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Se chiedete a un bambino la legge di Lavoisier probabilmente non saprà rispondervi, così come probabilmente non saprebbero rispondere molti adulti, eppure i bambini la conoscono bene. I bambini lo sanno che nulla si crea e che nulla si distrugge ma che tutto si trasforma. I bambini non sanno come sono nati, ai bambini sembra strano essere stati nella pancia della mamma e anche se si convincono che è così, continuano a chiedersi prima dove erano, l’idea della non esistenza non la possono capire e forse hanno ragione, perchè siamo noi grandi ad esistere la non esistenza.

Ora provate a spiegargli la morte.
Provate a dirgli che qualcuno non c’è più.

Potete dirgli che è in cielo, potete dirgli che è partito, potete dirgli che ora vive nel suo cuoricino ma no, non potrete dirgli che non c’è più.

Non importa quanti anni hai, la prima volta che hai a che fare con la morte sei sempre un bambino, pensare che qualcuno non c’è più non è facile, capirlo non è umanamente accettabile, soprattutto se a quel qualcuno vuoi molto bene.

Del primo lutto vissuto in famiglia, in casa mia, ricordo tutto, i pianti, gli abbracci gli amici e i parenti che si facevano forza e ricordavano, e poi una cosa che mi incuriosì, non capivo, mi faceva quasi sorridere: i vicini di casa e persone del palazzo con cui non avevamo particolari rapporti, arrivavano tutte con qualcosa da mangiare, in particolar modo brodo, tante pentole di brodo, profumato, pieno di carne e di sapore, un piacevole odore di brodo che riempiva la casa, arrivarono altre cose, cioccolata calda, caffè a non finire, anche i cornetti, ma quelle pentole di brodo catturarono la mia intenzione.

Un po’ stralunato chiesi ai più grandi perchè la signora del terzo piano, che al massimo salutavamo incontrandoci per le scale ci avesse portato il brodo, potevo capire i vicini di pianerottolo, praticamente vivevamo insieme, ma proprio non capivo perchè delle persone che a stento conoscevamo si fossero prese la briga di cucinare per noi.

La risposta di tutti era in una parola: ‘o consuolo.

La parola mi incuriosiva ancora di più, era strana ma aveva un bel suono e comunque era chiara, un atto consolatorio, ma ancora qualcosa non mi quadrava: il brodo, perchè?
Consolarsi, quando è legato al cibo, è utilizzato per qualcosa di straordinariamente buono, e allora perchè il brodo, che per carità, amo  amavo tantissimo anche da bambino ma non ha quell’appeal da farti esclamare “M’aggio cunzulat’!” a fine pasto.

Certe risposte te le può dare solo l’esperienza e così furono i miei zii a spiegarmi l’importanza, l’utilità, la versatilità e soprattutto la praticità del brodo di carne: tanto per iniziare se non hai fame puoi sempre berlo ed è nutriente, a pranzo puoi mangiarlo con un po’ di pastina e a cena puoi mangiare la carne.

Insomma il consuolo non è una cosa fatta tanto per far vedere e neanche un segno di affetto o riconoscenza, il consuolo é solidarietà pura, fatta con rispetto e intelligenza, so che sei in difficoltà, so di cosa hai bisogno e ci penso io perchè posso farlo. Il consuolo dovrebbe essere inserito fra i parametri di misurazione della qualità della vita, perchè è indice di quanto, nel bene o nel male a Napoli non sei mai solo.

Per questo non mi sorprende che da Napoli i camion con gli aiuto per i terremotati siano partiti subito e in quantità smodate, non mi sorprende che anche dopo che la Protezione Civile avesse detto che non servivano altri aiuti, da Napoli abbiamo cercato in ogni modo di metterci in contatto con gente del posto per capire cos’altro potesse servire e continuare a mandare aiuti mirati.

Non l’abbiamo fatto perchè ci siamo passati 35 anni fa, non l’abbiamo fatto perchè sappiamo che un giorno potrebbe toccare e non l’abbiamo fatto pe fa verè, l’abbiamo fatto perchè sapevamo che un nostro vicino aveva bisogno e anche se non lo conoscevamo sapevamo di poterlo aiutare e l’abbiamo fatto nel modo più pratico e funzionale possibile.

Paolo Sindaco Russo

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Era il primo novembre del 2015, si giocava Napoli – Roma. Il Napoli di Benitez aveva balbettato ad inizio campionato, ecco arrivare i giallorossi per recuperare il cammino. Gli azzurri giocano un primo tempo da accademia, passano in vantaggio con un gol di Higuain in mezza rovesciata al volo. Saranno le prove generali per quel suo ultimo gol in maglia azzurra contro il Frosinone. Ma noi allora non lo sapevamo.

Il Napoli soffre, ma il Pipita gioca una partita di sacrificio per aiutare i compagni a rintuzzare gli attacchi romanisti. A guardare c’è il solito San Paolo degli ultimi anni: un pubblico diventato nel tempo, per varie ragioni, più silente ed esigente rispetto a tutta la sua storia. Con le curve che cantano cori un po’ autorefenziali, un po’ “incantabili” che non riescono a trascinare l’intero stadio alla “guerra sportiva”. Io quel primo novembre sono in tribuna con il mio amico Luigi. Le curve negli ultimi anni le evito sempre di più perché mi fa un po’ rabbia e un po’ tristezza assistere a quello che sono diventate: un gruppetto di 100/200 persone che canta i propri motivetti un po’ sciocchi e tutto il resto che guarda la partita tra urla, imprecazioni, i soliti “esperti” di tattica che suggeriscono sostituzioni, disposizioni tattiche ecc.

Sotto la nostra tribuna ci sono i soliti ragazzini delle scuole che il Napoli invita tutte le domeniche ad assistere alla partita. Higuain prende la palla e i bambini iniziano ad incitarlo: “HIGUAIN – HIGUAIN – HIGUAIN”. Non so se quella sia stata la prima volta di quel coro, ma dovrebbe essere proprio quel Napoli – Roma ad aver dato inizio a quella cantilena che sarebbe durata ancora per quasi 2 anni. Il Napoli tiene l’1-0, soffre, il pubblico lo capisce. HIGUAIN – HIGUAIN – HIGUAIN. Riprendono a cantare i bambini e poi comincia la tribuna, prima il lato inferiore, poi la Nisida e la Posillipo, poi i Distinti. A poco più di 10 minuti dalla fine della partita, Gonzalo prende la palla e serve con il contagiri un pallone per l’inserimento di Callejon che segna il 2-0. HIGUAIN – HIGUAIN – HIGUAIN, stavolta è quasi tutto lo stadio a cantare per lui. Credo sia la prima volta che un coro nasca dalla tribuna e poi si propaga allo stadio intero. Un coro di bambini, un coro bambinesco, ma efficace. E soprattutto un coro utile perché Gonzalo sente finalmente di essere un idolo di questa città. Basti pensare che se Lavezzi ha avuto quel “BLASFEMO” coro “Olè olè olè olè Pocho Pocho” sul motivetto che cantavamo per Diego, Edinson Cavani l’extraterrestre al San Paolo non ha mai avuto un proprio coro.

E’ la nuova politica del tifo “organizzato” (sarebbe meglio definirlo disorganizzato) di non cantare più cori per i calciatori, perché esiste “Solo la maglia”. Una convinzione che ora, dopo la partenza del vigliacco, si rafforzerà ancora di più. E invece no! Non deve essere così!

Lo sappiamo tutti che la maggior parte dei calciatori sono “mercenari”. Eppure resto convinto che questi vadano incitati anche singolarmente. Loro sfruttano la nostra maglia per accrescere il proprio prestigio? Ecco, noi sfruttiamo loro per farli rendere al massimo con la nostra maglia. E’ un discorso di convenienze, come quei vecchi matrimoni di un tempo. Un calciatore che riceve un coro è stimolato mille volte di più e rende assai di più. Basta tornare indietro a quando “l’odiato” Palummella faceva cantare sul motivo di Ricky Martin “Gol gol gol, alè alè alè, Scwoch Scwoch Scwoch alè alè alè”. E ricordiamo tutti cosa abbia fatto Stefan in maglia azzurra, oppure Roberto Stellone alè ooo, Roberto Stellone alè ooo.

E poi c’è anche un altro motivo per cui bisogna incitare i singoli calciatori. Per i bambini che trasformano i ragazzi in maglia azzurra in propri eroi e hanno una voglia matta di manifestare quel loro amore. Proprio come accadde quel primo novembre del 2015.

E così mi torna alla mente il bimbo che ero, quando in un cortile da solo con il pallone creavo azioni e nella mia mente inscenavo una telecronaca con i miei eroi: “Alemao imposta, la gira a destra per Crippa, di nuovo al centro per Maradona. Maradona, Maradona, dribbling, la mette al centro, Carecaaaaaaaaaa gooooooool”. Erano i miei Batman, i miei Superman, i miei Spiderman. Ecco, non credo che tutti debbano avere un coro. Ma un ragazzo che da 10 anni veste la nostra maglia, il nostro capitano ormai mezzo napoletano e mezzo slovacco, un coro lo meriterebbe. Un po’ per lui, un po’ per noi e tantissimo per quei bimbi che vedono Marek come un idolo assoluto. E soprattutto un po’ per quel bimbo che ci vive dentro e che ci fa ancora impazzire il cuore quando vediamo un pallone rotolare su un campo verde e una maglia azzurra come il cielo che corre insieme a tutte le nostre emozioni.

Valentino Di Giacomo

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Foto di Paolo Russo

Allora diciamocelo con franchezza: il problema è serio e non va sottovalutato! La fede calcistica dei figli è un argomento importante, un valore fondamentale da trasmettere su cui non si può scherzare, è troppo importante.  Riuscite ad immaginare cosa voglia dire affrontare una partita importante su fronti contrapposti?
Se poi la sorte vi ha portato lontano dalla città e dallo stadio natio allora il problema delle scelte calcistiche dei figli è tale da richiedere un approccio scientifico basato sulle piu’ avanzate tecniche di persuasione.
Di seguito una serie di piccole regole ed accorgimenti da seguire affinché la vostra progenie segua la vostra stessa fede calcistica. Sappiate però che esiste sempre e comunque un margine di incertezza, di rischio, che tutti i vostri sforzi, tutte le vostre migliori intenzioni, premure e attenzioni non potranno mai azzerare, siatene consapevoli: un giorno vostro figlio potrebbe chiamarvi in disparte e confessarvi di essere… si quella cosa li, quella che non si dice, quelli che ci stanno antipatici a prescindere.

1.    La favoletta della sera: c’era una volta un bambino molto buono ma anche molto povero, si chiamava Dieguito, un giorno Dieguito incontrò una fatina buona e  gli disse: caro Dieguito tu avrai dei piedi magici e farai tanti gol che renderanno felice tutti i bambini buoni e infelici quelli cattivi; Dieguito crebbe forte, buono e generoso e diede tanta felicita’ al mondo. Una favola vera!

2.    Il furto dei giocattoli: nascondete tutti i giocattoli di vostro figlio, quando torna ditegli che sono stati gli… loro si…quelli li che non si sopportano proprio. Il giorno dopo fate riapparire i giocattoli e gli dite che sono andati Pepe, Gonzalo, Marek e Lorenzo a riprenderli,  hanno sgridato i cattivoni e si sono fatti promettere che non avrebbero rubato più. Noi però sappiamo che quelli li non ce la fanno a mantenere le promesse. Vabbè! Pazienza!

3.    La saga familiare: raccontategli che il bisnonno del bisnonno (potete andare indietro a piacere..) si chiamava Peppino ed era un uomo buono e tifava Napoli Si lo so, nel 1850 il calcio ancora non era stato codificato, ma non importa!

4.    La colonna sonora: ad ogni momento felice del bambino, (es. spegnimento candeline del compleanno, domenica mattina quando si sveglia e realizza che non andrà a scuola, vigilia di Natale) fate scattare ‘o surdato ‘nnammurato, in tal modo il bambino crescerà felice a prescindere (perché ‘o surdato ‘nnamurato è una canzone di gioia!)  e assocerà i suoi momenti lieti al Napoli e questo influenzerà la sua scelta calcistica in maniera naturale.

5.    La partita serale: EVITATE di privarlo dei cartoni animati se l’orario è lo stesso della partita, meglio vedere il Napoli su un pc o su un’altra tv, magari si incuriosisce. Il rischio è presto detto: potrebbe associare  quest’emozione negativa alla nostra squadra del cuore, in tal caso tutto si complicherebbe.

6.    Brutte compagnie: Questo e’ uno dei compiti piu’ difficili: far si che vostro figlio frequenti solo amichetti che, o per provenienza familiare/geografica o per illuminazione divina, tifano per il Napoli. Se proprio non riuscite a separare i due amichetti attuare il punto 2 piu’ volte, il bambino si ricrederà da solo.
Cari Amici, a scanso di equivoci.. SI SCHERZA!

Michelangelo Gigante

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La Napoli di un quarto di secolo fa

Bambini di Napoli che giocano a pallone (Via Cisterna dell'Olio)

A un certo punto mi è sembrato di vedere pure Luigi Necco dare la linea allo studio da Frosinone facendo il 5 con la mano. Napoli campione d’inverno, le dichiarazioni di Maradona, le strade bardate d’azzurro: non mancava più nulla al racconto che i media facevano della cavalcata partenopea. Come se si fosse ritornati a 26 anni fa.

Vorrei andare nelle scuole per vedere se i ragazzini sul proprio diario scrivono ancora, come facevo io, la formazione degli eroi con i pennarelli colorati. Vorrei andare nei cortili per ascoltare i bambini chiamarsi la palla con “Gonzalo passa”, “Marek scatta”, “Kalidou scala dietro”. Noi lo facevamo con Careca, Diego e Alemao.

Mi godo la fantastica stagione azzurra, il perfetto weekend che ha visto cadere prima la Fiorentina, pareggiare la Roma e poi il tonfo interista alla terza sconfitta in casa dell’anno, stavolta contro il Sassuolo di Defrel. E’ una gioia matura, dove Higuain fa il giocatore di calcio, non l’extraterrestre. Non è il Maradona che nella mia fantasia di bambino lo faceva somigliare di più a Rocky, Rambo o Voltron che a un calciatore.

L’ultima volta che il Napoli fu campione d’inverno avevo scarsi 8 anni. Il pallone era una ragione di vita assai più che una forte passione come adesso. Si andava a scuola pensando agli eroi azzurri e si usciva in strada a giocare fino a sera. La notte si sognava di diventare il numero 10 del Napoli e segnare un gol al Milan, oppure di diventare amici di Maradona e fare con lui una gara di punizioni.

Oggi tutte queste sensazioni non riesco a provarle: mi perdo tra la tattica, il mercato, le mie idee di calcio. Mi emoziono, ma sono emozioni differenti. Non c’è più quella ingenua spensieratezza che abita solo nei bambini. Spero però che chi oggi ha otto, nove o dieci anni possa vivere queste gioie come le vivevo io un quarto di secolo fa. Certo, 26 anni fa non c’erano i social network e le scarpe firmate per gli scugnizzi napoletani erano un miraggio; non badavamo troppo al fatto se la maglietta con cui giocavamo fosse originale o di bancarella; a pallone (che è qualcosa di differente dal calcio) ci giocavamo in strada fermandoci ad ogni auto che passava e la disgrazia più grande era quando il pallone finiva sotto il motore di una macchina parcheggiata, oggi i ragazzini giocano sui campi di calcetto assai più di come facevamo noi.

Però le emozioni sono emozioni. E allora spero con tutto il cuore che pure con i social network, gli smartphone, le playstation e le XBox, che questi ragazzini di oggi possano provare le stesse profondissime emozioni che provavo io alla loro età. Emozioni che ancora non dimentico e che mi fanno ringraziare il Cielo di essere nato a Napoli e tifare per la maglia azzurra. Emozioni che neppure gli anni più bui che sono intercorsi in questi 26 lunghi anni hanno cancellato.

E, mentre scrivo, dalla strada sento una voce: “Gonzalo, a vuò passà sta palla? Stai facenn tutte cose tu!”. Neapolitan way. Yes, Sir. Neapolitan way is a different way!

vDG

Twitter: @valdigiacomo

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Vergogna all'asilo "La Nidiata"

Attimi di tensione all’Istituto “La Nidiata” di Bagnoli, la scuola dell’infanzia del 24° Circolo Comunale. Il Comune ha tagliato i fondi per le scuole e da giorni nell’istituto si registrava la mancanza di carta igienica.

Le mamme, non sapendo più cosa fare, si sono allora rivolte a Radio Marte, al programma di Gianni Simeoli “La Radiazza”. La radio partenopea e i suoi conduttori sono riusciti rapidamente a intervenire stipulando un accordo con una ditta campana che produce carta igienica, la “Wow”, che ha generosamente donato una fornitura alla scuola per poter alleviare i disagi dei bimbi della Nidiata.

Sembrava filare tutto liscio: laddove fallisce lo Stato, interviene un nobile senso di solidarietà per risolvere uno dei tanti problemi che affligge la nostra città e i nostri servizi pubblici. E invece non è andata proprio così.

Alle 10 questa mattina doveva essere recapitata la fornitura di carta igienica presso la scuola. Oltre alla ditta, a Bagnoli, c’erano anche Borrelli di Radio Marte e alcuni giornalisti per documentare l’evolversi della vicenda. E invece l’Istituto ha deciso di rinunciare alla donazione, chiudendo i cancelli della scuola e non lasciando entrare nessuno. Una decisione inspiegabile laddove questi gesti di generosità andrebbero accettati, pur andando incontro a brutte figure, nel solo interesse del servizio che si offre ai bimbi che frequentano la scuola.

Al momento la fornitura è stata presa in carico dalle mamme. In attesa di capire l’evolversi di una vicenda desolante. Non solo un istituto scolastico non riesce a provvedere ad offrire adeguati servizi alle famiglie, ma poi con arroganza rifiuta anche gli aiuti provenienti dalla società civile. Un comportamento che non possiamo far altro che stigmatizzare negativamente.

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Il napoletano andato a Mosca e passato dal guadagnare 6000 euro al mese come chef personale a stella della tv con Masterchef Kids Russia.

Dal nostro inviato a Mosca:

Giuseppe D’Angelo è un uomo d’amore, prima di essere un rinomato chef e giudice di Masterchef Kids Russia. Napoletano, sempre sorridente, dai modi affabili, mi incontra al Culinaryon, più di una semplice scuola di cucina, ma vera e propria Mecca di chi vuole preparare divertendosi a Mosca.

Giuseppe, buongiorno. Raccontaci, come sei arrivato qua?

È una lunga storia, stiamo parlando di sette anni fa, stavo iniziando a capire cosa volevo fare da grande, mi trovavo ancora nel dilemma «andiamo a fare l’avvocato, mi aggrego allo studio di famiglia» … certo, lo studio di famiglia (dove non ho mai lavorato) rappresentava una sicurezza, ma mi trovavo in una sorta di flipper, chiuso, che era casa, tribunale, ufficio, carino, senza dubbio, perché ci sono gli amici, una bella vita sociale, però alla fine io volevo sempre viaggiare. Così 8 anni fa mi sono trovato in India con il mio “baba” che mi aiutava nella meditazione e mi fece una domanda “Giuseppe, tu quando sei felice? Puoi rispondermi anche non subito, quando torni al tramonto me lo dici”. Torno, allora mi fa, “c’hai pensato?” e rispondo “Baba, io in verità sono felice quando cucino”. Questo discorso mi fece pensare, tornai in Italia, dove già avevo lavorato come cuoco di bordo: yacht di lusso, barche, ogni anno sempre più grandi. Un bell’ambiente, vacanza lavoro, fin quando non mi trovai su un trimarano di 34 metri in Sardegna, una barca da 20.000 euro a settimana fittata da un russo, che su due settimane venne tre giorni, e noi mangiavamo scampi, aragoste, vongole ogni giorno…

Una vita dura…

Eh, che vita triste che facevamo come staff! Io comunque avevo già pianificato di cambiare la mia vita, avevo un paio d’amici a New York e avevo già preso il biglietto per il 14 novembre, con tragedie familiari varie…. Intanto però mi stavo formando già da tempo in cucina: mi ero appassionato non solo a preparare, ma anche a studiare, avendo una mentalità accademica, e proprio per questo mi sono formato all’Accademia di Rossano Boscolo, dove ti insegnano non solo come e cosa mettere in pentola, ma a gestire costi e spese, un elemento sempre più importante per la cucina contemporanea.

Praticamente ti danno un’impostazione manageriale…

Sì, ormai cucinare non è più solo l’arte di saper preparare, ma anche di dirigere: fai conto che ora qua ho 32 chef con me, aiutati da 12/16 sottochef. Si tratta di dover gestire le risorse umane e non solo, fare il brand chef nel mio caso vuol dire anche come distribuire i prodotti, saper scegliere le giuste dosi, senza perderne in sapori e qualità.

Soprattutto ora che la crisi in Russia rende i clienti più attenti a cosa ordinare…

Certo, in un contesto simile la qualità deve accompagnarsi con un oculato bilanciamento delle spese, per farti un esempio: prima prendevo i pomodori siciliani, all’epoca stavano 12 euro al chilo, però poi ho imparato come forse è meglio mettere qualche pomodoro in meno e un pochino di astice in più, paradossalmente si riesce a contenere meglio il prezzo finale…

Intanto però mi stavi dicendo del russo e della barca…

Quello è stato un successo, la svolta: una sera, parlando del più e del meno, questo magnate mi chiede che piani avessi per i prossimi mesi, e gli dico di New York, e lui mi fa “A kakoi N’ju-Jork? Ko mne, na Rublevku!” (Ma qua New York? Vienitene da me, alla Rublovka, sobborgo per oligarchi nei pressi di Mosca). Uà! Subito accettai, anche perché parliamo di un noto imprenditore delle telecomunicazioni, ma avevo qualche remora ad andare in Russia: ero stato lì quando avevo 16 anni, al tramonto dell’esperienza sovietica, e mi era restata impressa una scena straziante. Eravamo con papà vicino il GUM, i grandi magazzini, e vedo una vecchietta piangere davanti a tre pezzi di carne di cavallo sopra a una sedia: chiedo lumi al traduttore, e lui mi dice “una volta avevamo i coupon sotto il socialismo, ora non abbiamo soldi”. Ingenuamente e forse un po’ da sbruffone, porgo qualche rublo alla vecchietta, che si ritrae offesa, dicendomi “noi siamo russi, siamo poveri ma abbiamo la nostra dignità!”. Questa frase mi è rimbombata dentro per anni.

Da film. E quando sei arrivato qua?

Sono atterrato a Sheremetyevo il 6 ottobre, un freddo cane, già stava nevicando, accolto dalle guardie del corpo del mio nuovo datore di lavoro. Per farti capire, saliamo su una Cayenne, con questi qua armati, e arriviamo a questa villa, fatta a Roma, smontata, mandata a Mosca e rimontata poi in questo sobborgo. Una casa favolosa, con piscina da 30 metri, sale… insomma, una reggia, con 12 persone che mangiavano a ogni ora del giorno e della notte.

Insomma, 24 ore al giorno!

Più o meno sì, ben pagato certo, con uno stipendio da 6000 euro con vitto e alloggio, però quando ti arriva la bambina che ti chiede in inglese di prepararle le cupcakes o di fare in 40 minuti un branzino al sale di 2 chili, capisci che è dura, poi solo il boss parlava in italiano con un accento milanese… un po’ inizi ad avvertire la voglia di voler socializzare, vedere gente, capire cosa succede in città, ma era come stare in una prigione dorata.

Da cui sei andato via poi.

Sì, anche perché a me piace stare in mezzo alle persone, e a quel punto ho pensato di provare a vedere come sarebbe andata qua. A New York non sono andato, e ancora oggi la mia cara amica Annachiara Villa mi rimprovera per questo, e con un po’ di soldi che avevo da parte ho iniziato a girare. E ho trovato il mio primo impiego come chef a Ufa.

Lontanuccio: Ufa è in Bashkiria, quasi sotto gli Urali!

Però è stata una fortuna e sai perché? Mosca è molto selettiva, e a uno chef si chiede da subito tanto; anche il più piccolo caffè ha una forte attenzione a come vengono presentati i piatti e a quali spese si deve andare incontro. E a me questo è sempre piaciuto, anche nei locali più economici il cibo viene presentato con gusto, e mammà mi ha dato il gusto, e l’ho usato per metterci il mio tocco personale. A Ufa ho imparato la lingua, ma soprattutto a come prendere i russi, che sono simili a noi però…

Tengono le loro caratteristiche…

Esattamente, ma quando li sai pigliare, li conquisti. Poi mi chiamò un amico da Mosca, e tornai per aprire il caffè Produkty, all’Ottobre Rosso (complesso di caffè, ristoranti, uffici e club nel centro cittadino, prende il suo nome dalla fabbrica di cioccolato), da dove mi allontanai perché iniziarono a non curare troppo la qualità e io sono poco incline ai compromessi. Successivamente sono stato lo chef del “Tutto bene” a Moskva-city, e poi di “Pane e olio”, e infine mi sono completamente dedicato al progetto di “Culinaryon”.

Culinaryon sta avendo un grande successo, ho visto che avete aperto anche a Singapore

E’ un progetto innovativo e rivoluzionario, fattura 6 milioni di euro annui solo a Mosca, e qui registriamo 3500/4000 presenze al mese. Anche a Singapore inizia a girare bene, con 200/300 persone ad evento, e con picchi di 500 al giorno, infatti appena finiranno le riprese di Masterchef Kids dovrò volare lì. Il nostro format, che presto aprirà a Houston e a Londra, prova a coinvolgere tutti: dal postino all’executive manager, dall’usciere al direttore. E’ bello vedere come tutti insieme preparano la cheese cake o fanno la pasta, divertendosi. “Cooking is fun” è il nostro motto, e ‘a verè comme se divertono!

Una filosofia d’amore, per dirla alla Bellavista!

Assolutamente, la cucina è amore: io ho iniziato con mamma e papà, e andavo con mio padre a Porta Nolana o sotto Natale a Pozzuoli per comprare il pesce, poi anche in Sicilia (mio nonno è siciliano) è così, ma se ci pensi anche in Russia si preparano i pelmeny (specie di ravioli di carne) in famiglia. Che poi i fast-food vogliano distruggere questo, è un altro discorso, ma la cucina è affar di famiglia, e oggi, quando anche sul lavoro tendiamo a vederci come parte di una famiglia, permette al nostro modello di poter sopravvivere.

E cosa ci puoi raccontare della tua esperienza a Masterchef Kids? Soprattutto la parte che tocca i bambini immagino sia alquanto complessa…

Con mia moglie guardiamo sempre Masterchef, e posso definirmi un vero fan, mi piace guardarlo, e quando è arrivata la chiamata per me è stata la realizzazione di un sogno, come essere incoronato Papa. E’ chiaro che con i bambini, come si vede anche nelle altre edizioni straniere, bisogna essere molto attenti e delicati, perché bisogna stimolarli, dargli addosso gli farebbe del male, quindi dedico molta cura a quest’aspetto di come incentivarli. Ed è bello vedere come ti preparano piatti molto elaborati, che non ti aspetti, ti viene da pensare “ma da dove siete usciti?”: certo, non hanno la percezione delle dosi, e i loro recettori della salinità sono molto più bassi, ma la fantasia dei bimbi è illimitata, fanno cose straordinarie, e si vede anche nelle lezioni da Culinaryon, dove preparano pizze con disegnini molto belli. Non nego che poi decidere chi debba abbandonare il programma (si divide in 13 puntate, e ogni volta escono 2 concorrenti) mi faccia stringere il cuore…

Tu sei un grande tifoso del Napoli, e sei orgoglioso delle tue origini: che cosa ti piace preparare dei nostri piatti tipici?

L’altra sera con mia moglie ho preparato un piatto che mammà mi faceva sempre da piccolo: la polpetta al sugo! Un piatto che non si ordina mai al ristorante, perché fatto con gli scarti (e le mie le ho fatte con il controfiletto), ma che a casa è molto buono, infatti devo dire a mamma di farmele trovare! Poi adoro preparare il risotto alla pescatora e lo spaghetto alle vongole, sempre presenti nei menù dei ristoranti dove ho lavorato.

La mia cucina è quella di mamma, semplicemente un poco più sexy, ed è grazie a mia madre che sono qui, perché mi ha insegnato a cucinare. Grazie e Forza Napoli!

Giovanni Savino

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Foto Flikr di Kerrie_

Con la fine dell’estate si ricomincia a riprendere il vecchio tram tram quotidiano, per chi ha figli è ancora più caotico : Scuola, libri, corsi e tutto quello che gravita attorno al mondo dell’educazione.
Dopo aer assolto a tutte queste incombenze scolastiche, non resta che pensare allo sport che dovranno fare i ragazzi per il nuovo anno.

Oggi dopo tanto tempo ho capito, anzi no, loro da soli hanno capito quale sport intraprendere, e questa loro capacità di scelta mi ha reso ancora più fiero , nonostante le mie aspettative calcistiche.
Come tutti i Papà fino a quando i bambini non compiessero i 6 anni ho sempre pensato di avere in casa il nuovo Maradona, per questo appena possibile ho iscritto entrambi alla scuola calcio, dopo qualche mese di allenamento la realtà era ben diversa dai miei sogni, mio figlio non sarebbe stato il nuovo Diego, e quasi certamente nemmeno il nuovo Calderon.

Poco male, l’importante è che loro si divertissero e che cominciassero a capire cosa significa il lavoro di squadra, nei mesi successivi mi dovetti scontrare con l’amara verità, non avrebbero nemmeno imparato il piacere di appartenere ad un gruppo.
Con il passare del tempo cominciarono a formarsi due squadre: A-B, nella prima giocavano i fenomeni mentre nella seconda, tutti quelli che non erano dotati calcisticamente, queste divisioni continuavano negli allenamenti e soprattutto tra i genitori, si perché se il giocatore di categoria b avesse sbagliato un passaggio oppure fosse stato il colpevole di qualche azione a sfavore, i genitori del gruppo A avrebbero cominciato ad inveire contro il mister.
Questo clima non poteva essere costruttivo, in questo modo non ci sarebbe mai stata la possibilità di impartire ai ragazzi i concetti e i valori che lo sport deve veicolare.

Dopo qualche mese e diverse centinaia di euro buttati, sia io che i Boys ci rendemmo conto dell’errore.
L’anno dopo spinsi mio figlio ad allenarsi nella mia vecchia palestra di pugilato, dove davvero avevo appreso valori come il rispetto dell’avversario, l’educazione nei confronti dei tuoi amici di corso, e la gioia di sentirsi tutti uguali, indifferentemente dal palmares personali, in quel luogo era una cosa normale vedere un campione europeo di pugilato allenarsi con uno alle prime armi e, il nostro maestro nonostante i titoli lo trattava come tutti gli altri.
Dopo due anni di allenamento mio figlio decise di cambiare un’altra volta , voleva provare a fare uno sport di squadra e in piena autonomia decise di giocare a Rugby, questo sport negli ultimi tre anni è riuscito a cambiarlo molto, adesso non vede più l’antagonista come avversario, ma piuttosto come parte importante del gioco, la cosa che mi rimase impressa durante la prima partita, fu quando il coach rispose ai ragazzi che gli chiedevano contro quale squadra dovessero giocare, lui molto pacatamente gli disse : “ Noi non giochiamo contro nessuno, noi giochiamo insieme agli altri “
In questo esodo sportivo abbiamo imparato tante cose : ci sono quelli che lo sport lo vedono solo come risorsa economica, poi ci sono quelli che lo interpretano come risorsa sociale.
Nelle nostre città sappiamo tutti come sia difficile per un giovane ad emergere, soprattutto se sei nato in un quartiere degradato, magari con una famiglia a rischio, per questo non capisco come mai le istituzioni noi diano il giusto sostegno a sport cosi detti minori che, potrebbero davvero dare una grossa mano a quella tanto agognata rivoluzione culturale, alla quale tutti noi speriamo.

Marco Manna

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Una delle cose che più mi fanno rabbia è l’incompetenza e l’inadeguatezza di alcune maestre che insegnano a scuola.

Ore 11:30 di Mercoledì 1 ottobre, mi squilla il cellulare, è la maestra di sostegno di Federica, é mò che stat!?!

Pronto maestra che successo qualcosa?

“Lei, non si preoccupi non è successo nulla, volevamo solo sapere come mai non era passato per prendere Fede.”

Ah si mi scusi… solo che il centro mi ha modificato nuovamente gli orari e ho dimenticato di avvisare“.

Lei: “guardi che Fede è agitata ed io ho concluso il mio orario di lavoro“. Continua dicendo che la bimba satebbe rimasta con una maestra nuova.

Io non ero a casa, non potevo passare a scuola per prenderla e così contatto mia moglie, lei come sempre era nella nostra piccola sartoria che si trova vicino scuola.

Più il tempo di dirlo che farlo, sta nel plesso scolastico e nonostante le raccomandazioni dei bidelli a non agitarsi, anche per il suo stato (è in attesa del nostro/a terzo/a figlio/a) lei sale al primo piano per parlare con la maestra, voleva spiegazioni sul perché Federica non poteva restare a scuola.

La risposta della maestra è stata: “mi spaventa restare in una classe con 24 bambini” si avete letto bene… e continua dicendo “figuriamoci con sua figlia“.

Mia moglie guardandola basita, gli risponde: mia figlia è Autistica mica mangia le persone, non vola ne si arrampica sui muri.

Ovviamente è andata subito dalla dirigente per informarla sull’accaduto, ricevendo la solidarietà di molte maestre.

Perché vi ho raccontato quest’episodio, oltre che increscioso è anche grave e non perché ha riguardato mia figlia, ma perché nel 2015 non possiamo più permettere che in una scuola ci siano ancora discriminazioni di questo tipo e insegnanti incapaci ed incompetenti come questa descritta.

E non possiamo permettere più che una bambina Autistica non gli spetti l’assistenza adeguata per tutte le ore scolastiche.

La maestra di sostegno di Federica copre 22 ore a settimana su 27 ore scolastiche, io per far aumentare ed adeguare le ore di sostegno dovrei fare un ricorso al TAR che mi costerebbe 1500€ se lo facessi da solo, cifra che si abbasserebbe se lo facessi con altri genitori, una sorta di class action, la cifra si ridurrebbe notevolmente, aggira dai 500 ai 150€.

Voi mi direte ma anche 150€ per i figli non sono molto…
Ma io credo che anche pochi euro per quello che dovrebbe essere di diritto sono tanti.

Pietro De Filippis

Quando un ascesso diventa un Odissea

Per sfortuna vostra figlia non è sorda

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Due campioni a confronto

Holly e il poster "Diego Nick"

Il calcio che ho amato da bambino, per me che sono nato agli inizi degli anni ’80, aveva due simboli, due eroi, due icone: Holly Hutton e Diego Armando Maradona. Due figure, una immaginaria, l’altra reale, che hanno caratterizzato il mio amore per il calcio. E, come me, hanno riempito i sogni e le fantasie di milioni di ragazzini che piazzando cartelle o sassi in mezzo alla strada giocavano a calcio immedesimandosi nella storia e nelle storie di questi due campioni.

Loro vogliono sfondare e campioni diventare per poter così giocare nella squadra nazionale“. La sigla di Holly e Benji può essere riferita a loro due, portiere e attaccante, ma pure a Holly e Diego che in comune hanno tantissimi avvenimenti.

Holly e Diego
Holly e Diego

Holly e Benji, in Giappone “Captain Tsubasa“, è un cartone animato prodotto nel 1983 e che viene trasmesso in Italia, da Fininvest, solo nel 1986. Quando Diego diverrà per la prima volta campione del Mondo con l’Argentina e campione d’Italia per la prima volta con il Napoli. Ma Diego e la sua storia, nonostante quando viene realizzato il cartone animato Maradona non fosse ancora diventato un idolo assoluto del calcio, occupa già un posto all’interno del cartone giapponese. Ed è proprio nella prima puntata che lo scopriamo, quando sulle pareti della stanza di Holly (come si evince dalla foto in alto) compare un imprecisato calciatore con la maglia dell’Argentina che si chiama Diego Nick. Così come nei primi secondi della prima puntata Holly guarda sognante un poster della nazionale italiana campione del Mondo nel Mundial di Spagna ’82. E’ plausibile che Diego sia diventato un idolo in Giappone perché nel 1979 Maradona vinse i campionati mondiali under 20 in terra nipponica battendo in finale l’Unione Sovietica e realizzando nel corso del torneo sei reti. Diego segnò in tutte le partite, tranne nella gara dei gironi contro la Jugoslavia.

Ma veniamo a tutte le similitudini tra Holly e Maradona. Similitudini che non solo sono divertenti, ma che danno la misura di quanto sia stato grande Diego Armando Maradona per essere stato non solo il miglior calciatore di tutti i tempi, ma quanto sia stato nell’immaginario collettivo un personaggio così “magico” da poter essere accostato persino ad un supereroe frutto della fantasia. Ho trovato 5 similitudini, ma ce ne sarebbero tante altre. Holly è l’idolo di Diego, Diego è l’idolo di Holly.

1) VESUVIO E FUJI Come detto Holly e Benji viene prodotto nel 1983, un anno prima dell’arrivo di Diego a Napoli. Eppure c’è un caso in cui è stato Diego ad “imitare” Holly Hutton. Il numero 10 della Newppy si trasferisce nell’immaginaria città di Nankatsu, ai piedi di un vulcano molto somigliante al Monte Fuji che domina le regioni dello Yamanashi e di Shizuoka. Il Fuji è il Vesuvio giapponese, l’ultima sua eruzione risale al 1708, per gli scintoisti è un luogo da visitare almeno una volta nella vita. E alle pendici di un vulcano arriverà pure Diego, a Napoli. Entrambi ai piedi di due vulcani, probabilmente i due più importanti e rappresentativi del mondo, per scrivere la storia del calcio.

2) I SOGNI «Ho due sogni: il primo è giocare la Coppa del Mondo, il secondo è vincerla». E’ la prima intervista, a soli otto anni di Diego Armando Maradona. Il bambino Diego è come il bambino Holly. Diego però – a differenza di Hutton – raggiungerà nella propria vita entrambi gli obiettivi.

3) LA SQUADRA Al di là di qualsiasi bizza caratteriale c’è una caratteristica che tutti hanno sempre riconosciuto a Maradona: saper coinvolgere e far sentire importanti anche i propri compagni incoraggiandoli e motivandoli. E’ una componente che sin dalle prime puntate emerge anche in Holly Hutton il quale, proprio nel corso della sua prima partita contro il Saint Francis di Benji Price, dà proprio questo insegnamento al suo avversario che poi diverrà compagno di tante battaglie. Per Benji la sfida con Holly era quella di non farsi segnare dal numero 10 della Newppy, per Holly era fondamentale che la sua squadra vincesse, anche se lui non fosse riuscito a segnare. Una lezione che Benji capirà soltanto nel corso del match tra Newppy e Saint Francis, nel corso del secondo tempo della partita. Anche se fenomeni sia Diego che Holly sono due uomini-squadra.

4) AMICI-AVVERSARI Nella prima squadra di Diego, l’Estrella Roja, il suo più grande avversario della squadra concorrente era il suo più grande amico Goyo Carrizo. Entrambi nati a Villa Fiorito. Diego e Goyo, proprio come Holly e Benji, faranno poi la storia militando nella stessa squadra: i due scugnizzi argentini nelle Cebollitas, i due giapponesi nella New Team. Goyo Carrizo, considerato un fenomeno anch’egli, terminerà la sua carriera a soli 20 anni per un bruttissimo infortunio al ginocchio.

5) LA PALLA E’ TUA AMICA Tra le frasi più celebri di Holly c’è proprio “La palla è tua amica”, rivolta al portiere Alan dopo un brutta pallonata che colpisce l’estremo difensore sul viso. Ma è anche l’insegnamento che Roberto Sedinho rivolge ad Holly. La vita di Holly è stata salvata proprio dal pallone, rincorrendo la “sua amica” eviterà a 5 anni di essere investito da un camion. E’ una storia, non vera, che è stata ripresa anche nel film su Diego di Marco Risi quando un piccolo Diego cerca di recuperare il pallone finito in un pozzo. Così come Holly dorme con il pallone e fa ogni passo insieme alla palla, così Diego racconterà nella sua autobiografia di non separarsi mai dalla magica sfera. Sia per Diego che per Holly l’attrezzo, il pallone, erano prolungamenti del proprio corpo.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

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Foto di Paolo Russo

Sono 10 anni e più che la cittadinanza attiva tentava di farla riaprire.

Lunedì 21 settembre alle ore 12.30 la Biblioteca Dorso nel quartiere di Secondigliano sarà nuovamente aperta.

All’inaugurazione parteciperà anche il Sindaco De Magistris. Le attuali istituzioni hanno dato forma ad una richiesta da troppo tempo inascoltata e finalmente soddisfatta.

E questa è la parte esterna, l’involucro scintillante della notizia.

Il cuore della notizia è che la collettività locale continua a vincere, non si abbatte, si stringe e si aggrega per sopravvivere e donare la speranza di un domani.

Da dove iniziare? Dall’esigenza della parte sana del quartiere che è in una percentuale altissima,che viene dimenticata dalle notizie di chi non ha dignità nè vergogna a sporcare ed a sporcarsi.

Ed invece il 21 settembre 2015 è una festa! La festa di chi riparte da un centro che sarà strutturato come ludoteca per i più piccini,come centro bibliotecario sia cartaceo che multimediale, che avrà una sala conferenze, che avrà uno sportello antiracket.

Lunedì 21 settembre 2015 è la festa dei napoletani di secondigliano,di quelli che non abbassano mai la testa,di quelli che “la Bindi non capisce un cazzo”,di quelli che “il cambiamento parte dai bambini”, di quelli che “me la faccio addosso ma ti denuncio lo stesso”.

Grazie a chi in questi anni si è battuto per la riapertura e a chi in questi anni ha continuato e continuerà a lavorare sul territorio in silenzio,senza inaugurazioni luccicanti ma con il coraggio e la fiducia di chi suda ogni giorno per una periferia più vivibile. Grazie soprattutto a loro.

Stefania Coratella