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Gianfranco Irlanda

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Tra qualche giorno si inaugura la mostra degli allievi del mio corso di comunicazione fotografica, dopo un percorso più travagliato del solito. Solo una metà degli iscritti ha portato a termine il lavoro, ma questo è abbastanza usuale, sebbene sia sempre un po’ sconcertante. Quando si arriva a dover pensare, realizzare e mostrare un lavoro coerente le cose, per un fotografo, iniziano a farsi difficili. Lo sono per un professionista, figuriamoci per un allievo alle prime armi.

Fare “belle” foto è alla portata di tutti, ormai. Per foto “belle” intendo ben esposte, dritte e con un obiettivo che permetta di non dover stare a pensare troppo all’inquadratura. Poi, un passaggio in Photoshop o in Lightroom, un ritaglio e via, ecco la “bella” foto. Con le fotocamere odierne spesso non è necessario nemmeno passare per un programma apposito, basta lavorarci in macchina, e lo stesso accade con gli smartphone più evoluti. Ma per un progetto fotografico, ahimè, una bella foto ogni tanto non basta.

La cosa che spesso manca, l’elemento cardine che poi fa vacillare anche delle serie di tante “belle” foto, è l’idea portante, la struttura comunicativa che ci permetta di dire qualcosa.
Avere, in pratica, qualcosa da dire. Nel momento in cui si ha qualcosa da dire allora il più è fatto, ma troppo spesso gli allievi, abituati a indicazioni e limitazioni molto stringenti, una volta liberati da questi gioghi didattici, invece di scorrazzare liberi sentono troppo spesso ancora il bisogno di una guida, un suggerimento sulle tematiche da affrontare, oppure semplicemente si rendono conto di essere ancora confusi. Il blocco da foglio bianco è tipico in tutte le forme di creatività, ma nel caso della fotografia la cosa si accentua perché ciò che si vuole dire non trova una corrispondenza immediata nella lingua di tutti i giorni, bisogna aver maturato degli strumenti che consentano all’idea di prendere una forma visiva, e non come idioletto, ovvero non una espressione che sia così individuale da risultare inintelligibile a terzi, ma cercando di fare propri determinati schemi e determinate abitudini linguistiche che sono proprie della fotografia intesa come mezzo di comunicazione sociale. Solo una volta che si padroneggiano questi schemi ci si può permettere di reinterpretarli in una maniera personale. Ecco, giungere al progetto senza questo tipo di padronanza, o con una padronanza ancora acerba, significa avere già delle grosse difficoltà. Non starò qui a disquisire su come si acquisisca questa padronanza, è un fatto di esperienza, di abitudine alla lettura delle immagini che ci abitui a leggere e interpretare la realtà che ci circonda.

Fatto ciò, l’allieva o l’allievo dovrebbero decidere per una resa a livello formale dei loro lavori. Fin dalle prime lezioni cerco di instillare una delle poche “norme” che secondo me vanno seguite in maniera pedissequa in fotografia: una estrema coerenza formale.
Scattare dieci foto col flash e due senza, o viceversa; presentare dei lavori in una mostra di cui nove sono in bianco e nero e uno a colori; fare uso di filtri per un paio di foto su venti; scattare alcune foto con un supergrandangolare e poi piazzarci vicino tre scatti fatti col teleobiettivo; presentarsi con undici foto di ritratto e tre di paesaggio; eccetera. Tutto ciò è un male, anzi, Il Male…
Altro che il lato oscuro di Guerre Stellari, qui ci si rimette la ancora nascente reputazione e anche si inficia la possibilità che qualcuno si interessi al nostro lavoro… semplicemente perché non c’è un lavoro solo, così. Ce ne sono due o tre diversi ammucchiati insieme, e il nostro interlocutore, spettatore, o giudice di un concorso non saprà e non potrà capire dalle immagini quali contorti arabeschi mentali ci hanno portato a mettere assieme delle immagini così mischiate e incoerenti.

Se c’è qualcosa che rimpiango (ma fino a un certo punto) dei tempi in cui si scattava solo in pellicola è che le pellicole obbligavano necessariamente a seguire una certa coerenza. Si acquistavano tre o quattro rulli di quella particolare pellicola, e quindi le foto erano tutte scattate, per dire, con la Tri-X pan piuttosto che con la Velvia, e sarebbero state sviluppate tutte assieme (si spera, almeno) oppure portate tutte allo stesso laboratorio per lo sviluppo e la stampa; così facendo avremmo avuto tante foto con la stessa grana, lo stesso contrasto e soprattutto tutte a colori o tutte in bianco e nero di partenza, non come risultato di un “ah, adesso questa provo a farla in bianco e nero in Photoshop perché magari viene meglio”, e così via. L’industria stessa ci obbligava a seguire una coerenza. Ma un altro fattore determinante che pure mi fa rimpiangere la pellicola (e non fino a un certo punto) era il suo costo e l’impossibilità di sapere quello che si stava facendo riguardando le foto subito dopo lo scatto.

Se è pur vero che un professionista che lavorava in studio magari aveva la necessità lavorando con il flash di controllare le luci, dove cadevano esattamente le ombre e dove i riflessi potevano essere fastidiosi, e per questo si scattava una Polaroid di prova prima di iniziare una ripresa, all’amatore spesso questo procedimento era negato, sia per questioni di costi, sia per questioni di ingombri di attrezzatura da portare con sé.

Non poter vedere esattamente ciò che sarebbe uscito in foto obbligava a dover pensare, qualcosa che troppo spesso perdiamo nel momento in cui scattiamo una foto. Si opera troppo di istinto, lasciando fare moltissimo allo strumento, e reagendo a posteriori. Qui siamo oltre il Male, qui siamo nella zona morta dell’intelletto. Le singole foto, così come un intero progetto fotografico, devono essere necessariamente immaginate, viste prima di procedere allo scatto, per dirla alla Ansel Adams, le foto vanno previsualizzate.

Certo non è un processo facile, per riuscirci, specie quando gli strumenti fanno di tutto per indirizzarci a modo loro, è necessaria una cosa che piaceva molto anche a un altro famoso fotografo, anch’egli come Adams noto per il suo bianco e nero, ma per soggetti molto diversi: Helmut Newton. Quella cosa si chiama disciplina. Ed è la stessa cosa che permette, col metodo e con lo sforzo, non tanto facendosi guidare dall’ispirazione, di creare, e che ci consente di affrontare un foglio bianco avendo la possibilità di riuscire a riempirlo con qualcosa di interessante e di riuscito.

Gianfranco Irlanda

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Un’amica ha da poco postato sulla sua bacheca di facebook una bella riflessione sul colore di novembre, per lei è un mese giallo scuro, e a giudicare dalla luce che entra nella mia stanza mentre sto scrivendo questo articolo, un fascio solare diretto e di un bel colore oro antico, non saprei davvero come definirla altrimenti. Peccato che la luce di quel colore duri davvero poco, e in effetti ora, dopo queste poche righe, è già praticamente svanita.

Questa riflessione mi fa tornare in mente i compiti delle medie di educazione artistica, in cui avremmo dovuto rappresentare le stagioni. Avevo all’epoca già una discreta passione per il disegno e l’arte in genere e, complice una buona mano, in quella materia andavo piuttosto bene. Quando mi trovai a dover rappresentare visivamente l’autunno non trovai di meglio che andare per stereotipi – di solito funzionano, e la scuola pubblica dei primissimi anni ’80 non faceva certo eccezione. Mi ingegnai così a raffigurare un bel vialetto alberato, con alcuni platani che erano ancora un po’ coperti dalle loro foglie ormai color ocra e in più una foglia, appena staccatasi, che volteggiava in primo piano. Certo i platani in questione mi erano familiari, ma solo perché nella strada dove abitava mia nonna si susseguivano in buon numero (non sapevo nemmeno che si chiamassero platani, all’epoca, pensavo fossero aceri visto che la loro foglia mi faceva venire in mente la bandiera del Canada…); la rappresentazione che avevo dato dell’autunno era però decisamente idealizzata e pensata espressamente per fare bella figura. Di certo non mi aspettavo che il giorno che presentammo i disegni in classe mi sarebbe rimasto impresso in modo indelebile.

Accadde dunque questo: uno dei miei compagni di classe, decisamente meno versato nel disegno di me, presentò una sua visione dell’autunno particolarmente fuori dagli schemi. Ovvero, il disegno che consegnò raffigurava una strada, con brutti edifici, quasi dei casermoni, alcune automobili e dei passanti, non particolarmente ben fatto ma nemmeno orribile; solo che era decisamente tutto virato al grigio, e molto triste, con gli scarichi delle auto che cacciavano fumo e le figure umane decisamente secondarie. La professoressa, arrivato il turno del mio compagno lo trattò un po’ male, in effetti lo fece, per usare un eufemismo, una vera schifezza, lasciando intendere che quello che ci si aspettava da lui fosse qualcosa di molto simile a quello che avevo fatto io (presi un ottimo voto, ovviamente). Sul momento ero contento di essere andato bene, ma la cosa mi colpì. Anzi, per essere precisi mi turbò profondamente, e infatti lo ricordo ancora con incredibile chiarezza, a più di trent’anni di distanza, anche – e soprattutto – per il fatto di non aver saputo esprimere quello che avevo provato in quegli istanti. Avrei voluto esprimere con forza il mio disappunto alla professoressa. Sul momento avrei reagito perché avevo la sensazione che si stesse comportando in maniera che potrei ora definire “classista”, visto che il compagno di classe veniva da una famiglia sicuramente meno abbiente della mia, e probabilmente non aveva dei genitori che lo portavano a vedere il museo di Capodimonte, o lo studio di qualche amico pittore; ancora maggiore però fu lo sconforto che mi prese in quel momento, per un altro motivo, e cioè perché vedevo, o forse capivo per la prima volta, la ristrettezza di vedute con cui quelli che erano pagati per istruirci ed educarci giudicavano il nostro operato.

Se avessi avuto il coraggio di parlare, cosa che all’epoca mi faceva difetto – riuscivo a fare scena muta alle interrogazioni anche se ero preparato, figuriamoci per mettere a posto una professoressa – avrei voluto far notare come quella scena disegnata, che era stata giudicata tanto male, era la visione che quel ragazzo aveva di una Ercolano in autunno, con la luce che non è sempre giallo scuro, ma molto spesso è grigia, fredda e pervasa di umidità, con piogge frequenti che dilavano le strade portando detriti e sporcizia che si accumulano agli incroci, e le foglie ocra dei platani sono presto schiacciate e polverizzate dalle tante auto che circolano.

Sono ragionamenti che ho fatto a posteriori, complici anche gli studi di antropologia culturale e psicologia sociale ai tempi dell’università che mi ci hanno fatto ripensare anni dopo. All’epoca mi sentii solo male per il mio compagno di classe (non ricordo nemmeno più il suo nome, come di quasi tutti gli altri), e fu uno dei motivi che mi spinsero a lasciare la scuola.
Ma questa è un’altra storia.

Gianfranco Irlanda

 

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Qualche anno addietro viaggiavo molto spesso in aereo e, trovandomi di solito con largo anticipo in aeroporto, avevo molte ore di attesa da riempire, quindi finivo inevitabilmente per acquistare un libro. A volte romanzi, altre volte saggi; in uno di questi ultimi casi mi ritrovai ad appassionarmi di un libro molto affascinante, Civiltà sepolte di C. W. Ceram, un bel saggio un po’ romanzato sulla storia dell’archeologia. Il primo capitolo, che si intitola “Preludio su suolo classico”, tratta proprio della nascita dell’archeologia moderna, e non vi nascondo che non sono riuscito a trattenere le lacrime nel momento in cui, leggendo, mi resi conto di quanto quelle origini fossero vicine a me. Nel 1738, partendo dai primi ritrovamenti fatti dal generale d’Elbœuf, ai piedi del Vesuvio la corte dei Borbone, soprattutto sotto la spinta di Maria Amalia Cristina di Sassonia, ritrova una serie di resti, statue, un teatro. E dove c’era un teatro doveva esserci stata una città. Infatti, nel teatro viene ritrovata un’iscrizione che riportava il nome della città: Ercolano.

E’ notizia di questi giorni la mancata scelta della città di Ercolano come Capitale della Cultura 2016, le è stata preferita la lombarda Mantova. Per qualcuno è stata una delusione, sicuramente la scelta rispecchia molto un certo tipo di orientamento politico ed economico, ma personalmente trovo che si tratta di una visione oggettiva e sostanzialmente ragionata rispetto ad uno stato delle cose che non si può certo nascondere dietro proclami o buone intenzioni.

Vediamo un po’ le cose come stanno nella realtà.
Ercolano è una città di più di cinquantamila abitanti distribuiti in maniera diseguale su diciannove chilometri quadrati – un sesto della superficie di Napoli con meno di un quindicesimo della popolazione. Si estende dal golfo di Napoli fino alla sommità del Vesuvio, in una forma grosso modo triangolare. A Ercolano non c’è una libreria. In una delle piazze principali campeggiano due negozi di telefonia circondati da qualche sparuto negozio di abbigliamento. Sopravvivono molti bar, ma non ce ne sono di accoglienti per i turisti che si ostinano a venire a visitare gli scavi. E’ stato aperto da poco un “caffè letterario” che di letterario ha ben poco, ma ha molto dell’aperitivo con
spritz. Per lo shopping sono molto più gettonate le confinanti Portici e Torre del Greco, quindi anche il piccolo commercio langue, rimane giusto la memoria del mercato degli stracci (ai più conosciuto come Resina, ma che sarebbe la zona mercatale di Pugliano).
Esiste a Ercolano una guardia medica in una delle posizioni più scomode e irraggiungibili che si possano immaginare, in un vicoletto lato mare che praticamente rende inutile la sua presenza a buona parte della popolazione. Da anni si susseguono senza soluzione di continuità delle giunte di centrosinistra che hanno avuto il merito fondamentale di cambiare il nome storico di una strada antica, via 4 Orologi, affibbiandogli quello dello zio del presidente del consiglio comunale. Uno degli ex sindaci è stato responsabile di uno scempio colossale ai danni del territorio del Vesuvio tentando di costruire una nuova funicolare, con delle enormi e visibilissime colate di cemento, sbagliando però i calcoli (e meno male…) perché la stava costruendo nel territorio del comune di Torre del Greco; altri scempi memorabili sono la caserma dei carabinieri, i cui lavori sono stati interrotti da decenni perché abusiva, e il tentativo di ricostruire (o inventare?) il molo borbonico sul litorale della Favorita.

Questo è giusto quello che salta agli occhi e riecheggia nella memoria.

Io a Ercolano ci sono cresciuto. Non ci sono nato, ma dall’età di tre mesi fino ai diciott’anni ho trascorso la mia esistenza qui, e continuo ad abitarvi, a volte dico a dormirci, visto che la mia “vita” la vivo altrove. A Ercolano ho avuto una serie di fortune, però. Ho passato l’infanzia all’ombra di una villa dei primi del ‘900 dallo stile eclettico e sovrastata da una torre merlata che la faceva apparire come un castello medievale. Quell’edificio, Villa Maiuri, ospitava almeno fino al 1980 una scuola di archeologia per stranieri, e infatti ricordo questo via vai di giovani nordici un po’ hippy. Qui a Ercolano a fine ‘800 c’è stata una fioritura del Verismo, con la Scuola di Resina, che ha visto la presenza di pittori come Giuseppe De Nittis, Marco De Gregorio e Nicola Palizzi.
All’angolo della strada dove sono cresciuto si erge una delle più belle ville del ‘700 della zona,
Villa Campolieto. La strada dove si affaccia, quel tratto della Regia strada delle Calabrie che dalla Reggia di Portici scende a sud verso Torre del Greco, prende il nome di Miglio d’oro, proprio perché era la zona più bella e prestigiosa di tutto il Regno delle Due Sicilie, costellata da una serie di residenze nobiliari sfarzose e spettacolari. A Villa Campolieto, all’epoca appena restaurata, nei primi anni ’80 ebbi la fortuna di partecipare all’inaugurazione della mostra Terrae Motus, voluta da Lucio Amelio e comprendente opere di personaggi come Robert Mapplethorpe e Andy Warhol; quest’ultimo ricordo di averlo visto passeggiare per l’atrio della villa, sono cose che rimangono impresse… Sempre nello stesso luogo negli anni ’80 passavano personaggi come Rudolf Nureyev e Severino Gazzelloni, nel Festival delle Ville Vesuviane che attirava spettatori anche dal Giappone e dagli Stati Uniti, ma che faticava a entrare nel cuore della gente del luogo. A Villa Campolieto erano conservate alcune carrozze che erano state usate in Via col vento, peccato che un ex custode abbia avuto la bella idea di dare loro fuoco per vendetta… Più di recente ho avuto il piacere di trovarci Alejandro Jodorowski… mi fermo qui perché potrei continuare con questo elenco a lungo.

Ercolano vive di rendita – non sapendo forse nemmeno che farsene di questa rendita – di una serie di lasciti meravigliosi dati dalla natura e dalla Storia. Tra scavi, Parco Nazionale del Vesuvio e le settecentesche Ville Vesuviane, ce n’è abbastanza per campare davvero di rendita per secoli. Ma tutto questo bastava per far sì che la città fosse scelta come capitale della cultura?
A Ercolano ci sono gli scavi archeologici forse più interessanti di tutta Italia, ma attorno c’è un vuoto. Un vuoto culturale, istituzionale, un vuoto, mi duole dirlo, umano. Se c’è chi si lamenta dell’incapacità di Napoli di far fruttare davvero le risorse turistiche, dovrebbe gioire rispetto a quello che accade qui. Non parlo solo dei politici locali, tra l’altro sempre asserviti a dei giochi di potere locali senza via di uscita, ma la popolazione stessa a volte mi spaventa per l’ignoranza e l’inconsistenza. Si voleva far fruttare un patrimonio immenso, ma sarebbe stato come voler costruire un edificio senza prima aver scavato le fondamenta.
Non sono mai stato a Mantova, ma dopo aver visto un servizio televisivo parecchi anni fa m’è rimasta una gran voglia di andarci. Non so se da forestiero, guardando un servizio su Ercolano, avrei la stessa voglia di venirci, a giudicare dal ruolo che svolge la mia città nella cronaca e nelle notizie di attualità. Io ho un po’ rinunciato negli anni a cercare di fare qualcosa per questo mio territorio fortunato e disgraziato al contempo, quello che posso fare è accompagnare a visitare gli scavi e il Vesuvio agli amici che me lo chiedono, e sono tanti. Ma non riesco mai a trovare un luogo decente dove far loro mangiare qualcosa, e a volte nemmeno a fargli prendere un caffè.

Probabilmente Ercolano avrebbe avuto delle chance in più se, invece di essere candidata come Capitale della Cultura, fosse stata in lizza come luogo emblematico dell’Italia attuale.

Gianfranco Irlanda

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Vesuvio e Città Metropolitana di Napoli dal valico di Chiunzi © Gianfranco Irlanda

Nel brano degli Stadio Chiedi chi erano i Beatles a un certo punto c’è una frase emblematica, “di notte sogno città che non hanno mai fine”… non so se fosse un desiderio o il paventare una sensazione da incubo, ma andiamo con ordine…

Quando nel 1998 partecipai come fotografo a un progetto che faceva capo alla facoltà di architettura e che si intitolava “Ai confini della città: il recupero delle aree dismesse a est e ovest di Napoli”, mi trovai a dover decidere quasi arbitrariamente dove questi “confini” fossero collocati. Se da un lato il compito era semplice, visto che a ovest Napoli si trova a lambire il mare con la spiaggia di Coroglio e l’area industriale era costituita principalmente dall’imponente e ben nota Italsider, dall’altro lato la questione era molto più complessa.

Essendo cresciuto a Ercolano, la questione del confine di un comune rispetto a un altro per me è sempre stata una questione di attribuzione di strade, angoli, marciapiedi, numeri civici, riconoscere certi segnali, individuare delle invisibili linee tracciate arbitrariamente, ad esempio per dire se si era a San Giovanni a Teduccio, quindi a Napoli, oppure a Portici o a San Giorgio a Cremano nel momento in cui si cammina nella zona di Croce del Lagno (per chi non lo sapesse, è dove si trova il Museo Ferroviario di Pietrarsa). L’abitato che si snoda ai piedi del Vesuvio, circondandolo e stringendo il vulcano come una morsa, è a tutti gli effetti un tutt’uno, e poco si comprende delle differenze tra i vari comuni che si susseguono. Comuni, potrei dire città, ma ora come ora fa tutto parte della Città Metropolitana di Napoli, quindi ragionare sulla Città di Ercolano piuttosto che su quella di Torre del Greco diventa più una questione identitaria che altro. In effetti le differenze ci sono, spesso sono profonde, ma sono anche impalpabili e spesso incomprensibili a un casuale osservatore.

Questo capita con tante altre grandi metropoli, certo, ma solo nel napoletano abbiamo una conurbazione che sfugge alle regole e fa diventare metropoli anche altri centri urbani, in una sorta di moltiplicazione frattale in cui tutto diventa centro e tutto contemporaneamente periferia di qualcos’altro… Se ci pensiamo, in effetti forse solo a Napoli (ma una sensazione del genere, molto ma molto più lieve, l’ho avuta anche a Istanbul) abbiamo pezzi di periferia, a livello sociale ed economico, che si ritrovano ghettizzati alle spalle di pezzi del centro storico, così come possiamo trovare delle situazioni di centralità localizzata in sprazzi lontanissimi da un qualsivoglia centro definito dell’area metropolitana. Quando mi trovavo a Milano anni fa, avevo una sensazione estremamente chiara e definita di dove cominciasse, o dove finisse, a seconda di come vogliamo vederla, l’area del centro, e dove arrivasse la periferia prima che iniziasse qualcosa d’altro.
A Napoli tutto questo non succede, e lo vediamo bene se ci affacciamo dal piazzale di San Martino: anche se ci allontaniamo per decine di km dal centro storico non riusciamo mai davvero ad avere la sensazione di un limes ben definito. Troviamo quasi subito una “periferia”, se così la si può definire, ma è in realtà una fascia di rimescolamento tra un comune e quello confinante, e spesso ci si ritrova al centro di un’altra città senza che questo abbia dissipato la sensazione di essere in una periferia, in una sorta di suburbia urbanissima, dove gli edifici istituzionali, il palazzo comunale ad esempio, hanno l’aria di essere stati presi a caso tra tanti altri edifici ugualmente anonimi e dimessi. Allo stesso modo, come ritroviamo pezzi di periferia nel centro cittadino – o nei centri cittadini, se vogliamo, in questa sorta di costellazione di realtà urbane interconnesse – riusciamo a trovare pezzi di campagna un po’ ovunque, piuttosto che ritrovarla integra e continua da un certo punto in poi, e aree non ben definite ma ugualmente trascurate. C’è, forse, una sorta di democraticità nel modo in cui le zone dell’area metropolitana partenopea sono trascurate e malmesse, e anche laddove ci fosse un po’ di cura in più sarebbe, ed è, una eccezione. Per trovare una situazione di “normalità”, o quasi, bisogna giungere alle montagne, solo lì l’urbanizzazione si arresta e ricominciamo a percepire delle aree differenti, a capire dove finisce, o dove comincia, una città.

Da sociologo sono sempre stato abbastanza convinto che l’ambiente ha un’influenza notevole sugli individui e sui gruppi, e il fatto che non siamo tutti completamente abbrutiti nonostante ci ritroviamo in una situazione così caotica anche a livello urbanistico mi lascia a volte stupefatto. Sicuramente siamo molto stressati, e ancora di più viviamo una inefficienza di fondo che rende difficile mantenere degli standard elevati in tantissime cose (penso solo a quanto possa essere efficiente qualcuno sul lavoro se ci mette un’ora e mezza a fare un tratto di strada che in condizioni ideali richiede al massimo venti minuti). Lo notavo anche rispetto ai milanesi, ci potrà essere una maggiore pressione sul lavoro (ma da quello che ne so è proprio il contrario…), magari ci sono distanze da coprire elevate per un pendolare (ma i mezzi si trovano agli orari previsti…) e anche lì la tangenziale si blocca nelle ore di punta (ma almeno quella non si paga…), ma non credo di aver mai visto un milanese stressato da Milano come città. Noi forse subiamo, a volte anche senza rendercene conto, l’assurda conformazione di un territorio evolutosi praticamente senza pianificazione, composto da una miriade di amministrazioni diverse ognuna andata per la propria strada per decenni. Non so quanto potrà migliorare le cose l’istituzione della città metropolitana, ma spero che si prenda coscienza una volta e per tutte che se non si migliora radicalmente l’ambiente in cui viviamo non si potranno mai migliorare le persone; né si può pretendere che i singoli, lasciati soli a combattere contro inefficienze sedimentate, possano fare qualcosa.

Gianfranco Irlanda

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“Chi non sa fare niente, insegna, e chi non sa insegnare, insegna ginnastica”. Così recitava Woody Allen in Io e Annie (Annie Hall, 1977, meritatissimo Oscar come miglior film), aggiungendo che alla sua scuola arrivavano quelli che “nemmeno la ginnastica”… Visto che tra un paio di giorni ricomincerò a vestire i panni del “maestro” di fotografia, questa frase mi è ritornata alla mente.

Qualche anno fa, non tantissimi, visto che correva l’anno 2008, mi venne richiesto a gran voce e da parecchie persone di attivare un corso di fotografia. Da buon autodidatta ero un po’ scettico, visto che quello che sapevo lo avevo imparato da libri, riviste e dalla pratica, e pensavo che un corso di tecnica fotografica non avrebbe avuto molto senso. All’epoca tra l’altro ero anche piuttosto timido e quasi incapace di affrontare un pubblico di persone che pendesse dalle mie labbra, quindi ero spaventatissimo dall’idea…

Certo, le insistenze alla fine la ebbero vinta, e così iniziai a pensare a un approccio che potesse risultare in un corso un po’ diverso. Non ce n’erano all’epoca tanti corsi di fotografia, a Napoli (forse due o tre che fossero qualificati, un paio in scuole di grafica e pubblicità, e basta), il boom del digitale era iniziato da poco e quindi non avevo nemmeno la necessità di differenziarmi. Sapevo però che la tecnica, anche applicata, alla fine sarebbe stata una cosa misera da spiegare (e mi sarei anche annoiato, pensavo). Dovendo rientrare in un gruppo di volontari che insegnavano con fini sociali (la Libera Pluriversità di Napoli…) cercai di trovare anche io uno scopo “sociale” al corso, dandogli un taglio cognitivo e filosofico, con una discreta focalizzazione verso i miei passati studi in sociologia delle comunicazioni di massa. Non so quanto questo rispondesse alle aspettative degli allievi, ma in qualche modo e per qualcuno funzionò.

La cosa interessante, e forse anche divertente per quanto molto impegnativa, fu di dover ripensare tutte le nozioni che avevo accumulato negli anni: con buona pace di Woody Allen, chi non sa davvero di cosa sta parlando non può e non dovrebbe proprio insegnare. Se vogliamo, il primo dei miei studenti sono stato io stesso. Anche in questo sono stato un po’ autodidatta, non ho letto manuali di pedagogia (anche avendone studiata un po’ in precedenza), né ho preso a modello qualche altro corso. Ho cercato caso mai di ritornare con la memoria ai personaggi che in diverse occasioni, come workshop e incontri sulla fotografia, mi avevano affascinato e mi erano rimasti impressi, grandi fotografi come Mimmo Jodice, Bob Sacha, Paolo Woods, ma anche storici della fotografia come Pierangelo Cavanna. Tutte persone accomunate da una cosa in particolare, la capacità di trasmettere la passione che mettono in ciò che fanno.

La passione, appunto. Qualcosa che troppo spesso non viene presa in considerazione. La voglia di trasmettere concetti ma anche esperienze dovrebbe andare di pari passo con la voglia di andare da qualche parte apposta per scattare qualche foto. Esistono fin troppi fotografi, soprattutto di vecchia scuola, che pur ricoprendo incarichi prestigiosi in ambito accademico sono ben lungi dall’essere in grado di comunicare anche in maniera elementare i processi che li portano a scattare in questo o quest’altro modo (non farò nomi, ma chi vive a Napoli sa bene a chi mi riferisco…), e soprattutto, non hanno spesso nemmeno compreso davvero le basi tecniche di quanto stanno facendo, e per questo preferiscono tacerne e mistificare il loro agire dietro fumosi discorsi concettuali. Sempre senza fare nomi, un ben noto docente di fotografia in occasione dell’inaugurazione di un museo scattava foto alla folla, allegramente, usando il flash incorporato della reflex digitale… tenendo montato il paraluce sull’obiettivo. Feci violenza a me stesso decidendo di non dirgli nulla (magari l’avrebbe anche presa a male…), con il pensiero che riguardando le foto si sarebbe dato dell’idiota, anche se sospetto che avrà incolpato lo strumento piuttosto che la propria incompetenza.

Ripensare il proprio agire, cercando di comprenderlo a fondo, quindi, ma anche cercare di trovare una sintonia con un gruppo eterogeneo di allievi. Non essendo i miei corsi universitari o scolastici, non ho davanti una platea con una fascia d’età ben precisa, né le intenzioni o le finalità sono omogenee. C’è il ragazzo che vorrebbe provare a dare una svolta più consapevole alla propria passione per le immagini, c’è l’insegnante che cerca una via di fuga dalla propria routine, c’è l’ingegnere che magari si è appassionato alla fotografia ma non riesce a uscire dagli aspetti tecnici, oppure l’impiegata che vuole semplicemente fare foto migliori nelle vacanze e nel weekend, e così via… e purtroppo c’è sempre la persona pigra che desidera che qualcuno le spieghi la propria sofisticata fotocamera perché non ha voglia di leggere il manuale…

Non c’è un modo per riuscire ad accomunare le diverse inclinazioni e i vari desideri, di solito quando ho partecipato a dei workshop era per la notorietà del fotografo, o magari perché avevo visto le immagini e mi avevano incuriosito. Ho notato negli anni che uno dei pericoli più insidiosi nell’insegnamento è quello di creare dei “mostri” a propria immagine (è il caso di dirlo…); io non sono abbastanza noto, e forse per questo mi salvo dai pericoli dell’imitazione. Ho sempre cercato di portare il discorso e gli esempi sulle immagini scattate da altri, usando delle mie foto solo quelle fatte appositamente per scopi didattici o quasi. Ovviamente non si può non parlare di tante immagini che sono care alla propria memoria, oppure quelle che hanno avuto una elaborazione complessa, o semplicemente funzionavano… Essere troppo impersonali è l’altro rischio che bisogna evitare, tante volte rimane più impresso l’aneddoto divertente o avventuroso di tante spiegazioni tecniche.

Si passa necessariamente per un percorso ad ostacoli. L’ho vissuto personalmente negli anni, e farlo vivere in poco tempo a quelli che fino a un momento prima erano degli entusiasti inconsapevoli fa anche un po’ male; dispiace a volte mettere in difficoltà, frustrare le aspettative e smontare a poco a poco le piccole certezze che gli allievi stringono quasi come una coperta di Linus, ma si tratta di fasi necessarie. Certo potrei essere anche più accomodante, ma starei facendo male il mio lavoro. In certi casi non si entra per niente in sintonia con uno o due allievi, ed è sempre una piccola sconfitta. Ma in un certo senso è una sorta di selezione naturale, e solo i più motivati riescono a portare a termine il percorso.

Quello che davvero conta per me, tenendo un corso di comunicazione fotografica, è di spingere allieve e allievi ad aprire gli occhi  – e la mente – piuttosto che obbligar loro a mettersi subito la macchina fotografica davanti al viso. E, alla fine, cercare di farli giungere a un punto in cui la fotografia come tecnica non è più il centro dell’attenzione ma il tramite, quasi invisibile, tra loro e ciò che vogliono dire del mondo che li circonda.

Gianfranco Irlanda

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   C’era una volta una statale, un castello e la luna.

La statale in questione era la 658, il castello quello di Melfi e la luna quella solita. Certo era luna piena, ed era sorta da poco. Avevamo da non molto lasciato la cittadina per tornare al nostro alloggio, un B&B nei pressi di Lagopesole, altro luogo con un castello scenografico almeno quanto quello di Melfi, e ci eravamo appunto immessi sulla statale 658 in direzione sud. Non era molto tardi e il cielo non era ancora troppo scuro. A un tratto dando un’occhiata a sinistra eccola lì, la luna. Sbucava esattamente alle spalle del castello, illuminato sopra la collina. Magnifico, bellissimo, da fotografare, ma… ma in quel momento ero alla guida, e quella statale proprio non consente di accostarsi un momento in corsia di emergenza per provare a scattare una foto.

Quante volte vi siete trovati in una situazione simile a questa? Magari non avevate la macchina fotografica con voi, oppure si era da poco scaricata la batteria, o più semplicemente la “foto della vita” risultava in un nulla di fatto per mille altri motivi che nulla avevano a che fare con la fotografia.

L’esempio classico è dato proprio dalla luna che sorge, una difficoltà tecnica quasi insormontabile a livello di valori di esposizione, con un cielo e una terra che richiederebbero sempre e comunque tempi che farebbero diventare la luna una palla bianca informe (e per questo motivo già tanti anni fa si ricorreva spudoratamente alla esposizione multipla per rendere quanto era visibile e perfettamente percepibile a occhio nudo, come ho fatto pure io, in maniera anche più truffaldina, l’anno scorso). Molto spesso succede che, anche avendo con sé il cellulare migliore (ma il discorso vale anche per le fotocamere sofisticate, eh…) si riesce a riprodurre solo al 90% la scena che si ha davanti, e quasi sempre qualcosa non torna.
In altri casi, la difficoltà è di ben diversa natura. Qualche giorno fa si è verificato un evento eccezionale, una eclissi totale di luna con il satellite quasi al suo perigeo. Anche attrezzati per bene, c’era una differenza di esposizione tra le varie fasi dell’eclissi per cui non era affatto facile restituirle in maniera corretta. Ma la difficoltà enorme in questi casi è altra: le variabili atmosferiche in agguato. Nel mio caso sono stato fortunato, e ho potuto scattare tutte le fasi dell’eclissi (fino all’oscuramento totale, poi mi sono “sfasteriato” e sono andato a dormire, ormai alle 5 del mattino…) anche grazie al diradarsi completo delle nuvole. Qualcun altro magari non si è svegliato, oppure s’è anche premurato di mettere la sveglia e poi si è ritrovato con il cielo coperto.

Personalmente, ho una lunga e preziosa collezione di immagini mai scattate che sono, però, rimaste impresse nella memoria, e più delle altre contribuiscono alla pulsione continua a cercare di fare sempre meglio. Se non ci si fa prendere dallo sconforto, dalla frustrazione, e si riconosce l’immagine “impossibile” come qualcosa di realmente valido, quella foto, quello scatto mai nato diventa parte di un archivio della memoria che risulta utilissimo. Ormai tante foto non ci provo nemmeno più a scattarle, ben sapendo che il risultato a livello tecnico non sarebbe all’altezza delle aspettative. Ricordo ai lettori che la fotografia, in napoletano giustamente definita ‘a tale e quale, è “tale e quale” al soggetto fintanto che i limiti tecnici dello strumento non si mettono in mezzo (al di là di una miriade di altre cose), e che il nostro sguardo ha una capacità di registrazione, principalmente in ambito tonale e in condizioni complesse, quasi sempre superiore alla registrazione meccanica della fotocamera. In qualche caso l’impossibilità è stata a posteriori (foto rovinate dallo sviluppo, oppure che hanno preso luce – una ventina di rullini di ritorno dalla Sardegna ancora mi bruciano per essersi bruciati da un’infiltrazione dal dorso della macchinetta…); in altri casi, invece, le foto non si scattano perché, purtroppo, il tempo di reazione nostro combinato a quello della fotocamera diventa un impedimento insormontabile.

Di recente mi è capitato di vedere, a Ravello, una bambina che camminava su un marciapiede grigio, sotto un tunnel dalle pareti abbastanza scure, vestita di colori sgargianti e con un ombrellino arancione che agitava avanti e indietro. Sarebbe stata una foto meravigliosa, alla Bob Sacha o forse alla Franco Fontana nella serie di scatti di New York. Per come ero equipaggiato in quel momento, solo con una compatta, per quanto sofisticata, quella foto sarebbe stata al massimo “alla Ernst Haas”, una bella chiazza di colore in movimento, pittoricamente molto bella, ma non quello che avrei voluto. E comunque forse non avrei avuto il tempo tecnico. Un po’ rimpiango i tempi in cui giravo con la Kodak Instamatic pronta all’uso nella tasca del giaccone, caricata a 400 ASA e cubo flash, vagando nei corridoi dell’università occupata sentendomi più Weegee che Salgado o Cartier-Bresson, consapevole che avrei solo dovuto cacciarla dalla tasca e puntarla sul soggetto per avere una foto nel momento giusto.

Già con la prima evoluzione successiva, una fotocamera per l’epoca (si era nel 1990…) parecchio sofisticata, con autofocus a ultrasuoni e flash incorporato, tempi lenti fino a 1/3 di secondo mi sembrava di poter fare tantissimo in più, ed era vero, ma, un po’ l’obiettivo non era forse all’altezza, un po’ l’autofocus si mangiava un po’ di tempo di troppo, i risultati non erano adeguati alle attese. Facevo sì quei bei tramonti (bleah!!!) e scatti al fogliame autunnale che prima non mi venivano mai bene, oppure foto da vicino messe a fuoco come si deve (miracolo!!), ma la velocità operativa si era andata a prendere un periodo di aspettativa… C’è voluta una successiva evoluzione (la mitica Kiev A4m a telemetro acquistata a Porta Nolana dai polacchi che vendevano materiale ex sovietico nei primi anni ’90) e molte altre foto perse per riuscire a riprendere un minimo di prontezza. Di quel periodo ricordo ancora con eccezionale lucidità l’immagine di un gatto che camminava indolente tra tanti piccioni che riposavano… Lui, il gattone nero, ai piccioni non ci pensava proprio, ma essi per precauzione si aprivano a dargli spazio per poi richiudersi dopo il suo passaggio. Successe a Napoli, a via Caccavello, proprio alle spalle di castel Sant’Elmo, verso il 1991. Non ricordo per quale motivo non scattai, forse era uno dei pochi giorni che non avevo la macchina con me (dubito), oppure semplicemente l’ho presa e nel frattempo la situazione si è modificata, non so più. Comunque sia, nonostante i miei sforzi e ripetuti passaggi in loco, quella situazione non mi si è più presentata davanti. Ma sta lì, nella memoria, sonnecchiante. Aspetta solo il momento per ripresentarsi, anche in altre forme, e permettermi di riprovarci.
Ammesso che abbia portato la macchina adatta con me, e che sia carica. E con abbastanza spazio sulla scheda…

Gianfranco Irlanda

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Come risultato calcistico è un po’ anomalo, ma volevo far riemergere nella memoria i fasti dello storico incontro dei mondiali di Messico ’70 (per tacere della finale del Santiago Bernabeu del 1982…), il mitico Italia-Germania 4-3. Il 12-12 e ½ del titolo (quasi un 12 a 13 per la Germania, ma c’è stato un pari merito con gli USA) è relativo ai premi come Auto dell’Anno vinti dalle rispettive nazioni. Come i lettori già sapranno, in questi giorni è venuto a galla uno scandalo piuttosto pesante riguardante la tedesca Volkswagen e relativo a una frode, ammessa anche dalla stessa casa automobilistica, per truccare i risultati dei test delle emissioni delle sue auto diesel vendute negli USA. Non sto a dilungarmi sugli aspetti tecnici e legali della questione, basta fare una ricerca in rete per trovare numerosi altri articoli al riguardo. Vorrei però condividere una serie di piccole riflessioni in merito a intrecci e rivalità automobilistiche (e non solo) tra le due nazioni.

Negli anni immediatamente successivi all’ascesa del fascismo in Italia ci si trova in un periodo d’oro per quanto riguarda lo sviluppo dell’automobile, le corse sono seguitissime e i piloti osannati come veri e propri eroi. La macchina propagandistica del regime non si fa sfuggire la cosa.
Lo Stato italiano, per il tramite dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale, nel 1933 acquisisce il controllo dell’Alfa Romeo, che diventerà un fiore all’occhiello da mostrare al mondo, attraverso vittorie nelle competizioni e con modelli seducenti, sbandierando le capacità tecniche italiche. L’Anonima Lombarda Fabbrica Automobili, meglio conosciuta come ALFA, diventa Alfa Romeo subito dopo la Grande Guerra a seguito dell’acquisizione da parte di un ingegnere e imprenditore nativo di Sant’Antimo, Nicola Romeo. Gli anni ’30 vedono competere a livello tecnico e sportivo le due industrie automobilistiche italiana e tedesca, con la prima che riporta vittorie spesso in condizioni di inferiorità, come accade al Gran Premio di Germania nel 1935, con Tazio Nuvolari, il mantovano volante, che riesce a imporsi in casa dell’avversario nonostante una potenza inferiore del veicolo. Nuvolari guarda caso verrà ingaggiato proprio dai tedeschi dell’Auto Union, la casa dai quattro cerchi – che verranno ripresi dalla Volkswagen molti anni dopo per le sue berline più rifinite, le Audi – che farà affidamento sul pilota italiano per restare sulla cresta dell’onda in quei tardi anni ’30 che preludono alla guerra.

Non so se sia stata la prima volta che un italiano portava vittorie e prestigio all’industria tedesca, ma di certo la cosa si sarebbe ripetuta molte altre volte nei decenni successivi: per la serie “forse non tutti sanno che”, se esiste un modello di successo della Volkswagen, conosciuto come Golf, lo si deve anche alla matita e alla capacità progettuale di un italiano come Giorgetto Giugiaro, autore anche delle prime Audi 80 e 100 e della mitica Alfasud, nonché della De Lorean DMC-12 (l’auto di “Ritorno al futuro”, tanto per intenderci; è interessante notare che la produzione del film aveva richiesto espressamente che fosse una vettura al 100% americana…). Per quanto riguarda la Golf, lo stesso Giugiaro racconta di come fosse stato convocato alla sede della Volkswagen, a Wolfsburg, e vi avesse trovato una Fiat 128 completamente smontata. I tedeschi ammisero candidamente che non erano in grado di produrre un veicolo come quello a quel prezzo. Evidentemente ci voleva un italiano per fare meglio degli italiani stessi…
Nello stesso lasso di anni, siamo nei ’70, quella che era la casa più tradizionalista in Europa dopo la Rolls-Royce, la Daimler-Benz, promuove a capo del design del suo marchio Mercedes un designer italiano, Bruno Sacco, che lavorava in DB già da parecchi anni e che aveva firmato già alcuni modelli di successo. Sacco riesce a concretizzare, fino a portarlo alle sue estreme conseguenze, il concetto di family-feeling, una continuità stilistica pur nella necessaria innovazione tra modello e modello, e tra le diverse evoluzioni degli stessi; un concetto che sarà ripreso un po’ da tutti ma fatto proprio fino al parossismo dal marchio Audi.

Qualche anno dopo, e siamo già in tempi recenti ma non troppo, un motore inventato da un tedesco nato in Francia viene perfezionato da una casa italiana: il motore a ciclo Diesel. Già nei tardi anni ’80 in Fiat avevano iniziato a introdurre, prima al mondo, l’iniezione diretta su un motore da 1910 cm3 (sulla Croma TD id, nel 1989). Successivamente sempre in Fiat viene inventata e sviluppata la tecnologia Common Rail (poi affidata per la commercializzazione alla Bosch), che viene progressivamente adottata da tutte le altre case automobilistiche. Tutte tranne la Volkswagen… la casa tedesca sviluppa per proprio conto una tecnologia differente, la cosiddetta iniettore-pompa, la cui sigla TDI è ben nota agli acquirenti della casa. Guarda caso, questa tecnologia si è rivelata un vicolo cieco soprattutto per quanto riguarda il contenimento delle emissioni, tanto da indurre la casa a fare salti mortali per restare nelle normative, non ultimo appunto il caso di frode ai consumatori negli USA, che sta in questi giorni facendo precipitare le azioni del gruppo tedesco ai due terzi del loro valore precedente la venuta a galla dello scandalo, nonché affossando le borse europee.
“Stranamente”, già da qualche tempo la Volkswagen stava iniziando ad adottare la tecnologia inventata dalla casa italiana per rientrare nella normativa Euro 6.

Certo, casi di problemi strutturali, di progetto o di produzione relativi alle automobili e a componenti difettose fanno parte della storia dell’auto e nessuna nazione ne è immune. Negli anni ’60 era stata commercializzata la Chevrolet Corvair, oggetto di una controversia legale a causa della tendenza a ribaltarsi o a perdere aderenza (venne criticata per questo nel libro di Ralph Nader Unsafe at Any Speed, ovverosia malsicura a qualsiasi velocità, per quanto non fosse l’unica auto oggetto di analisi da parte dell’autore); poco dopo la NSU, una consociata della Volkswagen, metteva sul mercato la Ro 80, prima auto con motore rotativo di tipo Wankel: la Ro 80 subì in pochi anni una enorme quantità di richiami causati dal fatto che le guarnizioni del motore perdevano aderenza dopo pochissimi km, e veniva sostituito l’intero motore in garanzia, con nefaste conseguenze economiche sulla casa. Negli anni ’70 praticamente tutte le auto del gruppo Fiat erano costruite con acciaio proveniente dall’URSS, a pagamento degli interessi per la costruzione dell’impianto di Togliattigrad, causa prima di problemi di corrosione enormi per le automobili prodotte in Italia e che causò il ritiro dal mercato statunitense e il crollo delle vendite in nord Europa. Più di recente anche General Motors e Toyota hanno dovuto patteggiare con le autorità americane a causa di difetti che hanno causato parecchie decine di vittime.

Di differente forse questa volta c’è stata la colpevole presunzione da parte dei dirigenti della Volkswagen di riuscire a farla franca anche dopo un primo richiamo e un primo tentativo di porre rimedio (un rimedio puramente di facciata, che non ha sortito alcun effetto). Tutto questo quando la casa tedesca era prossima allo storico superamento della Toyota come primo costruttore di auto al mondo. Forse la sindrome di onnipotenza dall’essere a un passo dalla vetta ha giocato uno scherzo molto, molto brutto. Non so perché, ma ho una persistente sensazione di deja-vu


Gianfranco Irlanda

 

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Mi ripromettevo da tempo di scrivere un articolo sulla bellezza in fotografia, e su cosa essa comporta a seconda del contesto. Mi è giunto uno sprone inaspettato in questi giorni alla notizia della vittoria, da parte del fotogiornalista napoletano Salvatore Esposito, di un premio della Getty Images al Visa Pour l’Image di Perpignan, forse la rassegna dedicata al giornalismo per immagini più prestigiosa al mondo. Il lavoro, dal titolo “What is missing”, rappresenta il degrado di alcune zone di Napoli e viene legato alla assoluta mancanza delle istituzioni in quei quartieri. Questo premio (se volete vedere alcune delle immagini le trovate qui) è giunto con un tempismo quasi perfetto se consideriamo i fatti di cronaca a Napoli di questi giorni, e le dichiarazioni che da più parti giungono e suscitano polemiche (da Roberto Saviano a Rosy Bindi e via discorrendo), relativamente alla presenza endemica e inestirpabile o meno della camorra nella città. Faccio i miei complimenti a Salvatore per il premio, dalle immagini si nota un vero lavoro di approfondimento e di scavo nei meandri più bui della società partenopea. Le sue immagini sono molto forti, ben costruite, forse troppo… sono, paradossalmente ma forse neanche tanto, “belle foto”…

Già nel mio articolo precedente sull’uso dell’immagine nella cronaca e nell’informazione in generale avevo sfiorato l’argomento, ma stavolta vorrei soffermarmi un po’ di più sugli aspetti estetici contrapposti a quelli contenutistici.

Che significa fare una bella foto? Cosa è bello nella fotografia? Il soggetto? La composizione? I colori? Il significato? E, soprattutto, cosa fa funzionare una foto? Si adatta al contesto di fruizione, è utile allo scopo per cui è stata scattata?

Molte di queste domande forse non hanno una risposta univoca, e per ragionare approfonditamente in merito forse non basterebbe una tesi di dottorato. Ma su un paio di esse credo sia necessario soffermarsi un po’. Chi fa fotogiornalismo sa bene, o dovrebbe sapere, che un’immagine viene letta a seconda del contesto di fruizione (così come chi riporta affermazioni di qualcuno non dovrebbe isolarle dal contesto in cui sono state pronunciate). Il rischio è che ciò che viene detto, verbalmente o visivamente, possa essere male interpretato se non addirittura assumere un significato diverso o opposto rispetto alle intenzioni. Un po’ penso a Gomorra di Saviano. Etichettato furbescamente come “romanzo”, non diceva cose che non fossero già ampiamente conosciute dalla maggior parte dei napoletani, ma evidentemente era diretto, intenzionalmente o meno da parte dell’editore, a un pubblico più ampio, nazionale. Immagino che abbia contribuito a far conoscere un problema a tanti lettori che lo ignoravano, ma in tante persone potrebbe avere generato l’effetto di rafforzare convinzioni e un immaginario precostituito. Il trasformare il libro in film e poi in serie televisiva, fatta tra l’altro molto bene, aumenta lo scarto con la realtà. Diventa sempre più fiction e sempre meno informazione.

Cosa succede con la fotografia di cronaca? A fare delle immagini troppo riuscite, perfette, memorabili, “belle”, spesso si rischia di remare contro l’intenzione di rappresentare la realtà e, nel caso del degrado, della criminalità, delle problematiche sociali, contro il cercare di combattere il fenomeno, ammesso sempre che questa sia la vera intenzione… Già. L’intenzione. Purtroppo il rischio diventa questo. Si scattano foto a situazioni problematiche perché si vorrebbe testimoniarle e (spero) combatterle, ma troppe volte la fascinazione di quelle immagini rende arduo il compito, se non addirittura genera un risultato controproducente, e da quella fascinazione non sono immuni i fotografi stessi.

I fotografi di reportage di un certo tipo a volte in effetti si fanno prendere la mano dal voler ottenere una foto “bella” a tutti i costi, quella da primo premio, da pubblicazione sulla rivista Photo… ma bisogna chiedersi se la foto sia poi riuscita rispetto alle intenzioni iniziali. Esposito, e tanti altri come lui (per non parlare dei giudici di tanti contest sulla fotografia), troppo spesso non fanno che ragionare e muoversi all’interno di un discorso di enunciazione cristallizzato e precostituito, che rischia di diventare una forma di omologazione estetica che funziona solo in certi contesti. La “bella” foto del morto ammazzato, del tossicodipendente o del criminale con la pistola, diventa purtroppo l’immagine perfetta non per testimoniare una realtà (che non è nuova ormai a nessuno), ma per continuare nella scia di una pseudo informazione di facciata che serve a tante riviste per giustificare la pubblicità nella pagina di destra, quasi a volersi ammantare di una purezza e di una autorità che in realtà tanta stampa, cartacea e virtuale che sia, ha perso da tempo.

Chiudo spesso con un ricordo personale, spero per i lettori, oltre che per me, che non diventi un’abitudine, ma qui calza a pennello. In una delle prime edizioni del Festival della Fotografia di Roma, qualcosa come dodici o tredici anni fa ebbi modo di vedere una mostra di immagini, piuttosto insulse di primo acchito, in uno spazio un po’ reietto della stazione Termini. Erano immagini di persone, bambini, donne, uomini, faccende domestiche. A metà della visione lessi il cartello informativo: si trattava di immagini scattate da bambini immigrati con delle macchine usa e getta, nell’ambito di un progetto di integrazione degli immigrati. Quelle immagini testimoniavano davvero di una realtà, e lo facevano senza mediazioni estetiche, culturali, senza costruzioni se non intuitive dell’inquadratura, senza voler cercare la “bella” foto a tutti i costi.
Credo sia stato il più bel reportage che abbia mai visto. Bello perché riuscito.


Gianfranco Irlanda

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Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni per le strade di Napoli, tra spari, inseguimenti, omicidi premeditati e non, terrorismo di strada, mi fa venire in mente una serie di paralleli che potrebbero sembrare forzati, se non addirittura inopportuni e fuori luogo, ma credo ci sia una verità di fondo per chi la vuole cogliere ed analizzare ulteriormente.

Non credo sia il caso di spingermi in qualche analisi sociologica affrettata e che si risolverebbe inevitabilmente in aria fritta, ma vorrei cercare di entrare, diciamo così dalla finestra, nella logica dei nostri tempi, almeno quella logica legata all’uso di determinati beni di consumo, e come queste abitudini possano risultare illuminanti nel momento in cui cerchiamo di comprendere determinati fenomeni, che magari a queste abitudini sembrano non particolarmente connessi.

Quello che una volta si poteva definire capitalismo, ma che adesso preferisco definire la macchina del consumo, intesa come quell’insieme di produzione di beni e servizi che non serve semplicemente a soddisfare i bisogni ma a crearne sempre di nuovi, in modo da poter perpetuare il meccanismo consumistico all’infinito (e ad alimentare sé stessa, alla fin fine), tende ad andare incontro, nel suo rivolgersi all’uomo massa (termine che sembra non passare mai di moda), al “minimo sforzo” del consumatore, ad assecondarlo. Cerca in tutti i modi, per non perdere clienti o per acquisirne sempre di nuovi, di abbracciare anche la potenziale clientela “analfabeta”. Non parlo semplicemente di coloro i quali davvero non sanno leggere e scrivere, per quanto sull’analfabetismo funzionale di una gran fascia della popolazione, in Italia, ci sarebbe da dire molto. Il cliente analfabeta è quello che non ha l’erudizione minima per poter accedere a un approccio utile, definiamolo anche questo funzionale, con l’oggetto di consumo. Qual è allora l’approccio della produzione, della macchina del consumo? L’oggetto deve essere semplice da usare, il consumatore non deve scervellarsi troppo, anzi. Se potenzialmente pericoloso deve essere il più possibile innocuo (quanto meno per l’utilizzatore…), e deve garantire una soddisfazione immediata senza che si ingenerino frustrazioni anche minime. Il consumatore in pratica deve essere imboccato col cucchiaino, e se questo non è d’argento almeno lo deve sembrare.

Qualche tempo fa, con un’amica biologa, si ragionava sulla possibilità che il meccanismo del mercato globale tendesse ad andare contro ai meccanismi della selezione naturale. In effetti, se ci ragioniamo un attimo, potremmo trovare delle prove. Le automobili odierne, tanto per fare un esempio, necessitano di poco sforzo nella guida, tendono a fare buona parte del lavoro e, soprattutto, a preservare il guidatore in caso di incidente. Questo vuol dire che il guidatore, che spesso l’incidente lo provoca, avrà più possibilità di sopravvivenza rispetto all’ignara vittima che tranquillamente passava col verde, nel momento in cui il guidatore stesso avrà bruciato un semaforo rosso… Il guidatore stesso proverà un senso di onnipotenza, dimenticando che chi sta facendo tutto il lavoro è la macchina, ovvero le persone che l’hanno progettata e costruita affinché egli, guidatore/consumatore, possa continuare a consumare in futuro. Dei passeggeri e dei terzi non gliene frega poi molto alla casa produttrice, in quanto quelli non sono consumatori se non potenzialmente. Insomma, l’evoluzione del mercato sta facendo sì che una gran massa di criminali alla guida di auto potenti e ingombranti abbia la meglio. Fortunatamente la maggior parte di questi fa il gradasso fintanto che la strada è dritta, per poi farsela addosso alla prima curva un po’ più impegnativa, là dove neppure la migliore autovettura può decidere il raggio di sterzata e l’anticipo della stessa, lo stacco dei freni, per riuscire a prenderla allegramente senza ritrovarsi in una scarpata.

Allo stesso modo, anche se in un senso molto meno cruento, succede con altri beni di consumo: le macchine fotografiche. Mi direte, che c’entrano le macchine fotografiche? C’entrano eccome, perché anch’esse rispondono, e contribuiscono, a questo accorciamento della curva di apprendimento generalizzata, facendo sì che tutti si possano sentire grandi fotografi (basta uno smartphone un po’ più evoluto, eh, non c’è bisogno della reflex…) senza dover fare chissà quale sforzo. Dobbiamo leggere un manuale se vogliamo tirare fuori il meglio dallo strumento (leggere?? un MANUALE???), ma senza nemmeno fare un minimo di sforzo possiamo accendere la fotocamera, metterla nella classica posizione verde del totale automatismo e ottenere delle foto decentissime. Poi quando ci viene lo sfizio e la impostiamo in manuale, allora ci rendiamo conto che era la macchina che faceva le foto, non noi, e che per fare di più dovremmo leggere, studiare, approfondire…

Evitando sillogismi (probabilmente sbagliati dalle premesse), mi viene da pensare che questo meccanismo di riduzione progressiva della curva di apprendimento stia diventando sempre più pervasivo in ogni aspetto del consumo, e ciò comporta un abbassamento a spirale dell’attenzione, della pazienza, della capacità di andare al di là delle apparenze e della superficie delle cose. Il consumo stesso deve essere effettuato rapidamente, non si può aspettare, bisogna essere al passo coi tempi, con le mode, con l’ultimo ritrovato tecnologico, in una corsa sempre più affannosa e disperata in cui restiamo, e inevitabilmente, sempre più indietro.

Chi sono le maggiori vittime di questo processo? Da quello che posso notare, sono sempre i soliti noti. Le fasce di popolazione meno scolarizzata, disagiate, che possono godere di meno anticorpi familiari, chiamiamoli così, nei confronti delle sollecitazioni pressanti del mercato. Mancando la capacità di attendere, di procrastinare il godimento effimero del bene di consumo, meccanismi che si innestano su un terreno fertilissimo fatto da tanti altri elementi e fattori, che non possiamo trattare in questo articolo, il consumatore di una certa fascia di popolazione si sente attratto irresistibilmente (e spesso culturalmente impossibilitato a dire di no) dalla via più semplice…
A costo di fare un esempio fuori luogo, ne “L’impero colpisce ancora”, il personaggio di Yoda, maestro Jedi isolatosi sul pianeta Dagobah, parlando del Lato Oscuro della Forza alla domanda del discepolo Luke se esso sia più forte, risponde che è “non più forte. Più facile. Più seducente.”

Temo che il mercato si innesti, di prepotenza a volte ma spesso subdolamente, in questa possibilità della via più facile, non opponendovisi ma assecondandola. Chiudo con un ricordo personale. Diversi anni fa mi capitò di fare un servizio sul carcere minorile di Nisida. Uno dei ragazzi detenuti, con una condanna per rapina a mano armata, si espresse in questi termini, che traduco alla lettera dal napoletano: “quando il venerdì, il sabato sera esci con una ragazza, devi spendere cento euro, no? Se non spendi almeno cento euro non sei nessuno”.

A voi le riflessioni.

Gianfranco Irlanda

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Non certo per indifferenza, ma perché orientato a distaccarmi dalla cronaca già da un po’ (ho smesso i panni del fotoreporter di professione nel 2007, anche se con un certo rammarico), avevo evitato di recente di affrontare le tematiche relative alle varie emergenze che segnano l’attualità di questo periodo. Purtroppo è bastata una fotografia a smuovermi, una foto triste, oltre che drammatica, ma soprattutto è stato il ripresentarsi (quasi ciclico) delle polemiche che accompagnano sempre la rappresentazione o non rappresentazione delle tragedie. Tragedie sempre altrui, sia ben chiaro: quando le tragedie ci riguardano di persona non stiamo lì a lambiccarci se qualcosa è opportuno o meno a livello mediatico. Abbiamo altro a cui pensare.

La foto in oggetto è quella del piccolo Aylan, un profugo di tre anni annegato, steso su una spiaggia turca, mentre insieme alla famiglia sfuggiva a una non vita, a una situazione di criticità che noi figli dell’occidente opulento probabilmente non riusciamo a immaginare. Forse non vogliamo immaginarla…
Non è la prima volta che accade, né purtroppo sarà l’ultima, sia come emergenza umanitaria sia come momento polemico nei confronti della foto di cronaca e dell’uso che se ne fa.

Dalla sua invenzione, la fotografia ha ambiguamente rivestito un doppio ruolo, paradossalmente contraddittorio: rappresentare meccanicamente, ovvero “oggettivamente” la realtà, e manipolarla fino a falsificarla. Nel momento in cui scattiamo una foto, necessariamente dovremmo avere un soggetto davanti all’obiettivo che andrà a formare un’immagine (nel caso della fotografia digitale le cose si complicano, ma per il momento lasciamo stare). Sembra semplice. Stiamo registrando la luce riflessa. Niente di più. Ma… Il “ma” viene da un fattore spesso trascurato, ovvero dalla necessaria presenza dell’operatore, ovvero del fotografo, con la sua esperienza (o inesperienza), la sua sensibilità, ma anche il suo punto di vista sulla situazione, le sue idee, le sue motivazioni, in breve la sua ideologia, se vogliamo usare un termine che di per sé può essere fuorviante. Ma ci aggiungerei il mestiere, la professionalità, la competenza, e anche, se vogliamo, l’umanità.

Le immagini delle tragedie che hanno accompagnato la storia della fotografia dal suo nascere, soprattutto immagini di guerra, sono state scattate per gli scopi più diversi. Propaganda, sensibilizzazione, dovere di cronaca, supporto alle vendite un po’ stanche di qualche testata, mobilitazione dell’opinione pubblica tutta, solleticamento della morbosità del lettore. Spesso agiscono su tutti questi livelli per diverse fasce di pubblico (dovrei chiamarli consumatori? be’…), e funzionano per ciascuno in modo diverso. Una stessa foto può essere pornografica per qualcuno, toccante per altri, suscitare indignazione per la situazione del soggetto rappresentato oppure sdegno per la sua presenza su una rivista “per famiglie”; qualcuno può trovare offensivo che venga pubblicato un seno nudo, con il rischio che possa essere visto da un bambino, ma non che si mostrino immagini di violenza, e viceversa. Le regole, anche quelle non scritte, variano a seconda del luogo, della cultura, o anche della fascia di popolazione. C’è però qualcosa da dire di generale.

Il mestiere del fotogiornalista è, nonostante le apparenze, un bruttissimo mestiere. Si viene messi davanti alla crudezza di una situazione (spesso rischiando in prima persona), non solo senza possibilità di girarsi dall’altra parte, perché si farebbe male il proprio lavoro, ma soprattutto con la necessità di renderla nel modo migliore affinché quella situazione possa essere compresa. Non stiamo parlando di intrattenimento, anche se una testata che si può anche mascherare da veicolo di informazione spesso lo pratica, ma di mettere la notizia davanti agli occhi dell’altro, di noi che stiamo a casa e quella situazione magari tendiamo a ignorarla, troppo spesso intorpiditi e instupiditi da milioni di altre notizie e stimoli e distrazioni e pensieri, con gli occhi e la mente che registrano allo stesso modo il morto ammazzato per una lite o una rapina nel paese vicino, la pubblicità del frollino per la colazione, il servizio sul divorzio dell’attrice famosa o quello sul doping del ciclista e così via.

Come può un fotografo riuscire a rendere partecipe un pubblico imbesuito e distratto? Renderlo partecipe, non semplicemente scioccarlo o inorridirlo o disgustarlo. Con una cosa che si chiama mestiere. Con la capacità comunicativa che una foto, e solo la foto, riesce ad avere. La fissità che si contrappone al flusso di parole e immagini che vengono prontamente sostituite da altre. La foto, nella sua testimonianza granitica, riesce laddove tanti articoli non possono, scavalcando la pigrizia che ci impedisce di leggere un articolo che magari non ci rassicura, anzi, magari ci indigna e ci smuove nel profondo talmente tanto che preferiremmo ignorarlo, perché vorremmo inconsciamente che certe cose non succedessero. E invece eccola lì, l’immagine emblematica, quella che da sola riesce a raccontare non solo una situazione, ma un’epoca, un modo di pensare, di vivere. E da sola può smuovere le coscienze.

Riemergono alla memoria immagini crude e meno crude… Robert Capa e il miliziano colpito a morte durante la guerra di Spagna; la foto del bombardamento al napalm scattata da Nick Ut, che ritrae la giovane Phan Thị Kim Phúc, vincitrice del Pulitzer nel 1972, e che insieme ad altri reportage dal Vietnam ha contribuito alla mobilitazione della popolazione contro la guerra; la foto della bimba sudanese che sembra assediata da un avvoltoio nell’altrettanto premiata immagine del 1993 di Kevin Carter, fotografo sudafricano che non ha retto agli orrori che aveva visto e alle polemiche suscitate dalla foto stessa e si è tolto la vita alcuni mesi dopo. Mi rimbomba nella memoria l’immagine simbolo del National Geographic Magazine, il ritratto della allora dodicenne afgana Sharbat Gula, fotografata da Steve McCurry nel 1984, attualmente talmente iconica da sembrare scontata, ma che non bisogna dimenticare pure rappresenta un dramma, essendo una testimonianza dell’esodo dall’invasione sovietica dell’Afghanistan. Ma forse l’immagine più forte, e allo stesso tempo più “bella”, se posso esprimermi così, che mi viene in mente, tra tutte quelle di denuncia che ho visto, è quella di William Eugene Smith del 1971 che da sola ci parla di un dramma familiare, di una comunità e di una nazione, senza per questo spingere sulla morbosità o sugli aspetti tragici, anzi con la dolcezza infinita di una madre che ama la propria figlia, ed è l’immagine simbolo della tragedia di Minamata, in Giappone, in cui si sono verificati per decenni contaminazioni di mercurio nel ciclo alimentare dovuti a sversamenti incontrollati. La foto ritrae una ragazza affetta da contaminazione di mercurio mentre viene lavata nella vasca dalla madre. Tomoko Uemura in Her Bath è una foto estremamente commovente, una Pietà che nulla ha da invidiare a Michelangelo.

La domanda che sorge spontanea è: quale funziona meglio, l’immagine drammatica di Ut, quella atroce ma efficacissima di Carter, oppure quella in cui la tragedia è tutta nello sguardo di ghiaccio di una ragazza adolescente? Oppure la foto di Smith, nel suo essere pietosa e quasi caravaggesca? Ut correva, scappando, insieme alla ragazza, Smith ha vissuto due anni a Minamata, Capa in Spagna era a in prima linea a rischiare la pelle coi miliziani. Tutte quelle immagini sono servite a qualcosa: come leva sulla politica, a raccogliere fondi, a far partire volontari, ad agire sulla coscienza individuale e collettiva.
Non c’è una scelta, non c’è nemmeno una graduatoria. Ogni immagine testimonia del momento e della situazione, così come viene vista, o vissuta, dal fotografo incaricato di riportarla a un pubblico più vasto. Certo, è più facile poi fare
merchandising a posteriori con una foto meno cruda e più accattivante, ma questo non toglie valore alla stessa, se riesce a smuoverci dal nostro torpore.


Fino alla prossima emergenza.


Gianfranco Irlanda