Authors Posts by Sofia Alfieri

Sofia Alfieri

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Insegnante diplomata in pianoforte, appassionata di cucina, calcio, Sanremo, del cinema in bianco e nero. La napoletanità è la sua religione, con i suoi riti da osservare rigorosamente, non per dovere ma per passione. Totò, Eduardo, Troisi i maestri compagni di vita.

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Zona Santa Chiara, un pomeriggio d’autunno. Cammino di fretta per i vicoli stretti, quei vicoli dove la luce non passa nemmeno a mezzogiorno, sotto file di panni stesi, in mezzo ai ragazzini che giocano a pallone nella piazza. Giro l’angolo che porta a Santa Maria La Nova, alzo lo sguardo, di colpo mi blocco.
E leggo ad alta voce: “Via Pino Daniele… Come sarebbe a dire via Pino Daniele? Che vò dicere? Chi è c’a vuluto fa ‘stu brutto scherzo?”
“Signò, vò dicere ca Pinuccio nuost’ nun ce sta cchiù…”
La voce alle mie spalle è del barista che sta sulla porta del locale proprio lì davanti.
“Ma allora è overo… Nun mo’ so’ sunnato. Io non ci avevo creduto, non ci avevo voluto credere.
Mi dicevo, sono le solite bufale, vedrai che uno di questi giorni lo vediamo in televisione e finisce tutta questa messa in scena. Sicuramente sarà stata un’idea della sua casa discografica. Ma come, cu’ tanta gente infame che ci sta, proprio Pino Daniele doveva morire? No, non è possibile! Ma faciteme ‘o piacere!
E poi mi ripetevo, la senti la sua musica? Sta sempre ovunque! Nelle case della gente, nei locali, nelle strade, come se non fosse successo niente, come se stesse sempre insieme a noi, ma ti pare che se era morto non ce ne accorgevamo? No, non è possibile, je nun ce credo.”
E invece quella targa di marmo che hanno messo in alto in un vicolo buio, stretto e anonimo, da oggi un nome ce l’ha, ed è il tuo.
E vederla è uno schiaffo in faccia, che ti fa scendere un lacrima in silenzio. E ti lascia senza parole.
Si poteva scegliere una delle piazze più belle e grandi di Napoli, piazza del Plebiscito per esempio, che tanto quasi nessuno sa che d’è stu Plebiscito, mentre tutti i napoletani sanno bene chi è Pino Daniele e sarebbero stati felici e orgogliosi della scelta.
Una piazza gigantesca, famosa, sempre sotto i riflettori, proprio come sei stato tu, e per tutti noi che abbiamo amato la tua musica sarebbe stata una scelta che ti rendeva onore come meritavi.
Ma forse, a pensarci bene, tu da lassù, sarai più contento che un vicolo sporco e grigio porta il tuo nome, per ricordare da dove sei partito, per non rinnegare che pure tu sei stato un lazzaro felice proprio come quegli scugnizzi che giocano nella piazza là vicino.
Per dire che Napoli è ancora oggi vicoli, miseria, degrado, disperazione, ma che proprio da quella sofferenza possono nascere grandi uomini, grandi artisti, capaci di trasformarla in musica, versi, energia, gioia di vivere.
Ha scritto un grande poeta, pure lui nato in una città di mare: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.
E allora è più giusto ricordare non Pino Daniele la star internazionale, ma il figlio di Napoli che ha dato voce a chi non ce l’ha e che ha incarnato quella Napoli ribelle che non si arrende davanti alle difficoltà e che può farcela a realizzare il suo sogno di un futuro migliore.
Vuol dire che ci penseremo noi napoletani a trasformare via Pino Daniele in un vicolo di “mille culure”.
Statte buono guagliò!

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La Mehari di Giancarlo Siani

Sono proprio le otto di sera del 23 settembre.
Mi sembra di vederti dietro la tua scrivania, in redazione, attaccato al telefono per cercare di trovare i biglietti per il concerto di Vasco.

Un tentativo dell’ultimo minuto, quasi disperato.
Vi siete decisi troppo tardi in redazione ad andarci tutti insieme.


Però tu sei testardo anche nelle piccole cose e ci vuoi provare lo stesso, sarebbe un vero peccato perdere la tappa napoletana dell’astro nascente del rock italiano e del suo trionfale tour “Cosa succede in città”.
Un titolo, che a pensarci adesso, vengono i brividi.
E, invece, ti sei dovuto arrendere. Hai salutato i colleghi con un “Sarà per la prossima volta” e loro impietosi ti hanno anche preso per il culo perché non ci sei riuscito.


Ma tu non te la sei presa, non sei permaloso, sei il primo a non prendersi mai troppo sul serio.
Così sei andato a riprendere la tua Mehari. Direzione Vomero.
Forse hai pensato che infondo era meglio così, che eri stanco e tutto sommato era meglio tornare a casa e riposarti un po’.


E hai preso la strada che ti porta dalla redazione di Mergellina fin sulla collina dove c’è la casa dei tuoi.
Però, certo, Vasco è Vasco e valeva la pena andare al lavoro con qualche ora di sonno in meno. Peccato…
Giancarlo volevo dirti che io due biglietti per quel concerto ce li ho.


Preferisco starmene a casa e darli a te e alla tua ragazza, ci andrò un’altra volta al concerto, ne faccio volentieri a meno.
Perciò adesso, se mi senti, cazzo, al primo semaforo, fai inversione e torna indietro.
Corri, vai a prendere la tua fidanzata e volate verso Fuorigrotta, andate a cantare a squarciagola “Ogni volta”, “Toffee”, “Vita spericolata“, che forse è proprio la tua preferita.
Poi domani si vedrà.
Magari qualcosa gli farà cambiare idea.


Magari succede un imprevisto che li mette in allarme, che rimandano.
E che poi salta tutto.
Intanto tu stasera cambia itinerario.
C’è Vasco e forse anche un’altra vita che ti aspetta.

Sofia Alfieri

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Pino e Massimo

Al Flash Mob per Pino Daniele, lanciato da Soldato Innamorato, hanno risposto in tanti, postando le sue canzoni, inviandoci i loro video anche da fuori Napoli. E ascoltare le note di Pino in un tranquillo un condominio milanese, sentire la sua voce riecheggiare nel silenzio di un vialetto londinese e persino nella piazza Rossa a Mosca è stato davvero emozionante, così come lo è stato toccare con mano quanto sia ancora amato da noi napoletani.
Nessuno muore sulla Terra finchè vive nel cuore di chi resta”.
Se è così, allora, Pino non ci ha mai lasciato. E come potrebbe?
La sua non è semplicemente musica, ma è un sentimento, che cambia di volta in volta al ritmo dei suoi accordi sulla chitarra.
E’ il rimpianto delle estati da ragazzi intorno al falò a cantare le sue canzoni.
E’ il sorriso ripensando ai filoni passati con i compagni di scuola in villa comunale.
E’ la consapevolezza di essere nati in una Terra dannatamente bella e disgraziata che molti vorrebbero vedere senza speranza e che invece non si arrende. Da secoli.
E’ la ribellione verso chi ti vuole piegare, umiliare e che va preso a cinghiate.
E’ la speranza in una società più giusta per tutti, senza guardare il colore della pelle.
E’ il rispetto per chi lavora duramente mantenendo la sua dignità.
E’ l’allegria ingiustificata, magari solo perché ti svegli e c’è il sole.
E’ il dolore che ti attanaglia nel pensare a chi non c’è più.
E’ la solitudine quando nessuno vuole ascoltarti.
E’ l’euforia dei vent’anni quando senti di avere il tuo futuro fra le mani.
E’ la malinconia per la prima giornata di pioggia alla fine dell’estate.
E’ la spensieratezza che ti prende semplicemente andando a spasso con un amico.
E’ la passione per un amore non corrisposto che hai vergogna di confessare anche a te stesso.
E’ l’ironia che non ci fa prendere niente troppo sul serio.
E’ l’amore per la nostra città, incondizionato, testardo, che a volte ti fa incazzare per quanto sia ingiustificato, ma che sta lì ostinatamente.
E non se ne va.
Proprio come l’amore nostro per te, Pino.

Sabrina Cozzolino

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Sta per suonare la campanella nelle scuole di tutta Italia.
Ma qui da noi, a Napoli, anche la campanella ha un suono speciale, perché essere insegnante a Napoli non è come essere insegnanti a Milano
, Roma o Firenze. Né a maggior ragione a Belluno o in Val d’Aosta.
Essere insegnante a Napoli è un esercizio perenne dell’arte di arrangiarsi.
In particolare, alle scuole elementari o alla scuola materna, per fare la maestra bisogna essere “plastici”, sapersi adattare alla molteplicità di problematiche che si incontrano, dalla carenza delle strutture e del materiale didattico all’utenza che, per dirla con un eufemismo, molto spesso è folkloristica.
Fare la maestra a Napoli significa fare lezione in modalità jazz, improvvisando sulle richieste a volte assurde degli alunni che in fatto di fantasia non hanno niente a che vedere coi loro coetanei settentrionali.
Sei una persona rigida, schematica, inflessibile, che va nel pallone appena le cose non vanno come avevi programmato?
Non puoi fare la maestra a Napoli.


Perché se è vero che un insegnante apre la porta e un buon insegnante ti dà la mano e ti tira dentro, a Napoli abbiamo bisogno di ottimi insegnati, che sono quelli che non solo aprono la porta, ti danno la mano e se serve ti danno anche una vottata per buttarti dentro!
La maestra napoletana non è solo un’ insegnante, ma deve essere anche un’interprete: deve tradurre costantemente dal napoletano all’italiano, frasi, temi, lezioni di storia e geografia. Deve interpretare frasi incomprensibili, capire per esempio che “la spannocchia di mavis” è il granturco, che il “carnivalismo” significa mangiare carne umana.


La maestra napoletana deve essere anche un’ assistente sociale, perchè nei colloqui con le famiglie se ne sentono di tutti i colori. “Maestra quello il bambino sta un poco nervoso per mezzo che il papà da un mese sta a Pocioriale” “Purtate pacienza, quello il papà è andato a lavorare ‘a Spagna” (chissà a fare cosa…) “Maestra quella la bambina sta un poco sbandata perché la sorella di 15 anni mo’ la farà diventare zia” E se fra le frasi sulla famiglia c’è anche “Mia mamma e mia nonna ricevono i clienti” non puoi far cadere la cosa nel vuoto.


La maestra napoletana deve essere un mimo, perché quando ti arriva in classe un bambino cinese di 6 anni che fino a ieri si trovava in un paesino sperduto del Fujian puoi provare a farti capire solo a gesti.
La maestra napoletana deve essere generosa, non può essere tirchia, troppo spesso capita di trovarsi davanti a famiglie in cui anche pagare 3 euro per una gita è un problema che si trasforma in un “La prossima volta ci vai”, che per un bambino di 6 anni è difficile da capire. Così come deve mettere mano alla tasca per comprare addobbi, palloncini, materiale didattico ogni qual volta serva, senza polemizzare contro lo Stato assente, perché la polemica farebbe solo male ai propri alunni.


La maestra napoletana deve essere imperturbabile, saper fare buon viso a cattivo gioco e quando arrivano gli insulti e le minacce di strascino deve riuscire a farsele scivolare addosso. Tanto poi dopo due giorni verranno a parlare a scuola come se non fosse mai successo niente.
La maestra napoletana deve essere un’attrice, capace di mantenere il controllo facciale e non ridere davanti alle assurdità che sente ogni giorno nei racconti dei bambini. E se ti dicono che lo zio “l’hanno portato in collegio”, quando invece l’hanno arrestato, devi fingere di crederci e aggiungere che tanto farà il bravo e tra un po’ tornerà a casa.
Con la “Buona scuola” molti insegnanti dal sud Italia dopo anni di precariato hanno dovuto fare la valige e andare a prendersi il tanto sudato “posto di ruolo” lontani da Napoli, da Roma in su.
Sono sicura che si troveranno ad affrontare quelli che per i colleghi settentrionali saranno dei problemi insormontabili e che invece a loro faranno sorridere.
Come dire: “Ma chist’ ‘overo fanno?”

Sofia Alfieri

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Il concertone per ricordare Pino Daniele non si farà più? E chi l’ha detto?
SI FA, SI FA …. Dipende solo da te!

Subito dopo la scomparsa di Pino Daniele, sull’onda della commozione, era stata lanciata l’idea di tenere un concerto il prossimo 19 settembre in piazza del Plebiscito, per ricordare lo storico concerto che si tenne proprio in quella piazza nell’ormai lontano 1981 davanti a 200 mila persone.
Tutti i fan di Pino aspettavano questo appuntamento e la delusione è stata enorme quando si è saputo che la manifestazione non si sarebbe più fatta.

Allora ci siamo detti: perché non facciamo qualcosa noi napoletani per ricordarlo?
Infondo, per sentire la sua musica non c’è bisogno di un palco, per una vita abbiamo cantato le sue canzoni con una semplice chitarra da soli o con gli amici in riva al mare oppure accendendo in auto lo stereo.
Ancora per una sera cantiamo le sue canzoni tutti insieme e facciamo risuonare tutta Napoli delle note delle sua musica!
Il sito Soldatoinnamorato.it e la pagina FB NapoliEvviva lanciano insieme il FLASH MOB PER PINO DANIELE:
VENERDI’ 18 SETTEMBRE DALLE ORE 21 ALLE ORE 21.30 affacciamoci al balcone, alla finestra, o scendiamo in strada per suonare chitarre, cantare, mettere gli stereo a palla e far risuonare tutta Napoli delle canzoni di Pino Daniele!

Il concerto per ricordare Pino Daniele non si fa più? E chi l’ha detto?
Si fa, si fa …. Dipende solo da te!

QUI L’EVENTO SU FACEBOOK

Sabrina Cozzolino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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E’ notizia di pochi giorni fa che la Top 50 dei protagonisti del cinema tricolore vede un intero podio colorarsi di azzurro: Alessandro Siani, Paolo Sorrentino e Mario Martone sono al vertice della Power list del cinema italiano stilata dal mensile Ciak e dal periodico Box Office.
Una consacrazione per il cinema di matrice partenopea che giunge nel 2015 ma che ha radici lontane e profonde.


Napoli e il cinema, una rapporto che nasce a cavallo fra le due guerre, negli anni ’30, e che da allora non ha mai smesso di sfornare una miriade di straordinari attori, registi, sceneggiatori. Totò e i fratelli De Filippo, Sofia Loren, Massimo Troisi e Lello Arena, passando per il cinema di denuncia di Francesco Rosi, fino ad arrivare ai più recenti Martone, Capuano, e il duo da premio Oscar, Paolo Sorrentino e Tony Servillo, lanciando sulla ribalta nazionale attori dalla comicità dirompente come come Nando Paone, Carlo Buccirosso, Vincenzo Salemme e Alessandro Siani . Per inciso anche il premio Oscar, Gabriele Salvatores è nato a Napoli da genitori napoletani, salvo poi trasferirsi giovanissimo a Milano. Quindi per quanto ci riguarda è a pieno titolo nostro conterraneo.


E sarebbe giusto chiedersi se Luciano De Crescenzo avrebbe potuto girare quel capolavoro corale che è “Così parlò Bellavista” se non avesse avuto a disposizione un “capitale umano” così vasto a cui attingere a piene mani.
Se Roma è la capitale del cinema girato, Napoli è la capitale del cinema parlato, vissuto, ideato, interpretato. E non poteva essere diversamente visto che la nostra città era già una delle capitali del teatro e che, dunque, ha trovato una nuova forma espressiva nella settima arte. Non a caso molte delle commedie del Maestro Eduardo De Filippo ma anche di suo padre, Eduardo Scarpetta, sono state adattate per il cinema e hanno avuto come interpreti attori che calcavano le tavole del palcoscenico.


Dal suo canto il pubblico partenopeo ha sempre premiato i film che avevano una matrice napoletana, non solo riempiendo le sale, ma rivedendoli fra le mura domestiche, prima sulle cassette pirata e ora in dvd, fino ad impararli a memoria, al punto che tante frasi e battute ormai sono entrate di prepotenza nel linguaggio comune, si sono trasformate in veri e proprio modi di dire, dei neo-proverbi da usare quotidianamente.
Così, sfruttando le innate doti da teatranti, spesso a Napoli non si sta al cinema solo nelle sale, ma anche al bar, al tavolo accanto in pizzeria, persino dal salumiere. Perché c’è una battuta di film per tutte le occasioni che ti offre la possibilità di comunicare in modo veloce, sintetico e soprattutto efficace. E se non capisci… allora non sei napoletano!


Non solo, le battute ti offrono la possibilità anche di fare il simpaticone nella comitiva, di farti apprezzare sul posto di lavoro e, perché no, di conquistare le ragazze facendo “il brillante” recitando interi sketch. Quanti amori a Napoli sono nati dalla freccia scoccata da Troisi nei panni di Cupido! Anzi, i più maturi, o per dirla alla Totò “maturotti ma ancora validi” ricorderanno che il Cupido del programma cult “Indietro tutta”, ansioso di poter scoccare i suoi dardi, era un giovanissimo Francesco Paolantoni, altro alfiere della comicità napoletana.
Proviamo a stilare la TOP TEN delle battute più usate dei film “made in Napoli”, quelle che per noi napoletani non hanno bisogno di sottotitoli. Una classifica provvisoria e che potrebbe allargarsi a dismisura, perché ogni napoletano sicuramente ne avrebbe qualcuna da aggiungere.


1) Vuoi dare un consiglio a un amico che si trova davanti a una scelta importante, suggerendogli un compromesso? “Fai cinquanta giorni da orsacchiotto! Accussì nun fai a figura ‘e merda da pecora ma manco ‘o lione ca però campa solo nu juorno” – Massimo Troisi “Scusate il ritardo”


2) Vuoi sottolineare un tuo gesto che denota nobiltà d’animo, quella generosità di cui a volte solo noi napoletani siamo capaci? “Signori si nasce e io modestamente lo nacqui!”Totò, “Signori si nasce”


3) Dopo aver provato a spiegare le tue ragioni, vuoi liquidare il tuo interlocutore, senza scendere troppo nei dettagli? “E ho detto tutto!” – Peppino De Filippo “Totò Peppino e la malafemmina”


4) Non riesci a far cambiare idea a un tuo amico che si mostra cocciuto e ottuso? “Ma vafanculo tu e mammina!” – Massimo Troisi “Ricomincio da tre”


5) In un museo d’arte moderna, davanti a un’opera che ti lascia senza parole per quanto è brutta e incomprensibile, vuoi esprimere tutto il tuo scetticismo? “Ma secondo te, l’operaio del Tremila cosa penserà di aver trovato: un capolavoro o ‘nu cess scassato?” – Benedetto Casillo “Il mistero di Bellavista”


6) Dovete apparare i soldi per fare un regalo di gruppo e fra voi c’è il riccone di turno? “Faccimme… 5 mila lire io, 5 mila lire iss, e nu milione e duje tu…” – Massimo Troisi “Scusate il ritardo”


7) Sei indignato per il prezzo di acquisto di un calciatore che secondo te non vale tutti quei soldi?
Nu milione… Uanema ddò priatorio!!Aldo Tarantino, alias ‘o Cavaliere di “Così parlò Bellavista”


8) Ti stai chiedendo qual è la strada migliore per arrivare a destinazione?
Per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?” – Totò “Totò, Peppino e la malafemmina”


9) Un amico si mostra indeciso e prende tempo prima di dirti di sì a partire insieme per le vacanze?
“E Cardone mio non abbiate soggezione, sforzatevi!Totò “La banda degli onesti”


11 – perchè il 10 è sempre Maradona ) Un amico inaspettatamente ha lasciato la fidanzata dopo 10 anni di “mutanda in testa”?
A’ libertà, a libertà, pure ‘o pappavallo l’adda pruvà”Gerardo Scala alias Luigino il poeta di “Così parlò Bellavista”
E chest’è!

Sofia Alfieri

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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“Pare ca ‘o napulitano nun po’ viaggià, po’ sulamente emigrà!” Sono passati più di 30 anni da questa famosa battuta del grande Massimo Troisi, con la quale puntava il dito contro il pregiudizio che voleva che i napoletani si allontanassero dall’amata Patria solo per trovare “una fatica” e non “pe’ viaggià, pe’ conoscere”. Da allora il popolo partenopeo si è messo in moto e, complici i voli low cost, ha “invaso” il mondo. Ma c’è modo e modo di viaggiare e il napoletano resta comunque un viaggiatore atipico, diverso da ogni altro al mondo. Fatti i dovuti distinguo, ci sono delle linee di condotta comuni che valgono per la stragrande maggioranza dei napoletani che partono per le vacanze. Dieci regole fondamentali che vanno al di là delle differenze di classe, di ceto, di età e pure di religione.

1) “Portati dietro uno di tutto” Come Totò in trasferta a Milano, il napoletano non rinuncia a portare con sé oggetti per ogni evenienza: dal borsello con le medicine, alla marenna per soppontare lo stomaco in viaggio (cosa che succede alle 10 di mattina), al maglioncino di lana “pecché nun se po’ mai sapé!”, fino ad arrivare a quelli che in auto caricano provviste come se stesse per scoppiare la terza guerra mondiale. Per il napoletano resta un mistero come faccia il milanese a partire con un solo minuscolo trolley.

2) “Non dimenticarti qualcosa contro il malocchio” perché si sa “L’uocchie valene cchiú de’ scuppettate” e in vacanza colpiscono ancora di più. Il napoletano non parte se non ha con sè un portafortuna: dal corniciello all’amuleto, dai santini alle corone del rosario, che spuntano fuori soprattutto in aereo, che piú che in volo sembra di stare su un pullman diretto a Montevergine. E puntualmente a bordo degli aerei con una prevalenza di passeggeri napoletani all’atterraggio scatta l’applauso liberatorio, fenomeno unico a livello mondiale.

3) “Cerca di fare amicizia con i napoletani che incontri”. Il napoletano quando è fuori dalla sua Patria attiva un radar, un geolocalizzatore capace di individuare i conterranei nel raggio di un miglio e che funziona in modo semplice: appizzare le orecchie per captare l’accento. Operazione facilitata enormemente dall’abitudine di parlare a voce alta, come se si stesse facendo un comizio senza megafono. Una volta individuato il compaesano, i più discreti si limitano a scambiare sorrisi e occhiate significative, come dire “Simme ‘e Napule paisà” e l’altro dà un cenno di assenso pure se è di Grumo Nevano, perché varcati i confini della Campania siamo tutti napoletani. I più estroversi, invece, si lanciano in lunghe chiacchierate fino al famoso “Simme asciute a parienti!”
Un classico delle amicizie nate all’estero sono quelle fra gli sposi in viaggio di nozze in posti tropicali, che si salutano con un “A Napoli ci dobbiamo vedere insieme i video dei matrimoni!”

4) “Vedi di sapere che si dice a Napoli”. Il napoletano non sopporta l’idea di essere all’oscuro di quello che succede in città in sua assenza, e per ovviare a questa mancanza di informazioni ha due canali: uno più formale, i quotidiani locali, un tempo introvabili fuori Patria oggi facilmente consultabili online. Ovviamente l’unico tema che spinge a tanto interesse per l’informazione è uno solo: la campagna acquisti del Napoli. Per la cronaca cittadina invece utilizza il canale informale, ovvero il costante contatto telefonico con i parenti a casa. Fosse anche in un paesino sperduto sulle Ande i napoletani non rinunciano mai alla quotidiana telefonata con i familiari, oltretutto per essere aggiornati in tempo reale anche su malanni, inciuci e ferie di parenti e amici. Non a caso a questa opererazione è preposta la donna della famiglia.

5) “Aiuta sempre i napoletani in difficoltà”. Perché lontani da Napoli ci si sente in terra straniera, anche se hai varcato di poco i confini regionali, e scatta il senso di appartenenza alla stessa Patria e la solidarietà fra connazionali. Che si tratti di cercare il bambino che si è perso in spiaggia o accogliere sotto all’ombrellone il vecchietto con l’insolazione, fino a dare una mano nella rissa in discoteca, il napoletano non fa cadere il grido d’aiuto del fratello in difficoltà.

6) “Trova un posto dove si mangia bene” Il napoletano è onnivoro e curioso, quindi una chance la concede a qualsiasi tipo di cucina. E soprattutto se ha fame, è pronto anche a mangiare le cavallette fritte. Però, dopo 3 giorni di cucina “straniera” scatta la nostalgia di casa e fondamentalmente ha bisogno di due cose: un buon piatto di pasta e un caffè degno di questo nome. Perché per il napoletano Starbucks potrebbe anche essere un detersivo, ignora cosa sia. Se la sua ricerca disperata ha buon esito finirà con il mangiare lì fino a vacanza ultimata. Ma se non li trova scatta la crisi di astinenza. Unica eccezione: la pizza. Il napoletano non mangia mai la pizza fuori Napoli, lo considera un atto sacrilego.

7) “Divertiti ma senza stancarti” La vacanza per il napoletano è divertimento, scoperta di posti nuovi, ma sempre con un imperativo: stancarsi il meno possibile. Massimo risultato con il minimo sforzo. Dimenticatevi che il napoletano si svegli alle 7 per fare jogging, che sotto il sole dell’una si lanci in sfide a racchettoni, che si faccia convincere a inerpicarsi per delle escursioni in montagna o che venga coinvolto dagli animatori per fare “il risveglio muscolare”. Non se parla proprio. Unico strappo alla regola: la partita di pallone. Se in spiaggia esce un supersantos o un amico prenota un campo di calcetto, il napoletano non sa dire di no. E’ il richiamo della foresta.

8) “Comportati meglio che a casa tua” Il napoletano quando é in trasferta ha una sola parola d’ordine: “Verimme e nun ce fa riconoscere!” Non tanto per sè, ma per il buon nome della città e anche per evitare di sentirsi apostrofare come “i soliti napoletani”. In particolare pagano il prezzo di questo “orgoglio partenopeo” i più piccoli, che subiscono restrizioni mai conosciute a casa, tipo “Nun fa burdell” e per il mancato rispetto delle stesse subiscono cazziate e paliatoni, con urla e pianti annessi, che hanno un’unica conseguenza: far arrevotare un’intera spiaggia o un silenzioso condominio alle 3 del pomeriggio.

9) “Non tornare a mani vuote”. Dalla guantiera di dolci per la nonna ai magnetini per i nipoti, il napoletano al suo ritorno ha sempre un pensierino per tutta la famiglia. Perché sa che se lo aspettano e non vuole deludere nessuno. E finchè non si viaggia in aereo nessun problema, ma con tutte le restrizioni antiterrorismo, per il napoletano adesso portare un presente a casa è diventato impresa ardua, ma non impossibile. Così fra mutande e calzini nei bagagli da stiva trova posto ogni bendiddio, dai cannoli siciliani ai formaggi francesi. Col rischio di farsi inseguire dai cani antidroga.

10) “Trovati chi ti viene a prendere al ritorno” Il napoletano quando rientra in Patria vuole a tutti i costi che qualcuno lo venga a prendere al suo arrivo, non solo pe’ sparagnà i soldi del taxi, ma perché gli piace sentire l’abbraccio della famiglia, degli amici, e anche perché non vede l’ora di cominciare a raccontare quello che gli è successo in vacanza. Ed è per questo che quando si arriva alla stazione o all’aereoporto ci sono folle di familiari, con criaturi nei passeggini al seguito, che non appena vedono spuntare da lontano i parenti urlano un “Oilloc!!” manco fossero i reduci di ritorno dalla guerra. E si sprecano commenti che spaziano da “Comme stai bell!” al “Comme ti si fatt’ brutt!”, a “Comme staje nero!” a “Si cchiù ianche e quanne si partuto!”. Seguiti da risate, schiamazzi e pacche sulle spalle.

Agli stranieri presenti a Napoli, se vogliono capire qualcosa sulla nostra città, consiglio vivamente di andare a vedere le partenze e gli arrivi all’aeroporto di Capodichino.
Poi mi diranno se hanno mai visto in qualsiasi altro aeroporto del mondo qualcosa di vagamente simile.

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Erano anni che lo cercavamo, esattamente dal 1984, quando Saverio, il netturbino di “Così parlò Bellavista” rivelò all’amico Salvatore, alias Benedetto Casillo, che per vincere al lotto c’era un rimedio infallibile: rivolgersi a lui, a ‘ O monaco rattuso, una scienza esatta in fatto di numeri.

Così noi del SoldatoInnamorato ci siamo messi sulle sue tracce e siamo riusciti a scovarlo grazie ad una soffiata di un pentito del lotto nero, che ci ha condotto in un basso nei quartieri spagnoli, dove esercita la sua arte divinatoria da quando per ovvi motivi ha dovuto lasciare il convento.

Per poter avere un responso, abbiamo dovuto portare con noi una nostra redattrice che si è “immolata” alla causa, perché è risaputo che ‘o rattuso è solito indicare i numeri toccando la cliente (altrimenti verrebbe meno all’appellativo che si è guadagnato sul campo).

Gli abbiamo chiesto di estrarre dei numeri dall’episodio di cronaca di cui vi avevamo parlato qualche giorno fa, avvenuto a Giugliano, quando un uomo si è recato in ospedale lamentando forti dolori alla pancia a seguito di un incidente in motorino. In realtà, si è scoperto che l’uomo si era “accidentalmente” inserito un ortaggio, e precisamente una melanzana, nel deretano, che i sanitari hanno prontamente estratto dal malcapitato. Dopo aver ascoltato con estrema attenzione la storia, ‘O rattuso, attraverso vari palpamenti ha così indicato i numeri da giocare:

16 ‘ o culo – 42 ‘a mulignana – 41 ‘o spitale – 12 ‘a figura ‘e merda

Da giocare sabato 8 agosto, terno e quaterna per Napoli e per tutte le ruote.

‘O monaco rattuso v’accumpagna!

Sabrina Cozzolino

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Foto di Daniela Vladimirova https://www.flickr.com/photos/danielavladimirova/

Per un napoletano parlare della pizza è come per un parigino parlare della Tour Eiffel, o per un romano del Colosseo, perché la pizza non è un semplice piatto, ma è un’opera d’arte, è il monumento alla napoletanità e niente ci rappresenta meglio.
E’ una sintesi di quello che è lo spirito della nostra città, ovvero la capacità di essere felici con poco, in modo semplice e genuino, ed è allo stesso tempo condivisione con gli altri.
Quante pizze, infatti, avete mangiato in completa solitudine? Pochissime sicuramente, perché la pizza è un rito collettivo, e anche se la prendi per strada nella versione “a portafoglio” finisci col mangiarla insieme agli altri clienti, magari commentando pure se è buona o no.
La pizza è la tua ancora di salvezza in tutta una serie di situazioni: compleanni da festeggiare coi parenti, pensionamenti per i quali non vuoi spendere un occhio della testa con tutti i colleghi che devi per forza invitare, amici “forastieri” che vengono a trovarti e con i quali ci tieni a fare bella figura, visione di gruppo a casa delle partite del Napoli e dei mondiali di calcio, ma anche ristrutturazione in casa che ti impedisce di cucinare, vita da single impenitente poco avvezzo ai fornelli, e persino veglie funebri e cene post-funerali quando “nun ce sta ‘a capa” per mettersi a cucinare, ma pur qualcosa bisogna mettere sotto i denti.
La pizza è un porto sicuro che ti permette di uscire indenne dalle gioie e dalle avversità della vita.
E’ qualcosa che mette tutti d’accordo e a cui non si riesce mai a dire di no, tanto che persino i dietologi napoletani sono tutti concordi nel concedere nel menù settimanale una trasgressione: la pizza il sabato sera. Perché altrimenti come si farebbe ad andare in pizzeria insieme agli amici ed essere costretti a rinunciare alla pizza per rispettare la dieta? Come si dice, “Veder venir la voglia”.
Ma non solo vedere, anche semplicemente annusare odore di pizza scatena un desiderio irrefrenabile.
Sicuramente sarà capitato anche a voi di tornare a casa di sera con la fame agli occhi e, entrando in ascensore, fiutare l’aria e di colpo realizzare con somma invidia che “Qualcuno si è portato le pizza a casa!” Per poi farsi venire l’acquolina in bocca ispirando quell’inimitabile profumo misto all’odore del cartone, dandosi dell’imbecille per non aver risolto brillantemente la “questione cena”.
E prima di noi l’avevano già capito i napoletani di ogni epoca e condizione sociale, perché questo ha di bello la pizza: è trasversale, attraversa tutte le classi sociali, è sinceramente democratica.
La pizza permetteva al povero, a cavallo delle due guerre, di risolvere il pranzo, anche se non poteva permettersi di pagarla in contanti, prendendo la famosa “pizza oggi a 8”, ovvero mangi oggi e paghi fra 8 giorni. Allo stesso tempo era un piatto ambito anche dai “signori” e persino dai nobili, al punto che la Regina Margherita di Savoia in visita a Napoli nel 1889 venne omaggiata con la prima pizza fatta con i colori del Regno d’Italia (mozzarella-bianco, pomodoro-rosso, verde- basilico) e che da allora prese il suo nome. Sebbene non si sappia cosa abbia fatto per meritare tanto onore. E se ci ricordiamo ancora oggi che c’è stata una regina che si chiamava così è solo perché esiste la pizza margherita. Come dire, le regine passano, ma la pizza resta.
Venendo ai giorni nostri la pizza è diventata non solo cucina, folklore, memoria, ma anche come dicono gli italo-americani “bisinìss”.
Finalmente qualcuno si è accorto dello straordinario potenziale economico-turistico della pizza. L’“Associazione Pizzaiuoli napoletani”, organizzatrice del “Napoli Pizza Village” che aprirà il prossimo primo settembre la sua quinta edizione, forte del successo dello scorso anno con oltre 100 mila pizze sfornate e 500 mila ingressi, ha deciso di esportarlo a New York il prossimo anno ed è facilmente prevedibile che, come diceva Chiambretti, “Comunque vada sarà un successo”.
Figuriamoci figli e nipoti degli emigranti napoletani, quelli che vivono nella Little Italy e che sono cresciuti a pane e napoletanità, e gli stessi newyorkesi capeggiati dal sindaco di origini beneventane Bill De Blasio (che per inciso è un accanito tifoso del Napoli) con quale entusiasmo potranno accogliere la vera pizza napoletana “in tournée” negli States. Sarà sicuramente un trionfo.
Ma anche qui a Napoli la pizza deve diventare a pieno titolo una delle tante attrattive turistiche di cui possiamo vantarci. Accanto ad opere come il meraviglioso Cristo Velato, gli spettacolari dipinti di Caravaggio, il favoloso Tesoro di San Gennaro, alla pizza spetta un posto d’onore fra i capolavori presenti in città, che vanta migliaia di imitazioni in tutto il mondo.
Non c’è posto che ho visitato in cui non mi sia imbattuta in una pizzeria, d’altra parte i dati parlano chiaro: la pizza è uno dei cibi più mangiati al mondo, solo in Italia se ne consumano 5 milioni al giorno, ovvero oltre 1 miliardo e 600 mila all’anno! E dire che, secondo le statistiche, in Francia ne consumano più che da noi.
Ma questa maxi-diffusione generalizzata finisce con creare confusione, basti pensare che la città con più pizzerie al mondo è San Paolo in Brasile.
E allora Napoli può, anzi deve essere riconosciuta a livello mondiale come “la capitale della pizza” e renderle omaggio come merita.
Già in passato la pizza è stata celebrata con canzoni, come la celebre “Ma tu vulive ‘a pizza” di Aurelio Fierro, o nei film come l’ “Oro di Napoli”, diretto da Vittorio De Sica, in cui una giovanissima e procace Sofia Loren impastava le pizze per tutto il quartiere Stella, accanto a un Giacomo Furia che lanciava il grido “Ccà se magna e nun se pava!”
Recentemente, inoltre, la Commissione italiana per l’Unesco ha scelto come rappresentante nel mondo del prodotto made in Italy l’Arte dei Pizzaiuoli Napoletani, oltre ad aver candidato la pizza napoletana come Patrimonio Immateriale dell’Unesco.
I riconoscimenti nazionali e internazionali, dunque, non mancano, ma Napoli, la patria delle pizza, deve fare di più, deve renderle omaggio dedicandole un vero e proprio monumento, unico al mondo, che campeggi in qualche piazza della città da ribattezzare “A’ piazza da’ pizza”.
Napoli le deve questo tributo, perché se l’è guadagnato sul campo.
Non come certi eroi dei due mondi che sembrava che ci venissero a liberare e invece ci hanno ridotto in miseria. La pizza ha salvato intere generazioni di napoletani dalla fame vera, in ogni epoca e sotto ogni tipo di governo.
Sarebbe un modo, inoltre, per ribadire che la vera pizza è napoletana, che è “roba nostra”, e tutto il resto sono solo imitazioni.
E aggiungo che, insieme alla pizza, bisognerebbe fare un monumento anche al “pizzaiuolo napoletano”, che anche con questo caldo infernale sta per ore davanti alla bocca del forno con temperature da altoforno dell’Italsider, stoicamente, per non farci mai mancare il nostro piatto per eccellenza.
Perché Napoli senza pizza non sarebbe più Napoli, sarebbe un’altra cosa.

Sabrina Cozzolino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Mucche del Taburno - Foto di Paolo Russo

Ormai sono diversi anni che non c’è telegiornale che non parli di quello che è diventato il tormentone dei nostri tempi: la crisi economica. Anche in questi giorni ci arrivano immagini sconfortanti dalla Grecia che non fanno altro che alimentare in Italia la paura che anche qui da noi si possano rivedere scene di ordinaria disperazione, con ampie fette di popolazione ridotte letteralmente alla fame.
Ma rispetto ai nostri connazionali, da buoni napoletani siamo meno spaventati, un po’ per la nostra filosofia del tirare a campare finchè i guai non si presentano alla porta (altrimenti non vivremmo in 600.000 ai piedi di uno dei più pericolosi vulcani attivi del pianeta) un po’ perchè nell’arco della nostra ultramillenaria storia siamo sopravvissuti a “fame, peste e carestie“.
Come si dice : “’O napulitano se fa sicco, ma nun more!
Basti pensare, per esempio, a come il popolo napoletano abbia vinto la fame durante la seconda guerra mondiale, quando i nostri nonni, o per essere precisi, le nostre nonne, seppero superare quel periodo così duro con le uniche armi di cui disponevano, ovvero genialità, fantasia e straordinarie doti culinarie, inventando una “cucina napoletana dell’emergenza” per non rinunciare al piacere della tavola nemmeno sotto i bombardamenti alleati.
Fortunatamente la memoria di queste “ricette della carestia” non è andata perduta, ma si è conservata grazie a quella che è considerata la “Bibbia” della cucina partenopea, ovvero Frijenno magnanno, che altro non è che una raccolta di ricette scritte da semplici appassionati di cucina partenopea, intervallata da poesie dedicate a pietanze e riti culinari, presentate dalla prefazione di Luciano De Crescenzo che, da “emigrante” a Roma, ringrazia l’autore Gianni De Bury per aver appunto svolto questa opera meritoria di recupero di un pezzo importante della storia partenopea.
E giá i nomi delle ricette sono tutto un programma, lasciando facilmente intuire in quale situazione erano state ideate e per far fronte a quali tipi di problemi:”Carcioffole pre-allarme”, “Castagnaccio del ‘43”, “’O castagnaccio p’ ‘o ricovero”. Per dirla alla Catalano, altro indimenticabile vate della napoletanitá Meglio stare sotto i bombardamenti con lo stomaco pieno che con lo stomaco vuoto“.
Poi c’è tutta una serie di ricette dedicate ad un rito a cui nessun napoletano potrebbe rinunciare, nemmeno in tempo di miseria: ‘a tazzulella ‘e cafè.
Manca la materia prima? Nessun problema. Si sostituisce con l’orzo, e fin qui niente di cui meravigliarsi. Ma se manca anche l’orzo? E qui entra in gioco la fantasia unita all’arte di arrangiarsi partenopea, utilizzando al posto dei chicchi di caffè lupini, ceci, fagioli, castagne, arachidi, frumento, fichi, persino ghiande e carrube, fino ad arrivare al famoso caffé di cicoria, citato da Totò nei suoi film.

Ampio spazio fra le “ricette della carestia” trovano i piatti a base di trippa, all’epoca cibo povero per eccellenza, e poi varie ricette in cui bucce e scorze di ortaggi e verdure non sono scarti da buttare, ma i veri protagonisti del piatto, come le scorze di fave che tagliate a listarelle “assomigliano” ai fagiolini, o una pasta e piselli fatta con i baccelli.
Ma dove, secondo me, si raggiunge il picco di originalitá, l’apoteosi della creativitá culinaria è con le “Scorze di mellone alla parmigiana“.
Nella ricetta si legge che le scorze di melone devono essere pulite, messe sotto sale e poi fritte in olio bollente proprio come si fa con le melanzane e poi condirle Con una salsa di pomodoro e basilico, disporle in una teglia e infornarle.
Ma per sentire il sapore della parmigiana di melanzane tradizionale c’è bisogno di un ingrediente fondamentale, quello stesso ingrediente che metteva il contadino in mezzo al pane ad ora di pranzo e che rivelava al maresciallo Antonio Carotenuto interpretato da Vittorio De Sica : “La fantasia”
E quella a noi napoletani non mancherá mai…

Sabrina Cozzolino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it