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Neymar come Diego

Erano due anni che il Brasile non giocava al Mineirao da quella tragedia nazionale che fu il 7-1 rifilato a domicilio dalla Germania ai campionati del mondo del 2014. Per sfatare il tabù i verdeoro non hanno scelto un avversario qualsiasi, ma hanno convocato ieri sera all’Estádio Governador Magalhães Pinto i mai amati argentini in una gara di qualificazione per i prossimi mondiali che si disputeranno in Russia.

IL MATCH. Finisce 3-0 per il Brasile, ma poteva andare assai peggio agli albiceleste. E’ stata una gara fantastica questo superclasico come non accadeva da tempo e il merito è stato tutto dei ragazzi di Tite che da quando ha rilevato Dunga sulla panchina verdeoro ha ottenuto 5 vittorie in altrettante partite. Segnano Coutinho, Neymar e Paulinho. Per chiudere in bellezza a 10 minuti dalla fine è subentrato anche Thiago Silva (al posto di un ottimo Miranda): una sostituzione oltremodo simbolica perché il fuoriclasse del Psg non giocava in nazionale proprio dal nefasto match del Mineirazo.

IL FLOP. L’Argentina ora rischia di non qualificarsi ai mondiali, ma mancano ancora 7 partite e tutto è ancora aperto. Non ci riuscirà di certo se Higuain, come ha fatto ieri sera, continuerà a fare da spettatore non pagante. Gli albiceleste hanno il secondo peggior attacco del super-girone della Conmebol e languono al sesto posto.

‘O NEY. La sfida Neymar-Messi, tutta blaugrana, viene vinta nettamente da ‘O Ney. Ma non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore, canterebbe De Gregori. Messi è probabilmente più forte di Neymar, ma il brasiliano diverte, mette allegria nell’anima ogni volta che tocca il pallone. C’è un qualcosa di sensuale nel vedere Neymar giocare, c’è qualcosa di misteriosamente femmineo nel modo di accarezzare la palla da parte del fuoriclasse di Mogi das Cruzes. Neymar si diverte, Messi no. Tra i due ci passa la differenza abissale che c’è tra la cultura della greca classica e quella romana. Neymar è Socrate e Aristotele messi insieme, Messi è un ingegnere che fa dell’utilitarismo il suo marchio di fabbrica. Neymar ad ogni giocata edifica l’indispensabile ed immateriale iperuranio, Messi costruisce il Colosseo, i pozzi e i ponti. C’è, in pur tanta fantasia, qualcosa di freddamente schematico nelle giocate del numero 10 rosarino, in Neymar tutto è passione, bellezza, incanto.

Probabilmente Messi vincerà altri 10 palloni d’oro e Neymar nessuno. Ma se mi chiedessero per chi pagherei il biglietto più alto sceglierei senza dubbio il secondo. Dopo Maradona, il calciatore più divertente che abbia messo piede sul prato verde di Dio. Neymar è Sophia Loren, Messi è Brigitte Bardot.

Valentino Di Giacomo

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

I napoletani hanno la memoria corta. Lo abbiamo scritto già, QUI, proprio oggi. Abbiamo dimenticato, ad esempio, come iniziò la stagione dello scorso anno, quella del “Ma chi è questo Hysaj?”, “Ma chi è Allan?” ecc. ecc. ecc. Abbiamo dimenticato, soprattutto, di chi era il signor Gonzalo Higuain appena dodici mesi fa. Higuain era colui che aveva sbagliato un calcio di rigore nell’ultima partita di campionato contro la Lazio. Un rigore sbagliato che ci costò l’accesso alla Champions. Tanti soldi, oltre che un fallimento sportivo. Il signor Pipita era uno che aveva condannato la sua Argentina a perdere la Coppa America contro il Cile sempre per un rigore sbagliato.

Si presentò in ritiro, parlò con Sarri. Il mister lo convinse a restare, lo mise al centro del proprio progetto di squadra. Come già scritto, un sole attorno al quale giravano gli altri pianeti-calciatori. E Higuain ha vissuto in quest’ultimo anno la sua migliore stagione di sempre da quando gioca a calcio.

Noi dobbiamo amare tanto Gonzalo, dobbiamo volergli bene ed essergli riconoscenti. Ma pure lui deve essere riconoscente ai tifosi, alla società che gli offre uno dei più alti ingaggi della Serie A e, soprattutto, ad un allenatore che lo ha ricostruito, coccolato, plasmato.

Napoli è l’unica città borbonica dove pure i Savoia hanno ancora proseliti. Da monarchici del Regno delle due Sicilie siamo diventati monarchici in senso savoiardo nel referendum costituzionale del 46. A Napoli la monarchia stravinse. Napoli è la città che prima esalta e poi ammazza. Lo abbiamo fatto persino con Diego, da idolo era diventato un traditore drogato. Pure questo abbiamo dimenticato.

Accade questo perché non abbiamo consapevolezza della nostra forza intrinseca. Qui possono venire i francesi, gli austriaci, gli spagnoli o gli inglesi. Eppure Napoli resta sempre Napoli con le sue energie, le sue grandezze, le sue brutture e le sue bellezze.

Qui non si tratta di salire sul carro di Aurelio o su quello di Gonzalo. Qui si tratta che un calciatore, come altri prima (vedi Cavani o Lavezzi), hanno deciso che Napoli non era più casa propria. Non dobbiamo stracciarci i capelli per questo. Anzi, se vogliamo bene a noi stessi, dobbiamo ricordarci oggi più che mai non solo quanto Gonzalo abbia dato al Napoli, ma soprattutto di quanto ha ricevuto.

Il nostro bene è che tutto si risolva. Che Gonzalo resti un altro anno, a patto che sia motivato come lo è stato nell’ultima stagione. Altrimenti meglio per tutti che Gonzalo vada via. Magari all’estero, non in Italia, figurarsi alla Juve.

Noi siamo il Napoli, una società sana. Quella stessa società del tanto vituperato “Pappone”  De Laurentiis che può consentirsi oggi, grazie ad un pizzico di lungimiranza, di vendere Higuain. Si, di venderlo, ma non di svenderlo. E c’è una bella differenza. 94 milioni per un calciatore, per quanto forte, di 29 anni, sono una cifra super.

Però non dipingiamoci sempre come una “cenerentola” del calcio. Non lo siamo più. E di questo dobbiamo ringraziare proprio De Laurentiis. Ma, soprattutto, con questo atteggiamento disfattista facciamo il male della nostra società, che poi è pure il nostro male visto che ne siamo tifosi al punto da non poterne fare a meno.

Stringiamoci attorno alla squadra. Non è una cattiva squadra se è riuscita a duellare con la Juve quasi fino alla fine del campionato. Abbiamo un grande allenatore, ottimi calciatori. Ma perché questo scoramento? Il Napoli non è cominciato con Higuain e non finirà con Higuain. E soprattutto facciamoci rispettare per quello che siamo. Noi ad Higuain abbiamo dato forse di più di quanto ci ha dato lui. Anche per questo oggi può andare da ALTRI top club a chiedere ingaggi spropositati. Non dobbiamo andare contro Higuain, dobbiamo augurarci che resti  e che resti motivato. Ma neppure pensare che il calcio a Napoli finisca con Gonzalo, come pure pare leggere sui social…

Valentino Di Giacomo 

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L'abbandono della Nazionale

Sbaglia un rigore, l’Argentina perde e lui decide di abbandonare la nazionale. Il peso di essere un campione dei campioni non lo sopporta, non lo supporta. Il punto centrale è che si può essere calciatori straordinari, ma non per questo essere un leader, un condottiero. Chiaramente si parla di Messi.

Maradona e Messi sono simili dalla cintola in giù, ma dalla cintola in su non c’è paragone perché Diego aveva il potere di guidare e migliorare i compagni che aveva intorno“. La differenza tra i due sta per gran parte qui per Victor Hugo Morales, autore della radiocronaca più bella di sempre per il gol più bello della storia di Diego a Mexico ’86.

Mi ci ritrovo in questa definizione dei due. Messi è un calciatore straordinario, ha giocato una Coppa America superba, suggellata da quella punizione contro gli Usa che ritengo tra le più belle della storia del calcio. Eppure la grande Argentina, quella dei Mascherano, dei Banega, dei Di Maria, di Aguero, Lavezzi, Biglia, Higuain (e potremmo continuare con tanti altri) sembra essere lo specchio del proprio campione: fragile psicologicamente nei momenti decisivi quando si gioca in nazionale.

Messi nel Barcellona ha vinto ed è stato decisivo per le maggiori competizioni europee. Ha segnato gol meravigliosi anche in finale di Champions. Poi arriva a giocare con la maglia albiceleste e si sgonfia sul più bello.

Stanotte Leo ha sbagliato il primo tiro dal dischetto. Di rigori ne ha sbagliati pure Maradona, anche ad un mondiale. Ma Diego non avrebbe mai lasciato la nazionale così come ha annunciato Messi. La differenza sta lì. Nella testa, nel carattere, nell’essere leader.  Che poi io resto convinto – come scrissi qualche tempo fa – che per tirare un rigore non ci voglia coraggio, ma bisogna avere una voglia matta di emozionarsi. Che è un’altra cosa. E credo Diego aveva anche questo più di tutti.

“Jo fue siempre ganador” – dice Maradona di sé nella sua biografia. In realtà Messi con il proprio club ha vinto assai più di Lui, anche se in condizioni più favorevoli. Diego però ha vinto un mondiale e un altro, a Italia ’90, glielo hanno letteralmente rubato. E chissà come sarebbe finita a Usa ’94 se non lo avessero incastrato con la storia dell’efedrina. Diego ha vinto a Napoli dove non aveva mai vinto nessuno, lo ha fatto migliorando i propri compagni di squadra – proprio come dice Morales. Ha vinto grazie alla sua mentalidad ganadora, la mentalità vincente che Messi probabilmente e paradossalmente non riesce ad avere.

Messi è sicuramente un campionissimo, giocatore delizioso. Ma Diego è Dio. Stanotte, a malincuore, ne abbiamo soltanto avuto l’ennesima conferma. Spero però che Leo, smaltita l’ennesima delusione, ci ripensi. Mi ci ritrovo nella definizione di Morales, purché dalla cintola in giù siano esclusi gli attributi. Tanta parte della differenza sta tutta lì.

Valentino Di Giacomo

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In Italia, magari, non tutti associano immediatamente un volto, e soprattutto una voce al nome di Víctor Hugo Morales, ma il “¡Genio! ¡Genio! ¡Genio! ta-ta-ta-ta-ta-ta… Goooooool… Gooooool… ¡Quiero llorar! ¡Dios Santo, viva el fútbol! ¡Golaaaaaaazooooooo! ¡Diegooooooool!”  è universalmente noto e, nella Città del Golfo, fa venire la febbre. Perché quella è la traccia audio di alcune delle immagini più incredibili della fine del XX secolo sportivo: di quando l’Alieno umiliò l’Inghilterra tatcheriana e il calcio europeo andando in gol dopo aver saltato mezza squadra ai quarti di finale.

E’ “la jugada de todos los tiempos”. La definizione è sempre di Morales.

La voce segue il crescendo dell’azione e ne comunica il ritmo, quasi come un “Quadrupedante putrem” virgiliano, dalla calma di un innocente scambio a centro campo alla cavalcata inarrestabile cui il telecronista tenta di tener dietro ma che, vinto dall’emozione, non riesce a raccontare fino alla fine se non attraverso qualche parola sconnessa solo per riprendersi poi, durante l’esultanza del “Genio”, per dar voce a tutta la propria incredulità.

Quella telecronaca è ormai riconosciuta come un vero e proprio pezzo di letteratura sudamericana, con quel barrilete [aquilone] cósmico a dare il tocco inverosimile tipico del realismo magico.

Pur dovendo la sua fama al “país [que] sea un puño apretado, gritando por Argentina!”, l’autore delle parole indissolubilmente legate alla semifinale dell’Azteca è nato sull’altra sponda del Rio de la Plata, in Uruguay, nel 1947. Comincia a fare il giornalista e il telecronista sportivo nel 1964, durante il liceo, seguendo le partite prima per Radio Colonia, poi per Radio Ariel; le sue qualità lo fanno apprezzare sempre di più e nel ’70 si trasferisce nella capitale, dove vivrà fino all’esilio del 1981, lavorando ai microfoni di Radio Oriental e per la stazione televisiva Canal 4. E’ molto bravo e, dopo l’abbandono del mitico Carlos Josè, non impiega molto tempo a diventare il commentatore più famoso e seguito del paese.

Durante gli anni della dittatura civico-militare che ha insanguinato l’Uruguay, tuttavia, anche un cronista sportivo senza alcuna militanza politica diretta può dare fastidio al potere: basta che esprima solidarietà a un calciatore, reo di aver salutato in diretta il proprio fratello rinchiuso nelle carceri del regime, basta una rissa con alcuni militari durante una partita di calcetto di un torneo di beneficienza basta, infine, un viaggio in Olanda per incontrare un vecchio amico esiliato dalla dittatura dopo aver combattuto coi Tupamaros.

Gli uomini in divisa fanno arrivare chiaro il messaggio che “è meglio cambiare aria”.

Trasferitosi a Buenos Aires, dove nel 1983 il regime militare era caduto, lavora per la sezione di informazione sportiva di Radio Argentina, per i microfoni della quale segue il mondiale messicano dell’estate ’86 che lo renderà famoso in tutto il pianeta.

Morales sceglie di rimanere a vivere nel paese d’adozione anche quando il regime autoritario crolla in Uruguay e prende parte alla vita civile e giornalistica della patria d’elezione: continua a lavorare nell’informazione sportiva e, spesso e volentieri, entra in polemica con il giornale El Clarín e col potentissimo gruppo editoriale che gli sta dietro.

Dà talmente tanto fastidio che delle vere e proprie operazioni di killeraggio letterario e giornalistico vengono orchestrate contro di lui: nel 2012 il libro Relato oculto, las desmemorias de Víctor Hugo Morales lo accusa di complicità e contatti con la dittatura uruguayana.

Un vero e proprio coro di protagonisti politici e operatori umanitari si leva per difendere l’integrità morale del giornalista e dimostrare l’artificiosità di un’accusa tanto infamante.

Nel 2014, Víctor Hugo Morales torna al fianco di colui che lo ha reso famoso: Maradona. I due conducono De zurda, un programma di approfondimento sul mondiale brasiliano e, per farlo, scelgono la Telesur del “cattivissimo” Chavez, ormai da decenni amico personale del campione argentino e ferocemente detestato da tutte le oligarchie del subcontinente.

Sono gli stessi circoli che in questi mesi stanno prepotentemente tornando o tentando di tornare al potere in tutto il subcontinente, che desiderano vedere sepolta e dimenticata il prima possibile la parentesi di rinascita democratica dell’America Latina, una parentesi che considerano innaturale perché ha permesso al “popolo usurpatore” di sostituirsi a loro nella gestione di una cosa pubblica che hanno sempre considerato proprietà privata per diritto di nascita.

In Argentina la rivincita dell’élite ha preso la forma del governo di Mauricio Macri, ex presidente del Boca Juniors, ex governatore di Buenos Aires ed espressione del neoliberismo arrembante in tutta la regione. Per arrivare alla presidenza, l’imprenditore di origini calabresi ha sconfitto Daniel Scioli (erede indebolito dei governi Kirchner), grazie ad una campagna giocata sui temi del dinamismo e della modernizzazione.

Insediatosi alla Casa Rosada, Macri ha immediatamente mostrato il vero volto del proprio governo: obbedienza dogmatica al credo neoliberista, un gabinetto composto in larga parte da imprenditori formatisi nelle università private argentine e statunitensi e un esplicito disinteresse per le condizioni di vita di lavoratori e pensionati.

L’organico di molti ministeri, a poche ore dall’assunzione della presidenza, è stato rivoluzionato per far posto, in perfetto stile “porte girevoli” a decine di ex quadri di numerose multinazionali (Coca Cola, Shell, JP Morgan, Citybank etc.) e grandi gruppi regionali (LAN) o nazionali: tra essi il Clarín, gli acerrimi nemici di Victor Hugo Morales.

Come spesso accade (ad ogni latitudine) il decisionismo non è che una forma apparentemente moderna e dinamica di autoritarismo: le ruggini col Clarín e la difesa aperta, da parte di Morales, del modello Kirchnerista hanno fatto sì che Macri, con un “editto bulgaro” in perfetto stile Arcore, decidesse di silenziare la voce scomoda.

Il cronista sportivo ha saputo di essere stato licenziato alle 8.30 dell’11 gennaio 2016, pochi minuti prima di andare in onda: Radio Continental, l’emittente dove aveva lavorato per 29 anni ha chiuso ex abrupto il suo programma adducendo fantomatiche inadempienze contrattuali da parte sua, senza permettergli di andare in onda un’ultima volta per salutare i propri ascoltatori e spiegare le sue ragioni.

Radio Continental, è bene precisarlo, è un canale privato ed ha liberamente deciso di interrompere il rapporto con uno dei suoi dipendenti, ma che le ragioni non siano da cercare tra le clausole del contratto e che l’impulso non sia venuto dalla dirigenza del canale ma dal palazzo presidenziale è evidente a tutti. L’ipotesi più probabile è che qualcuno abbia fatto capire ai dirigenti del canale che la presenza di Víctor Hugo Morales sarebbe stata un ostacolo per una generosa ripartizione dei diritti pubblicitari.

Il giornalista, da parte sua, si dice certo dell’azione censoria dietro il provvedimento, afferma di non aver mai ricevuto lamentele o avvertimenti da parte del canale e chiosa: “C’è un governo che sta conculcando i diritti della gente e, a questo fine, calpesta la legge sui servizi di comunicazione audiovisiva e qualsiasi manifestazione giornalistica critica”.

In questo modo il governo neoliberista si fa beffe delle più basilari norme sulla libertà di espressione facendo leva sulle necessità finanziarie dei produttori, esplicitamente costretti a trasformarsi in complici della stretta repressiva.

Dopo essere stato costretto all’esilio da una delle dittature militari latinoamericane degli anni ’70, Morales è oggi ridotto al silenzio da uno dei governi della “nuova destra” del subcontinente; certo questi non utilizzano tortura e sparizioni (non in Argentina, almeno) ma dimostrano la stessa insofferenza per le voci critiche e strangolano economicamente le emittenti non allineate.

Sarebbe ingenuo o ipocrita stupirsene, del resto: le due tipologie di governo affondano le loro radici nello stesso blocco sociale: l’oligarchia “criolla” convinta di dover governare per diritto divino e insofferente agli intralci della democrazia.

Tutta la sinistra sudamericana si è mobilitata in solidarietà al giornalista, utilizzando l’hashtag #VHMCensurado. Reporters sans frontières, prontissima in passato a fare le pulci ai governi Kirchner, stavolta tace. Devono essersi distratti.

Luca Di Mauro

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Le elezioni nella terra di Diego

Mauricio Macri, El bostero.

Aguante Boca! Vamos Boca!

Sono certo che molti tifosi del Napoli e specialmente gli amanti di Diego almeno una volta l’hanno gridato, per diversi motivi, dalla schedina di cui si aspettava il risultato negli ultimi minuti delle partite della domenica, dal ricordo del primo Maradona giovane e fantascientifico visto a colori sbiaditi, per arrivare a quell’ultimo buio e nervoso che le tv a colori accesi degli anni novanta ci permettevano di apprezzare per il look mechón amarilloL’Argentina oggi ha un nuovo Presidente, Mauricio Macri, chiare origini italiane, padre calabrese e madre romana, un bostero “raffinato” però sempre un hincha del Boca, e il mio primo pensiero va all’ultimo Maradona, quello da non far vedere ai bambini perché ormai più folle fuori che geniale dentro. Ebbene Macri, allora Presidente del Boca, fu lui a voler riportare Diego a la Bombonera, prendendosi come prima riposta: “pintate un mechón“, una espressione che Diego aveva “coniato”, usata poi da tanti in Argentina, per far capire al “raffinato” bostero che lui era “El Diego” e per parlare con lui doveva prepararsi anche a tingersi i capelli. Macri non era Diego per personalità, aveva bisogno della immagine di Diego, però Diego non era più El Diego sul rettangolo di gioco e per un raffinato e conservatore come Macri questo non poteva essere accettato a lungo.

Due sono stati gli anni di convivenza tra i due accomunati solo dal bene per la camisa xeneize, un periodo che va dal 7 Ottobre 1995, il ritorno a la Bombonera, passato alla storia in Argentina per la questione con Torresani (VIDEO) al 25 Ottobre 1997, giorno in cui toccò l’ultimo pallone, come D10S del giuoco del calcio.

Da quel momento il Boca non sarà più sol il Boca del pueblo a causa di Macri, un conservatore si, ma soprattutto un grande imprenditore che è riuscito a rivoluzionare le strutture della società facendo diventare il Club Atlético Boca Juniors una macchina quasi perfetta che l’ha poi consacrato il Presidente più titolato della storia del Club.

Fino al 2007 alla guida del Club per poi passare alla politica, in Sud America il passo è breve, e dopo due mandati alla guida di Buenos Aires, dal 2007 ad oggi, con CAMBIAMOS, il partito che lui stesso ha creato, riesce a creare un’alternativa al paese, dopo 12 anni di finta sinistra peronista.

A Maradona non piacerà mai, perché come lui stesso affermò in una intervista è un raffinato di destra e amico di Aznar, ma la mia speranza e con me quella di tanti argentini è che El Diego si sbagli e che l’Argentina trovi col tempo la giusta collocazione geopolitica di potenza che merita.

Quindi lungi da me acclamare Mauricio Macri come il messia, però è un’alternativa necessaria, da Latinoamericanista convinto riconosco gli errori e gli orrori dei populismi degli ultimi anni che senza i loro grandi leader hanno perso quello spirito rivoluzionario e più che mai sento l’esigenza di crederci. CAMBIAMOS!

Vamos Argentina! Aguante Macri!

Emanuele Scamardão

P.S. Il motivo suicida di questo articolo è la passione per le vicende che riguardano l’America Latina, da lettore di El Clarin e di SoldatoInnamorato non potevo non riportare i 20 punti strategici del prossimo Governo Macri e l’imperdonabile errore al punto 10.

http://www.clarin.com/politica/definiciones-Macri-proximo-gobierno_0_1472853033.html

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L'ostracismo verso i napoletani

Non sono un tifoso della Nazionale italiana di calcio. Il conflitto di tifo l’ho risolto un’estate del 1990 quando Diego mi pose l’aut aut per decidere da che parte dovevo stare. E io scelsi. In quelle “Notti magiche” non potei che scegliere Lui e la Sua Argentina che beffò ai rigori la nazionale di Azeglio Vicini.

Da quel tempo ho seguito in maniera altalenante la maglia blu Savoia che rappresenta l’Italia. Mi sono appassionato tanto al mondiale successivo perché il condottiero di Usa 94 fu uno dei miei calciatori preferiti di sempre: Roberto Baggio. Ma era un tifo individuale, assai più che per la squadra.

Quando l’Italia vinse ai rigori i mondiali contro la Francia partecipai alle feste come quando si va ad un compleanno di un cugino lontanissimo, senza sussulti. Felice solo perché i transalpini non mi stanno assai simpatici. Nulla di più. E nulla di paragonabile all’emozione (negativa) di quando Diego da Ct dell’albiceleste venne scaraventato fuori dai mondiali in Sud Africa dalla Germania di Muller.

Insomma della nazionale Italia non me ne frega niente. Tanto più da quando sulla panchina italica siede il “condannato” (copyright Fabrizio D’Esposito sul Fatto, ma lui si riferisce a Berlusconi) Antonio Conte.  Se prima di tanto in tanto guardavo qualche partita della nazionale, oggi non la seguo per niente.

Ho appreso oggi dell’esclusione di Insigne dai convocati di Antonio Conte, ci sono però quei fenomeni di Stefano Okaka, Pellè e Simone Zaza che alla Juve vede il campo con il binocolo. L’unico calciatore del Napoli convocato è Manolo Gabbiadini, un altro che l’erba la calpesta quanto i pensionati in libera uscita ai giardini pubblici. Ogni commento tecnico a queste scelte sarebbe ridicolo… Parlano le evidenze…

Sarà che sono cresciuto da bambino vivendo l’ostracismo dei Ct italici verso capitan Bruscolotti. Sarà che mi sento napoletano e non italiano. Mi spiace per Lorenzo, ma gli dico: guagliò, ma che te ne fotte?!

vDG

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

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Il Papa e il Messia

Quel 22 Giugno del 1986 “El Barba” – come lo chiama Lui- ci mise la mano. Ma non solo. Annoverare Diego Armando Maradona semplicemente nella categoria dei calciatori sarebbe commettere una bestemmia. Non è stato e non è un Dio, Diego. Ma è stato un tramite del Divino, proprio come un Messia.

C’era Dio quel giorno di Giugno allo stadio Azteca di Città del Messico. Non si spiega altrimenti come un calciatore, nella partita più sentita per i noti fatti delle Malvinas tra Argentina e Inghilterra, possa aver segnato nello stesso match i due gol più belli nella storia del calcio. Un gol di mano, quella di Dio, e la cavalcata in porta dribblando qualsiasi cosa. Quella rete che il mitico telecronista argentino Victor Hugo Morales definì in diretta: “Maradona, en recorrida memorable, en la jugada de todos lo tiempos“.

Di grandi calciatori ce ne sono stati nella storia. Ma nessuno come Lui è riuscito a farsi percepire come un Messia. Forze inspiegabili e invisibili agivano con Diego e per Diego, come se tutto il Creato fosse complice delle sue giocate. Succedeva per Maradona come con i Pianeti che si muovono intorno al Sole, con meccanismi perfetti, per realizzare il miracolo della Vita. Come se tutto fosse apparecchiato e preordinato per consentire a Diego di imporre il Suo verbo.

Qualcuno ci prenderà per folli, per eretici. Asserire di festeggiare il Natale nel giorno in cui ricorre la nascita di Diego è ai limiti della blasfemia. Ma non è così. Perché Diego è stato realmente un Messia, un Gesù venuto al Mondo per dare la felicità. Senza volerci addentrare tra i mille particolari che accomunano Cristo a Diego: la povertà, l’eresia, i miracoli, gli errori, gli eccessi, la resurrezione. Del resto non si spiegherebbe altrimenti il motivo per cui l’unico calciatore ad avere una Chiesa dedicata è proprio Diego Armando Maradona.

Il volto santo sulla neve
Il volto santo sulla neve

Paragonare Diego a Gesù non è blasfemia, lo è invece cercare raffronti con altri calciatori. Dov’è la divinità di Messi? Ne abbiamo già scritto. E quale calciatore appare su un monte innevato dell’Argentina come in una sorta di miracolo?  Solo Diego!

E non poteva che concretizzarsi a Napoli la venuta del nuovo Messia. Poche città al mondo hanno i connotati divini che ha Napoli, forse solo Rio de Janeiro ha quel sapore di ultraterreno tra Paradiso e Inferno. Perché, a meno che non si riduca la religione, a meri e pallosi riti liturgici, anche la cristianità (ed altre religioni) hanno nella loro ragion d’essere una componente di vivacità che rifugge quel bianco candore rassicurante con cui spesso si identifica il divino. No, il divino ribolle di energia, di grazia, di prepotente bellezza. Una bellezza che sfascia, rompe e ricostituisce l’anima. Come un gol di Diego. Come la vita di Diego. Come Diego. E come Napoli. Buon Natale Amore mio!

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Una semplice parola può aprirci un mondo, farci volare in un spazio ampio, dilatando il tempo, l’orizzonte e l’immaginazione. Una singola parola può raccontarci una, cento, mille storie, che all’apparenza ci sembrano distanti, ma che ci riguardano, sono parte di ciò che siamo. Vogliamo provare?

In questa epoca di “grandi migrazioni” e “invasioni barbariche” c’è chi ancora sostiene che “Napoli is not Italy”.

Noi, nonostante l’ Unità, l’emigrazione e l’apporto generoso e prolifico al progresso socio-economico e socio-culturale dell’Italia siamo considerati, da un gruppo di imbecilli,i quali però siedono stabilmente in parlamento, sempre e solo terroni e i gli altri “terroni” idioti a loro volta ci considerano “napoletani” in senso non certo amichevole.

Basta una parola, una, non certo per far ricredere (certa gente incarna la banalità del male, è stupida e tale vuole rimanere) quantomeno smetire postulati e stronzate xenofobe e razziste, la parole è : Tano.

La parola Tano, non è una parola napoletana e nemmeno una parola italiana. Tano è una parola Argentina, usata anche in Cile e Urugay. Il legame tra Napoli e il Sudamerica è ben più antico delle finte di Maradona, le scorribande di Sivori, e i goal del Pipita.

Tano deriva dallo spagnolo napolitano e significa Italiano.

Per gli argentini napoletano e italiano sono la stessa cosa, non esiste italiano senza napoletano, non esiste italia senza Napoli.

Il termine Tano, come dicevamo è una parola che ci apre un mondo lontano, il Nuovo Mondo del Sud è l’essenza della storia dell’emigrazione italiana verso l’America.

Verso la fine del 800′ e gli inizi del 900′ milioni di italiani spinti dalla fame, dalle necessità economiche e dalla guerra emigrarono verso un destino migliore, questo destino si chiamava Argentina.

Inizialmente i primi immigrati italiani in Argentina erano chiamati Bachicha, dal cognome Battista diffuso nella città di Genova, porto principale dal quale partivano i primi emigranti del Nord Italia (tra loro c’erano probabilemte i nonni e bisnonni dei turgidi in camicia verde). Dal primo dopoguerra in poi, agli amici del Nord, si aggiunsero l’emigranti dell’ Italia meriodinale, i quali si imbarcavano dal porto di Napoli. Tra di essi oltre alla stragrande maggioranza di napoletani e campani, c’erano: calabresi, molisani, siciliani pugliesi e lucani.

Una volta giunti al porto Buenos Aires gli emigranti venivano accolti all’ Hotel de Inmigrantes, un enorme edificio, una specie di Albergo dei Poveri,  nel quale gli immigrati erano identificati e dove ricevevano i primi documenti. Altro che centro C.I.E. di Lampedusa, un servizio efficiente in un  paese che oggi consideriamo secondo mondo, svolto più di cento anni fa.

Alle prime domande da parte dei funzionari governativi argentini, circa la loro provenienza, gli immigrati rispondevano spesso: Napulitano.

Il termine indicava sia i nostri concittadini, sia tutti quelli imbarcati a Napoli.

Successivamente per abbreviare la trascrizione della parola gli impiegati dell’ Hotel fecerono l’aferesi (l’eliminazione della prima o delle prime sillebe di una parola) trasformanto la parola da napulitano in Tano.

Il resto è storia. Gli italiani e i napoletani entrarono a far parte in maniera massiccia e consistente nella società e nella cultura argentina, ma anche uruguagia e cilena.  Basti pensare che sull’attuale popolazione di cira 42 milioni si stima che circa 27 milioni di abitanti siano di origine italiana. Per fare alcuni esempi sportivi, in Cile esiste una squadra di calcio della Primera Division nata nel 1910, l’ Audax Italiano la Florida, il cui sito ufficiale è www.lostanos.cl, ossia i Tani, i napoletani, gli italiani. La squadra più importante di Buonos Aires (ci prendiamo la responsabilità di parteggiare), il Boca, fu fondata da italiani tra cui alcuni di essi erano di origine lucana, il soprannome della squadra è Xeneises, i genovesi (il quartiere Boca era abitato da molti immigrati liguri).

Come dicevamo gli italiani in Sudamerica non hanno solo fatto fortuna, ma hanno introdotto arti, costumi, stili di vita, letterutura, poesia, cinema e tradizioni popolari. Basti pensara alla cucina: esistono centinaia di ricette nate in quegli anni, le quali si sono mescolate con quelle spagnole e le argentine già presenti, creando la cucina “criolla” ossia creola, meticcia. Una su tutte è la milanesa alla napolitana, o semplicemente la Napolitana: Una cotoletta alla milanse con pomodoro e mozzarella e basilico.

Per quel che mi riguarda, la lingua, vi accenno solo (il resto ve lo racconteremo poi) che nacque una vera e propria lingua parallela allo spagnolo ufficiale, il Cocoliche, che era lingua parlata dagli argentini di origine italiana.

Di quante cose siamo stati capaci noi italiani nel mondo vero? Pensare che un popolo, quello italiano, che tanto ha dato e ricevuto dal continente meraviglioso detto il Sud America, sia identificato con il nostro, quello napoletano deve renderci molto fieri. Alla faccia di questi miserabili secessionisti, razzisti e neonazisti, pagnottisti e bifolchi in camicia verde, nera o in abito da “signori”,  che coprono di sterco, vergogna e infamia, il nostro Paese.

Viva los Tanos, alla faccia chiavica vosta.

Gennaro Prezioso.

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Due campioni a confronto

Holly e il poster "Diego Nick"

Il calcio che ho amato da bambino, per me che sono nato agli inizi degli anni ’80, aveva due simboli, due eroi, due icone: Holly Hutton e Diego Armando Maradona. Due figure, una immaginaria, l’altra reale, che hanno caratterizzato il mio amore per il calcio. E, come me, hanno riempito i sogni e le fantasie di milioni di ragazzini che piazzando cartelle o sassi in mezzo alla strada giocavano a calcio immedesimandosi nella storia e nelle storie di questi due campioni.

Loro vogliono sfondare e campioni diventare per poter così giocare nella squadra nazionale“. La sigla di Holly e Benji può essere riferita a loro due, portiere e attaccante, ma pure a Holly e Diego che in comune hanno tantissimi avvenimenti.

Holly e Diego
Holly e Diego

Holly e Benji, in Giappone “Captain Tsubasa“, è un cartone animato prodotto nel 1983 e che viene trasmesso in Italia, da Fininvest, solo nel 1986. Quando Diego diverrà per la prima volta campione del Mondo con l’Argentina e campione d’Italia per la prima volta con il Napoli. Ma Diego e la sua storia, nonostante quando viene realizzato il cartone animato Maradona non fosse ancora diventato un idolo assoluto del calcio, occupa già un posto all’interno del cartone giapponese. Ed è proprio nella prima puntata che lo scopriamo, quando sulle pareti della stanza di Holly (come si evince dalla foto in alto) compare un imprecisato calciatore con la maglia dell’Argentina che si chiama Diego Nick. Così come nei primi secondi della prima puntata Holly guarda sognante un poster della nazionale italiana campione del Mondo nel Mundial di Spagna ’82. E’ plausibile che Diego sia diventato un idolo in Giappone perché nel 1979 Maradona vinse i campionati mondiali under 20 in terra nipponica battendo in finale l’Unione Sovietica e realizzando nel corso del torneo sei reti. Diego segnò in tutte le partite, tranne nella gara dei gironi contro la Jugoslavia.

Ma veniamo a tutte le similitudini tra Holly e Maradona. Similitudini che non solo sono divertenti, ma che danno la misura di quanto sia stato grande Diego Armando Maradona per essere stato non solo il miglior calciatore di tutti i tempi, ma quanto sia stato nell’immaginario collettivo un personaggio così “magico” da poter essere accostato persino ad un supereroe frutto della fantasia. Ho trovato 5 similitudini, ma ce ne sarebbero tante altre. Holly è l’idolo di Diego, Diego è l’idolo di Holly.

1) VESUVIO E FUJI Come detto Holly e Benji viene prodotto nel 1983, un anno prima dell’arrivo di Diego a Napoli. Eppure c’è un caso in cui è stato Diego ad “imitare” Holly Hutton. Il numero 10 della Newppy si trasferisce nell’immaginaria città di Nankatsu, ai piedi di un vulcano molto somigliante al Monte Fuji che domina le regioni dello Yamanashi e di Shizuoka. Il Fuji è il Vesuvio giapponese, l’ultima sua eruzione risale al 1708, per gli scintoisti è un luogo da visitare almeno una volta nella vita. E alle pendici di un vulcano arriverà pure Diego, a Napoli. Entrambi ai piedi di due vulcani, probabilmente i due più importanti e rappresentativi del mondo, per scrivere la storia del calcio.

2) I SOGNI «Ho due sogni: il primo è giocare la Coppa del Mondo, il secondo è vincerla». E’ la prima intervista, a soli otto anni di Diego Armando Maradona. Il bambino Diego è come il bambino Holly. Diego però – a differenza di Hutton – raggiungerà nella propria vita entrambi gli obiettivi.

3) LA SQUADRA Al di là di qualsiasi bizza caratteriale c’è una caratteristica che tutti hanno sempre riconosciuto a Maradona: saper coinvolgere e far sentire importanti anche i propri compagni incoraggiandoli e motivandoli. E’ una componente che sin dalle prime puntate emerge anche in Holly Hutton il quale, proprio nel corso della sua prima partita contro il Saint Francis di Benji Price, dà proprio questo insegnamento al suo avversario che poi diverrà compagno di tante battaglie. Per Benji la sfida con Holly era quella di non farsi segnare dal numero 10 della Newppy, per Holly era fondamentale che la sua squadra vincesse, anche se lui non fosse riuscito a segnare. Una lezione che Benji capirà soltanto nel corso del match tra Newppy e Saint Francis, nel corso del secondo tempo della partita. Anche se fenomeni sia Diego che Holly sono due uomini-squadra.

4) AMICI-AVVERSARI Nella prima squadra di Diego, l’Estrella Roja, il suo più grande avversario della squadra concorrente era il suo più grande amico Goyo Carrizo. Entrambi nati a Villa Fiorito. Diego e Goyo, proprio come Holly e Benji, faranno poi la storia militando nella stessa squadra: i due scugnizzi argentini nelle Cebollitas, i due giapponesi nella New Team. Goyo Carrizo, considerato un fenomeno anch’egli, terminerà la sua carriera a soli 20 anni per un bruttissimo infortunio al ginocchio.

5) LA PALLA E’ TUA AMICA Tra le frasi più celebri di Holly c’è proprio “La palla è tua amica”, rivolta al portiere Alan dopo un brutta pallonata che colpisce l’estremo difensore sul viso. Ma è anche l’insegnamento che Roberto Sedinho rivolge ad Holly. La vita di Holly è stata salvata proprio dal pallone, rincorrendo la “sua amica” eviterà a 5 anni di essere investito da un camion. E’ una storia, non vera, che è stata ripresa anche nel film su Diego di Marco Risi quando un piccolo Diego cerca di recuperare il pallone finito in un pozzo. Così come Holly dorme con il pallone e fa ogni passo insieme alla palla, così Diego racconterà nella sua autobiografia di non separarsi mai dalla magica sfera. Sia per Diego che per Holly l’attrezzo, il pallone, erano prolungamenti del proprio corpo.

Valentino Di Giacomo

Twitter: @valdigiacomo

#ilCaffèMiRendeTifoso

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Faccio un giro su Twitter (cacchio, fino a qualche anno fa lo facevo sul motorino… ma oggi va così…). Cerco l’hashtag #D10s pensando di trovarci solo notizie su Diego. Invece no. Per assurdo che sia, il social è pieno di foto di Messi con l’annuncio del suo ritorno in campo nel Gamper dove il Barcellona ha strapazzato la Roma. Messi “D10s”? Possibile? Mi chiedo. Invece è proprio così. In Spagna, ma anche per alcuni argentini il Dio del calcio sarebbe Leo Messi e non Maradona. Eppure Diego ha giocato anche a Barcellona, lo hanno visto. Sarà che io sono un maradonista immarcescibile, ma ritengo questa cosa più grave di una blasfemia. E vorrei spiegare a questi signori adoranti di Messi il motivo per cui la Pulga sia la “uallera” di Maradona. Tanto per usare quello splendido striscione napoletano di Didì, Vavà, Pelè site ‘a uallera ‘e Canè che è poi diventato oggi un bellissimo gruppo su Facebook. E quante volte al bar ci è capitato di doverne discutere? Ecco allora un prontuario:

1) Gli ultimi saranno primi: Facile giocare in uno dei club più titolati del mondo con Neymar e Suarez, con Ronaldinho e Ibrahimovic. Non che il Napoli di Maradona fosse scarso, ma il primo anno in maglia azzurra Diego ci trovò Daniel Bertoni. Il Napoli rappresentava il “sud del calcio” e non aveva vinto mai nulla, il Barcellona è una delle squadre storicamente più affermate a livello internazionale.

2) Real, Barcellona e poi?: La Liga spagnola è storicamente uno dei campionati meno competitivi del mondo. Vincono solo Real Madrid o Barcellona. In pratica è una lotta a due. Rarissime le eccezioni, negli ultimi 15 campionati solo tre volte il titolo è finito alle altre: due volte al Valencia e una all’Atletico Madrid. La Serie A degli anni ’80 era il campionato di più alto livello nella storia del calcio: tutti i più grandi calciatori militavano nelle squadre italiane.

3) Regolamento e Arbitraggio: Oggi al secondo fallo cattivo il difensore che ti marca viene sbattuto negli spogliatoi. Ogni minimo contatto è sanzionato. Beh, non c’è da aggiungere altro se avete visto almeno una partita di 25-30 anni fa. Per non parlare di quell’Italia – Argentina del 1982 che, se venisse rigiocata oggi, farebbe buscare a Gentile almeno 4 espulsioni per cumulo di cartellini e rossi diretti… E poi vogliamo mettere che differenza faccia essere marcati a uomo o a zona? Tra l’essere francobollati da uno o due calciatori per 90 minuti, rispetto al poter vagare quasi libero fino all’area di rigore?

4) Cojones: Trascinatore in campo e fuori Diego, il buffetto e la stretta di mano ai compagni prima di entrare in campo. Chi ha giocato con Maradona non ne magnifica soltanto l’aspetto calcistico, ma soprattutto il lato umano. Messi non è un trascinatore, non ci riesce. E non potremo averne mai la prova contraria finché la Pulga non si misurerà in campionati e squadre più probanti. La poesia del calcio, ad esempio, è il Baggio di Brescia.

5) Nazionale: Tra il 2014 e il 2015 l’Argentina perde due finali: Coppa del Mondo e Copa America. E’ migliorato davvero tanto Messi, ma non è ancora capace di dare quel qualcosa in più per decidere la storia. LA STORIA. Non vorrei dilungarmi sul perché Diego abbia fatto la storia, pardon, LA STORIA. “Brasil dicime que se siente, haber en casa tu papa. Te juro que aunque pasàn lo anos, nunca nos vamos a olvidar“… Era il coro degli argentini in Brasile, dopo anni e anni volevano ricordare ai verde-oro che “Maradona es mas grande que Pelé“. Ci sarà un motivo?

6) Champions League: Messi ha vinto tre Champions League. E’ vero. Diego è uscito immeritatamente prima contro il Real Madrid e poi a Mosca. Su questo Messi è assai oltre Diego, ma bisogna chiarire qualche aspetto. In primis che la Champions non è la vecchia Coppa dei Campioni dove accedevano solo le vincitrici dei vari campionati, poi che il Napoli non aveva la struttura per competere a livello internazionale con certi squadroni. Per quanto Diego potesse fare miracoli. La Coppa Uefa è l’unico trofeo internazionale vinto dal Napoli in 90 anni di storia, è solo una coincidenza sia accaduto quando c’era Lui.

7) Mistica Maradoniana: La mano de Dios… El gol del siglo… Due reti incredibili segnate nella stessa partita. Una partita a cui Diego teneva particolarmente per la storia delle Malvinas prese dagli inglesi. In due gesti: carattere, classe, determinazione, sbeffeggiare il mondo. Di Messi ricordate qualcosa di simile?

8) Droga: Speriamo che Messi non si droghi mai e che continui ad essere il bravo ragazzo che è. Eppure Diego non ha mai fatto mistero di essersi drogato. Non è un vanto. Ma vorremmo chiarire qui a qualche imbecille che c’è un’enorme differenza tra drogarsi e doparsi. La droga inficia le prestazioni, il doping le incrementa. Ora figuriamoci che cosa avrebbe combinato Diego senza la merda che si pippava.

9) Poesia: Messi è il più grande calciatore della nostra epoca. Diego Armando Maradona non è stato semplicemente un calciatore, ma un tribuno del popolo. Diego contro la Fifa, Diego contro il Papa, Diego con il Papa, Diego col tatuaggio del Che, Diego con Fidel, Diego con la Boca, Diego per Napoli, Diego contro Bush e gli Usa. Messi è un grande calciatore. Maradona è tanto altro.

10) 10: Si dice la 10 di Maradona, qualche eretico può nominare Pelé. La 10, la Diez è del Diego. Messi ne deve fare di strada.

Difficile paragonare due calciatori di epoche diverse. Ma cosa ha Messi di divino per essere nominato “D10s”? E poi cosa cacchio c’entra la D con Messi? D (Diego) 10 (il numero). Dio è Maradona.

Twitter: @valdigiacomo

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