’idea che un fotografo venga pagato tanto per un ritratto che potrebbe fare grosso modo qualsiasi mio allievo con un minimo di attrezzatura e con il fondale apposito. Resto basito non tanto dalla presunzione del fotografo di chiedere tanto, ma dalla incapacità della committenza di rendersi conto che si sta pagando solo ed esclusivamente un nome e non una foto.

Queste sono ovviamente delle dinamiche molto note e ormai usuali nel mercato dell’arte, che purtroppo più che a un suk arabo assomiglia sempre di più a Piazza Affari, con un listino borsistico che insegue le quotazioni sui future, senza pensare al valore reale (ma ce n’è uno?) di quanto si sta effettivamente realizzando. Il “prodotto” artistico, quando viene collocato nei listini in cui i galleristi assomigliano davvero a dei broker finanziari, diventa davvero una cosa di secondo piano. Fosse questo il problema, staremmo semplicemente nella logica di mercato, un mercato senza basi reali, senza davvero più un valore di uso dell’opera, che non sia altro dal valore di scambio. Certo un discorso analogo viene fatto ogni volta che un’opera di arte contemporanea spunta prezzi assurdi, e non soltanto nel caso delle fotografie; certo con la fotografia, in quanto strumento che nasce, almeno nelle intenzioni, come qualcosa che sia facilmente atto a riprodurre in migliaia di copie quanto scattato, le conseguenze giungono all’estremo.

Mi viene in mente il discorso fatto ne Il mistero di Bellavista, relativamente a un’ipotetica opera di arte contemporanea ritrovata centinaia di anni dopo una catastrofe nucleare da un archeologo tra le macerie di una città: sarà un’opera d’arte, o un cesso scassato? Quello che però mi fa venire i brividi, e davvero tremo all’idea, è che l’estrema banalità di alcune opere (penso alla foto di Andreas Gursky che è stata detentrice del record di foto più costosa per un po’, un paesaggio insulso tra terra, il Reno e il cielo, sotto tono e dimesso, o alla foto attualmente più costosa, quella di Peter Lik di un canyon con un raggio di luce, che una testata come il Guardian ha stroncato brutalmente) che non riesce nemmeno un po’ a trasmettere l’idea che dietro ci sia un particolare, o anche solo un vago, ragionamento concettuale, venga presa a modello da tanti altri fotografi che vorrebbero seguire la stessa strada.

Guardando le immagini di Abosch una tale “assenza” è palese, ma tante volte vediamo opere di arte contemporanea che non riescono davvero a trasmettere niente, a meno che non vengano spiegate a menadito, e a volte stentano ad essere comunicative anche in quel caso. Questo, spero non si offenda chi la pensa diversamente, nella fotografia è il peggiore dei difetti. Se una foto è fatta in modo banale per sottolineare la personalità del soggetto, ben venga, ma allora tanto vale fare una vera e propria foto tessera… Quello che sospetto è che lo studio fotografico di Abosch sia un vero e proprio specchietto per le allodole, una costruzione complessa per una foto davvero insulsa, buono giusto per attirare danarosi clienti che a loro volta attireranno altri facoltosi, in un vortice virtuoso – per il fotografo, a cui ripeto va tutta la mia ammirazione – ma che rischia di diventare un risucchio deleterio per il nostro sguardo.


Gianfranco Irlanda

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 1283

La soluzione napoletana al terrorismo

Secondo un’interpretazione del Corano, probabilmente distorta, i kamikaze islamici che si uccidono negli attentati otterranno in paradiso di poter restare con 72 donne vergini. Vergini eh, si nun so’ vergini nun sò bbone… Addirittura in alcuni versi del Corano si fa accenno a donne dai seni “cresciuti”, “gonfi”, a “forma di pera”, “alte 60 cubiti” (circa 27 metri), “larghe 7 cubiti” (circa 3,2 metri)… Un container praticamente…

Sarà che il sottoscritto ha un approccio alle religioni certamente intimistico, ma anche abbastanza scettico allo stesso tempo: mi chiedo se certe “storie”, come pure quelle della mela di Eva e del serpente, della costola di Adamo e di tutto l’armamentario biblico possano essere considerate metafore o tuttalpiù favole. Insomma: si può credere a queste ricostruzioni di migliaia di anni fa?

E allora ogni tanto mi capita di voler fare le pulci a questi testi sacri. E, con tutto il rispetto, per dirla con il celebre tormentone dei Tre 3: “A mme me pare na strunzat!”. E volendo approfondire la questione ci sono alcune domande che mi sovvengono in merito a questa leggenda delle 72 vergini.

1) Se queste signorine sono in paradiso, saranno signorine morte. E se sono morte vergini una ragione ci dovrà pure essere… E’ assai probabile che non siano proprio delle top model…

2)Non so i musulmani, ma io ho difficoltà a gestire i rapporti con una sola donna che sinceramente mi sembrerebbe una condanna capitale dover avere a che fare contemporaneamente con 72 donne. Per non aprire l’argomento suocere…

3)Mettiamo il caso che queste 72 donne siano realmente vergini. Il terrorista mette fine alla propria vita per fare sesso 72 volte con una donna vergine? Perché la verginità dura una volta, fatta quella cosa là poi è tutto finito…

A questi interrogativi si aprono poi delle controproposte. Se invece di fare la guerra in Siria o in Iraq gli occidentali, invece dei soldati, assoldassero delle signorine per calmare un po’ i bollenti spiriti di questi kapikaz… mmm cioè kamikaze?? Certo, avremmo una certa difficoltà a reperire ben 72 signorine vergini…  Ma una soluzione si trova sempre: oggi la chirurgia fa miracoli e riesce a ricostruire pure quel pezzettino là. E non fa nulla se costa un po’ l’operazione, sicuramente avrà un costo minore di bombe, carri armati, droni e tutta quella roba là.

Chiedo scusa se ho affrontato questo argomento certamente serio e drammatico con un po’ di ironia napoletana. Ma dubito fortemente che qualsiasi Dio possa premiare, tanto più con zizze grosse o imeni spessi, chi uccidendosi uccide altre persone. Questo uccidere nel nome di un Dio, qualsiasi Egli sia, è una delle più grandi assurdità della razza umana.

E, per tornare ai nostri scherzi, rivolgiamo a questi potenziali kamikaze una domanda bellavistiana: “Ma vi conviene? Ne siete proprio sicuri?”. A questo punto facciamo tutti una colletta per comprare a questi ragazzi “Nu bell abbonamento da Natascia”…

vDG

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DI SOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER @SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 2012

Siamo diventati "uomini di libertà"

Edmundo

Ricordo quando arrivò Edmundo al Napoli. Anno del Signore 2001. Il Napoli stava retrocedendo e la premiata ditta Corbelli-Ferlaino, dopo un estenuante ballottaggio tra il brasiliano e Martin Palermo, decise di regalare alla piazza napoletana il colpo ad effetto. Per l’occasione fu fatta per ‘O Animal una presentazione al San Paolo stile-Maradona. Accorsero oltre 30.000 tifosi trainati da una campagna di stampa di quotidiani, tv e radio. Perché fondamentalmente Ferlaino, grazie anche ad un esperto artigiano della comunicazione quale Carlo Iuliano (mai compianto abbastanza per le sue grandi doti), sapeva usare egregiamente i media. Edmundo arrivava da quella che, più di oggi, era periferia del calcio: giocava nel Santos, in Brasile. E da quelle latitudini si andavano a pescare solitamente le giovani promesse, non calciatori di 30 anni. Si, Edmundo a Napoli ci arrivò a trent’anni, ma furono pochi i napoletani a storcere il naso. Il Napoli di Mondonico quell’anno retrocesse. Punito, tra tanti episodi, soprattutto da una punizione di Roberto Baggio che visse a Brescia (secondo il sottoscritto) gli anni più belli e magici della sua straordinaria carriera di funambolo e leggenda del calcio. Quello stesso Baggio che a inizio campionato il filosofo Zeman non volle al Napoli perché non idoneo ai suoi ferrei schemi del 4-3-3. Arrivò David Sesa.
Perché vi racconto questa storia? Perché oggi Napoli e i napoletani (sembrano la maggior parte) si fasciano la testa per il mancato arrivo di Soriano. Ma non solo per lui. Più di tutto è che quest’anno il Napoli non ha acquistato calciatori mediaticamente altisonanti. Valdifiori e Reina erano già stati assimilati dalla piazza perché acquistati (troppo?) presto. Allan, Hysaj e Chiriches invece non scaldano i cuori. In attacco sono rimasti tutti. Un presidente più “figlio di puttana” probabilmente ne avrebbe venduti un paio e acquistato un croato, un belga o un argentino per esaltare la piazza e i media. Fu fatto passare Edmundo come un fenomeno appena 15 anni fa, figuriamoci cosa si poteva fare oggi con i mezzi economici del Napoli.

De Laurentiis è un pappone, un infame, un pezzente, un pezzo di merda“. Se si gira sui social abbondano sulle foto di Aurelio tutte queste “belle parole“. E fioccano i like e i retweet come in una moda dalla quale non si può sfuggire.  Ha commesso errori De Laurentiis? Certamente. La sua gestione familiare, il suo annunciare cose che non realizza, la sua protervia naturale. Ma più di tutto hai il difetto di non saper comunicare. Lo ha dovuto bacchettare persino il presidente della Samp Ferrero, che proprio un moderato non è, per le dichiarazioni che Aurelio ha reso alla radio ufficiale, nelle quali considerava Soriano ormai un giocatore del Napoli da gennaio.  Ecco, criticare alcune scelte societarie va bene. Ma in città si respira qualcosa di altro. Un accanimento che grazie ai social, ai passaparola, alle chiacchiere dei bar diventa moda. Eppure  stiamo parlando pur sempre dell’uomo che ha portato il Napoli con maggiore costanza in Europa (sei anni di fila), di quello che ha strappato negli ultimi anni (solo il suo Napoli) trofei alla Juve. Si tratta del presidente della nostra squadra, la squadra che dovremmo amare a prescindere. Certo, si odia pure per amore. Ma bisogna pure amarsi. Sennò resta solo odio.

Il rapporto di un amore che in realtà non è mai scoccato fino in fondo, tranne in rare e isolate occasioni, tra la città e DeLa. Si è distrutto, quel flebile e incostante amore, quella notte di Bilbao. È vero, Aurelio avrebbe dovuto rinforzare prima e meglio la squadra e poi andarsi a giocare lo spareggio Champions. Di certo lo scorso anno non aiutarono gli annunci di siti e quotidiani dell’acquisto dei vari Fellaini, Kramer, Gonalons e Mascherano in procinto di vestirsi d’azzurro. Come allora, anche oggi, c’è distanza tra le attese e il risultato. Una distanza che si colma non solo al calciomercato, ma, come faceva Ferlaino, con la comunicazione. Aurelio sarà bravo a fare cinema, ma la sua nomea di “furbo romano” che vuole far fesso un popolo che si considera (scioccamente) furbo più di tutti, poco si concilia con il fare calcio a Napoli.  Da questa situazione che danneggia il Napoli se ne esce o con una presa d’atto del presidente nel migliorare il suo rapporto con i napoletani, oppure con l’ingranare dei risultati della squadra di Sarri.

Certo, a chi oggi si accanisce contro quest’uomo, ricorderei di essere più miti e moderati nei giudizi. E magari di giudicare non solo i particolari del presente, ma i contesti in cui si opera. Siamo il Napoli, non la Juve. “Vincere è l’unica cosa che conta” è frase di Boniperti, da juventini. Questo distacco verso la squadra, questa smania di vincere non solo non mi fa riconoscere i “vecchi” tifosi del Napoli, ma non mi fa riconoscere i napoletani. Siamo gente che la sconfitta la mette nel conto, con dignità, ogni giorno che mettiamo il naso fuori di casa. Lo abbiamo dimenticato.
Preferiamo i “comandanti”, gli Achille Lauro seduti a bordo campo con la tazzina di caffè. Preferiamo i Lavezzi ai Cavani. E più forte di noi. Però in questo il napoletano lo riconosco: prediligiamo la forma alla sostanza, la bellezza fugace di un’emozione alla fredda certezza. Forse, come diceva Bellavista, preferiamo il dubbio al punto esclamativo. Eppure sul conto di De Laurentiis il punto esclamativo sembra essere calato irrimediabilmente dopo la parola “Fine”. Stiamo diventando “uomini di libertà“.

Valentino Di Giacomo

 

0 2487

E’ notizia di pochi giorni fa che la Top 50 dei protagonisti del cinema tricolore vede un intero podio colorarsi di azzurro: Alessandro Siani, Paolo Sorrentino e Mario Martone sono al vertice della Power list del cinema italiano stilata dal mensile Ciak e dal periodico Box Office.
Una consacrazione per il cinema di matrice partenopea che giunge nel 2015 ma che ha radici lontane e profonde.


Napoli e il cinema, una rapporto che nasce a cavallo fra le due guerre, negli anni ’30, e che da allora non ha mai smesso di sfornare una miriade di straordinari attori, registi, sceneggiatori. Totò e i fratelli De Filippo, Sofia Loren, Massimo Troisi e Lello Arena, passando per il cinema di denuncia di Francesco Rosi, fino ad arrivare ai più recenti Martone, Capuano, e il duo da premio Oscar, Paolo Sorrentino e Tony Servillo, lanciando sulla ribalta nazionale attori dalla comicità dirompente come come Nando Paone, Carlo Buccirosso, Vincenzo Salemme e Alessandro Siani . Per inciso anche il premio Oscar, Gabriele Salvatores è nato a Napoli da genitori napoletani, salvo poi trasferirsi giovanissimo a Milano. Quindi per quanto ci riguarda è a pieno titolo nostro conterraneo.


E sarebbe giusto chiedersi se Luciano De Crescenzo avrebbe potuto girare quel capolavoro corale che è “Così parlò Bellavista” se non avesse avuto a disposizione un “capitale umano” così vasto a cui attingere a piene mani.
Se Roma è la capitale del cinema girato, Napoli è la capitale del cinema parlato, vissuto, ideato, interpretato. E non poteva essere diversamente visto che la nostra città era già una delle capitali del teatro e che, dunque, ha trovato una nuova forma espressiva nella settima arte. Non a caso molte delle commedie del Maestro Eduardo De Filippo ma anche di suo padre, Eduardo Scarpetta, sono state adattate per il cinema e hanno avuto come interpreti attori che calcavano le tavole del palcoscenico.


Dal suo canto il pubblico partenopeo ha sempre premiato i film che avevano una matrice napoletana, non solo riempiendo le sale, ma rivedendoli fra le mura domestiche, prima sulle cassette pirata e ora in dvd, fino ad impararli a memoria, al punto che tante frasi e battute ormai sono entrate di prepotenza nel linguaggio comune, si sono trasformate in veri e proprio modi di dire, dei neo-proverbi da usare quotidianamente.
Così, sfruttando le innate doti da teatranti, spesso a Napoli non si sta al cinema solo nelle sale, ma anche al bar, al tavolo accanto in pizzeria, persino dal salumiere. Perché c’è una battuta di film per tutte le occasioni che ti offre la possibilità di comunicare in modo veloce, sintetico e soprattutto efficace. E se non capisci… allora non sei napoletano!


Non solo, le battute ti offrono la possibilità anche di fare il simpaticone nella comitiva, di farti apprezzare sul posto di lavoro e, perché no, di conquistare le ragazze facendo “il brillante” recitando interi sketch. Quanti amori a Napoli sono nati dalla freccia scoccata da Troisi nei panni di Cupido! Anzi, i più maturi, o per dirla alla Totò “maturotti ma ancora validi” ricorderanno che il Cupido del programma cult “Indietro tutta”, ansioso di poter scoccare i suoi dardi, era un giovanissimo Francesco Paolantoni, altro alfiere della comicità napoletana.
Proviamo a stilare la TOP TEN delle battute più usate dei film “made in Napoli”, quelle che per noi napoletani non hanno bisogno di sottotitoli. Una classifica provvisoria e che potrebbe allargarsi a dismisura, perché ogni napoletano sicuramente ne avrebbe qualcuna da aggiungere.


1) Vuoi dare un consiglio a un amico che si trova davanti a una scelta importante, suggerendogli un compromesso? “Fai cinquanta giorni da orsacchiotto! Accussì nun fai a figura ‘e merda da pecora ma manco ‘o lione ca però campa solo nu juorno” – Massimo Troisi “Scusate il ritardo”


2) Vuoi sottolineare un tuo gesto che denota nobiltà d’animo, quella generosità di cui a volte solo noi napoletani siamo capaci? “Signori si nasce e io modestamente lo nacqui!”Totò, “Signori si nasce”


3) Dopo aver provato a spiegare le tue ragioni, vuoi liquidare il tuo interlocutore, senza scendere troppo nei dettagli? “E ho detto tutto!” – Peppino De Filippo “Totò Peppino e la malafemmina”


4) Non riesci a far cambiare idea a un tuo amico che si mostra cocciuto e ottuso? “Ma vafanculo tu e mammina!” – Massimo Troisi “Ricomincio da tre”


5) In un museo d’arte moderna, davanti a un’opera che ti lascia senza parole per quanto è brutta e incomprensibile, vuoi esprimere tutto il tuo scetticismo? “Ma secondo te, l’operaio del Tremila cosa penserà di aver trovato: un capolavoro o ‘nu cess scassato?” – Benedetto Casillo “Il mistero di Bellavista”


6) Dovete apparare i soldi per fare un regalo di gruppo e fra voi c’è il riccone di turno? “Faccimme… 5 mila lire io, 5 mila lire iss, e nu milione e duje tu…” – Massimo Troisi “Scusate il ritardo”


7) Sei indignato per il prezzo di acquisto di un calciatore che secondo te non vale tutti quei soldi?
Nu milione… Uanema ddò priatorio!!Aldo Tarantino, alias ‘o Cavaliere di “Così parlò Bellavista”


8) Ti stai chiedendo qual è la strada migliore per arrivare a destinazione?
Per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?” – Totò “Totò, Peppino e la malafemmina”


9) Un amico si mostra indeciso e prende tempo prima di dirti di sì a partire insieme per le vacanze?
“E Cardone mio non abbiate soggezione, sforzatevi!Totò “La banda degli onesti”


11 – perchè il 10 è sempre Maradona ) Un amico inaspettatamente ha lasciato la fidanzata dopo 10 anni di “mutanda in testa”?
A’ libertà, a libertà, pure ‘o pappavallo l’adda pruvà”Gerardo Scala alias Luigino il poeta di “Così parlò Bellavista”
E chest’è!

Sofia Alfieri

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 742
"Papà, c'è la nonna" "Dille di venire alla fine del mese"

Ha fatto scalpore l’affare saltato di Soriano. Non è stato il primo e, crediamo, non sarà l’ultimo. Certo, una considerazione  viene di farla soprattutto leggendo le critiche atroci e feroci rivolte a De Laurentiis che compaiono su alcuni siti internet e testate giornalistiche. Considerazioni che si concludono con una domanda che rivolgiamo a questi severi censori internettiani: premesso che il Napoli ha fatto sicuramente una brutta figura, ma voi operatori dell’informazione vi ritenete più seri della società partenopea con i vostri comportamenti quotidiani? A criticare il club azzurro e De Laurentiis sono infatti gli stessi siti e testate che ogni giorno propinano ai lettori gli “affari del secolo” in dirittura d’arrivo. Un rincorrersi di voci e finte indiscrezioni che di serio hanno ben poco. Facile criticare gli altri, più difficile è cercare di avere comportamenti quantomeno apprezzabili. Tutto per un click in più.

Soldatoinnamorato per una precisa scelta editoriale ha rarissimamente parlato di calciomercato, abbiamo tendenzialmente deciso di offrire ai nostri lettori soltanto le notizie di acquisti o cessioni al momento della loro ufficialità. Ci rimetteremo e ci abbiamo rimesso sicuramente in termini di visualizzazioni e di contatti sul nostro sito, ma ne abbiamo guadagnato sicuramente in salute e, speriamo, in credibilità. Nonostante tutto però, nonostante le assenze delle fantomatiche bombe di mercato, dei “sta arrivando”, “siamo ai dettagli”, “è quasi fatta” e tutta l’amena terminologia che non significa nulla (tipica dell’informazione pallonara), il nostro sito, anche se sorto da poco più di un mese, ha ottenuto consensi e visibilità che neppure ci aspettavamo.

Per noi il calcio è un gioco. E’ anche una passione vissuta intensamente, ma resta e resterà un gioco. Lo abbiamo dimostrato quando mentre tutti chiedevano acquisti, spese e di “cacciare i soldi” alla società, noi ci siamo inventati una provocatoria petizione (che poi ha anche una sua validità). Abbiamo chiesto a De Laurentiis di creare una maglia da gara anche per i chiattoni, anche loro vogliono indossarla: e le divise stretch degli ultimi anni lo consentono solo esponendosi a figure non proprio fantastiche. Una provocazione che ha trovato risalto su quasi tutta la stampa nazionale, persino Dagospia l’ha simpaticamente ripresa.

Quando bisognava farlo anche noi abbiamo criticato diffusamente la società quando non ci è piaciuto il suo operato. Lo abbiamo fatto spesso da quando siamo nati e abbiamo dovuto farlo anche oggi per la brutta figura fatta dal club nell’affare Soriano. Ma ci preoccupa lo stesso questo accanimento contro De Laurentiis. Bisogna distinguere la legittima critica da quello che ci sembra un accanito tiro al bersaglio che preoccupa. Avendo assistito alla prima in casa contro la Samp in Curva A e visto con i miei occhi i tafferugli di Domenica, avevo avuto il sentore che ci fosse “aria di camorra“. I “sistemi” non sono mancati mai al San Paolo, ma quest’anno ci sono giochi sottili che fanno paura. Stamattina ne scriveva anche Il Mattino, evidentemente non ci eravamo sbagliati.

Soldatoinnamorato non vuole essere né papponista, né aureliano. Vogliamo scrivere quello che pensiamo. Cerchiamo di farlo pubblicando anche le diverse opinioni e sensibilità che sono all’interno della nostra redazione, senza censure. Siamo magari un po’ “sarristi”, ma non esclusivamente per ragioni calcistiche. Piace un po’ a tutti noi la storia di questo allenatore nato a Napoli un po’ per caso, figlio di operai dell’Italsider. Gli auguriamo il meglio anche perché il suo bene sarà anche il bene della squadra che amiamo.

Ma, soprattutto, a prescindere da Sarri e De Laurentiis, dai tifosi di stadio e quelli da salotto, in quelle solite e tipiche distinzioni tipiche del nostro popolo e della nostra storia, qui sul nostro sito vorremmo cercare di scrivere non solo per acchiappare qualche click. Cerchiamo semplicemente di raccontare ogni giorno, attraverso le nostre rubriche, di una città che nei suoi mutamenti resta sempre da scoprire. Pur restando fedele ad un “modus pensandi” che la contraddistingue, per fortuna spesso in positivo, rispetto a tante altre parti del mondo.

Vorremmo fare un altro tipo di racconto. Distante dai clamori generati artificialmente per rincorrere gli umori di piazza. Anche perché, tornando al calciomercato, ma serve davvero questo bombardamento di notizie che poi notizie non sono? Per dirla con Bellavista: “Ve li siete fatti bene i conti?”.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DI SOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER @SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DI SOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER @SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

 

 

0 853

Erano anni che lo cercavamo, esattamente dal 1984, quando Saverio, il netturbino di “Così parlò Bellavista” rivelò all’amico Salvatore, alias Benedetto Casillo, che per vincere al lotto c’era un rimedio infallibile: rivolgersi a lui, a ‘ O monaco rattuso, una scienza esatta in fatto di numeri.

Così noi del SoldatoInnamorato ci siamo messi sulle sue tracce e siamo riusciti a scovarlo grazie ad una soffiata di un pentito del lotto nero, che ci ha condotto in un basso nei quartieri spagnoli, dove esercita la sua arte divinatoria da quando per ovvi motivi ha dovuto lasciare il convento.

Per poter avere un responso, abbiamo dovuto portare con noi una nostra redattrice che si è “immolata” alla causa, perché è risaputo che ‘o rattuso è solito indicare i numeri toccando la cliente (altrimenti verrebbe meno all’appellativo che si è guadagnato sul campo).

Gli abbiamo chiesto di estrarre dei numeri dall’episodio di cronaca di cui vi avevamo parlato qualche giorno fa, avvenuto a Giugliano, quando un uomo si è recato in ospedale lamentando forti dolori alla pancia a seguito di un incidente in motorino. In realtà, si è scoperto che l’uomo si era “accidentalmente” inserito un ortaggio, e precisamente una melanzana, nel deretano, che i sanitari hanno prontamente estratto dal malcapitato. Dopo aver ascoltato con estrema attenzione la storia, ‘O rattuso, attraverso vari palpamenti ha così indicato i numeri da giocare:

16 ‘ o culo – 42 ‘a mulignana – 41 ‘o spitale – 12 ‘a figura ‘e merda

Da giocare sabato 8 agosto, terno e quaterna per Napoli e per tutte le ruote.

‘O monaco rattuso v’accumpagna!

Sabrina Cozzolino

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DI SOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER @SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 3175

La deve smettere di prenderci in giro“, “Con questo personaggio non vinceremo mai“, “Ma che ha vinto il Napoli? Tre coppette inutili“, “E’ un pappone“, “Deve cacciare i soldi“.

Il destinatario di queste accuse è chiaramente il nostro presidente, Aurelio De Laurentiis. Sono alcuni dei commenti che si trovano in giro sui social, ma anche in città dove ogni settimana spuntano striscioni dei tifosi arrabbiati in qualche piazza o in qualche strada.

Definisco questo fenomeno un “grillismo” calcistico. Il tifoso del Napoli, come tanta parte dell’elettorato italiano, è arrabbiato, non ha fiducia nella propria classe dirigente. Ecco, se De Laurentiis fosse il presidente del Consiglio, i sostenitori azzurri chiederebbero ogni giorno le elezioni. Il premier del Calcio Napoli – secondo alcuni – si è macchiato di uno scandalo gigantesco: non ha ancora vinto lo scudetto!  

Sembrano ormai già lontani i tempi in cui il tifoso azzurro viveva un’intera stagione con il massimo obiettivo di togliersi qualche sfizio contro le grandi: battere almeno una tra Juve, Milan e Inter significava aver disputato un campionato soddisfacente. Questi sentimenti non accadevano solo 40 anni fa, ma nel primo Napoli in serie A con la gestione De Laurentiis. Quando il Napoli di Datolo espugnava Torino, quando Maggio faceva ammattire San Siro, quando Grava faceva il fenomeno bloccando le giocate di Ronaldinho. Eravamo contenti. Come quel giorno che scoprimmo Ezequiel Lavezzi in quella straordinaria partita in cui rifilammo 5 gol a domicilio all’Udinese e iniziammo a rivivere sensazioni che avevamo quasi dimenticato.

Negli anni il Napoli ha potuto contare poi su calciatori di livello internazionale: Cavani, lo stesso Pocho, Hamsik, Higuain e, va ricordato, il tecnico più titolato nella storia del club. Quel Rafa Benitez che ha concluso la sua ultima stagione in maniera fallimentare. Perché oggi arrivare quinti è un fallimento: un dato che dovrebbe far riflettere sui progressi, ancor più che sugli insuccessi. Gli azzurri negli ultimi anni hanno persino lottato per vincere lo scudetto quando un dubbio rigore per un fallo di mani di Aronica fece svanire i nostri sogni e il Milan di Ibra ce ne rifilò tre a San Siro. Ed eravamo felici perché ci sentivamo vivi, in grado di lottare contro quelle che prima erano corazzate. O ancora quando all’Olimpico il Napoli si impose contro la Roma per 2-0 e si materializzarono le nostre speranze di poter giocare per la prima volta in Champions League. Andammo a Manchester e avevamo gli occhi lucidi contro il City nel vedere Aronica e Grava sovrastare Dzeko e David Silva. Abbiamo dimenticato. Peccato.

Cosa è accaduto ai tifosi del Napoli? Perchè questo imborghesimento? Cos’è questa frenesia del “Devi vincere” che si canta persino allo stadio. Piace a tutti vincere, ma il Napoli non ne ha – per pedigree – l’obbligo tassativo. Ma sembra che deve essere così.

E’ il “grillismo” calcistico: tifosi che fanno i conti in tasca al presidente come se questi stesse dilapidando soldi pubblici, non i suoi. Soldi che è vero, gli diamo noi, ma non ne siamo obbligati, non è una tassa. A fine anno non vengono gli esattori di Equitalia se non abbiamo fatto l’abbonamento alla Pay tv o allo stadio.

Ognuno ha le proprie opinioni ed è legittimo che sia così. E’ questa rabbia, questa insoddisfazione quasi atavica che proprio non riesco a comprendere. “La deve smettere di prenderci in giro“. E’ vero, De Laurentiis sbaglia spesso nel comunicare. Dichiarare ogni anno di puntare a vincere crea aspettative che la piazza non sa reggere. Ma cosa dovrebbe dire in proposito un tifoso del Milan di Berlusconi, o di quelle Inter di Moratti in cui si acquistavano vagonate di calciatori senza vincere nulla?

Siamo tutti arrabbiati, abbrutiti. Pure io spesso mi lascio andare tantissimo durante le partite. Poi però mi fermo, provo a ragionare con calma, a bocce ferme. E, riflettendo, scopro che il Napoli in quasi 90 anni di storia non ha mai raggiunto sei (SEI) qualificazioni consecutive in Europa, che in tutti questi anni il Napoli ha vinto due scudetti e una Coppa Uefa e solo nel periodo in cui c’era Lui.

No, non vi dico di amare De Laurentiis, certe sue uscite non me lo rendono l’uomo più simpatico di questa terra. Non vi dico nemmeno di essergli riconoscente, perché anche lui deve essere riconoscente alla straordinaria passione che i napoletani infondono per la maglia azzurra. Però questa rabbia non dico che non sia giustificata, ma eccessiva si.

E’ fondamentale guardare al futuro, ma non è possibile non guardare al passato. C’era un clima assai più emozionante quando il Napoli di Datolo e dello sciagurato Contini espugnava Torino che quando abbiamo giocato, dopo 26 anni (VENTISEI ANNI) la semifinale di Europa League.

Mi si obietterà che prima i piazzamenti utili per andare in Europa erano di meno, che in Champions (la vecchia Coppa Campioni) accedevano solo le vincitrici dello Scudetto, che per vincere la Coppa Italia servivano il doppio delle partite. E’ tutto vero, ma le regole sono cambiate per tutti, non solo per il Napoli.

Non dico di accontentarci, ma di essere meno arrabbiati si. Dai social allo stadio vi è un’impazienza e una inquietudine non riscontrata mai. Siamo tutti malati della passione azzurra, ma certe malattie sanno pure uccidere. Si ammazza quella stessa passione, quella leggerezza tutta napoletana di guardare al mondo. A farci bene i conti – come diceva Bellavista – ma ci conviene?

P.S.  No, questo non è un articolo in difesa di DeLa, ma della leggerezza del tifoso napoletano. 

 

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso  

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it