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Giovanni Savino

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Trentenne emigrato a Mosca, tifoso del Napoli, storico per passione e per scelta, coltivo giovani menti (tiè tiè), ogni tanto scrivo (azz) e m'intalleo. La cazzimma come ideale da raggiungere, il chivemmuorto come pratica quotidiana.

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Jurij Gagarin e Gina Lollobrigida

Dal nostro inviato a Mosca:

Una delle ricorrenze probabilmente più sentite in Russia, senza che abbia alcun carattere “festivo” o di “riposo”, è la Giornata della Cosmonautica, ovvero il 12 aprile, anniversario del primo volo di un essere umano nello spazio. Il nome di Jurij Gagarin. il suo faccione da “ragazzo di campagna”, il sorriso e l’epopea di quei 108 minuti passati attorno alla Terra sono conosciuti in ogni angolo di quel pianeta che il figlio di un carpentiere e di una contadina ha potuto, per primo, osservare dallo spazio. E oggi sono 55 anni da quel 12 aprile 1961.

Ma è l’intero percorso della conquista dello spazio da parte degli scienziati sovietici ad essere epico, e ad avere origine nelle celle della Russia imperiale. Il 23 marzo 1881 Nikolaj Kibal’cic, detenuto in attesa dell’impiccagione per aver partecipato all’attentato allo zar Alessandro II, ha improvvisamente un’idea. Le lunghe giornate in fortezza, aspettando la morte, non sembrano angosciare il giovane rivoluzionario, ma gli permettono di sviluppare le proprie riflessioni sui voli nello spazio, quando all’epoca ancora non vi era traccia dell’aereo. Kibal’cic lascia i propri appunti, prima dell’esecuzione del 3 aprile, in eredità all’Accademia delle scienze, ma solo quando lo zarismo sarà abbattutto, quelle preziose riflessioni verranno pubblicate per la prima volta, nel 1918.

Nel 1903 una figura singolare di scienziato – autodidatta, Konstantin Ciol’kovskij, pubblica uno studio sulla missilistica, ma già vent’anni prima aveva disegnato un prototipo di navicella spaziale: solo però dopo il 1917 questo semplice maestro di provincia, in realtà un vero e proprio pioniere in vari campi delle scienze, otterrà sostegno e riconoscimenti di ogni tipo.

Un giovane ingegnere negli anni Trenta, durante il Terrore, si trova ad essere deportato lontano da Mosca, alla Kolyma, ma riesce a sopravvivere e a lavorare nelle sharashky, i settori dei gulag dedicati agli specialisti, per poi essere liberato nel 1944. Sergej Korolev non solo verrà ricordato come il padre della cosmonautica sovietica, ma come determinante nella costruzione e nello sviluppo della missilistica. E sarà proprio questo roccioso studioso,  uomo che i suoi contemporanei ricordano per non essersi mai perso d’animo, a dirigere sapientemente il primo volo dell’uomo nello spazio.

Molti di noi sono abituati alla retorica senza senso, alla ricerca di parole speciali per occasioni indimenticabili: ebbene, Jurij Gagarin disse semplicemente “Поехали” (Andiamo, poekhali). E quando atterrò presso la cittadina di Engels sul Volga, si identificò altrettanto semplicemente.

Gagarin è morto troppo presto, il 27 marzo 1968, durante un volo d’addestramento: il primo cosmonauta non ha mai smesso d’inseguire quel sogno che l’umanità coltiva dai tempi d’Icaro.  E oggi, a 55 anni da quell’impresa, non si può non concordare con questa canzone del gruppo Undervud: “Гагарин, я Вас любила” (Gagarin, l’ho amata). E sì, io amo Gagarin.

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Il presidente russo Vladimir Putin durante una visita ad Ischia Porto

Il leader russo ha annunciato oggi che a partire dal 1 maggio si ritirerà in pensione, secondo quanto riferito dal suo portavoce Dmitry Peskov stamattina in una conferenza stampa al Cremlino.
A detta di Peskov, il presidente ha deciso di lasciare il posto al top del suo successo mondiale, dopo la riuscita operazione siriana e la liberazione di Palmira, e ha in progetto di ritirarsi in un’isola del Mediterraneo, secondo indiscrezioni, italiana: Putin sarebbe rimasto colpito dall’affetto degli italiani, espresso via social network, e si parla di un interessamento diplomatico di Mosca nel caso dei maro’ Girone e La Torre, con un’intercessione del presidente russo verso Delhi, si tratterebbe dell’ultimo grande colpo di una carriera politica a dir poco brillante.
Sant’Angelo d’Ischia, buen retiro vacanziero di Angela Merkel, sembra la località prescelta da Vladimir Putin, e così si spiegherebbero dei lavori intrapresi presso la litoranea. Ischia quindi sarà per Putin ciò che Capri fu per Gorkij e Lenin, con la differenza che il presidente russo utilizzerà le bellezze dell’Isola Verde per ritemprarsi da anni di fatiche eccezionali.

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Il logo delle Universiadi partenopee

Dal nostro inviato a Mosca:

Sono passati 10 giorni dall’assegnazione delle Universiadi del 2019 a Napoli e alla Campania, e non sembra se ne sia colta ancora l’importanza di questo avvenimento. Certo, la manifestazione sportiva è ben lontana dall’avere l’impatto sul pubblico dei Giochi olimpici o dei Campionati mondiali di calcio, ma parliamo di circa 10.000 atleti che vivranno in città, cimentandosi in 14 discipline. Un evento che, per vastità e varietà di discipline, è secondo solo alle Olimpiadi, e un possibile volano per lo sviluppo della Campania. Quando nel 2013 si svolsero le XXIV Universiadi in Russia, a Kazan’, antica città sul Volga e capitale della repubblica del Tatarstan, i Giochi rappresentarono un momento storico per la regione, e ad oggi quelle di Kazan’ sono ricordate come le migliori Universiadi della storia. Perché?

Per la Russia, prima di Kazan’ c’era stata solo l’Universiade del 1973, nella Mosca sovietica, e l’evento nella capitale tatara è stato la prima manifestazione sportiva di rilevanza internazionale dopo le Olimpiadi del 1980, e ha preceduto i Giochi olimpici invernali di Sochi, quindi ci si teneva a fare bella figura. Inoltre, la scelta di Kazan’ è stata felice proprio per il suo essere non solo capitale ma anche centro culturale dei tatari, antica popolazione del Volga, parte importante dell’Orda d’oro (sì, quella discendente da Gengis Khan) e conquistata dai russi di Ivan il terribile nel 1552. In contemporanea con i Giochi sportivi, infatti, si sono svolte in parallelo varie iniziative culturali, concerti, mostre, spettacoli teatrali, il tutto fatto in chiave di valorizzazione della città, con ospiti internazionali.

Napoli ha tutte le carte per poter far bene, e per organizzare un’Universiade che possa restare nella storia. E per cancellare il cattivo ricordo dei Mondiali di calcio del 1990, che videro Napoli vittima della pessima gestione dell’evento (e a veder oggi le stesse facce nel comitato promotore della candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024, si può solo rabbrividire): per dirne una, la Linea Tranviaria Rapida non è mai stata completata, per essere poi riconvertita nella Linea 6 della metropolitana napoletana, che ancora oggi è a dir poco carente nel servizio. A Kazan’, grazie ai fondi stanziati per l’Universiade, sono stati aperti e costruiti:

  • un nuovo terminal aeroportuale, ed è stata ristrutturata complessivamente l’aerostazione;
  • un nuovo interscambio ferro-gomma presso la stazione centrale di Kazan’;
  • la ricostruzione della stazione centrale;
  • il secondo blocco della metropolitana, con l’apertura di tre stazioni;
  • una linea di tram veloce;
  • l’aeroexpress (navetta ferroviaria per l’aeroporto);
  • 11 svincoli;
  • 41 sottopassaggi pedonali;
  • 65 km di strade;
  • 63 nuove vie.

Insomma, impianti a parte (villaggio della manifestazione da 14500 posti; stadio da 45000; palazzetto del nuoto e altri 5 impianti per sport al coperto e, infine, un canale per canottaggio e kayak), si parla della costruzione di un’altra città, del miglioramento della qualità della vita della gente comune: insomma, un’altra storia rispetto a Italia ’90.

E, quando ho letto di Napoli 2019, ho chiuso un attimo gli occhi, sperando di riaprirli tra tre anni e vedere la nostra meravigliosa metropolitana collegare i vari quartieri e le varie cittadine della zona; treni passare ogni 2 minuti; una tangenziale senza l’odiosa gabella e messa in sicurezza; il metrò del mare; Cumana e Circumflegrea portare atleti e tifosi alle gare; la Circumvesuviana diventata velocissima e comoda; la stazione metrò di Capodichino…

Riusciranno i “nostri eroi” a buttare via anche questa occasione? O sarà un altro motivo per mangiarci sopra, lasciando ben poco alla collettività? Napoli, diventa un po’ come Kazan’.

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Il cantante degli Showmen Mario Musella

Dal nostro inviato a Mosca:

Nonostante la poca neve e la molta umidità, il grigiore del cielo, i piumini e i riscaldamenti a palle, oggi ufficialmente in Russia è primavera. Ci si fanno gli auguri, si gioisce dopo un altro inverno passato, però ancora non è quella stagione che noi mediterranei associamo ai fiori e al sole in cielo. A casa nostra, dovunque ci troviamo, “tingiamo marzo”: una tradizione che prevede, la mattina del primo giorno di questo mese, tratteggiare su un foglio o una mattonella un paesaggio primaverile (nel mio caso, molto ma molto astratto).

Marzo è sempre stato fonte d’ispirazione per la poesia e la musica napoletana. Non credo ci sia figlio di Partenope che non conosca i versi di Salvatore Di Giacomo sul mese “pazzo”, soprattutto i primi: “Marzo: nu poco chiove/e n’ato ppoco stracqua:/torna a chiovere, schiove, /ride ’o sole cu ll’acqua.” Ed è la versione musicata dagli Showmen e cantata dalla voce unica del “nero a metà” Mario Musella. Oggi sono i Foja a cantare di un inizio di primavera un po’ stressante, probabilmente pieno di malaciorta:

“Tu dimme ca staje sempe allero
e faje ‘a guerra mmiezo ‘e guaje
e lass’ ‘a porta sempe aperta
e nun pienze ca fernesce tutto quanne nun ce staje
marzo adda passà”

E, passeggiando per Mosca, in attesa dei tre giorni di festa per l’8 marzo, si vorrebbe respirare un po’ di quell’aria sempre sospesa tra sereno e tempesta, di pioggerelline col sole, che “schizzicheano” sul volto. Ma stanotte, proprio per accogliere la primavera, cadrà il 60% della neve prevista per questo mese. Marzo adda passà?

Giovanni Savino

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Marco Raffaini, autore di Italiani veri

In Russia un certo tipo di canzone italiana continua a farla da padrona, ed è proprio quel genere che ascoltiamo, più o meno contenti, a Sanremo. Negli anni Ottanta veniva organizzato, nella cornice del teatro del Cremlino, una sorta di Sanremo sovietico, Fiori e Canzoni dall’Italia – Sanremo a Mosca, dove si sono esibiti Mango, Eros Ramazzotti (ancora oggi popolarissimo), Milva e tanti altri. Oggi, per il concerto annuale di Diskoteka 80, le stelle principali sono i Ricchi e Poveri e persino Sabrina Salerno.

Abbiamo deciso di parlarne con Marco Raffaini, autore del docufilm Italiani Veri, docente di lingua e traduzione russa presso l’Università di Parma.

Ciao Marco, grazie della tua disponibilità. Da cosa nasce Italiani veri?

Italiani veri inizia a nascere nella mia testa negli anni Novanta, quando iniziai ad andare in Russia, e la cosa che più mi stupiva era il loro attaccamento all’Italia, in tutti i campi, dall’arte al calcio (ricordo un’amichevole del Parma a Mosca in agosto con i miei vicini allo stadio che mi spiegavano chi era quel giocatore del Parma e da che squadra l’aveva appena comprato), dal cinema alla musica. C’era molta voglia di conoscere chi veniva da fuori, soprattutto se italiano. E quindi tutti a chiedermi se conoscessi questo è quest’altro, in particolare Robertino Loretti, che io non sapevo chi fosse. Così poi a un certo punto ho deciso di farci qualcosa, inizialmente pensavo di scriverci qualcosa, poi ho creduto che fosse meglio lasciar parlare loro, e costruire un racconto montando le loro voci, prendendo la passione della musica italiana come pretesto per raccontare storie, per fare un ritratto di un paese che a me ha preso il cuore.

Come si può spiegare la popolarità del pop italiano in Russia? E Sanremo?

La popolarità del pop italiano secondo me si spiega, oltre che con il mito dell’Italia presente in Russia da ben prima dell’Unione sovietica, con il fatto che a partire dai primi anni Ottanta la TV russa ha iniziato a trasmettere la serata finale del festival di Sanremo, e improvvisamente i russi hanno avuto la possibilità di ascoltare qualcosa che venisse dall’estero (a maggior ragione dall’Italia) senza paura di essere spiati, come poteva accadere quando ascoltavano di nascosto le canzoni dei gruppi rock più famosi, vedi i Beatles o gli Stones. La famosa finestra sull’Europa quindi. E che finestra! Poi secondo me ci sono anche motivazioni politiche dietro questo lasciapassare verso la musica italiana, come per esempio la visione dell’Italia comunque come un paese amico tra i nemici, la Fiat aveva costruito la fabbrica di auto a Togliattigrad, il partito comunista forte in Italia, ecc. ecc.

Si tratta di un fenomeno ormai di decenni, vedi differenze tra la ricezione dell’epoca sovietica e quella delle giovani generazioni?

Secondo me oggi è più che altro un fenomeno legato alla nostalgia, un po’ come i miei amici che continuano ad ascoltare la musica degli anni Ottanta, come se gli anni Ottanta fossero stati quella gran bazza musicale e culturale, mentre invece sono stati a mio avviso in Occidente abbastanza mediocri. Infatti i giovani in Russia non è che se li filano più di tanto i cantanti pop italiani. Questo è stato anche il più grosso problema nel proporre il film in Russia, perché al cinema vanno poiché altro le giovani generazioni e se proponi loro un film sulla musica leggera italiana c’è il rischio che non lo prendano nemmeno in considerazione.

Come reagiscono gli artisti italiani a questo successo che sembra eterno? A me, ad esempio, colpisce come i Ricchi e Poveri, per non parlare d’altri, riescano a riempire palazzetti qui, mentre in Italia non sarei così sicuro di vedere le stesse scene…

I cantanti italiani cavalcano l’onda, legittimamente. Sono ben coscienti del fatto che oggi campano praticamente grazie ai paesi dell’ex Unione Sovietica. Hai giustamente citato i Ricchi e Poveri, che se non sbaglio l’ultimo album l’hanno fatto uscire solo in Russia. In fondo, nel loro squallore trash, non fanno nulla di male, e l’affetto che dimostrano verso la Russia, pur se legato al fatto che vivono grazie alla Russia, credo sia sincero.

Dopo Italiani veri, che progetti hai?

Dopo Italiani veri sto iniziando a lavorare a un altro film, sempre in qualche modo legato alla percezione dell’Italia in Russia e viceversa, su un tema completamente diverso, ma che preferirei per ora non venisse reso pubblico. È anche per questo che a marzo sarò in Russia, per iniziare a fare qualche ripresa per poi cercare qualche finanziamento.

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Massimiliano Musto, direttore del Four Seasons Mosca

Dal nostro inviato a Mosca:

Letteralmente a due passi dalla Piazza Rossa, nel cuore di Mosca, sorge un albergo particolare, che ha vissuto due volte, se si può dire ciò per un edificio. L’hotel Moskva probabilmente è l’albergo russo più noto nel mondo, per via del suo profilo ritratto sull’etichetta delle bottiglie di vodka Stolichnaya, ed è stato costruito in soli due anni, dal 1933 al 1935, ed è probabilmente una delle ultime testimonianze dell’epoca del Costruttivismo, con la sua facciata asimmetrica. Quel che oggi possiamo ammirare, ovvero l’hotel Four Seasons Moskva, è la copia esatta dell’edificio buttato giù nel 2004, e riaperto definitivamente solo da qualche anno, ma questa storia ha anche a che fare con la nostra terra: il direttore dell’albergo è Massimiliano Musto, napoletano verace e grande professionista del settore.

Entrare nella hall dell’hotel è sempre un’emozione particolare: l’imponenza degli arredi, unita alla ricercatezza degli interni, senza esagerazioni kitsch, crea un’atmosfera particolare, quasi di soggezione. La gentilezza del personale è tutt’uno con l’eleganza dei modi, ed è così che Max Musto apre il proprio studio, in una fredda giornata di metà dicembre.

La storia del direttore dell’Hotel Four Seasons Mosca è quella di un ragazzo partenopeo che ha preso nelle mani il proprio destino, partendo (come tanti di noi) per “terre assaje luntane” e costruendosi una propria professionalità, senza mai dimenticare le proprie origini e la propria napoletanità.

Max, grazie per aver accettato il nostro invito. Come Soldato Innamorato ci interessa raccontare storie di napoletanità, e di figli della nostra terra. Come sei arrivato a Mosca?

Da 17 anni lavoro con Four Seasons, ed ho iniziato a Bangkok, il primo hotel di dieci in cui ho lavorato in questi anni: Malesia, Singapore, Los Angeles, Hawaii, Tokyo, San Diego, Mauritius, Egitto ed ora Mosca.

Com’è iniziata la tua avventura? Generalmente, noi napoletani combattiamo con vari stereotipi, tra cui quello secondo il quale potremmo al massimo fare i cuochi…

Ho iniziato questo business un po’ per caso… Dopo aver fatto il militare, un giorno, ho deciso di partire per la Gran Bretagna, per un anno, “per imparare la lingua”, come dissi a mia madre. Già vivevo lontano da Napoli, a 10 anni abbiamo lasciato la città dopo la scomparsa di mio padre, abbiamo venduto la nostra attività a Secondigliano, e ci siamo trasferiti a Latina. Ho iniziato per caso, provenendo da una famiglia umile e una volta approdato all’estero, però, non ho iniziato da Londra ma sono andato un po’ più a nord, in Scozia, senza parlare una parola d’inglese, col mio vocabolario e tanta buona volontà… Dopo Glasgow, sono stato ad Aberdeen e ad Edimburgo, per poi finire a Londra dopo tre anni e mezzo, dove tutti mi chiedevano dove avessi imparato l’inglese… “in Scozia”, e così ho dovuto imparare tutto da capo, perché avevo imparato lo scozzese!

Dopo quest’esperienza, ho lavorato per la Hilton, e sono stato inviato in Sri Lanka, anche questo un avvenimento molto interessante, per poi tornare a Londra, al Mandarin Orient di Hyde Park, per poi ricevere una telefonata in cui mi si offriva un lavoro, la posizione di restaurant manager, quando già ero assistente di food & beverage, e anche se non mi andava di fare come il gambero, mi colpì molto la professionalità e il modo di fare della compagnia. Mi ricordo ancora questo colloquio, al Four Seasons di Londra, con tre persone: il direttore generale, il direttore delle risorse umane, e il direttore del food & beverage, solo per aprire un ristorante a Bangkok. Due ore di colloquio, molto tranquille e incentrate sull’aspetto umano, ma prima di accettare chiesi di andare in Thailandia per vedere il ristorante: andai a Bangkok, mi piacque subito il progetto e il resto è storia.

Nonostante la catena sia la stessa, immagino tu abbia avuto modo di conoscere le mille sfaccettature e identità di questo mondo, perché si tratta di paesi e posti totalmente diversi. Qual è il posto che ti è rimasto più impresso, in questi anni di lavoro?

Bella domanda, questa qui: come sai, ci sono varie fasi della tua vita, e dovrei dirti che il primo amore è stato Bangkok, dove ho vissuto per 3 anni e mezzo, ho trovato moglie, ed è stata la prima esperienza per Four Seasons; poi segue San Diego, e dal punto di vista personale, perché i nostri due figli sono nati lì, abbiamo comprato casa, e invece per tenore di vita mi son divertito tanto a Tokyo, dove ero il direttore del food & beverage, il Giappone per questo ruolo è una nazione interessantissima, con grande qualità. Poi devo dire che per prestigio Mosca è l’albergo di gran lunga superiore a quelli dove ho lavorato, anche se è molto difficile trovare un cattivo Four Seasons fra i 96 della catena. Ma il Moskvà, se guardi al posto dove ci troviamo…

Più centro di così, a due passi dal Cremlino e dalla Piazza Rossa!

Appunto, dovrebbero costruirne uno vicino alla Casa Bianca o San Pietro per avere un posto simile a questo. Quest’opportunità è stata molto stressante, ma gratificante.

Parliamo un po’ della tua esperienza qua, com’è lavorare a Mosca?

Questa qui è una nazione che non è capita, e il russo è incompreso, c’è una differenza tra la percezione e la realtà, e per me questa è stata una rivelazione, mi si diceva dei russi tristi, mai sorridenti, ma poi sono arrivato qui e, da napoletano, posso dire che sono passionali, emotivi…

Sono napoletani tristi…

Sì, tristi però fino a che non rompi il ghiaccio. Il modo di gesticolare, la passione un giorno a 100, un giorno a 50… ed è stata una sorpresa piacevole. Professionalmente, se riesci ad avere una connessione con le persone con cui lavori, allora il tutto diventa più facile, il contatto umano in questo lavoro è importantissimo e penso e mi auguro, in base alla mia esperienza lavorativa, di essere all’altezza della sfida. A dicembre abbiamo ricevuto due importanti premi nel campo, in una sola settimana, e abbiamo concluso il 2015 con grandi successi, come la nomina a miglior struttura alberghiera di Mosca, e come miglior albergo per i matrimoni. Riconoscimenti che nel primo anno di lavoro qua per me è stato oggetto d’orgoglio per il mio personale, io poi sono molto esigente, non mi piacciono le cose fatte a metà. 

Tu sei andato via da Napoli presto, ma vedo che il tuo senso d’appartenenza c’è…

Non perdo una partita del Napoli, e la napoletanità song ‘e scurzetelle. Gigi D’Alessio è stato ospite qui, ed è venuto anche a casa mia, quando posso sono molto napoletano dentro, ho insegnato l’italiano ai miei figli e ora vorrei provvedere col napoletano, e anche se non vado giù abbastanza, il mio rapporto è molto forte.

Hai lavorato nel food & beverage per anni, però… qual è il piatto della tradizione culinaria napoletana che preferisci?

Non c’è niente di più bello dello spaghettino alle vongole, e quando è venuto Gigi a casa mia a pranzo a domenica, gli chiesi se voleva qualche piatto thailandese, e D’Alessio mi fa “Max, ma pecché nun ce facimm nu bellu rraù?”. Ed io, elettrizzato, inizio a chiamare mammà, a cercare le tracchiulelle…

Insomma, pecché a dummeneca mangiamme semp ‘e tre…

Infatti, per dirtene un’altra: se, quando torno, non mangio un pezzo di treccia di mozzarella aversana o una provola, non mi sento a casa, e ora ho il desiderio di un piatto di soffritto. Il nostro pasticciere al Four Seasons è anche lui napoletano, e a casa per Gigi c’era anche un bel babà a tavola. Poi ‘a sfugliatella frolla… quelle cose di cui non si può fare a meno!

E i tuoi figli tifano per il Napoli?

Massimo ha 8 anni e mezzo e amava Cavani, conosceva Lavezzi, mo’ un po’ di meno per via della passione per Mind Craft, però ha magliette del Napoli, quando poi qui hanno giocato gli azzurri contro la Dinamo è stato nostro ospite Edoardo De Laurentiis, e ho visto la partita con Mesto allo stadio. 

Quando c’è il Napoli, non esiste: non perdo una partita, non posso farne a meno!

Giovanni Savino

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Le reliquie di Padre Pio a Roma

Il viaggio delle reliquie di Padre Pio a Roma è il fenomeno mediatico degli ultimi giorni: articoli, servizi televisivi, misure di sicurezza eccezionali e, probabilmente, forse un po’ esagerate, come la no fly zone sulla provincia di Foggia e che si ripeterà nello spazio aereo Benevento-Pietrelcina (dirottatori che potrebbero piombare sulle spoglie del santo?). Ma in realtà quest’attenzione per il frate sannita non è nuova, e va avanti ormai da un secolo, tra statue innalzate in ogni angolo del Belpaese, con qualche ultima esagerazione a chi erige la più imponente: ad Ogliastro Cilento si vorrebbe costruire un imponente Padre Pio da 85 metri e dal costo di 150 milioni di euro.

Un secolo, dicevamo: sono passati 97 anni da quel 20 settembre 1918, data indicata dal cappuccino allora trentunenne come ricezione delle stigmate, e ne sono trascorsi una novantina dall’inizio della propagazione del mito. Già Cristiano De Falco ha ricordato come attorno alle piaghe di Padre Pio si sia costruito un vero e proprio business, sorto grazie a una rete di conoscenze, amicizie, devozioni sincere e meno, che hanno costruito il culto del frate. Un network che risale al sorgere del Ventennio fascista: 15 agosto 1920, festa dell’Assunta, è la data che suggella l’inizio del rapporto tra Padre Pio e il potere.

Un corteo di reduci e mutilati di guerra, al servizio degli agrari della Capitanata, scorta un’automobile dal convento alla piazza principale di San Giovanni Rotondo: ecco scendere il “Santo”, e alzare la mano destra guantata a benedire i gagliardetti delle associazioni. Un gesto significativo, secondo lo storico Sergio Luzzatto, in un’Italia già in preda a un clima a dir poco incandescente, in quel 1920, quando le squadracce fasciste già iniziavano a fare vittime. E a distanza di due mesi, il 14 ottobre 1920, i fascisti locali spareranno sulla folla di socialisti e socialiste in festa per la vittoria alle elezioni amministrative, con undici morti caduti nella piazza di San Giovanni Rotondo. Nella discussione parlamentare seguita all’eccidio, per la prima volta risuonò a Montecitorio il nome di Padre Pio, per bocca di due deputati socialisti: “discorsi impregnati di propaganda, nel feroce clima italiano di quell’autunno 1920. Ma discorsi non deliranti, nella misura in cui alludevano a un’intesa politica tra frati e fascisti”, ecco come Luzzatto descrive gli interventi. Dopo poche settimane, questo legame viene rinsaldato dall’incontro tra Padre Pio e Giuseppe Caradonna. Il ras del fascismo pugliese, impegnato in una guerra contro le forti leghe contadine e il leader dei braccianti, il comunista Giuseppe Di Vittorio, sarà sempre una protezione importante per il fraticello, minacciato più volte di trasferimento dalla gerarchia ecclesiastica. Come riportato da Caradonna, una provvidenziale apparizione di Padre Pio lo avrebbe salvato dalla fucilazione, frapponendosi tra il gerarca fascista e i partigiani.

Se Caradonna rappresentava una figura centrale del Ventennio, e di certo la sua protezione significava molto per le sorti del culto attorno a Francesco Forgione, in realtà il principale artefice del successo mediatico è Emanuele Brunatto, singolare figura di truffatore, informatore dell’OVRA (la polizia segreta fascista) e borsanerista. Non è grazie a una conversione che Brunatto si interessa alla “santità” del frate di Pietrelcina, ma è l’intuizione a spingere il faccendiere a scriverne, spacciandosi come professore di ginnasio, e sotto vari pseudonimi. Sembrerebbe la storia di un piccolo truffatore di provincia, quella di Brunatto, ma le sue entrature nelle alte sfere del regime fasciste, e la capacità di muovere ingenti capitali attorno al culto del frate, ne descrivono un ingegno più mefistofelico che di fede. Per raccogliere consensi e fondi attorno alla figura di Padre Pio, Brunatto architettò la scalata di una società per azioni romana, l’Anonima Brevetti Zarlatti, che si occupava di locomotive a nafta, riuscendo a percepire soldi da comunità di fedelissimi del frate. La vera fortuna del sedicente professore la farà la guerra: Brunatto, residente a Parigi sin dall’inizio degli anni Trenta, guadagnerà colossali profitti dalla speculazione sui prodotti, diventando fornitore degli occupanti nazisti, e addirittura sceneggiando un proprio dramma nella capitale francese durante la guerra, col beneplacito delle autorità hitleriane. Attraverso i suoi magheggi, l’ineffabile professore riuscì a far pervenire al frate ben tre milioni e mezzo di franchi, una cifra straordinaria per quei tempi, frutto delle vere e proprie frodi congegnate nella borsa nera.

La distruzione operata dalla guerra non provocò il ridimensionamento del mito, anzi: nonostante la leggenda delle apparizioni in cielo di Padre Pio, i disastrosi bombardamenti su Foggia e Benevento rasero al suolo le due città. Ma è con l’occupazione alleata e gli aiuti dell’immediato dopoguerra che il mito di Padre Pio si rafforza ancora di più, e i fondi di Brunatto saranno solo la base per aprire il cantiere del mastodontico ospedale di San Giovanni Rotondo: sarà l’UNRRA a dare ben 250 milioni di lire dell’epoca alla costruzione della Casa Sollievo della Sofferenza, nell’infuocato aprile 1948, a pochi giorni dalle elezioni nazionali.

Come mai queste vicende son di fatto riportate solo da ricerche storiografiche? Ecco come lo storico Pasquale Palmieri ha spiegato questo successo in un suo scritto dedicato a certa stampa settimanale:

“Tutti gli eventi controversi della vita del cappuccino – le ispezioni ordinate dalla SantaSede per accertare la vera natura delle presunte stimmate, le accuse di aver intrattenuto rapporti sessuali con alcune penitenti, i legami con personaggi influenti riconducibili all’universo nazi-fascista, furono riassorbiti da racconti melliflui che invadevano le colonne dei settimanali, caratterizzati da toni ironici se non addirittura sarcastici, privi di qualunque intento di costruire un discorso critico. Si affermò con forza l’immagine di un uomo profondamente allergico alle regole e ai protocolli della vita conventuale, poco incline a obbedire alle gerarchie ecclesiastiche, vittima d’ingiuste persecuzioni ordite dal demonio al solo scopo di screditarlo. Il Padre Pio dipinto dai rotocalchi era generoso, allegro,giocherellone, creativo, talvolta iracondo, ma sempre pronto a perdonare, malvoluto e ostacolato in primo luogo dai suoi stessi superiori. Appariva come un religioso umile e di scarsa dottrina, impegnato a percorrere una via tutta personale verso la virtù, portando semplici messaggi di fede al popolo di Dio, soprattutto a coloro i quali facevano fatica a rivedersi nei protocolli ecclesiastici o nei catechismi.” 

E poco c’è di quel Sud e Magia, evocato anche dal principale quotidiano del Mezzogiorno, per giustificare il culto: basterebbe scorgere la lista delle donazioni degli anni Trenta, e si noterebbe come il principale flusso di denaro per il “Santo” provenisse da un gruppo di fedeli bolognesi. Probabilmente, questa storia italiana è un esempio di un certo tipo d’imprenditoria nazionale.

Giovanni Savino

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

La situazione assurda in cui si è venuto a trovare l’allenatore del Napoli Maurizio Sarri si arricchisce di un nuovo capitolo, la querela della Nuova DC. Ma c’è chi è pronto ad assumere gratuitamente le difese del trainer azzurro. Il giovane avvocato Giuseppe Di Monaco da Santa Maria Capua Vetere si è offerto di patrocinare Sarri, da “umile leguleio di provincia”.

Il tifoso sammaritano, da sempre interessato al mondo del calcio non solo come semplice gioco ma come fenomeno sociale, potrebbe quindi trovarsi ad affrontare una causa alquanto singolare. Speriamo che mister Sarri accetti l’offerta dell’avvocato Di Monaco, che potrebbe diventare il “giurista azzurro” dei tifosi napoletani.

Giovanni Savino

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Mario Zazzaro al Pride napoletano del 2010

Dopo i fatti di Napoli-Inter abbiamo chiesto un commento a Mario Zazzaro, storico attivista LGBT napoletano, uno che ci ha sempre messo la faccia (nel vero senso della parola: era lui a invitare i napoletani al Pride del 2010 con un manifesto semplicemente stupendo):

Lungi da me il non condannare la violenza o la discriminazione, fosse pure solo verbale attraverso appellativi poco felici, ma esistono sempre i <<ma>>. Non sono un integralista del linguaggio, ma credo di avere un pesante bagaglio di esperienze tale da consentirmi qualche riflessione in merito all’omofobia o presunta tale. Se ogni giorno dovessi offendermi e sentirmi vittima di omofobia la mia vita sarebbe finita e lo dico per i tanti giovani che ne soffrono per ogni barzelletta, per ogni automobilista inferocito, per ogni amico scherzoso o bullo… Oggi (ieri per chi legge, ndr) commentavo così la vicenda Sarri-Mancini con un mio manifesto nazionale del Pride 2010 che si svolse a Napoli, nel quale c’era scritto : ” Vado al Pride perché so ricchione, embè? ” correlato dal commento: << Devo essere sincero è ‪‎omofobo‬ chi si offende nell’essere chiamato ‪‎ricchione‬ perché forse lo reputa un orientamento sessuale subalterno a quello eterosessuale, se sei autodeterminato e sereno dici semplicemente “Si, embè? Grazie, ne vado fiero”. Il vero problema è per chi non ha ancora raggiunto certe sicurezze… quindi bene le scuse di ‪‎Sarri‬, male questa politica che non fa nulla, in nessun “campo” per far crescere sereni fin da piccoli tanti uomini e tante donne, dall’‪istruzione‬ alla ‪‎sanità‬, dal ‪‎lavoro‬ alla ‪‎pensione‬ e allo ‪‎sport‬>>. Qualche polemica italiota si è sollevata, finanche su montaggi di un Mancini truccato o foto di fruttivendoli che scrivevano sulle cassette dei finocchi <<Mancini a 2 euro al kg>> o a far scendere in piazza accanto al movimento LGBT i due allenatori, molto strumentale, poco utile se deve essere una ostentazione prodotta da una provocazione. Molti sinistrorsi scrivevano “je suis Charlie Hebdo”: chissà se lo scrivevano solo per condannare attentati e morti o se lo scrivevano anche in difesa di una satira fumettistica che ritraeva finanche Maometto in rapporti anali da passivo. Spero non scadremo nel dare ragione all’indignazione musulmana e conseguenti integralismi o ai vari politici che se la prendono con satira, ritrattisti e sfottò… La discussione attraversa vari piani a mio giudizio. Mancini si è sentito offeso perché si è eretto difensore di milioni di gay o perché ritiene il termine <<ricchione>> offensivo e quindi subalterno, inferiore agli eterosessuali o allo stereotipo di macho calciatore quale dovrebbe essere? Sarri ha chiesto scusa solo a Mancini e al mondo calcistico per gli stessi motivi o ai tanti giovani indifesi che si sono spinti fino al suicidio? Le associazioni lgbt dopo anni, purtroppo, possiamo dire che hanno fallito, non solo perché non sono state capaci di rivendicare proficuamente diritti, ma soprattutto perché hanno dimenticato di aiutare le tante persone ad <<essere>>, ad autodeterminarsi, a costruire quindi la lotta di classe, perdendosi fra i progetti pagati dagli enti e nella sensibilizzazione più degli eterosessuali che degli omosessuali, negandogli la consapevolezza politica e relegandoli nella mera emulazione. E allora sì che ci si offende, allora sì che il distrattore è il termine utilizzato, piuttosto che l’atto da rivendicare. Ciò non significa che si è liberi di insultare, ma che forse possiamo togliere non un’arma offensiva dalle mani degli omofobi, ma togliere dalle mani di tutti il concetto legato alla sudditanza di uno all’altro. Forse possiamo far crescere persone piuttosto che automi, forse possiamo capire che le vere responsabilità sono legate alla mancanza di vere e proprie politiche volte a cancellare la discriminazione e non di certo elevando il calcio ed il suo entourage ad esempio per la costruzione di una società più giusta e solidale. Non si risolve di certo appellandosi a moralismo e perbenismo, dove scandalizza l’ira di un allenatore che perde la propria partita piuttosto che la latitanza di diritti sociali e civili per milioni di persone. Perciò chiamatemi pure ricchione non trovereste miglior complimento!

Giovanni Savino

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Veduta dell'inverno moscovita da casa dell'autore

Aeroporto di Vnukovo, Mosca, 3:15 di un gelido 14 gennaio: l’aereo scivola sulla pista, sbandando un po’ come una macchina sul basolato bagnato a Napoli. Un pensiero in questo viaggio di rientro mi ha però scaldato, incurante di quanti gradi in meno ci fossero in Russia, dovuto alla lettura su “L’Espresso” della rubrica di Bruno Manfellotto, già direttore del settimanale. Questa settimana la penna di Manfellotto si è dedicata alla emigrazione “giovanile” dall’Italia, ed è cosa buona e giusta trattare di questo argomento, perché, come sottolineato dal giornalista “E però di questa realtà, e di altre che indicano un’emergenza, si parla poco. Vi ha fatto cenno Sergio Mattarella; i più tacciono perché, dicono, non c’è niente di nuovo (ma è proprio questa ineluttabilità che dovrebbe preoccupare, no?); altri perché temono di passare per gufi (…)” Tutto molto vero, e condivisibile, anche se poi Manfellotto racconta di un’emigrazione d’élite, se possiamo così definirla, ovvero di figli andati all’estero per un master, ma siamo sicuri che si tratti di questo?

Le cifre e l’esperienza raccontano di uno scenario completamente diverso, un’emigrazione ormai di massa, che coinvolge non solo giovani laureati meridionali, ma un settore consistente della popolazione italiana: i master a cui si iscrivono gli italiani migranti spesso sono le cucine di qualche ristorante o le corsie d’ospedali; si va via da un paese dove manca un numero sufficiente di infermieri (e presto sarà la stessa storia per i medici), per poter lavorare in Gran Bretagna o in Germania; scuola e università soffrono di una paradossale situazione, dove gli insegnanti precari spesso sono già cinquantenni senza posto fisso; ma non va meglio né nell’industria, né nel commercio. Un dramma però dimenticato, sottaciuto, minimizzato quando se ne parla. Un’emigrazione che spesso non è nemmeno più fatta di qualche sacrificio per mettere una somma da parte, visto che si spende la maggior parte dello stipendio per vivere nei paesi dove si lavora, e non è raro vedere genitori che raggiungono i figli per passare le festività assieme.

Mentre mi vesto in aeroporto per affrontare il gelo (calzamaglia-maglia termica-sciarpone-piumino-colbacco, manco Fantozzi a sciare), il pensiero è che i rientri sono fatti di valigie che scoppiano di provviste, bagagliai carichi, regali ricevuti, ma anche di tanta nostalgia e rabbia. Perché, come scriveva Majakovskij, la terra con cui hai diviso il freddo mai potrai dimenticarla: e lui, probabilmente, non sapeva quanto è ancor più vero quando nella tua terra ci sono esattamente 28 gradi in più d’inverno.

 

Giovanni Savino

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