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Giuseppe Ruggiero

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Studi giuridici e classici, infatti nella vita si occupa di economia e contabilità. Avrebbe molto da dire su ciclismo, letteratura e gastronomia...ma segue per noi la pagina musicale. Passati i quarant'anni deve ancora decidere cosa farà da grande.

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Fagioli della regina

A me il ragazzo della Kinder è sempre stato sulle scatole. Non so che fine abbia fatto da adulto, ma non credo che se la passi bene. Crescere sforzandosi di sorridere, mangiando a merenda anonime barrette di cioccolata, non deve essere stato facile.
Io per fortuna ho avuto altri ritmi, altri luoghi, altri snack. La mia merenda ideale non erano i Mars, i Raider, le fieste, i tegolini o le Kinder, ma una magia costruita da mio nonno.
Silenzioso, apparentemente burbero, col cappello perennemente in bilico, parlava poco e si spiegava per lo più a gesti. Io lo seguivo, infatuato da quell’alone di mistero e saggezza che lo circondava.
Il rituale magico che avrebbe prodotto la mia merenda cominciava la sera precedente, appena finito di cenare, quando vedevo il nonno staccare una grossa chiave di ferro legata con lo spago dietro la porta della cucina. Era il segnale che mi spingeva ad alzarmi da tavola, attraversare il cortile e raggiungere impaziente una porta arcana, che solo quella chiave fatata avrebbe potuto aprire, il passaggio verso un antro delle meraviglie, poco illuminato e misterioso, che conteneva ogni ben di Dio. In ogni sacco una delizia, patate, cipolle, castagne, farina.

“ ‘O casariello ” era per me un luogo incantato, fiabesco, denso di sapori ed odori, fascino e malia, che mi attirava e di cui avevo anche un po’ timore. Qui il nonno con un cenno mi invitava ad aprire una grossa sacca di juta legata con lo spago. Mi colpiva la sacralità di quel momento, l’odore dei fagioli, la delicatezza con cui il vecchio toccava quelle piccole pietre preziose, come un cercatore d’oro che lucida le sue pepite, soffiando e carezzandole dolcemente per liberarle dalle impurità.

A quel tempo pensavo che i fagioli valessero una fortuna, per questo il nonno li custodiva nel casariello, per questo c’era quell’enorme chiave. Chissà dove li prendeva?
Dopo aver mescolato i preziosi legumi, dava l’impressione che li accarezzasse, poi sembrava quasi accoglierli nelle sue grandi mani e versarli con lentezza nel pignatiello.
Mentre lo faceva, avevo l’impressione che dicesse qualcosa tra sé, una litania, un rosario, una formula magica o forse semplicemente contava.

Ritornati in cucina, versava dell’acqua nella pentola di terracotta e lasciava i fagioli in ammollo. A quel punto si andava a dormire, un sonno di promesse e tranquillità, interrotto ogni tanto dal nonno che si alzava durante la notte per andare in cucina. Forse il rito magico prevedeva qualche formula notturna oppure andava semplicemente a cambiare l’acqua ai fagioli ( nessun doppio senso ), come ho appreso in seguito seguendolo.
Il mattino dopo il pignatiello sacro era dove lo avevamo lasciato. Il nonno ogni tanto continuava a cambiare l’acqua, finché dopopranzo le pepite, ormai pure, erano pronte per l’ultima magia.
Il grande camino, acceso fin dalla mattina e con il suolo ormai caldo, era pronto ad accogliere la pignata con i fagioli, che con delicatezza veniva posata nel camino accanto alla fiamma; di fianco sistemava un altro pignatiello che conteneva però soltanto acqua.
A questo punto arrivava il momento più bello: la storia del nonno.

Un racconto lento come quella cottura. Due o tre ore di pace, di ritmi calmi e rilassati, ipnotizzato dalla fiamma del camino, dal brontolio dei fagioli nella pentola, in sottofondo la voce del nonno, che si interrompeva di tanto in tanto solo per rabboccare, con un mestolo di legno, l’acqua che evaporava dal pignatiello con i fagioli, prelevandola dal secondo recipiente.
Guardavo la fiamma, la schiuma che ogni tanto usciva da quella magica pentola di terracotta alta e dalla bocca stretta e ascoltavo rapito quella voce bassa e dolce che raccontava storie meravigliose, come quella dei fagioli della Regina.
Il sacco di Juta con i fagioli che avevo visto la sera prima nel casariello magico, mio nonno lo aveva avuto nientemeno che da un suo amico di un paese lontano e dal nome misterioso, San Lupo. I due “avevano fatto la guerra insieme” e questo rendeva ancora più magica quella storia.

Quel fagiolo infatti non era un fagiolo come gli altri, era il “Fagiolo della Regina”.
Verso la fine del regno borbonico, Achille Jacobelli, un ricco cavaliere di origini sanlupesi che frequentava la corte di Ferdinando II, pensò di donare alla regina Maria Teresa d’Austria un sacchetto di fagioli, prodotto della sua terra d’origine. Il giorno dopo, la regina fece convocare con urgenza il sannita, il quale vista l’irritualità della cosa era preoccupato per le ragioni di questa convocazione. In realtà la regina, avendo trovato quei fagioli buonissimi, voleva solo ringraziarlo e chiedergli il nome di quei legumi deliziosi avuti in dono.
Il cavaliere allora, commosso e orgoglioso, con un inchino disse: “maestà, da oggi in poi, questi preziosi legumi, in vostro onore, saranno chiamati Fagioli della Regina”.

Finito il racconto restavo a bocca aperta, il borbottio dei fagioli era aumentato, il nonno allora aggiungeva un po’ di sale, poi con un movimento lesto toglieva il pignatiello dal fuoco.
Il tempo di bagnare con l’acqua dei fagioli il pane raffermo che tenevamo pronto, aggiungere i legumi e condire con un filo di olio e la merenda dei miei sogni era ormai pronta.
In quelle fette di pane e fagioli, che divoravo con avidità, c’era il sapore del casariello incantato, c’erano la guerra e l’amicizia, il camino e il mistero, la regina e San Lupo. Forse per questo, ancora oggi, se devo immaginarmi il mio personale paese dei balocchi, non lo vedo fatto di fiumi di cioccolata, caramelle e dolci, ma di legumi, zuppe di cicerchie, lenticchie e maiale, lagane con i ceci e pasta e fagioli.
Col tempo ho scoperto che San Lupo è un bellissimo borgo sannita in pietra proprio vicino casa mia e che ogni anno nel mese di luglio vi si tiene una sagra del fagiolo della regina, fortemente consigliata.

Giuseppe Ruggiero

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Il Giardino dei Semplici

Gli anni di piombo e delle tensioni sociali, ma anche quelli della libertà, del sogno, della poesia. Musicalmente sono anni di grande fermento e creatività. Il Festival schiacciato tra musica impegnata, cantautori, rock e gruppi da una parte e tradizione, melodia, vecchie glorie dall’altra, andò in crisi. Incapace di trovare una nuova identità adatta ai tempi, oscillò tra le varie tendenze, cambiò formule e regole, introdusse gare a squadra o a settori, arrivarono i gruppi, qualche cantautore, i provocatori, ma bisognerà attendere gli anni ’80 e Pippo Baudo per il definitivo rilancio. L’unica nota positiva di quegli anni furono gli artisti napoletani, sempre numerosi e originali, che per un certo periodo dominarono la scena della città dei fiori.
Anche stavolta quindi vi presentiamo una selezione ed una classifica, parziali e soggettive, dei cantanti, autori e parolieri “targati Na” apparsi sul palco dell’Ariston dal 1971 al 1979.

1. Peppino Di Capri – L’ultimo romantico- Il grande dominatore del decennio, ottenne due successi, nel 1973 con “Un grande amore e niente più” e nel 1976 con “Non lo faccio più”. Eppure, come spesso accade, la canzone più bella non è quella che vince. La perla nascosta, in questo caso, è “l’ultimo romantico”, piazzatasi solo undicesima ma rimasta nel cuore di tutti, diventando un classico del repertorio del grande Peppino.

2. Angela Luce – Ipocrisia. La grande attrice napoletana nel 1975 partecipò a Sanremo e per poco non le riusciva il colpaccio. Nonostante il grande successo di pubblico e critica alla fine dovette accontentarsi del secondo posto.

3. Peppino Gagliardi – Come le viole. Quegli anni furono dominati dagli artisti partenopei, che si piazzarono spesso sul podio. Gagliardi arrivò due volte secondo, nel 1972 alle spalle di Nicola Di Bari con il brano “Come le viole” e nel 1973 con “Come un Ragazzino”, battuto invece da Peppino Di Capri.

4. Giardino dei Semplici – Miele. Nel 1977 sbarcò a Sanremo un gruppo originale, capace di coniugare rock, pop e tradizione melodica napoletana e italiana. Alle spalle di Arcella e compagni però c’è il duo Bigazzi-Savio, due giganti che contribuiranno al successo del gruppo. Le bellissime armonizzazioni vocali ed il potente falsetto li porteranno in quarant’anni di carriera a vendere 4 milioni di dischi. La canzone “miele” arriverà solamente quarta, ma scalerà le classifiche vendendo un milione di copie.

5. Santo California – Monica. Salernitani sono invece i componenti di un altro gruppo storico della musica italiana i Santo California che nel 1977 conquistarono il terso posto con la loro “Monica”.

6. Massimo Abbate – Napule cagnarrà. Nel 1979 con questo pezzo che Funiculì Funiculà non avrebbe certo apprezzato, arrivò a Sanremo il figlio del grande Mario Abbate. Massimo non è però un raccomandato, ma un artista completo e dotato: bambino prodigio, allievo di Murolo con cui ha collaborato a lungo, prodotto da Mattone, ha scritto brani per Califano, Di Capri e Bongusto, ambasciatore della sceneggiata negli Stati Uniti e infine attore, di teatro con Mariano Rigillo, e al Cinema (tra gli altri “le vie del signore sono finite” di Troisi).

7. Gloriana – La canzone dei poveri. Nel 1976 un’altra prima donna della canzone napoletana approda a Sanremo, anche se l’esperienza non sarà fortunatissima.“La canzone dei poveri”, brano scritto per lei da Nunzio Gallo, non riuscirà ad arrivare in finale.

8. Antonio Buonomo – La femminista. Antonio Buonomo eccellente attore che ha lavorato tra gli altri con Francesco Patierno e Marco Risi ( è lui Lorenzo Nuvoletta di Fortapasc ), in una sua vita precedente è stato un cantautore particolare e anticonformista, perfetto protagonista degli anni in questione. Nel 1976 portò a Sanremo “la Femminista”, una canzone dal testo provocatorio che causò discussioni e polemiche

9. Formula 3 – La folle corsa. Un altro famosa band di quegli anni vede il sostanzioso apporto di un napoletano. Insieme al romano Radius e al livornese Lorenzi, il bravo percussionista partenopeo Antonio Cicco.

10. Gianni Nazzaro – A modo mio. Vi diranno che Baglioni non ha mai partecipato a Sanremo. Qualcuno vi ricorderà che la premiazione della canzone del secolo avvenuta nel 1985 è stata la sua prima volta nella città dei fiori. Ma il Divo Claudio è stato in gara come autore nel 1974, quando affidò “A modo mio”, un brano importante, ancora oggi nel suo repertorio, a Gianni Nazzaro che lo portò dritto in finale.

Una menzione per i Pandemonium che, pur non essendo napoletani né campani ( a parte Gianni Mauro), portarono sul palco dell’Ariston “ Tu fai schifo sempre”, per i Grimm e la loro “Liana del 1979 e soprattutto per Ciro Sebastianelli, di cui vi abbiamo già raccontato la storia sanremese.

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Peppino Gagliardi

Gli anni del miracolo italiano, del boom economico, della televisione in quasi tutte le case, portano all’affermazione definitiva del Festival di Sanremo, rendendolo la messa laica e nazionalpopolare che conosciamo. Sono anni di cambiamento e di rivoluzioni ed anche la musica partenopea conosce un brusco cambio della guardia, portando alla ribalta cantautori ed interpreti raffinati, in continuità con la grande tradizione napoletana, ma anche giovani emergenti, amanti delle contaminazioni e dei nuovi ritmi che arrivavano dagli Stati Uniti.
Anche in questo caso ci teniamo a sottolineare la parzialità e la soggettività della nostra selezione e della nostra classifica dei cantanti, autori e parolieri “targati Na” apparsi sul palco dell’Ariston dal 1960 al 1969.

1. Sergio Bruni – Il Mare. Il primo posto va di diritto al più grande interprete della musica napoletana del dopoguerra. Bruni nel 1962 ottenne il secondo posto con “Tango Italiano” ed il terzo con “Gondolì gondolà”, ma la canzone più bella, tra le tante che portò a Sanremo in quegli anni, è sicuramente la poetica “il mare”

2. Mario Abbate – Vorrei fermare il tempo del 1963. Alle spalle di Bruni l’antagonista di sempre: Mario Abbate. La loro fu una rivalità alla Coppi e Bartali, che divise spesso il pubblico e la critica.

3. Fausto Cigliano – E se domani. Nel 1964 Cigliano, in coppia con Gene Pitney, presenta al Festival un brano bellissimo e moderno, forse troppo. La canzone è la famosissima “E se domani” che, come accade spesso ai capolavori, a Sanremo non ha fortuna, non viene ammessa alla serata finale e si piazza penultima nella graduatoria finale.
Qualche mese dopo una giovanissima cantante lombarda, una certa Mina, ripesca il brano che, riarrangiato, viene inserito nel suo primo album. Da quel giorno un successo che dura ancora oggi, facendone un classico della musica italiana.

4. Aurelio Fierro – Sole, pizza e amore del 1964. Questo brano segnò l’ultima partecipazione di Fierro a Sanremo, da quel momento in poi le sue energie si concentreranno sul Festival di Napoli, di cui per anni resterà dominatore incontrastato.

5. Peppino Gagliard i- Se tu non fossi qui. In quegli anni si faceva largo un altro grande protagonista della scena musicale italiana, un interprete rivoluzionario ed originale rispetto ai tempi, che forse proprio per questo non raggiunse subito il successo meritato. La sua migliore posizione a Sanremo in quegli anni fu questo decimo posto del 1966

6. Peppino Di Capri  – Dedicato all’amore. Nel 1967 esordisce a Sanremo, in coppia con Dionne Warwick, un artista che legherà fortemente il suo nome al Festival. Per Peppino Di Capri ci sarà l’esclusione dalla finale, ma arriveranno giorni migliori.

7. Massimo Ranieri – Da bambino. Nel 1968, in coppia con i Giganti, c’è l’esordio al Festival di un altro giovanissimo predestinato. A soli 17 anni Ranieri si classifica al settimo posto impressionando critica e pubblico per presenza scenica e maturità vocale.

8. The Showmen – Tu sei bella come sei. Dicevamo del cambiamento ed ecco che nel 1969 a Sanremo arriva un gruppo di Napoletani che fa “rhythm & blues”, mischiando per la prima volta Napoli e Stati Uniti. Musella, Senese, D’ Anna e gli altri apriranno la strada a musicalità nuove che negli anni ’70 porteranno fino a Pino Daniele.

9. Little Tony – Il cuore matto. Questo famosissimo brano del 1967 portato al successo dal cantante sammarinese ha un cuore napoletano. L’autore è Totò Savio, chitarrista, Maestro d’orchestra, musicista e paroliere, nonché fondatore e anima degli Squallor, come vi abbiamo raccontato in un’altra occasione.
10. Aurelio Fierro e Joe Sentieri – Cipria di Sole. Nonostante tutto, alla fine per Sanremo hanno scritto canzoni intellettuali, registi, giornalisti e scrittori. Nel 1962 a scrivere il testo di questa bella canzone sanremese fu nientemeno che Giuseppe Marotta.
L’autore de “L’oro di Napoli” aveva sempre guardato con curiosità e interesse al mondo delle canzonette, tanto da volersi misurare, un anno prima della sua morte, con la kermesse della città dei Fiori

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Il 1951 è un anno particolarmente fortunato per la musica; nasceranno Baglioni, De Gregori, Fossati, Eduardo De Crescenzo, Massimo Ranieri, Sting, Bob Geldof, Jaco Pastorius Phil Collins, Chris Rea…a dire la verità pure Dodi Battaglia e Sandro Giacobbe, ma questa è un’altra storia.
In quell’anno nacque anche il Festival della Canzone Italiana che, come vi abbiamo raccontato, ha origini napoletane; vi presentiamo quindi una selezione ed una classifica, parziali e soggettive, dei cantanti, autori e parolieri “targati Na” apparsi sul palco dell’Ariston dal 1951 al 1959.

1. Tullio Pane – Buongiorno Tristezza. Nel 1955 ci sarà la prima vittoria napoletana al Festival, ad ottenerla, in coppia con Claudio Villa, fu il maestro Tullio Pane con la famosa “Buongiorno tristezza”.

2. Nunzio Gallo – Corde della mia chitarra. Nel 1957, sempre in coppia con Claudio Villa altro vincitore napoletano ed altro pezzo storico, l’indimenticabile “Corde della mia chitarra”.

3. Aurelio Fierro – Timida serenata. Il 1958 è l’anno di Modugno, di “Volare”, forse il momento più alto vissuto dal festival nei suoi più di 60 anni di storia. Quel Festival però vide protagonisti cantanti e autori partenopei, come nel caso della bellissima “Timida serenata” scritta dal grande Nicola Salerno (Nisa) e interpretata da Aurelio Fierro.

4. Nilla Pizzi e Gino Latilla – Amare un altro/Amare un’altra. Vi chiederete cosa c’entra con Napoli il brano che raggiunse il terzo posto al Festival del 1958? L’autore, il napoletanissimo Riccardo Pazzaglia, poliedrico e geniale giornalista, scrittore regista e…si, quello del cavalluccio rosso, che tornerà spesso a Sanremo come autore di raffinati testi.

5. Flo Sandon’s/Natalino Otto – Con Te. Nel 1954 al nono posto si classificherà la canzone “Con te” affidata ad Achille Togliani ed al duo Natalino Otto e Flo Sandon’s. Quello che pochi sanno è che quel brano portava la firma di Antonio De Curtis. Totò aveva dedicato il brano alla sua compagna Franca Faldini.

6. Modugno/Johnny Dorelli – Piove. Anche la bellissima piove, canzone vincitrice dell’edizione 1959 del Festival è targata Na. L’autore, in coppia con Modugno, della celebre “Ciao, ciao bambina” è il grande Dino Verde. A titolo di cronaca gli stessi autori della splendida “resta cu’ mme”.

7. Fausto Cigliano – Sempre con te. In quello stesso anno al sesto posto, in coppia con Nilla Pizzi, si classificherà un altro grande interprete napoletano di quegli anni, Fausto Cigliano. Il brano è bellissimo anche perché segna il debutto a Sanremo, purtroppo solo come autore, di Roberto Murolo.

8. Aurelio Fierro – Lì per lì. Sempre nel 1959 al quinto posto si piazza Aurelio Fierro con un brano forse poco adatto al suo stile.

9. Mia Cara Napoli e Oro di Napoli 1951– Omaggio a Napoli in questi due brani interpretati da Nilla Pizzi la vincitrice con “Grazie dei Fiori”, che quell’anno partecipava con ben otto brani.

10. “Signore e signori buonasera, in diretta dal Casino Municipale di Sanremo…”
Tra i protagonisti di Sanremo anni ’50 c’è anche la storica “signorina buonasera” Nicoletta Orsomando da Casapulla, che affiancò Nunzio Filogamo nella conduzione del Festival 1957.

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Alan Sorrenti

Selezione e classifica, parziali e soggettive, dei cantanti, autori e parolieri “targati Na” apparsi sul palco dell’Ariston dal 1980 al 1989.

1. Sul mio personalissimo cartellino la vittoria ai punti va a quello che considero il più grande cantautore napoletano di sempre: Renato Carosone. Purtroppo per strada aveva perso il suo storico paroliere, il geniale e poetico Nisa. Il “maestro” approdò tardi a Sanremo, non da superospite, come accadrà in seguito a cani e porci, né per ritirare un premio alla carriera, quantomai meritato, ma per mettersi in gioco, arrivando, come spesso succede ai “grandi” al Festival, solo quattordicesimo. ‘Na canzuncella doce doce, scritto per lui da Claudio Mattone, non è certo il pezzo migliore di Carosone, né il più bello di quello presentati da artisti campani in quegli anni al Festival, ma vuoi mettere la soddisfazione di vederlo per una volta in cima ad una classifica.
Tag: Vico dei Tornieri-Pianoforte-Un americano a Napoli.

2. Al secondo posto metto il più grande percussionista italiano di sempre: Tullio De Piscopo. In questi anni partecipò due volte a Sanremo, portando ritmo, novità, sperimentazione e allegria. Bellissima anche “ e allora e allora “ del 1989, ma sicuramente il brano di maggior impatto e successo fu quell’” Andamento lento” del 1988.
Tag: Porta Capuana e Bagnoli-Batteria-Ritmo e passione.

3. Sul palco dell’Ariston Nino Buonocore, uno dei più raffinati cantautori italiani, era già approdato nel 1983 con il brano Nuovo amore, che ottenne un grande successo di critica, attirando l’attenzione di Renzo Arbore, che lo descrisse come il miglior giovane in gara. Per il successo però bisognerà aspettare il 1987 , quando uno dei due grandi “Nino” della musica napoletana, nonché uno dei due famosi “Adelmo” della canzone italiana, presenta tra gli applausi la sua “Rosanna”. La canzone si classificherà, come è normale a Sanremo per una bella canzone, nelle ultime posizioni, ma sarà premiata da critica e vendite.
Tag: Vomero-Chitarra-La terra dei Diamanti

4. Fino a quel momento era un fenomeno musicale e cinematografico circoscritto ad una precisa area geografica. Per questo, quando nel 1986 Nino D’Angelo arrivò a Sanremo, tra la perplessità e la curiosità di chi pensava di trovarsi di fronte un fenomeno da baraccone, ebbe un effetto deflagrante. Nino non era solo il caschetto biondo ma un cantautore di talento che aveva traghettato con successo la musica popolare napoletana verso la musica leggera cantata in Napoletano. Quel Festival rappresentò la sua consacrazione, la legittimazione del suo modo di fare musica ed il suo primo “sdoganamento”. La canzone era “Vai”.
Tag: San Pietro a Patierno, ‘Na voce a telefono, Senza giacca e cravatta

5. Uno dei napoletani più presenti ai Festival degli anni 80, e sempre tra i grandi protagonisti, fu Eduardo De Crescenzo. Una delle voci più belle del panorama musicale italiano, ottimo musicista, con alle spalle grandi autori, Morra, Migliacci, Fabrizio, Mariella Nava e Claudio Mattone. Io però non scelgo la celeberrima “Ancora” con cui si aggiudicò il premio per la migliore interpretazione nel 1981, né la meno conosciuta Via con me del 1985. Il ballottaggio con la bellissima “Come mi vuoi” del 1989 lo vince la splendida “L’odore del mare” del 1987.
Tag: “Ferrovia”-Fisarmonica- Viaggiare tra le note

6. In effetti il primo grande percussionista napoletano a sbarcare a Sanremo non è stato Tullio De Piscopo, ma a fare da apripista nel 1987 fu Tony Esposito con la sua Sinuè, un pezzo bellissimo, molto al di sopra degli abituali standard sanremesi: colto, raffinato, ritmicamente complesso.
Tag:Via Manzoni-Percussioni-Tamborder

7. Ma come Ranieri e l’unico napoletano del decennio che riesce a vincere il Festival e tu lo metti al settimo posto? Ma lui ha già vinto; quindi, almeno nella nostra classifica, premiamo coloro che, pur meritando, non hanno ottenuto i successi che meritavano. Inoltre Perdere l’amore con cui Massimo Ranieri si aggiudicò l’edizione del 1988 è diventato un vero e proprio classico moderno, con vari tentativi di imitazione. Per dirne una quest’anno, in antitesi al titolo del brano, Elio e le Storie Tese porteranno a Sanremo “Vincere l’Odio”.
Tag: Pallonetto a Santa Lucia- La voce- Scugnizzo

8. Il napoletano con più vittorie e più presenze a Sanremo è però Peppino Di Capri. Lo troveremo in tutti i decenni, ma negli anni 80 fu particolarmente attivo con ben 5 partecipazioni: da “Tu cioè” al “Sognatore”, da “Nun Chiagnere” al “mio pianoforte sempre grandi successi e posizioni alte. Io però scelgo “E mò e mò” la più napoletana e la Di Capri Style tra tutte.
Tag: Capri-Champagne-Roberta

9. Alan Sorrenti arrivò a Sanremo nel 1988 dopo un percorso contraddittorio e travagliato. Da Icona del Rock Progressivo e sperimentale ad eroe della dance, da artista di nicchia a dominatore delle classifiche, poi un periodo di crisi, la droga, il carcere. Dopo un periodo di silenzio finalmente il ritorno e “Come per Miracolo” arrivò all’Ariston.
Tag: Vomero- Figli delle Stelle- Dal Rock Progressivo alla Disco Music

10. L’ultimo posto disponibile voglio riservarlo per “Ping Pong” del 1982 un brano in lingua francese ( quell’anno si poteva ), affidato al mio idolo dell’epoca il belga Plastic Bertand. Direte che ha di napoletano un brano francese ballabile, cantato da un belga? L’autore! Depsa, in arte Salvatore De Pasquale da Portici.
Tag: Portici-Hula Hoop- Punk, New Wave e twist di ritorno

Una menzione particolare per Gianni Nazzaro che nel 1983 a Sanremo si “innamorò di sua moglie”, per il “babà è una cosa seria” di Marisa Laurito e per l’ultima volta a Sanremo di una regina della sceneggiata napoletana, Gloriana che nel 1983 partecipò con il brano “Il mio treno”.

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Era convinto che si potesse avere successo scrivendo e cantando canzoni in un misto di italiano e napoletano. Credeva talmente in quella formula innovativa, che lui definiva di “contaminazione”, da mettersi contro le case discografiche, che invece lo obbligavano a scegliere uno solo dei due “linguaggi”. Ma lui, caparbio, girava personalmente le radio di tutta Italia per promuovere i suoi dischi.
Ed in effetti aveva ragione, come dimostrò il successo di coloro che adottarono questa formula, Pino Daniele su tutti.
Ebbe anch’egli la sua stagione di gloria, ma purtroppo durò poco, coincidendo per lo più con le sue partecipazioni al Festival di Sanremo del 1978 e del 1979.
Stiamo parlando di Ciro Sebastianelli, un cantautore napoletano “sui generis”, uno strano miscuglio tra Murolo e Cocciante, tra Ranieri e Battisti.
Figura emblematica di quegli anni un po’ cialtroni, in cui per promuovere un 45 giri (“Laura”) dovevi fingerti “ragazzo padre”, in ossequio al testo della canzone, pur avendo già moglie e tre figli.
Anni strani in cui Gilberto Sebastianelli sceglieva come nome d’arte l’esotico “Ciro”, oppure si ritrovava al primo posto delle classifiche olandesi, mentre in Italia non se lo filava nessuno.
Scrisse pezzi per Loredana Bertè, collaborò con Cristiano Malgioglio, partecipò al Festivalbar con la sua canzone più nota,“Marta”, ma andò incontro ad un rapido declino.
Ci ha lasciato a soli 58 anni per problemi cardiaci nel 2009.
Ma il momento più alto della sua carriera resta il Festival di Sanremo del 1978.
Il suo brano “Il buio e tu” sfiorò la vittoria, staccato di un solo punto dai Matia Bazar, Anna Oxa e Rino Gaetano, arrivò quarto assoluto e secondo nella categoria “cantautori” alle spalle di “Gianna” di Rino Gaetano. Ilpezzo riscosse anche un grande successo di pubblico vendendo in pochi mesi 350mila copie.

Giuseppe Ruggiero

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Tullio De Piscopo

Può accadere di essere figlio del percussionista del San Carlo di Napoli, avere il ritmo nel sangue, sognare di diventare come lui.
Può succedere di avere più talento di tuo padre, essere un batterista eccezionale, uno dei migliori italiani di sempre.

Magari hai cominciato suonando il Jazz in piccoli locali, insieme ad altri ragazzi della tua città, ma poi giovanissimo sei andato a cercare fortuna al Nord. Qui in poco tempo riesci a suonare nei migliori locali Jazz Torinesi e milanesi, dove vieni notato da un autorità del Jazz italiano dell’epoca, Franco Cerri che ti vuole con lui nel suo celebre quartetto. Arriva il successo!

Ti affermi come miglior percussionista italiano, ma non ti fermi, sperimenti, vai all’estero, in cerca di cambiamenti, di contaminazioni. Passi da Severino Gazzelloni a Quincy Jones, da Chet Baker ad Astor Piazzolla, da Dizzy Gillespie a Fabrizio De Andrè, da Billy Cobham ad Al Bano, da Morricone a Battiato.
Batti altre strade, componi colonne sonore importanti: “Mi Manda Picone”, “Naso di Cane”, “32 dicembre”; ti dedichi ad iniziative benefiche, promuovi ed aiuti l’Africa e la sua musica.

Poi arriva la consacrazione ed il piacere di vivere un’esperienza indimenticabile con altri giovani musicisti della tua terra. Una generazione irripetibile di talenti concentrati per un miracolo nello stesso tempo e nello stesso luogo: Rino Zurzolo, Joe Amoruso, James Senese, Tony Esposito e soprattutto Pino Daniele.
Sei tutto questo, ed anche molto altro. Sei Tullio De Piscopo, il più grande batterista e percussionista italiano di sempre.

Può succedere però che alla fine il successo, quello vero, la popolarità assoluta, la trasversalità, l’amore della gente, ti arrivi in una sera di febbraio del 1988, sul palco del Festival della canzone pop Italiana. Quell’anno il Festival parla napoletano: Di Capri, Alan Sorrenti, Buonocore, il vincitore Massimo Ranieri con Perdere l’amore.
Bastano però poche note di “Andamento Lento” per capire che il vero vincitore di quell’edizione sarà proprio De Piscopo. Resterà per mesi in cima alle classifiche, vincerà il Festivalbar, verrà esportato, imitato, suonato e cantato dappertutto.
Tullio a Sanremo tornerà altre volte, con alterne fortune, ma quel “vieni, vieni con me “ resterà inarrivabile.

Giuseppe Ruggiero

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Foto da Wikipedia

Il vero re napoletano del Festival è sicuramente lui.

Non stiamo parlando di Massimo Ranieri, né di Nino D’Angelo; gli stessi Mario Merola e Gigi D’Alessio in questo caso non possono competere.
L’assoluto protagonista campano a Sanremo è senza alcun dubbio Giuseppe Faiella, in arte Peppino Di Capri. Suo il record di partecipazioni, addirittura quindici, suo il record di successi, ben due, nel 1973 con “Un grande amore e niente più” e nel 1976 con “Non lo faccio più”.
Altro elemento straordinario è dato dal fatto che le sue partecipazioni abbracciano addirittura cinque decenni, in ognuno dei quali, dagli anni ’60 agli anni 2000, il nostro può vantare almeno una partecipazione. Purtroppo non vi è stato ancora un suo brano al Festival in questi anni ’10 del 2000, ma il decennio non è ancora concluso, quindi non disperiamo di rivederlo sul palco dell’Ariston, magari proprio l’anno prossimo, a 50 anni esatti dalla sua prima partecipazione avvenuta nel lontano 1967 in coppia con Dionne Warwick con il brano “Dedicato all’Amore”.
In Italia ci sono cantanti, musicisti, autori che, in virtù di falsi pregiudizi ed un sistema alterato di valori creato da critici musicali settari ed incompetenti, non raccolgono il plauso che la loro carriera meriterebbe. Non stiamo parlando del pubblico, che quasi sempre sa scegliere meglio di critici e discografici, ma dell’opinione comune dei cosiddetti “addetti ai lavori”, che spesso sembra relegare Giganti della musica italiana al ruolo di macchiette o di comparse.
Di Capri è tra questi, spesso guardato con distacco e con sarcasmo dalla critica, rappresenta invece un pilastro del panorama della musica Italiana.
L’uomo che visse, non due, ma almeno 10 volte. E’ stato rocker e cantante confidenziale, cantautore e interprete di classici napoletani, jazzista e leader di un gruppo, beat e autore di sigle televisive, attore, discografico e persino protagonista di un cartone animato.
Ha cantato a soli 5 anni per il Generale Clark e le sue truppe di stanza a Capri ma anche, unico italiano, sullo stesso palco dei Beatles. Famoso in Brasile e in Germania, in Giappone ed in Francia.
Tante le perle sanremesi, condite di ospitate anche queste nel segno della versatilità, da Proietti a Palatresi, da Petra Montecorvino a Pino Donaggio, con il quale nel 1971 presentò la bellissima “L’ultimo romantico”.   Tra tutte però ho voluto scegliere un brano del 1990, il cui titolo, “Evviva Maria”, aveva scatenato i maligni e gli ignoranti, i quali ironizzando avevano pensato ad una cantilena da processione o ad un canto ecclesiastico.
In realtà ci trovavamo in piena “era lambada” e Peppino, sempre sul pezzo con l’aiuto del fido Depsa, volle proporre la sua personale versione del ballo brasiliano; anche stavolta, con un abbinamento improbabile quanto efficace, gli furono affiancati infatti Kid Creole & The Coconuts.
Il risultato è un brano allegro e poetico, una ventata di aria fresca che, come Maria, dal mare irrompe sul palco di un teatro, non sempre frizzante e leggero come dovrebbe, portando gioia e semplicità come solo Di Capri sa fare.

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Nicola Maldacea

E’ finalmente venne il tempo di Sanremo.
Il festival della canzone italiana, ormai alle porte, di frequente ha “cantato napoletano” trovando, quasi annualmente, tra i suoi protagonisti interpreti partenopei o comunque campani. Vi sarete però sicuramente accorti che, per scelta o per caso, negli ultimi anni la nostra musica è stata tenuta lontana dal palco dell’Ariston a beneficio di rapper e “amici”.
Quello che però molti non sanno è che il primo Festival della Canzone di Sanremo fu un festival tutto napoletano. Esattamente 20 anni prima della partenza dell’attuale competizione musicale, proprio nello storico Casinò municipale della città ligure, si tenne una rassegna canora interamente napoletana.
Va sottolineato che all’epoca musica popolare italiana e napoletana erano concetti coincidenti. La musica della “vecchia Napoli” negli anni trenta viveva un periodo d’oro, denso di attività e talento, una sorta di canto del cigno culminato in capolavori come Dicitenciello Vuje, Passione, Na sera ‘e Maggio e Signorinella, che sempre più estendevano all’intero scenario nazionale la supremazia delle “musiche e parole” napoletane.
Il Festival di Sanremo-napoletano fu ideato da Ernesto Murolo, poeta e giornalista partenopeo, nonché papà del grande Roberto.

Era il 1931 ed il vulcanico e discusso intellettuale, con l’aiuto del fido Ernesto Tagliaferri, grande musicista e direttore d’orchestra, ebbe l’intuizione di organizzare nella “città dei fiori” un festival di canzoni appunto tutte napoletane a cui parteciparono quasi esclusivamente cantanti partenopei.
Fu così che dal 24 dicembre 1931 al 1 gennaio 1932 “nella suggestiva cornice del Casinò Municipale di Sanremo” si svolse il Primo Festival di Sanremo.
In realtà si trattò di una kermesse di canzoni napoletane, senza classifica, giurie e vincitori, conclusasi con Napule ca se ne va, in omaggio ad una Napoli d’altri tempi, quasi a rappresentare la fine della “Napoli di una volta” che non riuscì a reggere l’impatto con la modernità.
Nonostante questo, la passerella di canzoni napoletane ebbe un discreto successo, merito anche dei nomi illustri che parteciparono. Una carrellata di personaggi originali e suggestivi.
La diva Ida Papaccio, in arte Ada Bruges, geniale e umorale, formosa e fatale.
L’esuberante e talentuoso Nicola Maldacea, il re delle “macchiette”, giocatore incallito che in una sola notte bruciò alla roulette l’intero compenso ricevuto.
Lo stornellatore fiorentino Carlo Buti, star internazionale, che interpretò “Adduormete cu’ mme”, scritta per l’occasione dal duo Murolo-Tagliaferri.
Il “maestro” Vittorio Parisi, in quel momento sicuramente il più famoso interprete della canzone napoletana, seguito da stuoli di ammiratori e ammiratrici.
E poi il tenore Mario Massa, Giorgio Schottler, Clara Loredano, Alfredo Sivoli, Ferdinando Rubino ed altri personaggi minori.
Dite che vi ricorda qualcosa?
Il seme era stato gettato ed a Sanremo, dove di fiori se ne intendono, lo conservarono con cura, lo innaffiarono e 20 anni dopo lo riproposero con successo. Un successo che tra cambiamenti, polemiche, snobbismi, vallette, cavalli pazzi, riserve indiane, eterni secondi e meteore dura ancora oggi. Un successo che però ha un’anima napoletana e che risale ad una vigilia di natale di tanti anni fa.

Giuseppe Ruggiero

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Carmelo Zappulla in 'O zampugnaro Innamorato

Qualche tempo fa il termine zampognaro era usato in senso dispregiativo, per indicare un bifolco o un cafone, spesso se ne servivano al nord, soprattutto in termini razzisti, per indicare i terroni, i meridionali. Ma visto il periodo noi di Soldato Innamorato vogliamo rendere omaggio e merito ad una figura poetica e romantica, purtroppo in via di estinzione.

Lo zampognaro era di solito un musicista di campagna, un contadino o un pastore, presente e indispensabile nei paesi in tutti i momenti più importanti dell’anno. Era lui che suonava alle feste, che animava i balli estivi, che accompagnava processioni e rituali, sacri e profani, una sorta di suonatore Jones di Spoon River.
Durante il periodo natalizio il suonatore di zampogna si recava in città, in compagnia del suo antico strumento, in cerca di soldi e fortuna. Di solito gli zampognari suonavano in coppia, formata da una specie di piffero, la “ciaramella”, e da una sorta di cornamusa, la “zampogna” vera e propria, caratterizzata dalla presenza di più canne sonore. Con il termine “zampognaro” venivano indicati entrambi i suonatori, indipendentemente dallo strumento suonato. Gli strumenti di soliti erano costruiti dagli stessi suonatori o da altri contadini o artigiani che si trasmettevano da generazioni l’arte della zampogna.

Stiamo parlando però del Regno delle due Sicilie, perché gli zampognari sono per lo più campani, lucani, calabresi, siciliani, al massimo abruzzesi o ciociari. La presenza della zampogna in altre regioni d’Italia è dovuta alla passione di singoli, ma non è né tipica né tradizionale. E nemmeno possono essere considerati affini alla zampogna i diversi tipi di cornamusa presenti in Italia settentrionale. I vari cornamusari, suonatori di musette, pive e baghet non possono avvicinarsi neanche lontanamente alla potenza evocativa ed al ruolo storico dello zampognaro.

Sebbene di recente la coppia di “pastori” Gelmini-Salvini stia tentando di appropriarsi, per convenienza politica contingente, anche di questa tradizione, la “coppia” di zampognari rappresenta una presenza fissa del presepe napoletano, dove di solito viene collocata nei pressi della capanna della Sacra Famiglia.
Nel Regno di Napoli, durante la “Novena di Natale” questi singolari pastori-musicisti abbandonavano il proprio paese, di solito qualche borgo sannita o lucano, più raramente paesini irpini e cilentani, per recarsi già per l’Immacolata in città, a Napoli.

Qui per le strade cittadine, nei luoghi di ritrovo, nelle case dei ricchi, nobili e borghesi, cercavano di raggranellare qualche soldo, suonando motivi natalizi tradizionali. Poi per Natale tornavano a “lu paese”.
Ben presto poeti, scrittori, musicisti, autori cominciarono a chiedersi e a fantasticare su come gli zampognari passassero il resto delle loro giornate, su come vivessero il passaggio dalla semplicità della vita rurale alle luci e al lusso di quella cittadina, quale effetto questo breve esilio, questa emigrazione a tempo determinato, avesse sulla loro vita sentimentale. Fu così che nacquero capolavori indimenticabili come “’A nuvena” di Salvatore Di Giacomo e “O Zampugnaro ‘nnammurato”, di Armando Gill, in cui venivano descritte le pene di due zampognari che soffrivano rispettivamente per la lontananza dalla moglie incinta e per un amore impossibile con una bella signora napoletana. Non manca sullo sfondo l’immagine della giovane fidanzata che al paese aspetta invano il suo amato suonatore, traviato dalla città.
La figura è misteriosa e affascinante, magica e semplice, nobile e umile nello stesso tempo. Per questo ancora oggi restiamo incantati le poche volte che ci imbattiamo nei sopravvissuti di questa tradizione.
Per questo a Salvini e alla Gelmini diciamo: GLI ZAMPOGNARI SIAMO NOI.

Giuseppe Ruggiero