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arte dell’arrangiarsi

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Si dice che le grandi città non dormono mai.

 Questa regola conosce a Napoli una sua propria eccezione, con cadenza rigorosamente settimanale: la partita della domenica. Durante questo lasso di tempo, gli abitanti, colti da uno stato di febbrile eccitazione, in una sorta di coprifuoco che impongono a se stessi, quasi come fosse un riflesso involontario, si rifugiano nelle case per assistere all’evento, lasciando le strade, usualmente caotiche e affollate, in una condizione di totale abbandono. Chi è impossibilitato, per i motivi più disparati, ad assistere all’incontro, si arrangia come può.

Come il signore protagonista di questa storia.
Mia madre, membro di quella cerchia ristretta non interessata alla partita, passeggiando per i giardini di Via Ruoppolo, è testimone di una di quelle scene che confermano, ove mai ce ne fosse bisogno, l’unicità di questa città e dei suoi abitanti.
Un signore, appollaiato su uno scaletto, era intento, con la disinvoltura di chi sta compiendo l’azione più normale di questo mondo, a vedere la partita nella tv di una casa, attraverso i vetri della finestra.
“Signò venite a verè comme se vére bell!” diceva a mia madre che gli si avvicinava divertita.
Un paio di minuti più tardi, il proprietario di casa, anziché chiudere le tende e redarguire un ospite di certo poco discreto, apriva la finestra favorendo la fruizione dello spettatore occasionale, al quale stringeva anche la mano, presentandosi.

Un episodio divertente che racconta di un popolo maestro nell’arte dell’arrangiarsi, e che, con la propria creatività e fantasia, sa ovviare agli ostacoli della vita reinventandosi quotidianamente.
Un popolo che vive di caldi rapporti umani e conosce il significato più autentico e sincero della parola generosità.

Quando poi mia madre, che non aveva resistito alla tentazione di scattare una foto per immortalare la scena, congedandosi, chiedeva se la foto scattata potesse essere divulgata, questi rispondeva:
“Signò, o Nàpule sta vincendo, putite fa chell ca vulit!”

Perché in questa città tutto è concesso. Se il Napoli vince ancora di più.

Lorenzo Sorrentino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Sta per suonare la campanella nelle scuole di tutta Italia.
Ma qui da noi, a Napoli, anche la campanella ha un suono speciale, perché essere insegnante a Napoli non è come essere insegnanti a Milano
, Roma o Firenze. Né a maggior ragione a Belluno o in Val d’Aosta.
Essere insegnante a Napoli è un esercizio perenne dell’arte di arrangiarsi.
In particolare, alle scuole elementari o alla scuola materna, per fare la maestra bisogna essere “plastici”, sapersi adattare alla molteplicità di problematiche che si incontrano, dalla carenza delle strutture e del materiale didattico all’utenza che, per dirla con un eufemismo, molto spesso è folkloristica.
Fare la maestra a Napoli significa fare lezione in modalità jazz, improvvisando sulle richieste a volte assurde degli alunni che in fatto di fantasia non hanno niente a che vedere coi loro coetanei settentrionali.
Sei una persona rigida, schematica, inflessibile, che va nel pallone appena le cose non vanno come avevi programmato?
Non puoi fare la maestra a Napoli.


Perché se è vero che un insegnante apre la porta e un buon insegnante ti dà la mano e ti tira dentro, a Napoli abbiamo bisogno di ottimi insegnati, che sono quelli che non solo aprono la porta, ti danno la mano e se serve ti danno anche una vottata per buttarti dentro!
La maestra napoletana non è solo un’ insegnante, ma deve essere anche un’interprete: deve tradurre costantemente dal napoletano all’italiano, frasi, temi, lezioni di storia e geografia. Deve interpretare frasi incomprensibili, capire per esempio che “la spannocchia di mavis” è il granturco, che il “carnivalismo” significa mangiare carne umana.


La maestra napoletana deve essere anche un’ assistente sociale, perchè nei colloqui con le famiglie se ne sentono di tutti i colori. “Maestra quello il bambino sta un poco nervoso per mezzo che il papà da un mese sta a Pocioriale” “Purtate pacienza, quello il papà è andato a lavorare ‘a Spagna” (chissà a fare cosa…) “Maestra quella la bambina sta un poco sbandata perché la sorella di 15 anni mo’ la farà diventare zia” E se fra le frasi sulla famiglia c’è anche “Mia mamma e mia nonna ricevono i clienti” non puoi far cadere la cosa nel vuoto.


La maestra napoletana deve essere un mimo, perché quando ti arriva in classe un bambino cinese di 6 anni che fino a ieri si trovava in un paesino sperduto del Fujian puoi provare a farti capire solo a gesti.
La maestra napoletana deve essere generosa, non può essere tirchia, troppo spesso capita di trovarsi davanti a famiglie in cui anche pagare 3 euro per una gita è un problema che si trasforma in un “La prossima volta ci vai”, che per un bambino di 6 anni è difficile da capire. Così come deve mettere mano alla tasca per comprare addobbi, palloncini, materiale didattico ogni qual volta serva, senza polemizzare contro lo Stato assente, perché la polemica farebbe solo male ai propri alunni.


La maestra napoletana deve essere imperturbabile, saper fare buon viso a cattivo gioco e quando arrivano gli insulti e le minacce di strascino deve riuscire a farsele scivolare addosso. Tanto poi dopo due giorni verranno a parlare a scuola come se non fosse mai successo niente.
La maestra napoletana deve essere un’attrice, capace di mantenere il controllo facciale e non ridere davanti alle assurdità che sente ogni giorno nei racconti dei bambini. E se ti dicono che lo zio “l’hanno portato in collegio”, quando invece l’hanno arrestato, devi fingere di crederci e aggiungere che tanto farà il bravo e tra un po’ tornerà a casa.
Con la “Buona scuola” molti insegnanti dal sud Italia dopo anni di precariato hanno dovuto fare la valige e andare a prendersi il tanto sudato “posto di ruolo” lontani da Napoli, da Roma in su.
Sono sicura che si troveranno ad affrontare quelli che per i colleghi settentrionali saranno dei problemi insormontabili e che invece a loro faranno sorridere.
Come dire: “Ma chist’ ‘overo fanno?”

Sofia Alfieri

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Foto di Paolo Russo

Essere genitori è sicuramente la cosa più bella che possa capitare nella vita, c’è poco da fare da quando nasce il primo figlio la tua vita inizia ad avere un prima e un dopo, cambiano le prospettive, cambiano gli impegni, cambia tutto, non esiste più l’io esiste solo il noi.
Essere genitori è un impegno e una responsabilità che non conosce pause, ed esserlo a Napoli ti porta ad avere mille pensieri in più. Chiunque abbia dei figli qui si trova spesso a chiedersi se sia il posto migliore dove farli crescere.
Lo faccio anche io, spesso, e così mi trovo spesso a pensare a quanto di buono mi abbia insegnato questa città, di quale sia stata la fortuna di essere nato e cresciuto a Napoli, e soprattutto in una famiglia napoletana, perché per quanto complesso sia viverci mi piace pensare che sia una fortuna nascere nell’ultimo ostinato baluardo di SUD rimasto in Europa.

Ci sono cose che noi genitori Napoletani, di nascita o d’adozione, abbiamo il dovere di insegnare ai nostri figli, ma volendo anche nipoti, abbiamo la responsabilità di far crescere la nuova Napoli. Così ho provato a elencare 10 caratteristiche di quella napoletanità sana, schietta, genuina e troppo facilmente abbandonata da insegnare ai nostri figli affinchè ovunque li porterà la vita abbiano quel qualcosa in più che solo la nostra città può dare.

  1. Formule di cortesia: il napoletano ne è pieno, alcune sono bellissime. È importante conservarle tutte. È meraviglioso rispondere “Come se avessi accettato” a chi ti offre del cibo, perché dimostra che si sa che chi offre lo fa con gioia e non si vuole offendere chi fa un dono. L’educazione non è formalità, e usare le formule giuste aiuta a chiarire le cose e a creare serenità.
  2. Solidarietà: il concetto di “condominio solidale” che si sta diffondendo il tutta Europa in realtà a Napoli esiste da sempre. Porta aperte sul pianerottolo, vicini disposti a tenersi i bambini in caso di emergenza, il bror’ ‘e consuolo sempre pronto a scaldare la famiglia in caso di lutto… Noi napoletani la solidarietà l’abbiamo nel sangue, ogni mamma si sente un po’ mamma non solo dei suoi figli e sa che “Addo’ magnano duje ponno magna’ pure tre” e così via, la capacità d’accoglienza è un bene da custodire preziosamente, magari lasciando al bar un caffè sospeso.
  3. Disobbligarsi: sembrerebbe in netto contrasto con la solidarietà di cui sopra ma in realtà è un concetto molto nobile. A Napoli chi dona lo fa senza interesse, perché sa quanto può essere un aiuto, ma chi riceve conosce bene il valore di quello gli è stato donato e non dimentica il bene ricevuto per essere pronto a restituirlo non solo in caso di necessità. Il “disobbligarsi” crea una rete di persone legate dalla fiducia che rende la vita migliore. “Non ti dico grazie perché chi ringrazia esce d’obbligo” una delle formule di cortesia da non dimenticare.
  4. Conoscere le storie di Napoli: portiamo i bambini a Piazza del Plebiscito e vedere se a occhi chiusi riescono a passare fra i due cavalli, raccontiamogli perché il Castello dell’Ovo si chiama così. Dai coccodrilli alle sirene ce n’è per tutti i gusti e per divertire (o spaventare tutti i bambini). Raccontiamogli le storie della nostra famiglia, facciamoli sentire parte di qualcosa di bello, questo non significa boicottare tutto il resto e non fargli conoscere le favole più famose (che in alcuni casi come Cenerentola potremmo ricondurre a Giambattista Basile), ma solo introdurli in quel piccolo magico mondo che è Napoli.
  5. Insegnare le tradizioni: Inutile cercare di non far festeggiare Halloween ai nostri piccoli, ma possiamo fargli trovare il torrone dei morti, località e globalità possono convivere. Possiamo usare il Mammone come spauracchio e se non trovano qualcosa allora possiamo dare la colpa al Munaciello. Impastiamo insieme a loro la pizza, prepariamo il casatiello e la pastiera a Pasqua. Tenere vive le tradizioni significa tenere viva la cultura Napoletana, non è questione di essere provinciali ma di guardare il resto del mondo con i nostri occhi e non con quelli di tutti gli altri.
  6. Parlare agli anziani: la cultura popolare risiede nell’oralità e ogni persona di una certa età è sostanzialmente una biblioteca ambulante. Ci sono storie, leggende, canzoni e filastrocche che nessuno ha mai scritto o registrato. Avere qualcuno che ce le racconta è un privilegio, se i nostri bambini lo capiranno, oltre a regalare un momento di gioia a un anziano, conosceranno un mondo “vecchio” che per loro sarà un meraviglioso mondo nuovo.
  7. Distinguere il Napoletano dall’italiano ma parlare entrambi: ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia dove non si parlava in dialetto, o si parlava italiano o si parlava napoletano, ho avuto la fortuna di poterli distinguere. I bambini devono avere gli strumenti per conoscere i nostri meravigliosi secoli di cultura, devono poter ridere già da piccoli con Totò, Pappagone per poter crescere con De Filippo, Troisi etc. se a questo aggiungiamo che i bambini bilingue imparano più in fretta tutto… avremo nuove generazioni di piccoli geni!
  8. Non rifiutare mai il cibo: per fortuna chi come me è nato lontano dalla guerra non ha mai conosciuto la vera fame, ma i nostri nonni e i nostri genitori si. Per questo ci hanno insegnato il rispetto per il cibo, ci hanno insegnato a “mangiare tutto” e soprattutto ci hanno insegnato che offrire il cibo è un atto d’amore e che accettare è un gesto di rispetto prima che di educazione. I nostri figli hanno la fortuna come noi di vivere in una società dove mangiare (almeno per la nostra parte di mondo) non è un problema, questo non deve farci dimenticare di insegnargli quanto sia importante e quanto possa essere veicolo d’amore oltre che di vita.
  9. L’arte dell’arrangiarsi: viene spesso intesa come una bonaria giustificazione a piccoli crimini ma l’arte di arrangiarsi è tutt’altro. L’arte di arrangiarsi è quella di inventarsi un lavoro dal nulla, è quella di fare di necessità virtù e cercare una soluzione immediata al problema, senza perdere tempo ad analizzarne le eventuali cause. L’arte dell’arrangiarsi è prendere di petto la vita, purtroppo i primi a fraintendere siamo stati proprio noi Napoletani, e direi che il momento di ridare il giusto significato a quest’espressione, più vicina a Miseria e Nobiltà che a Gomorra.
  10. Maradona: come sempre nei nostri decaloghi il 10 è Maradona, perché dobbiamo far conoscere ai nostri figli le persone che hanno fatto grande Napoli, Maradona nel bene e nel male, da Salvatore Di Giacomo a Pino Daniele, da Giambattista Basile a Luciano De Crescenzo, da Masaniello a chi fra i nostri figli farà qualcosa di grande per la nostra città.

Paolo “Sindaco” Russo

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