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albergo dei poveri

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Gerardo Marotta non è più. L’avvocato filosofo per Napoli ha fatto molto più di quanto abbiano potuto e voluto fare istituzioni culturali ed educative che certo non mancano alla città, e mai ha perso il contatto con la realtà quotidiana partenopea.

L’ultima battaglia di Marotta, trovare una sede per gli oltre 160mila volumi della biblioteca dell’Istituto di studi filosofici, ad oggi, non è terminata: sembra che a nessuno interessi dare una sede a questo prezioso patrimonio raccolto dall’avvocato nel corso di una vita di studi. Una figura al centro della cultura europea, grazie all’impegno di Marotta a Napoli sono approdati nomi importanti della filosofia contemporanea come Ricoeur e Derrida, il cui lascito però rischia di essere distrutto. Tralasciamo la squallida gioia provata da alcune misere figure, autoproclamatesi “meridionaliste” ma spesso e volentieri dilettanti allo sbaraglio, alla notizia della morte di Marotta: non perdonano, all’avvocato filosofo, le sue innumerevoli iniziative volte a far conoscere la storia e le idee della Repubblica Napoletana del 1799. Di Marotta resta tanto a questa città, cosa resterà dei miseri pettegolezzi di queste figure, lasciamo a voi immaginarlo.

Già altre voci hanno proposto di destinare l’Albergo dei Poveri alla biblioteca dell’Istituto di studi filosofici: come Soldato Innamorato crediamo sia il modo giusto per onorare la memoria di Gerardo Marotta, e sosteniamo questa idea.

L’Albergo dei Poveri può diventare il cuore culturale di Napoli, e la biblioteca, da intitolare a Marotta, dovrà essere al centro di questa iniziativa: lo dobbiamo alla città, lo dobbiamo all’avvocato.

Giovanni Savino

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Spaccanapoli © Gianfranco Irlanda

Iniziare! Beh si iniziare, ma da dove?! Forse col pensare che basterebbe semplicemente aprire gli occhi e lasciarsi alle spalle un po’ di quella meccanica ed automatica quotidianità per innamorarsi concretamente di questa dannata città. Potrebbe bastare vestirsi, di tanto in tanto, da viaggiatori, un po’ ignari ed ignoranti, per farsi sedurre dalla bella Parthenope.

E allora accetto la sfida, voglio provarci. Decido di passeggiare e lo faccio, inaspettatamente, tra strade della città che in trent’anni non ho mai percorso a piedi. Sembra di essere altrove, non sembra la mia Napoli.

Già, per me è tutto stranamente nuovo:  essere operativa di domenica pomeriggio (dopo il ragù di mammà); posare l’auto e preferire i mezzi pubblici (e adesso mi accorgo della mia totale incapacità a prenderli). Pare ritornare ragazzina, anche se riflettendoci qualche secondo,  raramente prendevo l’autobus e men che mai la metropolitana; mi muovevo sempre col mio amato scooter, un Free della Piaggio di colore blu, senza il quale ero letteralmente disorientata. Avevo totalmente perso l’abitudine a camminare.

Il poco affollato 182 mi porta verso Via Foria. Divertita dall’idea della passeggiata solitaria e accompagnata da un’euforia quasi adolescenziale, mi ritrovo a chiacchierare con chiunque. Siamo a piazza Carlo III e una vecchietta commenta con dispiacere la trasformazione del palazzo che un tempo ospitava la Stazione Alifana in un hotel. La Ferrovia Alifana collegava Napoli a Santa Maria Capua Vetere ma seguito a danneggiamenti durante la Seconda Guerra Mondiale, la tratta viene modificata in Secondigliano / Santa Maria C.V. Non è mai stata modernizzata tant’è che negli’anni ’70 è stata chiusa. La cosa paradossale è che il motivo della sua chiusura non è stata la scarsa frequentazione bensì l’esatto opposto: la linea era troppo utilizzata, visto soprattutto il forte sviluppo demografico che ha interessato i quartieri della zona nord della città e quindi era diventata poco funzionale e non adatta al trasporto di un numero così elevato di passeggeri.

Appena di fronte, dall’altra parte della piazza c’è il maestoso, quanto sfortunato, Albergo dei Poveri. E qui prima pausa di riflessione… Che faccio?! Penso da cittadina locale a quanto siamo amministrativamente arretrati, permettendo che una struttura con potenzialità incredibilmente vantaggiose sia ricordata solo in periodi di campagna elettorale? O mi concentro sulla bellezza e l’imponenza della costruzione? Preferisco immaginare a quanto invece sarebbe stato stupendo se fosse stato realizzato l’intero progetto di Ferdinando Fuga. L’edificio, con una facciata di ben 354 metri, rappresenta un quinto dell’idea originale dell’architetto; la sua costruzione è iniziata nel 1751 ed è durata quasi un secolo. Ha sempre ospitato, fino al terremoto del 1980, istituti assistenziali e uno dei progetti attuali sarebbe quello di trasformarlo in un’area culturale polifunzionale.

Intanto il bus prosegue: via Foria, una delle arterie principali della città; collega la zona collinare di Capodichino al centro storico. La strada, che in origine era un lungo e profondo canalone  nel quale convergevano acque pluviali e non, sorge appena fuori le mura della città e prende il suo nome dal principe di Forino della famiglia Caracciolo che nel XVII secolo edificò uno spettacolare palazzo proprio in questa contrada. In passato l’accesso alla città da questa via era possibile attraverso la Porta San Gennaro. In Napoli Nobilissima Ludovico de la Ville sur-Yllon racconta:

                Questa strada per la sua larghezza, era il campo preferito per le petriate. Si sa l’antico costume della plebe napoletana di dividersi in due squadre e tirarsi scambievolmente delle pietre, fino a che una delle squadre avesse ceduto il campo.

 Decido di scendere dal bus; saluto la vecchietta che mi abbraccia e mi lascia andare con un caloroso “a Maronn’ t’accumpagne!” .. ma quanto è bella la gente di Napoli? E’ capace di offrirti quell’affetto incondizionato necessario a farti restare col sorriso buona parte della giornata. Almeno questo è quello che accade a me, ne sono totalmente affascinata; adoro la semplicità e la facilità con la quale questa gente sa amarti e odiarti nel giro di pochi attimi. Sono persone passionali, siamo passionali in tutto ciò che facciamo: nella nostra quotidianità; quando parliamo gesticolando; quando mangiamo gustando; quando litighiamo urlando; quando amiamo soffrendo; quando tifiamo piangendo, c’è la pura passione.

Passo avanti alla Caserma Garibaldi, oggi sede del Giudice di Pace. La curiosità del palazzo sta nella sua edificazione che risale alla II metà dell’800. E’ il risultato di una ristrutturazione e conseguente integrazione di preesistenti strutture: ’ex Convento degli Agostiniani di San Giovanni a Carbonara, una parte dell’antica cinta muraria aragonese e due torrioni rinascimentali precedentemente appartenenti alla Porta Carbonara.

Lasciata via Foria, entro in via Domenico Cirillo, la parallela di via Duomo. Prima constatazione del fatto che non conosco i nomi delle strade della mia città. Subito mi vengono in mente gli studi fatti al liceo sulla Rivoluzione del 1799.* Anche noi, nel nostro piccolo, siamo stati rivoluzionari.*

Domenico Cirillo è stato patriota e martire della breve e poco fortunata Repubblica Partenopea. Era medico personale della casa reale ed è stato proprio grazie alla sua professione che poté viaggiare e confrontarsi con realtà come quella francese ed inglese. Assieme ad altri 19 membri e con l’appoggio e l’approvazione dei comandanti dell’esercito francese mette in piedi il  primo governo provvisorio repubblicano, caduto però dopo qualche mese. Viene condannato e giustiziato assieme ad Eleonora Pimentel Fonseca a piazza Mercato. Enzo Striano ne “Il Resto di Niente” racconta così la condanna a morte dei due:

Tocca a Cirillo e a lei, insieme, si vede che dentro vogliono accelerare. Uno  stanzone tutto stigli zeppi di carte polverose, a pacchi. Dietro una scrivania riconosce, seduto con aria sonnolenta, Guidobaldi. Altri due in piedi e, al centro, un ometto dallo stomaco tondo. Ha redingote nera, codino, è il famoso Speciale. Sembra aver fretta, fa cenno a Cirillo di venire avanti

– Voi siete Cirillo Domenico, di anni sessantuno, medico chirurgo, professore di Anto … Anatomia all’Università, eccetera eccetera. Scrittore, presidente della commissione Legislativa della cosiddetta repubblica della schifezza di Napoli. È così?

Cirillo non risponde, Speciale ride, con aria di disgusto. Esclama, mimando esagerata ammirazione: – Che grand’uomo! E mo’, di fronte a me, chi cazzo sei?

Cirillo che si stava facendo floscio, assente, forse in preda al famoso piacere della degradazione, ha il guizzo della collera. Si domina: ripigliando l’aria serena dei tempi felici sorride

– Di fronte a te chiunque diventa un eroe. Anch’io.

– Vattènne, va’, fetente e presuntuoso. Pena de morte.

Mentre lo conducono via, le rivolge un sorriso tenero. Per un istante le pare di rivederlo giovane, elegante, compìto, un gran signore. Gli manda un piccolo bacio con la punta delle labbra.

–          Che so’ ‘ste fetenzie! Davanti a noi! – sbraita Speciale, andandole incontro. – Questo è luogo sacro della Legge, non uno dei bordelli in cui avete trasforma Napoli! E voi avete scritto libri, giornali, pieni di schifezze … avete parlato in pubblico! Una donna! Che dissoluzione! Non ve mettite scuorno? Puh, via da davanti a me, mi disgustate. Pena de morte!

To be continued… O meglio, adda continuà…

Milly

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