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Gianfranco Irlanda

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I buoni propositi ci accompagnano quasi tutto l’anno. A cominciare da quando si approssimano le festività natalizie – a volte le festività si approssimano presto, anche a novembre, quando iniziamo a vedere qualche vetrina, passato il furore di Halloween, popolarsi timidamente di qualche fiocco di neve o piccole stelle di Betlemme – nel momento in cui iniziamo a pensare all’arrivo del nuovo anno (come se un nuovo anno fosse una novità…. certo per noi che ne viviamo mediamente un’ottantina, ai primi 25-30 anni non ci abbiamo forse ancora fatto il callo); in seguito i buoni propositi si ripresentano quando si avvicina la primavera, per ripresentarsi imperterriti e mai sconfortati all’inizio dell’estate. Questi maledetti buoni propositi ritornano, protervi, al termine delle vacanze come se non ci fossero già abbastanza problemi a cui pensare.

Uno dei peggiori buoni propositi che devo affrontare puntualmente, visto che mi riguarda di persona, è caratterizzato dal desiderio di tante e tanti che, al rientro dalle vacanze, si rendono conto che le loro velleità relative alla fotografia sono state puntualmente e miseramente disattese dalla valanga di foto mal riuscite scattate in luoghi magari bellissimi, mitici, scenograficamente spettacolari e chi più ne ha più ne metta, e vorrebbero migliorare la qualità dei loro scatti…

Devo fare una precisazione: comunque sia, lode a quelli che si rendono conto che le loro foto non rispecchiano le aspettative e la bellezza dei luoghi visitati. Significa che hanno una certa sensibilità estetica e buon gusto, oltre che avere delle esigenze quanto meno superiori alla media. Gli altri, quelli che tornano dalle vacanze e postano su facebook e altrove le loro immagini senza nemmeno ruotarle affinché vengano viste dritte sullo schermo, be’, quelli sono senza speranza e non meritano attenzione da parte mia (e nemmeno da parte di parenti e amici su fb… se avete un minimo di buon cuore, e di autostima, bloccateli senza pietà, anche se loro non capiranno mai il motivo).

Perché il desiderio di quelli che vogliono migliorare le proprie foto mi riguarda di persona? Perché ho la ventura di condurre un corso di fotografia ormai da quasi sette anni, e spesso il desiderio degli allievi è, espresso o meno che sia, quello lodevole ma ambiguo di “migliorare le proprie foto”.

Pare facile…

Non voglio stare qui a scrivere un papiello relativo alla qualità minima che devono avere le immagini che mostriamo ad altri diversi da noi stessi (questa sarà materia per un articolo successivo…), quanto rendere partecipe chi legge di certi principi generali che caratterizzano la fotografia, in particolare quella delle vacanze, e la rendono diversa da una cosa che fa talmente parte di noi e che, per questo, diamo così tanto per scontata da… dimenticarne le peculiarità. Questa cosa è il nostro ricordo.

La fotografia, anche nella sua forma intrinsecamente legata alla memoria, quella che comunemente si chiama foto ricordo (e che spesso ultimamente prende la forma del selfie, o più in generale dell’immagine scattata con il cellulare e prontamente postata e condivisa), può permettersi anche con il massimo dello sforzo di riprodurre, e consentirne pertanto la memoria, in maniera “accurata” soltanto la nostra percezione visiva – in realtà non riproduce esattamente la nostra memoria visiva, in quanto l’immagine fotografica risponde a dei criteri che non corrispondono completamente a quelli della nostra visione, continua e binoculare, meno che mai alla nostra memoria in senso più ampio associata allo stimolo visivo. Il nostro ricordo, anche se fotograficamente catturato nel momento stesso in cui si forma, necessita di supporti che non sono meramente visivi, i quali supporti contribuiscono alla sua formazione e successiva riemersione. Quando rivediamo le foto che abbiamo scattato, si manifesta una piccola sinestesia: il senso visivo stimola un ricordo ben più ampio e articolato che mette in moto una quantità di altri ricordi che sono stati registrati dal cervello provenienti dagli altri sensi, magari nemmeno esattamente nello stesso momento, e che contribuiscono nell’insieme a formare in noi il ricordo come lo conosciamo. Sensazioni tattili, odori, suoni, sensazioni di benessere dovuti alla temperatura, alla compagnia, vengono prontamente e sistematicamente memorizzati e difficilmente possono essere cancellati, anche se non li sperimentiamo di continuo; così come succede alle sensazioni negative, che magari vengono relegate in secondo piano e che però il nostro subconscio tiene in riserva fino al momento in cui potrebbero tornare utili.

Purtroppo, tutto quello che non è registrato visivamente dalla fotografia non sarà percepibile a un osservatore terzo, e spesso anche noi, presto o tardi, dimenticheremo in parte o del tutto i motivi che ci hanno spinto a scattare quella determinata immagine. La foto della bella spiaggia della sperduta isola greca o della caletta di Stromboli probabilmente evocherà in chi l’ha scattata tante sensazioni differenti, e magari continuerà a farlo anche a vent’anni di distanza dal momento della ripresa, ma tante, troppe volte la sensazione, l’atmosfera che caratterizzava quel momento verrà persa, nonostante la fotografia sia stata presa proprio per testimoniarla. Dobbiamo tenere conto che, chiunque sia l’altro che guarda le nostre foto, non potrà mai percepire le particolarità che quella situazione rivestiva per noi, a meno che non riusciamo a comunicarle in qualche modo inserendo degli indizi visuali all’interno della foto stessa. Le fotografie, lungi dall’essere una rappresentazione oggettiva della realtà, diventano per un osservatore estraneo un rebus complesso, in cui la percezione visiva la fa da padrona, ed è soltanto per intuizioni degne del miglior detective che possiamo tentare di inferire qualche significato altro da ciò che vediamo, cercando di dare un senso diverso a quel tramonto uguale a milioni di altri, oppure alla foto del monumento volutamente o meno identica alle cartoline, ovvero alle migliaia di foto viste su internet. A meno che… chi le ha scattate non ci stia deliziando raccontandoci il dietro le quinte di ogni singola foto, mentre ce le mostra al pc in un’interminabile e soporifera sequenza, dopo averci subdolamente invitato a cena al rientro dalle vacanze…

Gianfranco Irlanda

 

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Quando visitiamo una città poco conosciuta, di solito, siamo molto indirizzati, nella lettura e nell’esplorazione del luogo, dalle immagini che avremo “assorbito” in precedenza, dalle foto sulle riviste o dai siti online prima di decidere il nostro itinerario, a quelle sulle guide turistiche quando cercavamo di informarci, non ultime le immagini di accompagnamento alle cartine rilasciate degli uffici del turismo. Spesso ci facciamo trasportare verso quei luoghi che abbiamo già incamerato e fatto nostri per accumulo, e questo guiderà quasi invariabilmente le nostre esplorazioni, almeno all’inizio, della città che stiamo visitando.

Come pensare che so, a Roma senza il Colosseo, Londra privata del Big Ben, oppure a Parigi senza farci spuntare da qualche parte la Tour Eiffel, come ben rappresentato nel film French Kiss, in cui una spaesata Meg Ryan non riesce mai a vedere realmente la Tour che vorrebbe fosse ben più presente, perché così aveva immaginato la città.

Immagino che lo stesso accada ai turisti che visitano Napoli, nel momento in cui alcune attrattive, molto iconiche, certo, vengono pompate e sottolineate visivamente a discapito di tante altre. Castel Nuovo, piazza del Plebiscito con il suo colonnato e la chiesa di San Francesco di Paola, il lungomare di via Caracciolo, oppure altre attrattive come il Cristo Velato, o i teschi del cimitero delle Fontanelle. Diventerebbe impensabile e quasi mortificante per un turista tornarsene a casa senza aver visto (e almeno nei limiti del possibile, fotografato…) almeno le principali attrattive del luogo, che poi di solito sono semplicemente quelle più scenografiche.

Anche a un Napoletano medio in fondo, i luoghi principali della città sono per così dire una sorta di vessillo da erigere nel momento in cui gli viene chiesto cosa visitare o cosa c’è da vedere in giro, in una sorta di “agenda setting” turistico da cui diventa difficile uscire. Difficile soprattutto perché alcune delle cose che potenzialmente potrebbero essere maggiormente caratterizzanti sono difficili da cogliere e ancora più difficile è spiegare come arrivarci…

Premetto che io non sono napoletano al 100%, essendo cresciuto in provincia (anche se molto più vicino al centro di Napoli di tanti che nel comune di Napoli risiedono…), e ho sempre visto ed esplorato la metropoli partenopea con gli occhi dello straniero che però ha delle radici profonde nel luogo. Quando iniziai a seguire i corsi universitari, nell’ormai lontano 1988, avevo delle ore di spacco, e quelle ore le iniziai a sfruttare per girovagare nei vicoli di quella Napoli che non conoscevo bene, intendo quella del Centro Antico e zone limitrofe, spingendomi anche altrove. All’epoca non portavo con me la macchina fotografica ovunque, come avrei iniziato a fare un paio di anni dopo, e quindi purtroppo non ho testimonianze di questi primi giri, ma quando finalmente cominciai a usare una fotocamera, una telemetro sovietica (no, non era una Zenit…) comprata sulle bancarelle dei mercatini di ex aderenti al Patto di Varsavia, volli rifare quei giri e ritornare sui luoghi di quelle prime esplorazioni.

Non avevo una guida turistica con me, e nemmeno le immagini tradizionali mi conducevano nell’esplorazione. Avevo però delle immagini che mi avevano affascinato, immagini che erano talmente presenti dentro di me che finii inconsapevolmente per fare delle foto quasi uguali. Le immagini provenivano da quello che per me è forse il testo che mi ha spronato verso la professione di fotoreporter, e cioè il libro fotografico “La Napoli di Bellavista” di Luciano de Crescenzo, una esplorazione dello scrittore e regista, in veste di fotografo, nella sua Napoli, una Napoli degli anni Settanta che ormai sembra completamente perduta. Il sottotitolo del libro “Sono figlio di persone antiche” ben si adattava alla mia personale esperienza, avendo nella memoria e nelle orecchie i racconti del tempo di guerra di mia madre, che l’aveva vissuta anche nei momenti tragici, ma che erano sempre racconti velati di nostalgia e percorsi da una sottile vena di commedia, come nella migliore tradizione del teatro di Eduardo de Filippo.

Quando mi mossi nelle esplorazioni fotografiche, nei primi anni Novanta, quella Napoli era ancora ben presente, anche se relegata in alcune “sacche” che si stavano restringendo. Non cercavo il Cristo Velato; cercavo, magari inconsapevolmente, il banco dell’acquafrescaia “Zi’ Nennella”, in piazzetta Teodoro Monticelli, dove più tardi avrei scoperto esserci l’unico palazzo civile di epoca angioina sopravvissuto a Napoli, palazzo Penne; trovavo vicoli che non avrei mai immaginato, come vico Paparelle al Pendino, o transitavo per strade dalla mitica toponomastica come vico Scassacocchi. Passavo tutti i giorni davanti al più commovente dei luoghi mitici della Napoli di una volta, l’Ospedale delle Bambole, che ancora resiste anche se in forma un po’ diversa, dove si poteva leggere il foglio di degenza di una bambola, affetta magari da Sindrome della Bambola Triste. Oppure mi trovavo a percorrere via Santa Maria Antesaecula, nel rione, ex borgo, della Sanità, che aveva visto i natali del principe Antonio de Curtis, ovvero Totò. Più avanti negli anni mi sono ritrovato a percorrere tramite le immagini i luoghi e le memorie di un altro archivio vivente, ormai non più tra noi, quel Vincenzo Leone che fu giovane scugnizzo ai tempi delle Quattro Giornate di Napoli e che mi ha fatto scoprire la sopravvivenza di un Vomero ancora in qualche punto ristretto zona agricola nonostante l’incombere dei palazzi di dodici piani e dei pilastri degli svincoli della tangenziale.

Esiste una geografia della memoria, in una città antica come Napoli, che difficilmente si ritrova in altri luoghi, soprattutto perché, tranne alcune zone, come quelle interessate dal Risanamento di fine Ottocento o della “city” di epoca fascista, ha mantenuto una struttura e una forma urbis pari pari ai tempi della Neapolis greca, trasformandosi per accumulo e solo raramente per abbattimento e ricostruzione. Anche laddove questo tipo di intervento è stato condotto, si pensi appunto al periodo del risanamento, esso venne compiuto solo sulle strade principali o quasi, lasciando che la Napoli descritta dalla Serao sopravvivesse ancora nei vicoletti e nelle strade e piazzette secondarie. Stiamo certo assistendo a delle lente trasformazioni della geografia umana, ma queste si ibridano alla presenza millenaria, difficilmente agiscono per scalzarla via. Le testimonianze fotografiche aiutano non poco a leggere le trasformazioni, o, come nel caso di Napoli, le persistenze (se non, in certi casi, l’immobilismo) nella forma e nella identità di un luogo.


Gianfranco Irlanda

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Negli articoli precedenti forse sono apparso un po’ cattivo, nel mio cercare di gettare uno sguardo critico verso quelli che si accingono a partire portandosi dietro la macchina fotografica. Non volevo certo spegnere completamente gli entusiasmi, al limite li volevo raffreddare un po’, ma mi rendo conto di non essere venuto incontro alle esigenze di una buona parte di lettori.
Ebbene, nel mio intervento settimanale di quest’oggi cercherò invece di essere propositivo e dare qualche consiglio reale e soprattutto pratico (fuori tempo massimo, quasi, ma c’è tanta gente che in vacanza ancora non è andata, e poi sappiamo bene che la stragrande maggioranza degli italiani si muove solo a ridosso di ferragosto…), stavolta senza facili ironie ma con un po’ di autoironia…

Il primo consiglio che posso dare a tutti è questo: partite leggeri.

Devo fare una confessione: sono il peggiore ascoltatore dei miei consigli. Quando devo organizzarmi per partire, nonostante le ottime intenzioni, tendo a portare con me almeno il doppio di quanto mi è realmente necessario. Ovviamente non lo consiglio a nessuno, significa avere con sé due corpi macchina, due esemplari per ogni obiettivo scelto o qualcosa del genere, e di conseguenza due borse fotografiche con relativa attrezzatura. Premessa, di solito mi muovo in auto, e nel bagagliaio riesco quasi sempre a trovare lo spazio utile per ficcarci qualcosa in più (non dirò quale auto ho e men che meno la targa, del resto ha i suoi 400.000 km e non attira molto i ladri; fatto sta che ha un bagagliaio modulare e c’entra di tutto). Per chi si sposta con altri mezzi le cose diventano molto complicate, per non parlare di chi vola low cost, ma ci arriveremo tra poco.

Che significa avere due di tutto? Non dico che porto con me due obiettivi uguali in tutto e per tutto, attenzione: avere un completo backup probabilmente lo fa (anzi lo faceva, nei tempi d’oro) solo qualche fotografo del National Geographic Magazine in missione per qualche mese sul campo. Il backup di cui parlo consiste nel riuscire a coprire e ad accavallare il più possibile (senza ovviamente esagerare) le lunghezze focali di cui si pensa di avere bisogno. Dovrei fare a questo punto, se fosse possibile, una premessa alla premessa, ricordando che quando ho iniziato a fotografare gli obiettivi a focale variabile, volgarmente detti zoom, non erano affatto la norma e soprattutto erano pochi quelli qualitativamente in grado di sostituire le lunghezze focali fisse più usate (se qualche lettore ha difficoltà a penetrare nel concetto di lunghezza focale, fissa o zoom che sia, suggerisco di fare una breve e illuminante ricerca su google…); preso come obiettivo cardine il 50mm, la cosiddetta focale normale, ci si abbinava un paio di obiettivi con cui si poteva fare quasi tutto, di solito per l’amatore erano il 135mm (la più lunga focale medio tele) e il 28, il primo vero grandangolare, ovvero una lunghezza focale più lunga, quindi una visione più stretta, e una più corta, quindi una visione più ampia rispetto alla focale di mezzo, il 50. Qualcuno, più interessato al reportage classico e alla ritrattistica, ambientata e non, poteva optare per la terna 24mm, 50mm e 100mm, coprendo una gamma di focali più tendente al grandangolare che al tele; in altri casi la scelta poteva essere 20mm, 35mm e 80/90/100mm (a seconda degli interessi specifici e dei gusti), spostandosi ancora di più sul grandangolare (paesaggistica urbana, interni, ritratti, col 35mm a fare le veci dell’obiettivo normale in versione larga). Gli utenti con meno mezzi, oppure più spesso i fotografi che usavano Leica a telemetro, tendevano a ridurre le opzioni, scegliendo solo due lunghezze focali (che potevano essere varie, ma di solito erano un grandangolare, dal 24 al 35 passando per il 28mm, e un medio tele tra gli 80 e i 100mm: la scelta è chiara, si poteva così scattare in interni o comunque vicino al soggetto, ed eventualmente usare il medio tele per isolare il soggetto dallo sfondo – più che avvicinarlo con un tele lungo). C’è da dire, e voglio sottolinearlo questo aspetto, che gli obiettivi fissi erano parecchio più luminosi dei corrispettivi zoom dell’epoca (questo vale anche adesso, anche se non nella stessa misura), ed erano magari tutti tra f/2.8 e f/1.4 (media f/2), mentre gli zoom se si andava bene erano f/4 costante su tutta l’escursione. Da queste abitudini sono nati gli zoom che si usavano, e si usano ancora sulle fotocamere digitali full frame, dalle escursioni “classiche” 35-70, 35-80, 28-70, 28-105, 24-90, eccetera… il marketing e anche le esigenze più spinte di parecchi amatori (alcuni pigri, altri giustamente stanchi di portarsi dietro quattro o cinque obiettivi pesanti e ingombranti) hanno portato agli zoom di lunghezze focali 28-200 prima e poi 28-300, coprendo parzialmente anche il territorio della fotografia sportiva e naturalistica, le lunghe focali. Per equivalenza, sono nati perciò molti obiettivi dedicati ai formati più piccoli, che coprivano esattamente gli stessi angoli di campo (la stessa visione, chiamiamola così, ma in effetti semplicemente la stessa inquadratura o ritaglio della realtà), e cioè il giustamente bistrattato 18-55 di corredo (dico giustamente perché terribilmente poco luminoso e, spesso, anche di scarsa qualità, soprattutto meccanica), equivalente quasi pari pari al 28-80 che era il corredo standard delle fotocamere di fascia economica nel tardo periodo analogico, ma anche i 18-200 (equivalenti ai 28-300) e tanti altri.

Mi direte voi, a questo punto, ma a che serve avere più obiettivi se con un 18-200/28-300 posso fare tutto? In effetti la sensazione di onnipotenza di un obiettivo dalle focali così estese viene presto a scontrarsi con i compromessi che gli sono connaturati. Scarsa luminosità (quindi difficoltà a scattare con scarsissima luce, anche con sensibilità estreme – vedi foto del cinghiale che accompagna questo articolo), maneggevolezza perfettibile, peso e ingombro non certo ridotti, sono tutti difetti presenti con gli obiettivi zoom, a maggior ragione con quelli pur di ottima qualità (e di enorme costo) che comunque non riescono ad eliminare tanti difetti che, già presenti nelle pari focali fisse, possono diventare estremamente pesanti su obiettivi frutto di troppi compromessi. In situazioni estreme avere una o due focali fisse, magari molto luminose o comunque qualitativamente molto buone, può tornare estremamente utile.

A questo punto ragioniamo su quello che mi sono portato in questo viaggio per l’Italia, alla ricerca di immagini di cento anni fa. Visto che il viaggio aveva uno scopo fotografico ben preciso, e che probabilmente sfocerà in una mostra, non potevo scendere troppo a compromessi, e la necessità di rifare letteralmente delle foto d’epoca di cui non si conosce la focale né il punto preciso da cui furono scattate rendeva necessario riuscire a coprire molte situazioni particolarmente ostiche (si tratta sia di cartoline, quindi foto scattate da professionisti, sia foto amatoriali, per cui le attrezzature in uso potevano essere parecchio diverse).
Ho quindi portato con me un obiettivo tutto fare, un 18-135 (qualitativamente buono ma non da urlo) che mi accompagna nelle escursioni in montagna, mentre in altre situazioni porto con me una terna di obiettivi meno ovvia, un 12-24 (zoom supergrandangolare), un 17-50/2.8 (zoom normale e luminoso) e un vecchio 75-150 a fuoco manuale che mi può tornare utile per isolare qualche soggetto. Ho ovviamente anche un vecchio 50 macro, f/4, leggero e poco ingombrante, che affianca il 18-135 nel caso voglia fare una macro “seria”, e… ultima ma non meno importante, ho sempre con me una compatta di buon livello (una Fujifilm X10), che mi affianca in auto quando non posso perdere tempo e mi accompagna la sera quando sarebbe troppo portarsi dietro tutta l’attrezzatura luminosa della reflex. Non dimentichiamo uno degli accessori più importanti, il cavalletto. Uno non enorme, ma robusto e solido come una roccia, che serva per un cielo stellato come per un panorama notturno (vedi foto delle stelle, scattata per 30 secondi… non gestibile se non con il cavalletto). Non porto tutto con me tutto il tempo, una parte resta in auto, altra in albergo nella valigia chiusa, e volta per volta, a seconda delle necessità, la composizione della borsa varia.
E sì, lo confesso, ho con me anche un classico 50mm f/1.4, perché… perché non si sa mai.

Certo, questo non lo definisco affatto un corredo “ideale” per un viaggio. La scelta che ritengo sempre migliore sarebbe avere una sola lunghezza focale e basta, che permetta di fare buona parte delle foto senza stare a pensarci troppo. Il rischio più grande quando si va in giro, specie in posti che non si conoscono, come spesso accade in viaggio, è di trovarsi di fronte una situazione imprevista e perdere tempo per decidere le impostazioni di macchina o l’inquadratura, non riuscendo a cogliere l’attimo. Credo fosse Robert Capa, un giorno, osservando in compagnia di un collega altri fotografi che giravano carichi di macchine ognuna con un obiettivo diverso, che affermò “chissà quante foto si perdono quelli…”
Certo mi rendo conto che un obiettivo solo può ingenerare parecchie frustrazioni, e sarebbe consigliabile, almeno psicologicamente, avere con sé almeno una coppia di obiettivi, se non si ha una idea chiara e non si è dei fotografi disciplinati come prussiani (anche se spesso si finirà per usarne quasi sempre uno).
Tanti anni fa giravo con una semplice compatta di buona qualità, dotata di un medio grandangolare (era la Yashica T-5 con obiettivo Carl-Zeiss Tessar T* 35/3.5, di una nitidezza spettacolare) e di un ausilio importante, un mirino a pozzetto che permetteva di inquadrare dall’alto senza portare la macchina all’occhio. Era la mia preferita per la street photography e soprattutto, avendo un obiettivo fisso, ormai ero talmente abituato a quel ritaglio della realtà da permettermi spessissimo di inquadrare senza guardare, scattando anche dietro di me o fuori dal finestrino mentre ero alla guida (vedi foto degli scooter sul lungomare…)
Più di recente mi sono trovato a girare per Istanbul scegliendo di portare la sola compatta X10, con zoom (equivalente) 28-100/2-2.8, che mi ha consentito di fare un po’ di tutto senza dover stare troppo carico e riuscendo nel caso anche a scattare qualche foto valida (ero turista, in questo caso, e reduce da tre voli low-cost uno dietro l’altro, non potevo esagerare col peso). Cosa mi è mancato in questo caso? Be’, forse la possibilità di scattare di notte senza sottostare a una perdita di qualità, e magari qualche volta un tele stretto per isolare i soggetti (precisiamo: non faccio ritratti di nascosto col tele, come succede a troppi miei allievi, quelli si fanno da vicino col grandangolare…), ma almeno non mi sono sentito troppo frustrato.

Gianfranco Irlanda

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Con l’approssimarsi delle vacanze estive si ripresenta in tanti la voglia di fotografare, sopita se non ibernata durante i mesi freddi e le giornate corte e piovose. Ormai le fotocamere fanno buona parte del lavoro, quindi non si corre più il rischio di rientrare dalle vacanze, andare a sviluppare i rullini e trovarsi con una serie di immagini venute male, oppure velate da macchine a raggi X fin troppo zelanti nel sondare nel nostro bagaglio, o peggio ancora bruciate da infiltrazioni di luce dovute alla cattiva conservazione delle fotocamere e delle rispettive guarnizioni.
Fortunatamente questi rischi non li corriamo più. Non c’è più il rischio che una serie di foto insulse venga resa inutilizzabile per sempre e che tante immagini inquadrate male si perdano grazie allo smarrimento del bagaglio e dei rullini ivi contenuti. Fortunatamente… Adesso, e già da diversi lustri, non corriamo più di questi “rischi”: siamo letteralmente sommersi da immagini; non più da stampe – che forse non sarebbe un gran male, visto che richiedono uno sforzo (anche fisico) per portarle in giro e farle vedere a parenti e amici – ma da album virtuali traboccanti tramonti, gruppi, sorrisi, gente che si diverte e brinda, oppure che dorme stravaccata in luoghi remoti del pianeta, ragazze in bikini che mettono in mostra il loro relax sulla spiaggia in soggettiva…

La tecnologia è venuta in soccorso dell’utente perfettamente “inesperto” – chiamiamolo così – e ha fatto si che anche lui, o lei, avesse la possibilità di conservare un ricordo decentemente esposto e sufficientemente a fuoco per far sì che non gli/le passasse poi la voglia di continuare. A chi scrive è capitato innumerevoli volte di avere problemi di “sopravvivenza” dei ricordi di vacanza (anche i fotografi fanno foto ricordo quando sono in vacanza, cosa credevate?), principalmente con le fotocamere analogiche: sabbia nell’obiettivo della compatta e conseguente riparazione (fatta male) che ha inficiato le foto della vacanza successiva; macchina fotografica incidentata che perdeva la possibilità di funzionare al 100%; un’altra compatta che sembrava scattasse, facendo anche “clic”, ma non stava funzionando affatto e non aveva registrato un bel niente di tutto ciò che inquadravo; rigatura di buona parte dei rullini in fase di sviluppo da parte del laboratorio…

Anche in tempi di digitale qualche volta è capitato di trovarmi in situazioni al limite della possibilità di intervento, tra guasti improvvisi, batterie scariche e così via. Capita soprattutto con le digitali di trovarsi con le batterie a terra sul più bello, oppure di terminare la scheda di memoria che sembrava dovesse registrare l’intera vacanza. E’ un momento di svolta nell’esistenza quando ci rendiamo conto che anche 32 GB non sono poi tanti se scattiamo a raffica e fotografiamo tutto e tutti… Però nel momento in cui scattiamo, con il digitale, abbiamo quanto meno la certezza che la foto è stata registrata, “qualche volta” come volevamo noi, e non corriamo il rischio di perderla – anzi, spesso il rischio opposto è che sulla stessa scheda ci ritroviamo foto anche di un paio di anni prima, visto che magari le abbiamo scaricate ma abbiamo sempre dimenticato di cancellarle, tanto in 32 GB ci sta di tutto, se scattiamo solo in vacanza o nel week-end o ai compleanni, e magari sopravvivono le foto del vostro o della vostra ex quando eravate in vacanza in Salento insieme alle foto del vostro attuale compagno o compagna nel vostro primo anniversario, e chissà cos’altro…
Per la salvaguardia delle relazioni, le foto ormai vecchie converrebbe cancellarle, una volta scaricate.

Alcune cose però accomunano tristemente le vacanze analogiche a quelle digitali. Una volta si era magari più selettivi, vista la limitazione fisica delle 36 pose per rullino, ma il non vedere cosa si stava combinando portava a delle “aberrazioni fotografiche” o, se vogliamo, “orrori fotografici”, davvero niente male (orrore eh, non errore… l’errore fotografico, come ci dimostra Clemént Chéroux nel suo saggio omonimo, può avere una sua dignità). La cosa divertente è che quelle stesse aberrazioni le ritroviamo pari pari anche nelle foto di vacanza in digitale, anche se le quantità in gioco sono decuplicate.

La prima aberrazione è il classico caso della foto del soggetto con un monumento, una piazza, un panorama sullo sfondo. Non c’è analogico o digitale che tenga: nel 99,9% dei casi il vacanziere medio scatterà la foto al proprio compagno di viaggio/fidanzato/amico/sorella/madre/ecc piazzandolo in basso al centro dell’inquadratura, minuscolo e quasi invisibile. Gente, basta far avvicinare il soggetto alla fotocamera per renderlo riconoscibile.

Un’altra aberrazione classica è la foto allo stesso monumento – senza soggetto davanti – con l’inquadratura che si cerca di conservare orizzontale (e sì, perché lo schermo del computer è orizzontale e non si può ruotare di 90°); ci si ingegna pateticamente e in ogni modo di far entrare tutto il monumento nell’inquadratura, che ci ostiniamo a fare con l’obiettivo standard ma che reclama a gran voce un supergrandangolare, oltre tutto cercando di esaltare il monumento ancora di più standoci proprio sotto, senza pensare che fotograficamente parlando miglioreremmo di molto le cose stando più distanti e mantenendo le fotocamera più in bolla.

Altra aberrazione, un vero orrore, è la foto notturna a mano libera con flash a dei soggetti in due situazioni: distanti, quindi il flash non farà altro che appiattire e schiarire un po’ una scena sottoesposta, regalando dei magnifici occhi rossi alle – appena visibili – persone sorridenti, facendole istantaneamente assurgere al rango di vampiri in vacanza; vicini e decentrati, perché si deve vedere lo sfondo notturno, in cui il flash cercherà miseramente di sfondare un po’ il buio e illuminerà eccessivamente i soggetti posti a lato dell’inquadratura, non facendo comunque niente per sfondare il buio alle loro spalle (che andava salvaguardato con una posa lunga, magari…)

L’ultima aberrazione (almeno per questo articolo, ma ci potremmo dilungare parecchio), è la stessa presenza dei soggetti nelle foto, che siano autoscatti o meno.
La necessità di testimoniare “io c’ero”, come se non fosse un dato di fatto che eravamo lì e che il nostro ricordo dovrebbe bastare a preservare. Se una volta uno scatto ogni tanto era sufficiente ad assolvere a questa funzione, nel bisogno di compartecipazione di una collettività (volente o nolente che sia) alle nostre personali esperienze e memorie, ora come ora sembra indispensabile reiterare continuamente il nostro essere visibili, con la paura che nella massa enorme degli altri la nostra identità – leggi visibilità – venga sopraffatta dalla presenza altrui, oscurandoci come può capitare alla bella notizia relegata in quarta pagina dalla tragedia internazionale.
Non mi sento di criticare né condannare questa abitudine, è un dato di fatto. Come direbbe qualcuno, “è il social, bellezza”. E noi non possiamo farci niente. Anche se mi corre un brivido lungo la schiena immaginando delle gouaches di viaggio del ‘700 con l’autore, sorridente, in primo piano…

Gianfranco Irlanda

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Nel romanzo Baudolino di Umberto Eco il protagonista e alcuni suoi amici e compagni di studi nella Parigi del dodicesimo secolo, ispirandosi a racconti di viaggio e a cronache dei secoli precedenti inventano o reinventano luoghi favolosi, con città tempestate di gemme e abitate da esseri fantastici, per scoprire poi nell’arco di un lungo viaggio che i posti sognati erano incredibilmente deludenti.

Quando ero piccolo, e stiamo parlando di quando la televisione aveva solo due canali, uno dei miei passatempi era sfogliare le enciclopedie di famiglia, ancora prima di doverlo fare per qualche ricerca scolastica. Era intrigante e stimolante l’idea di un sapere ordinato in maniera alfabetica e che dava l’illusione di racchiudere tutto lo scibile o quasi. Le enciclopedie certo all’epoca non erano molto prodighe di immagini, ma Universo, che troneggiava con i suoi volumi rossi dalle scritte dorate su una mensola del tinello, sfoggiava addirittura tutte foto a colori.

Le immagini a volte erano approssimative, con colori spesso sbiaditi o improbabili – se qualcuno ha mai visto una cartolina degli anni tra i ’50 e i ’70 sa di cosa parlo – ma sicuramente accendevano la fantasia, e così facevano anche le cartine e i nomi elencati, primi fra tutti i toponimi. Un nome di un luogo da solo a volte basta a far venire la voglia di partire, in qualche caso senza sapere dove realmente si sta andando. Anche la descrizione enciclopedica, nel suo essere relativamente fredda, lasciava molto spazio all’immaginazione.

Nomi evocativi o misteriosi, come Alto Volta, Baden Baden, Carcassonne, Irkutsk, Potsdam, Quebec, Rocamadour, Selva di Teutoburgo, Zabriskie Point… ma anche gli italici Acquapendente, Barletta, Castelluccio, Isola delle Femmine, oppure Ronchi dei Legionari, San Lupo… magari un luogo nascondeva una delusione che si sarebbe svelata solo all’arrivo, oppure quella foto insulsa che accompagnava la voce non faceva altro che alimentare la voglia di conoscere meglio quel luogo, di correggere con l’esperienza la mancanza di informazioni visive. Questa forse è stata una delle motivazioni che hanno fatto nascere in me la voglia di diventare fotoreporter: il desiderio di documentare con le immagini posti che nessuno aveva mai visto tranne gli autoctoni, e di cui spesso nessuno aveva mai sentito parlare.

Dopo anni passati a cercare luoghi nascosti, e a verificare dal vivo la bellezza di posti resi mitici dalla inaccessibilità o dalla scarsa rappresentazione, mi rendo conto che tutta la forza dell’immaginazione sta venendo poco a poco a mancare. Moltiplichiamo l’immaginario con un eccesso di fantasy e di storie che diventano sempre più assurde e sempre più artificiali, perché, come recitava il titolo di un film della serie 007, “Il mondo non basta”. Sicuramente non basta più a scatenare l’immaginazione. Forse l’aspetto più triste e preoccupante di ciò che viene chiamato comunemente globalizzazione è la mancanza di barriere, intesa come assenza di una siepe leopardiana che possa generare fantasia e stimolare la voglia di conoscere cose ignote. Semplicemente, l’ignoto ci è ormai precluso, non per difetto ma per eccesso di rappresentazione.

Decenni addietro, non molto diversamente da quello che accadeva ai tempi di Baudolino, bisognava fare un minimo di sforzo anche solo per cercare un libro, magari in una biblioteca minore, che parlasse più estesamente di un luogo poco noto. Adesso basta farsi un giro su internet per avere accesso a una quantità fin troppo elevata di immagini e di notizie su un luogo, anche se spesso le notizie variano da fonte a fonte, e per farci un’idea precisa e non settaria di quello che stiamo indagando dovremmo conoscere un paio di lingue in più. Persino i capolavori dell’arte, che magari eravamo stimolati ad andare a vedere dal vivo da una foto imperfetta o semplicemente in bianco e nero, ci vengono sbattuti in faccia in altissima risoluzione, magari sotto casa, senza dover fare nemmeno lo sforzo del viaggio per visitare un museo o una remota pieve tra le montagne.

Ultimamente la barriera che dobbiamo affrontare risulta quindi essere l’eccesso di informazione e di immagini, e tante volte la loro discutibile accuratezza, piuttosto che la loro scarsità.
Guardando un luogo o un monumento attraverso le immagini inoculate in rete da gente incapace, spesso al sottoscritto passa la voglia di andare a vederlo dal vivo, piuttosto che il contrario. Allo stesso modo, provo una certa riottosità snob a dover condividere con torme di turistucoli armati di tablet sempre puntati davanti a sé l’esperienza di luoghi che conoscevo da piccolo come inaccessibili o quasi, e che magari sognavo di fotografare con uno zelo da far impallidire i fortunati colleghi del National Geographic Magazine.

La scomparsa della Frontiera, quindi? Dove andare a cercare ormai le mandrie di bisonti che scorrazzano quasi indisturbate per le praterie, dove si annida più il tempio coperto di vegetazione e di liane, che protegge ancora un idolo dimenticato? Forse dovremmo iniziare a ribaltare la prospettiva. Conosco gente di Napoli che è stata in almeno tre continenti in un numero incredibile di luoghi e non è mai salita sul Vesuvio, romani che magari hanno visitato tutta l’Asia e l’Africa e non sono mai stati a Fossanova o ad Anagni, e milanesi che non hanno mai attraversato a piedi Lorenteggio in vita loro.
Probabilmente la nuova frontiera del nostro immaginario dovremmo tracciarla sotto casa, ogni volta che mettiamo il piede fuori dalla porta, e cercare di vivere i luoghi che troppo spesso attraversiamo, dandoli per scontati, come se fossero il nostro personale Paese delle Meraviglie, scoprendo che, magari, è proprio così.

Gianfranco Irlanda

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In questi giorni la rete si è svegliata con la paura di non poter più condividere foto a causa di una vera o presunta proposta di legge europea di armonizzazione del diritto di autore riguardante quella che si definisce “libertà di paesaggio”; secondo i pessimisti si tratta di un tentativo, l’ennesimo, di dare una stretta alla libertà di espressione tramite vincoli che implicherebbero l’autorizzazione dei detentori del diritto di autore nel momento in cui si volesse pubblicare la foto di un edificio o di un manufatto, anche visibile da luoghi pubblici (parte del paesaggio, appunto…), nel momento in cui ci fosse anche la remota possibilità di un utilizzo commerciale (come ad esempio implicato dalla pubblicazione di immagini su facebook).

In realtà sembra che le cose non stiano esattamente in questi termini, ma non voglio entrare nel merito degli aspetti burocratico-legislativi della faccenda, vorrei piuttosto fare una riflessione da fotografo.

Per anni una delle mie principali attività come professionista è stata proprio quella di fotografare edifici e ambienti costruiti, sia per privati che per istituzioni come università. Mi sono trovato a fotografare chiese e beni ecclesiastici, edifici storici, centri commerciali, palazzi più o meno recenti, rovine romane, cimiteri e persino linee costiere, da terra, dal mare e dall’aria.

La maggior parte delle volte avevo l’autorizzazione (quasi sempre in forma scritta), ma la cosa paradossale è che questo non mi salvava da divieti, impedimenti, persino ripicche da parte di chi doveva, di volta in volta, “salvaguardare” il bene, a volte impedendomi fisicamente di scattare foto.

Nonostante ciò riuscivo quasi sempre a fotografare quello che serviva, ma si è giunti a volte a situazioni estreme tipo custodi che mi seguivano e controllavano a vista, dicendo “sì, è vero, avete l’autorizzazione della soprintendenza, ma non potete fotografare dentro le case” (scavi di Ercolano, 1997; il giorno prima senza cavalletto fotografavo tutto quello che volevo dentro e fuori…), oppure che addirittura mi si impedisse di scattare foto alle mie foto esposte (stanze di Palazzo Reale di Napoli, dicembre 1998). A volte erano i parroci ad essere restii, nel momento in cui si procedeva con le schedature per la soprintendenza (e questo ci fa capire come mai tanto spesso i ladri hanno vita facile, nel momento in cui rubano statue, busti e quadri dalle chiese, quando questi non sono mai stati documentati e schedati…)
Posso capire i casi dei centri commerciali, anche per questioni di sicurezza, ma se tante volte avessi voluto ottenere la foto senza autorizzazione sarebbe stato persino più facile, bastava attraversare la strada e non dare troppo nell’occhio… certo un “pesce piccolo” ha meno mezzi e possibilità di mettersi a fare la rassegna stampa di tutto quanto viene pubblicato al mondo per sapere se la foto di un suo manufatto è stata pubblicata senza autorizzazione, mentre magari una grande firma di architetti americana ha più mezzi e più capacità economica di cercare e perseguire i “trasgressori” (basta farsi un giro su youtube per vedere cosa resiste, come certi film completi, e cosa invece viene sistematicamente eliminato – vedi i prodotti Disney o Lucasfilm – per farsi un’idea di cosa significhi avere un enorme potere economico per far valere i propri diritti…), nonostante alla fin fine la circolazione delle immagini in rete è un mezzo per farsi tanta pubblicità in maniera indiretta.

Insomma, sono seccature sia che si abbia l’autorizzazione sia che questa manchi…

Vorrei però per un attimo ribaltare la situazione.
Quella che si chiama “libertà di panorama” è una libertà zoppa. Stiamo ragionando sulla possibilità di fotografare un luogo in cui è presente un manufatto coperto da diritto d’autore, ma nessuno si sta chiedendo se chi sta fotografando vuole davvero inserirlo nell’inquadratura oppure piuttosto non lo prende come un “male necessario” perché semplicemente non ha alcuna alternativa.
A me nessuno viene a chiedere se il panorama libero, un paesaggio incontaminato, possa essere deturpato dalla presenza di un edificio, di una fabbrica, di un grattacielo scintillante, che sia di autore noto o meno. In teoria ci sono vincoli paesaggistici, ma fin troppo spesso se un’opera è considerata di pubblica utilità, oppure è fortemente voluta da un’istituzione o amministrazione pubblica, allora il paesaggio diventa un elemento sacrificabile.

Negli anni ’60 Pasolini girò una serie di documentari, uno di questi mi è rimasto incredibilmente impresso. Erano gli anni dei primi ecomostri, uno di questi era un edificio, un triste palazzo residenziale che deturpa il panorama di Orte, molto ben visibile da chi percorre quella che una volta si chiamava l’Autostrada del Sole, la A1, allora ancora Milano-Roma. L’edificio è ancora lì, certo mi consola che spesso questi mostri vengono abbattuti, ma tante volte resistono imperituri peggio di monumenti ai caduti di guerre perfettamente inutili.

Troppe volte ho vissuto questa sensazione di sfregio, invasione, violenza nei confronti della bellezza, l’equivalente visivo di una radiolina che gracchia note odiose due ombrelloni più in là, quando il rumore di fondo è un piacevole suono di risacca, o di un motociclista che sfreccia rombando in una stradina montana maestosamente silenziosa.

Quasi ti immagini che, come al passaggio del motociclista gli animali scappino nel sottobosco per cercare luoghi più tranquilli, la fauna e la flora si ritraggano di fronte all’invasione delle architetture firmate, e persino i piccioni evitino il “bosco verticale” di Porta Garibaldi, tanto per dirne una…

Gli amici architetti magari avranno da ridire in questo senso, ovviamente si fanno studi sull’impatto ambientale e paesaggistico quando si progetta un nuovo edificio (a New York ma immagino anche in tante altre metropoli c’è la famigerata “tassa sull’ombra”, un contentino per quelli che vivono nelle zone in cui il sole non arriverà più a causa dell’ombra proiettata da edifici più alti), ma ciò non toglie che troppo spesso si dà importanza, “valore”, ai diritti del singolo in quanto autore dimenticandosi del diritto di una collettività, soprattutto il diritto a conservare gli aspetti simbolici e identitari dei propri luoghi di appartenenza.

Gli esempi in questo senso sarebbero molteplici, ma come al solito vado alla mia personale banca dati, la mia esperienza, per dirne un paio. Per tanti anni sono andato a passare le vacanze nel parco nazionale d’Abruzzo, passando per una strada che comprendeva un perverso incrocio che si mangiava minuti preziosi proprio al centro del comune di Venafro (IS). Bene, arrivare nella valle di Venafro significava iniziare a percepire le montagne, il paesaggio “incontaminato” o quasi, e la valle sbucava da dietro una curva e si svelava in tutta la sua ampiezza… finché al centro non ci hanno piazzato un cementificio. Esatto, al centro. Non nascosto in un angolo, né occultato in alcun modo. Al centro. Non c’è modo di eliminarlo visivamente. Non credo che gli “autori” abbiano interesse a richiedere il diritto di autore per quel bubbone, ma dovremmo essere noi, fotografi, cittadini, turisti, tutti a chiedere i danni per una scelta così infelice e così brutale nello scippo di un pezzo di paesaggio. Un altro caso, questa volta d’autore, il rifacimento di piazzale Tecchio nel quartiere di Fuorigrotta, Napoli. Mentre prima del 1990 il piazzale era uno spiazzo scenografico che dal palazzo del politecnico scendeva a mostrare gli edifici della mostra d’oltremare, verso una sorta di piazza San Marco rifatta secondo una visione metafisica dettata dalla retorica fascista del tempo, cionondimeno piacevole perché ragionata, una prospettiva che si chiudeva con in lontananza l’edificio del Teatro Mediterraneo, dai lavori di rifacimento della piazza pensati per i mondiali del ’90 lo spazio si presenta frammentato, pieno di spazi morti, ancora non finito dopo 25 anni… imperfetto, malandato ancora prima di essere terminato, pieno di elementi di disturbo alla vista, addirittura modificato nella sua altimetria tanto da ostacolare quella che era una perfetta scenografia… Cosa faccio, chiedo i danni allo studio di architetti che ha ripensato il luogo, complici le amministrazioni e la politica del tempo? Forse dovrei…
Se “libertà di panorama” ha da essere, che sia piena e completa. Vorrei essere libero di guardare il pinnacolo su cui sorge Orte senza dover vedere quell’orrore che gli si affianca, e mi rammarico di non aver visto Londra prima che ci piazzassero quella ruota da luna park del London Eye (da cui, orrore, non fanno fotografare se non per uso privato… come se poi un professionista si mettesse a fare panorami da dietro un vetro fortemente distorcente e nemmeno troppo pulito per poi vendere gli scatti… ma andiamo!). Si parla troppo di libertà, ma non ci si rende conto semplicemente che la libertà che ci viene data (non “che abbiamo” in quanto diritto, ci viene elargita, e spesso col contagocce) è insignificante rispetto a ciò a cui in realtà avremmo diritto.
Se le foto servono a qualcosa, servono almeno a testimoniare lo stato dei luoghi prima che venissero deturpati, e questo è quello che dovremmo cercare di mantenere vivo nella memoria, prima che l’assuefazione e il disinteresse prendano il sopravvento.

Gianfranco Irlanda

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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