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Giovanni Savino

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Trentenne emigrato a Mosca, tifoso del Napoli, storico per passione e per scelta, coltivo giovani menti (tiè tiè), ogni tanto scrivo (azz) e m'intalleo. La cazzimma come ideale da raggiungere, il chivemmuorto come pratica quotidiana.

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Il vagone dove è avvenuta l'esplosione

Dal nostro inviato a Mosca:

Scrivere di quanto è successo il 3 aprile a San Pietroburgo per me è difficile: ho vissuto lì per anni, e la linea dove sono esplosi i due ordigni è stata la “mia” linea, presa ogni giorno per andare in biblioteca o in archivio. Contattare gli amici e le amiche, e non riuscirci perché la rete è collassata, e vedere le terribili immagini dei vagoni sventrati dall’esplosione, è terribile, se non peggio.

14 morti ad ora, 11 sul posto e 3 negli ospedali, oltre 40 feriti, e una città ferita, perché, a differenza di Mosca, non era mai stata colpita dal terrore in metropolitana. La capitale russa, dal 1996 al 2010, ha subito 9 attentati, con 111 morti e 586 feriti. Scendere a prendere un treno, sedersi in un vagone, e nervosamente guardare borse, zaini, facce, ed altro – l’ansia di guadagnare l’uscita alla prossima stazione – salire velocemente le scale mobili – queste sono le azioni del giorno dopo, le preoccupazioni mie, e, probabilmente, di milioni di cittadini oggi in metropolitana.

E dà un senso di schifo, di rabbia, di stupore, leggere alcune delle principali testate italiane titolare con parole come “auto-attentato”, e inventare strambe teorie, offensive non per Putin o il Cremlino, ma per le vittime. Si condanna giustamente il complottismo usato per bollare i terribili attentati a Bruxelles, Parigi, Londra, e ci si fa beffe di chi inventa teorie assurde, ma la stampa italiana non si fa scrupolo di deridere quei 14 cittadini, morti mentre andavano al lavoro, a casa, a studiare.

Sono ferite che si aggiungono al vedere le stazioni di Sennaya e di Tekhnologicheskii Institut macchiate di sangue, nel fumo delle bombe, e nella paura di trovare, nelle liste dei morti e dei feriti, nomi a me cari. Per anni ci hanno raccontato che non esistono responsabilità collettive dei popoli, ed è giusto, ma oggi questo non si applica ai cittadini di Pietroburgo. Perché?

I miei, i nostri, pensieri vanno alle famiglie delle vittime, e alla città di San Pietroburgo.

Giovanni Savino

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Dal nostro inviato a Mosca

Il polverone scatenato dalla trasmissione Rai “Parliamone sabato” sulle fidanzate dell’est Europa, oltre ad essere stupido, indice di razzismo e orientalismo su cui si potrebbero a lungo citare Frantz Fanon e Edward Said, non tiene conto di un fatto: quanto elencato dai poco scrupolosi autori del programma non corrisponde a verità. E qui non parlo di quante meravigliose donne qui siano delle vere professioniste dei propri settori, riescano a insegnare, curare, dirigere con grande abilità. No, vorrei andare a smontare gli odiosi stereotipi della trasmissione. Non inizio nemmeno dal punto 2, dove si vede che non si è mai stati in Russia o in Polonia: il concetto di “abiti per casa” (домашняя одежда) esiste e per uomo e per donna. Ecco la mia rettifica semiseria.
Il punto 3: non sono gelose, e io sono biondo e magro. Ho avuto sceneggiate degne di Regina Bianchi per aver scambiato due chiacchiere con colleghe; un mio caro amico, per venire a farsi un paio di birre con me e un altro moscovita partenopeo, si è visto piombare l’allora partner in birreria per “controllare”.
Prendiamo poi il punto 4, dove si legge che “sono disposte a far comandare il proprio uomo”: chi scrive conosce personalmente illustri colonnelli delle Forze Armate russe, esimi accademici, egregi medici, tremebondi di fronte all’ennesima ramanzina della Nadya o Tanya di turno. D’altronde, non è sorprendente, in una situazione sociale dove negli ultimi venticinque anni il numero di divorzi è aumentato, e dove la “femminilizzazione” della famiglia è argomento assai studiato; inoltre, quanto asserito dal programma presenta uno stigma di certo poco positivo.
Il punto 6 poi è fantascientifico: non hanno mai assistito a capricci, polemiche, che spesso non sono legate a dinamiche di relazioni amorose. Chi scrive più volte ha visto quanto sia difficile, per un’impiegata o collega donna, ammettere di aver commesso un banale errore.
Insomma, non solo razzista, sessista e patriarcale ma anche bugiardi. Complimenti al servizio pubblico, e non fate le valigie: qui non troverete geishe ubbidienti e innamorate di voi, come siete chiaviche là, lo sarete qua, mai però quanto gli autori di quella trasmissione.

Giovanni Savino

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Gerardo Marotta non è più. L’avvocato filosofo per Napoli ha fatto molto più di quanto abbiano potuto e voluto fare istituzioni culturali ed educative che certo non mancano alla città, e mai ha perso il contatto con la realtà quotidiana partenopea.

L’ultima battaglia di Marotta, trovare una sede per gli oltre 160mila volumi della biblioteca dell’Istituto di studi filosofici, ad oggi, non è terminata: sembra che a nessuno interessi dare una sede a questo prezioso patrimonio raccolto dall’avvocato nel corso di una vita di studi. Una figura al centro della cultura europea, grazie all’impegno di Marotta a Napoli sono approdati nomi importanti della filosofia contemporanea come Ricoeur e Derrida, il cui lascito però rischia di essere distrutto. Tralasciamo la squallida gioia provata da alcune misere figure, autoproclamatesi “meridionaliste” ma spesso e volentieri dilettanti allo sbaraglio, alla notizia della morte di Marotta: non perdonano, all’avvocato filosofo, le sue innumerevoli iniziative volte a far conoscere la storia e le idee della Repubblica Napoletana del 1799. Di Marotta resta tanto a questa città, cosa resterà dei miseri pettegolezzi di queste figure, lasciamo a voi immaginarlo.

Già altre voci hanno proposto di destinare l’Albergo dei Poveri alla biblioteca dell’Istituto di studi filosofici: come Soldato Innamorato crediamo sia il modo giusto per onorare la memoria di Gerardo Marotta, e sosteniamo questa idea.

L’Albergo dei Poveri può diventare il cuore culturale di Napoli, e la biblioteca, da intitolare a Marotta, dovrà essere al centro di questa iniziativa: lo dobbiamo alla città, lo dobbiamo all’avvocato.

Giovanni Savino

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L'avviso di cui parla il Corriere: errori grammaticali, niente intestazioni...

Dal nostro inviato a Mosca:

Ieri sera, prima di dormire, ho dato la solita occhiata su Facebook, e vedo una foto di un avviso messo da una portiera a Kuzminki, un quartiere della periferia di Mosca. Il foglio, scritto in un russo improbabile con tanti errori grammaticali e d’ortografia, chiedeva di lasciare 500 rubli (ben 8 euro) alla portiera in vista della costruzione di un rifugio antiaereo, così da assicurarsi un posto in caso di bombardamento. “Classico scherzo, della serie: che si fa per campare”, penso, e mi addormento.

Stamattina, sul Corriere della Sera, a firma di Fabrizio Dragosei, conosciuto come esperto giornalista di esteri, c’è un articolo. Il titolo? “Clima di guerra in Russia“. Eppure vivo al centro di Mosca, non un carro armato, non un aereo in volo, nessuna pattuglia dell’esercito per strada… ma ecco che il caffè mi risale alla bocca: “L’amministrazione del quartiere Kuzminki, nella periferia sud di Mosca, ha rotto gli indugi e ha già lanciato una raccolta di fondi tra gli abitanti per costruire un nuovo rifugio anti-atomico: «Ogni contribuente avrà un pass nominativo per entrare. Affrettatevi, i posti sono limitati».” Cioè, un avviso senza: a. numero di protocollo; b. scritto in modo sgrammaticato; c. senza timbri, intestazioni… e su cui ride tutta la Russia è stato preso come vero.

La Russia continua ad essere un paese misterioso, e raccontato dagli uni come l’Impero del male, pronto ad invadere qualsiasi paese, una specie di Mordor con Darth Putiner, e dagli altri come l’ultimo baluardo dei “valori” e come una nazione tutta stretta attorno al “grande Putin libera gli italiani da immigrati e Renzi!!!1!1!!”. Un conto però è quando lo fa qualche opinionista da Facebook, di cui abbiamo già parlato qui, ma… può il più importante quotidiano italiano prendere per VERA una fesseria così evidente? E non si tratta nemmeno del non conoscere il russo, dell’ignorare la realtà del paese… ma qui non si verificano nemmeno le fonti. Giornalismo?

Ora vado, devo affiggere degli avvisi: “RIFUGIO ANTIATOMICO, CON PASTA GAROFALO E CAFFE’ PASSALACQUA: INGRESSO, 1000 RUBLI”.

Giovanni Savino

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Dal nostro inviato a Mosca.

Spesso si critica internet, si attaccano i social, senza tener conto di come a utilizzare e ad imprimere una direzione a questi strumenti siamo noi. Quella dell’opinionismo social è una piaga ben peggiore delle punizioni divine dell’Antico testamento, e racchiude tutto il peggio di cui può essere capace l’essere umano: arroganza, ignoranza, polemica sterile. Non si tratta di dover avere una laurea per poter avere il diritto di dire la propria, no, non fraintendetemi, spesso chi è in possesso di un titolo si crede ancora più legittimato a doverci comunicare la propria, arrivando alle vette del “tuttologo” di Mai dire TV, con la differenza di poter sfoggiare un percorso di studi.
Ma poi, bisogna avere un’opinione su tutto? In verità vi dico, non ho un’opinione su tutto, e non me ne pento. La questione non è difficile: la quantità di esperienze e conoscenze che possiamo ottenere è pur sempre limitata, ed è mia intima convinzione che la ricerca è un processo collettivo; per questo mi spaventano i tuttologi, spesso in grado di discettare su intricati problemi di politica internazionale o di medicina senza avere alcun tipo di approfondimento sul tema. Mi spaventano, perché ci vedo il brodo di cultura da cui emergono santoni alla Brigliadori pronti a propagandare pericolose fandonie anti-chemio; li temo perché lì c’è chi crede, come successo ad uno dei migliori scrittori italiani (a mio parere), Amleto de Silva, che esista un bambino dal nome Celardo: Amlo aveva pubblicato una finta lettera dove diceva cosa avrebbe fatto a un ipotetico figlio sfaticato nel caso non avesse fatto i compiti; ebbene, dopo che alcune pagine (quelle che ogni tanto rubano anche a noi foto e post) hanno preso la foto, ci sono stati commenti indignati in difesa del bambino.
C’è una quantità impressionante di opinionisti della home, che ad orari prestabiliti, manco fossero bot programmati, inseriscono commenti del tipo: 8:00 Obama cattivo; 9:00 PD ladro (o M5S falso); 10:00 considerazioni storiche ricopiate da Wikipedia; 11:00 commento della notizia del giorno; 12:00 commento sulle elezioni americane e così via. Questa attività smodata nel digitare rende questi personaggi non dei grandi commentatori su tutto lo scibile, ma solo dei fastidiosi “sapientoni”, le cui fonti spesso sono anche dubbie (inoltre, non pochi di questi si basano su informazioni di terza mano, non conoscendo altre lingue); e non va confusa con l’appartenenza a questa o quella parrocchia, ma è diffusa, e si va sempre più espandendo.
Un anno fa, o giù di lì, ho ricevuto una telefonata da una importante trasmissione TV di un canale russo per commentare il terrorismo in… Turchia. Mi sono rifiutato, per una semplice ragione: non conosco quell’argomento, non ne so più del normale lettore curioso, non parlo turco. Invece conosco, ahimè, connazionali improbabili che appaiono a commentare qualsiasi cosa, “esperti” del nulla, in cerca di un po’ di pubblicità, di una affermazione del proprio ego. E no, non sono d’accordo fino in fondo con quanto sosteneva Umberto Eco, né tantomeno voglio limitare la libertà d’espressione; spesso l’obiezione di questi tuttologi è quella della “democrazia e della libertà di parola”. Ma la democrazia non è urlare una serie di fesserie in un megafono, o avere il diritto di propagandare pericolose idiozie come le cure alternative per il cancro o abbaiare contro i vaccini; la democrazia è partecipazione, è discussione, è confronto. Ed i tuttologi non hanno bisogno di tutto ciò, perché hanno la verità, e la declamano; chi scrive, resta sempre seguace di ciò che insegnava il professor Gennaro Bellavista.

Giovanni Savino

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Un'immagine di Amatrice oggi - da Sky TG24

Oggi è una giornata terribile, ancora una volta il terremoto spazza via case e vite. Mentre già comincia la solita sequela di polemiche, pubblicità ed altro, c’è chi, meritoriamente, è andato a donare il sangue. Chi scrive è donatore da tempo, e sa come ancora oggi ci sia un problema con le riserve di sangue: Lazio e Campania, per dirne una, sono molto al di sotto dell’autosufficienza. Qui al Soldato Innamorato siamo uomini d’amore, e il sangue lo buttiamo pure aggratis. Ecco cosa il nostro meraviglioso sindaco, Paolo Russo, ha scritto per motivare perché bisogna SEMPRE donare, e negli ospedali e non a privati. Un vero e proprio decalogo:

10) MERENDINA GRATIS – C’è gente che va alle mostre e alle inaugurazioni solo per partecipare gratis al buffet, quando donate il sangue vi offrono una merendina e un succo di frutta e non dovete fare finta di apprezzare installazioni postmoderne di artisti semisconosciuti.

9) FA FIGO CON L’INFERMIERA/DOTTORESSA – siamo tutti cresciuti con i film in seconda serata delle reti libere e il sogno di un’infermiera come Nadia Cassini o una dottoressa come Edwige Fenech ci ha accompagnato molto spesso. Le possibilità sono di circa una su un milione ma comunque vanno onorate! Donando il sangue l’infermiera vi guarda con gli occhi della riconoscenza ed è già un buon inizio, poi vi chiede le vostre abitudini sessuali e alimentari e si può creare una certa intimità.

8) PUOI AIUTARE QUALCUNO SENZA DARE SOLDI – Non fate la dichiarazione dei redditi quindi non donate il 5 per mille? Non avete soldi da donare perché non avete manco soldi per campare? Ne avete pochi e non sapete a chi donarli? Donare il sangue è gratis e vi risolve il problema “A chi lo dono”, i medici sceglieranno per voi e di certo andrà a qualcuno che ne ha bisogno.

7) SEMBRATE PERSONE SERIE – Potete essere disoccupati per scelti che passano la vita all’Eurobet, potete essere figure mitologiche metà uomo metà sedia del Bar sotto casa, potete essere talmente sfasulati che indossate più tempo il pigiama che i vestiti per uscire (che in tal caso comunque somigliano il pigiama) ma quando donate il sangue vostra madre avrà uno di quei rari momenti in cui non si vergogna di parlare di voi, le ragazze smettono di guardarvi schifati (almeno per un attimo) e gli amici quando dicono “Nun fa nu cazz’ ra matin’ fin’e a’ ser'” dopo aggiungeranno un però! Se poi siete già persone serie diventerete anche generose.

6) ANALISI GRATIS – Vi arrivano a casa analisi dettagliate, vi fanno una bella visita. Donando abitualmente potrete seguire l’andazzo di colesterolo, trigliceridi etc. e sapere quando è bene diminuire la dose di ‘nzogna quotidiana.

5) EVITATE QUELLI DELL’AVIS – Quando camminando per strada vi si fionda addosso con la delicatezza di Policano negli anni d’oro un omino che vi dice “Vogliamo donare il sangue?” Potete dirgli “L’ho appena fatto!” Vi assicuro che è l’unico modo per fermarli di colpo e poter proseguire la vostra passeggiata senza essere seguiti per alcune decine di metri. Purtroppo non funziona con i venditori di calzini…

4) QUALCUNO VI VUOLE BENE – Chi riceve il vostro sangue e i suoi cari vi vorranno per sempre bene anche se non sanno chi siete, ogni volta che qualcuno a un semaforo vi augura la morte per motivi di viabilità, voi avrete la benevolenza di qualcuno che compensa gli effetti della bestemmia.

3) MEGLIO DI UN”LIKE” SU FACEBOOK PER I BAMBINI MALATI – Ogni tanto su Facebook qualcuno chiede un like per i bambini negli ospedali e cose simili. Non ho idea di cosa possa fare un bambino con un like e neanche come possa utilizzarlo il suo medico curante. Però ho una vaga idea di quanto possa essergli utile un sacca di sangue.

2) NON SI LAVORA – Avete diritto a un giorno di riposo, non vale per gli individui del punto 7 dove il problema non si pone ma per tutti gli altri un giorno di riposo retribuito fa sempre piacere.

1) TANTO IL SANGUE LO BUTTIAMO OGNI GIORNO – Non è meglio donarlo che buttarlo?

Se vi abbiamo convinto non vi resta che informarvi sugli orari in cui è possibile donare negli ospedali, anche perché, purtroppo, l’emergenza del sisma in Italia centrale durerà per qualche tempo.

Paolo Sindaco Russo – Giovanni Savino

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Un momento dei violenti scontri tra inglesi e russi a Marsiglia

L’UEFA ha deciso di ammonire la Russia, paventando l’esclusione della selezione nazionale dai Campionati europei in corso. Ora, tutti abbiamo avuto modo di vedere l’indecente invasione del settore inglese durante il match di Marsiglia, ma gli scontri nella città francese hanno coinvolto i sostenitori dei leoni d’Anglia, che non sono certamente noti per tenerezza: come mai la federazione europea non ha rivolto lo stesso monito ai teppisti d’Oltremanica? La risposta è semplice: per l’UEFA conta ciò che avviene all’interno dello stadio, il “prima” e il “dopo” sono materia di competenza delle autorità locali.

Qui sorge però una domanda: per arrivare in Francia, questo gruppo di rissosi e molto fascisti tifosi russi hanno bisogno del visto, che viene rilasciato dalle ambasciate e dai consolati dei paesi aderenti all’Unione europea. Come mai nessuno controlla? Non è certo la Federcalcio russa a fornire passaporti e visti. Ed è abbastanza sconcertante vedere chi accusa i russi (ripetiamo, teppisti, ultranazionalisti, razzisti quanto si vuole) e non guarda cosa accade tra i sostenitori di altre selezioni: è l’esempio dei civilissimi tedeschi e dei gentilissimi ucraini, presisi pacificamente a sediate tra le viuzze di Lilla. Però non è avvenuto nello stadio, quindi niente, e anche le simpatie molto razziste di questi altri hooligans non sembrano toccare l’UEFA.

Due sono le cose: o la violenza non è accettabile, o lo diventa. Una spranga data in testa dentro o fuori lo stadio non è che cambia di peso specifico.

Giovanni Savino

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Già lo scorso anno varie testate, tra cui il Corriere dello Sport, avevano riportato del bug di Google Maps: quando si digita “lavali col fuoco”, si viene indirizzati al Vesuvio. Certo, si può dire che scrivendo “vai a cag…” si finiva allo Juventus Stadium, ma, appunto: si finiva, ora non c’è più, invece si viene reindirizzati sul “formidabil monte, sterminator Vesevo” ogni volta che lo si invoca.

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Evidentemente i napoletani sono figli di un dio minore, e non si distingue nemmeno tra una frase certamente poco urbana, e l’invocare un disastro che può colpire chiunque: tifosi napoletani, milanisti, juventini o del Savoia. D’altronde, in un’epoca in cui tutto è relativo, dove crimini efferati della storia vengono sminuiti con la costante comparazione, “che sarà mai un lavali col fuoco”. Invece per noi conta. Siamo certi della protezione del Vesuvio, che non può prestar ascolto a tanta stupida cattiveria ma… hey, Google Maps, rimuovi questo bug?

Giovanni Savino

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Pripyat, città abbandonata dopo l'esplosione della centrale di Chernobyl

Dal nostro inviato a Mosca:

Per molti italiani, Chernobyl’ è il disastro nucleare per eccellenza, anche se Fukushima (di cui colpevolmente si tace) ha raggiunto quei livelli di orrore, e sono state queste due catastrofi a porre (almeno per ora) termine ad ogni discorso sul nucleare.

Quel 26 aprile 1986 è rimasto impresso, anche per quelli che, come chi scrive, erano molto piccoli: la nube radioattiva sull’Europa, il divieto di comprare ortaggi e frutta, il silenzio imbarazzato dei vertici sovietici a nascondere la tragedia, e l’assoluta novità della catastrofe nucleare in tempo di pace. E, dopo la catastrofe, alzi la mano chi non ricorda i bambini bielorussi (la centrale si trova al confine tra Ucraina e Bielorussia) e ucraini che venivano qui, in cerca di un po’ d’aria e di sostegno nel caos seguito alla caduta dell’Urss.

A riascoltare l’annuncio d’evacuazione della città di Pripyat, a soli 2 km dalla centrale di Chernobyl, si avverte un senso d’inquietudine. Il tono ufficiale dei notiziari e degli annunci sovietici è incrinato, la voce della donna regge a fatica l’agitazione, come è normale che sia. L’evacuazione temporanea è diventata ormai eterna, in quei luoghi, come ha indicato il giornalista napoletano Marc Innaro in un servizio Rai di questi giorni, il tasso di radioattività è superiore alla norma di centinaia di unità.

Pripyat era una città modello, una delle ultime atomgorod (città dell’atomo) dell’Unione Sovietica, costruita per essere a misura d’uomo: i lavori furono eseguiti da brigate volontarie del Komsomol (la gioventù comunista) provenienti da tutto il paese, le strade vennero pianificate affinché non si formassero ingorghi, e la città non era un ghetto, ma un insediamento urbanistico con teatri, cinema, ospedali, asili. Una città con 47.500 abitanti, più di 25 nazionalità, abbandonata il 27 aprile di fronte alla tragedia nucleare: da quel momento Pripyat si è trasformata in un tetro sito archeologico dell’utopia atomica, ancora oggi sinonimo di catastrofe.

Lo scenario oggi presente nella Zona d’alienazione ricorda ciò che i fratelli Strugacskij descrissero nel loro romanzo Picnic sul ciglio della strada (ripubblicato in italiano nel 2011 da Marcos y Marcos), poi portato sullo schermo da Andrej Tarkovskij con il suo Stalker: lo stravolgimento delle leggi fisiche, una natura che si riappropria, mutata, del proprio spazio, e il tentativo di alcuni di vivere lì, tra le rovine di una città ferma al 1986.

La tragedia di Chernobyl continua ad essere un monito, anche per quel nucleare sconosciuto che abbiamo in Italia, come ad esempio il traffico di navi e armi nei nostri porti. Basta poco, e quei palazzi vuoti e quella natura contaminata potrebbero divenire realtà.

Giovanni Savino

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Dal nostro inviato a Mosca:

La storica biblioteca 183, intitolata a Dante Alighieri e situata nelle vicinanze dell’Università statale di Mosca, rischia di chiudere. Attiva sin dal 1955, la biblioteca promuove la diffusione della cultura italiana, e ha oltre ventimila fondi, che andranno divisi e quindi definitivamente persi, oltre al licenziamento di gran parte del personale.

Lo sfratto doveva avvenire il 30 aprile, ma la mobilitazione ha permesso di ottenere un rinvio, senza però garantire nessuna certezza al futuro della Dante. Anche la comunità italiana di Mosca si è mobilitata, e si attende una presa di posizione netta anche da parte delle rappresentanze di Roma in Russia.

Perché è importante parlarne su “Il Soldato innamorato” e invitarvi a firmare la petizione? (Ecco il link) La biblioteca è ciò che noi vorremmo anche nelle nostre terre: un posto dove studiare, leggere, un luogo d’aggregazione. La Dante è inserita nel tessuto sociale del quartiere Gagarinskij, ed è un punto di riferimento anche per gli italiani a Mosca.

Salviamo la Dante Alighieri! E attenzione, perché chi non firma rischia di finire nel girone degli ignavi… :)

Giovanni Savino

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it