Authors Posts by Gianfranco Irlanda

Gianfranco Irlanda

27 POSTS 0 COMMENTS

0 1757

Di recente il fotografo francese Georges Mérillon, in occasione dei 25 anni dalla vittoria al World Press Photo con un’immagine, premiata come foto dell’anno 1991, relativa alla morte di un uomo kosovaro ucciso dalla polizia serba, ha proposto in vendita le stampe della foto vincitrice con uno sconto del 30%. La stampa, che immagino realizzata con tutti i criteri di qualità possibili, è proposta quindi alla cifra di 175 euro, invece di 250.

Al di là del fatto che una foto possa piacere o meno, e nel caso in oggetto si tratta di una foto che non mi vergogno a definire magnifica, quasi perfetta, nella rappresentazione caravaggesca di una scena che ricorda un Compianto sul Cristo Morto, più che una scena da cronaca di guerra (penso che il premio se lo sia meritato tutto…), quello che mi dà da pensare è il fatto che una scena di dolore, di lutto, possa prestarsi a essere stampata e venduta per diventare oggetto di arredo, addirittura scontata.

Oramai da troppi anni i media, soprattutto le riviste di attualità (e quelle di documentazione antropologica e naturalistica come il National Geographic Magazine), ma in modo diverso anche la televisione, hanno inseguito un modo di rappresentare il fatto tragico in maniera sempre più perfetta, con immagini ben composte e, grazie alla bravura (ma ha senso parlare di bravura? Forse meglio mestiere) di alcuni fotografi, addirittura in modo “piacevole”, gradevole sia all’occhio dello spettatore esperto sia all’occhio del profano.

Ma che si sta comunicando quando di una scena tragica diamo una visione che per essere sdoganata su un contenitore di pubblicità, ovvero di immagini che servono a conquistare l’osservatore e indurlo all’acquisto, di immagini cioè accattivanti, deve essere accattivante a sua volta? Cosa passa, quale messaggio viene trasmesso nel momento in cui una foto di una scena di morte, di dolore, di rabbia, magari una scena raccapricciante se ci fossimo noi dentro, un momento crudele della vita di qualcuno diventa una “bella foto”? Questo problema mi assilla da anni, e non sono ancora riuscito a trovare una risposta. Per anni io stesso ho lavorato come fotogiornalista, e ho sempre cercato di evitare le scene cruente, fondamentalmente perché si dà una rappresentazione ambigua, se la foto è buona, e paradossalmente si fa una comunicazione poco efficace se invece la foto è meno “bella” esteticamente. Certi miei colleghi famosi ci campano su questo, e non posso dar loro torto se hanno capito che quella è la via per farsi un nome nel campo del fotogiornalismo, ma non posso fare a meno di pensare che siano in qualche modo complici della mercificazione dei problemi di qualcuno, che sia l’abitante della periferia napoletana, il migrante che fugge da una guerra, il diseredato di turno della società opulenta.

Sia chiaro, non voglio assolutamente dire che di certe cose non bisogna parlare, anzi. Personalmente trovo una gran fregatura qualsiasi limitazione al diritto di cronaca, ma è anche vero che in certi casi lo scopo dell’operatore del settore diventa altro da quello di fare una corretta informazione. Nel caso della foto di Mérillon, è evidente che siamo in un caso limite, sia per la bellezza estrema dell’immagine sia per il fatto che venga venduta scontata. Credo che un po’ il problema sia a monte. Dovrei andare ad affondare nelle nostre radici cristiane (ma forse non solo in quelle), nelle quali troviamo un esempio emblematico in cui la rappresentazione del dolore diventa strumento di propaganda efficacissimo: parlo della rappresentazione della passione di Cristo (non a caso lo citavo prima). Il problema è che, in quel caso, la visione che abbiamo della morte di Cristo dovrebbe essere consolatoria, in quanto quello che ci viene detto della crocifissione è che essa rappresenta il sacrificio del Figlio per la remissione dei peccati del genere umano, a maggior ragione nel momento in cui sappiamo che la storia è “a lieto fine”, ovvero che alla crocifissione segue la risurrezione… Nel caso dei morti in guerra, o di camorra, o dei migranti che annegano nel Mediterraneo, purtroppo questo aspetto cade miseramente. La cristianità, specie quella controriformista, ci ha riempito gli occhi di immagini di martiri, con una predilezione per le figure iperrealiste. Questa macchina comunicativa è durata per secoli, e buona parte di quelle che noi consideriamo opere d’arte appartengono a questa categoria… Forse non è un caso, a conti fatti, che percepiamo come buono e piacevole anche un momento di dolore.
Almeno, finché il dolore è quello degli altri…

Gianfranco Irlanda

© RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 775

Via Crucis, Barile, Potenza, 1995 © Gianfranco Irlanda

Nel 1995, ancora studente ma già avviato sulla strada della fotografia di reportage, dopo varie esperienze di documentazione dei movimenti studenteschi di quegli anni, mi trovai ad accompagnare alcune studentesse che seguivano il corso di Storia delle tradizioni popolari, di qualche anno più giovani di me, a fotografare una Via Crucis in un paese lucano non molto distante da Melfi, Barile.

All’epoca di fotografia digitale non si parlava se non come possibilità ipotetica o quasi, e il mio equipaggiamento consisteva di un paio di corpi macchina decenti (una indistruttibile Pentax K-1000 e una autofocus) e una serie di obiettivi un po’ rimediati, tutti sovietici con montatura Nikon e riconvertiti tramite adattatore alla baionetta Pentax. Il tempo quel giorno era poco più che schifoso, e se non fosse stato che avevo preso l’impegno me ne sarei stato volentieri a casa al calduccio. A Barile iniziò a piovigginare con insistenza, poi a piovere e infine a tirare un nevischio bagnato e tagliente. Dovendo fotografare non avevo con me l’ombrello, mentre una delle ragazze aiutava l’altra riparandola mentre questa scattava. A un certo punto successe anche un piccolo dramma: si ruppe il manettino di riavvolgimento della fotocamera della studentessa. Riuscimmo a rimediare facendoci prestare una pinza da una famiglia che stava affacciata sulla soglia di casa a guardare la processione (finita la quale, ovviamente, dovetti poi ripercorrere tutto il paesino, un labirinto di saliscendi sconosciuto, per ritrovare la casa e restituire la pinza…)
Le fotocamere resistettero alle intemperie, ma noi eravamo piuttosto provati.

Mentre eravamo lì mi chiedevo cosa spingesse un’intera comunità a infradiciarsi fino al midollo pur di rispettare una tradizione religiosa. C’era un ragazzino nella banda del paese che suonava sotto la pioggia con la protezione dell’ombrello di un genitore, mentre uno degli anziani della banda soffiava nella sua tromba, a malapena coperto dal cappuccio, con l’aria di voler essere altrove.
In un’altra occasione, anni dopo, accompagnai un collega fotografo a riprendere la processione degli incappucciati bianchi a Sorrento, e pure in quel caso mi chiedevo quali motivazioni avessero i fedeli per trascorrere una nottata intera – la processione iniziava all’una di notte e terminava alle sei del mattino – al freddo, fossero essi i partecipanti o i semplici spettatori che si assiepavano lungo le strade della città. Osservavo i ragazzini, se non proprio i bambini, e mi domandavo quanto essi stessi fossero convinti di quello che facevano o se non erano un po’ costretti dalle circostanze – e dai genitori.

Quando ero piccolo e ancora legato alle tradizioni festive mi sembrava che la Pasqua fosse l’unica manifestazione del cristianesimo ancora con un senso, almeno a giudicare da come era (e forse come è tuttora) vissuta dai fedeli. Mettendo un po’ da parte le credenze religiose, o, meglio, risalendo dalle stesse, dalle manifestazioni della fede, a ritroso nel tempo e nello spazio come si risale un fiume per giungere alla fonte da cui origina, possiamo ritrovare dei segnali molto chiari sul perché la Pasqua nel mondo cristiano sia così sentita e rivesta una tale centralità.

Il termine stesso, “Pasqua di Resurrezione”, che noi – intendo noi che facciamo parte di un Paese di cultura cristiana – associamo alla figura di Gesù Cristo, ci dà una chiara indicazione. Il lettore mi risponderà sconfortato dicendo che per il cristianesimo è centrale la speranza nella resurrezione, resurrezione del corpo, e non solo dell’anima (che avverrà alla fine dei tempi, ovviamente dopo morti, ottima merce da vendere, la migliore… nessuno potrà mai presentarsi per un reclamo nel momento in cui non sarà risorto). La domanda che dovremmo porci non è perché la resurrezione sia così importante, lo vedrebbe anche un infante, piuttosto è perché la celebrazione della resurrezione si manifesta in un certo modo e viene festeggiata in un determinato periodo.
La Pasqua segue il ciclo lunare, unica festività, almeno credo, religiosa o meno che sia, che non abbia (ancora…) una fissazione nell’anno legale, che segue invece il ciclo solare. Al ciclo lunare sono associati i riti della semina e del raccolto, e la resurrezione viene ad associarsi alla rinascita della natura dopo la pausa invernale. Fatalmente ciò è stato sovrapposto al rito di Pesach, la Pasqua ebraica, entro la quale si viene a collocare la narrazione della passione di Cristo. Come al solito, quando si tratta di festività cristiane, possiamo notare una sovrapposizione e un accavallamento tra differenti tradizioni precedenti. La simbologia cristiana si appropria in maniera diretta dei passaggi stagionali, legandosi alle festività romane (ma non solo romane) preesistenti. Se con il Natale ritroviamo la festività del Sole Invitto, alla Pasqua possiamo associare facilmente il culto di Cibele e di Attis, che ritroviamo nella tradizione greco-romana… conservata, seppur rivisitata, dai Napoletani nella pastiera.

La pastiera? Ebbene sì, sembra che il culto di Attis, i cui riti si celebravano in occasione dell’equinozio di primavera (allora festeggiato il 25 marzo), comportasse la proibizione del consumo di farina e di pane, visto che il compito di macinare il grano veniva disatteso da Cibele perché disperata a causa della morte di Attis. Pertanto, per rispetto verso il dio morto, il grano veniva consumato intero. Attis che, guarda caso, muore per poi risorgere… vi ricorda qualcuno?

Bene, per chi volesse cimentarsi con una variante anomala ma non troppo della pastiera, esiste una ricetta romana che assomiglia moltissimo a quella attuale (con le prevedibili differenze…) nel De Re Rustica di Catone…


Gianfranco Irlanda

© RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 1060

Fu allora che vidi il Pendolo. Lo vidi, come mi aspettavo, e come desideravo da quasi vent’anni, al Conservatoire des Arts et Métiers di Parigi, un giorno del 2007. Più che un desiderio era ormai un atto dovuto, dovuto al romanzo che mi ha accompagnato per tutta la mia vita di adulto e al suo autore, Umberto Eco, scomparso a 84 anni lo scorso 20 febbraio. Il romanzo era, ed è, Il pendolo di Foucault, forse il romanzo meno letto, almeno in Italia, tra i suoi più venduti, un articolatissimo ed incredibilmente denso caleidoscopio in cui i colori sono sostituiti da fatti storici e richiami letterari, da ricordi personali e memoria collettiva.

Perché mi appassionai così tanto al “Pendolo”? C’è da dire che quando incontrai per la prima volta un romanzo di Umberto Eco sulla mia strada fu su una spiaggia, lo stava leggendo mio fratello a cui era stato suggerito al liceo, immagino dal (o dalla) docente di lettere. La sua risposta alla mia domanda su cosa leggesse fu, grosso modo, “un romanzo giallo ambientato in un monastero”. Correva l’anno 1985, se non sbaglio. Quel romanzo era Il nome della rosa, il romanzo di un autore italiano più tradotto e più letto al mondo (dietro, immagino, solo a Pinocchio di Collodi…) Quando fu annunciata la versione cinematografica mi incuriosii molto, visto che avrebbe avuto come interprete principale Sean Connery, ed essendo io appassionato della saga di James Bond fui subito catturato. Attesi, però, di vedere il film prima di leggere il romanzo, altrimenti – sapevo bene – avrei avuto una serie di aspettative che sarebbero state invariabilmente deluse.

Letto il romanzo fui, inevitabilmente, folgorato, e così quando, due anni dopo, uscì Il pendolo di Foucault, lo comprai immediatamente e lo lessi senza quasi staccarmici, esclamando ogni tanto un “uao!” e un “noooo!” ad alta voce, quando trovavo rimandi a cose che conoscevo legate all’esoterismo, oppure in momenti di svolta della storia che prendeva pieghe sempre più claustrofobiche. Visto che il protagonista, Casaubon, iniziava il suo racconto, che prende la forma di un ricordo che viene ricostruito, con salti avanti e indietro, a partire dalla sua iscrizione all’università “due anni dopo il ’68”, e io iniziavo quell’anno l’università – due anni prima della Pantera, movimento di cui avrei fatto parte – mi sembrava quasi un messaggio, un destino, anticipandomi che quel romanzo sarebbe stato per me importante. La storia, diversamente dal Nome della rosa, mi deluse un po’, come se fosse stato deciso dall’autore di troncare il discorso in maniera sbrigativa, anche se aveva una sua compiutezza. Con questo senso di amaro in bocca decisi di rileggerlo, e da quel momento non ho più smesso. In qualche modo ho interiorizzato talmente tanto i personaggi e le loro vicende che finivo per ritrovarle, o, più probabilmente, ricercarle e ricostruirle, nel mio vissuto, e così agivo come Jacopo Belbo quando si trovava a vivere una storia complicata con una donna sfuggente e un rivale forse immaginario, oppure cercavo una Lia, l’unico personaggio davvero positivo del romanzo, in ogni donna che incontravo, pur consapevole, e a malincuore, che ero più intrigato dalle donne sognate o rimpiante da Belbo…

Eco lo ritrovai poi nei miei studi, e non nego che una parte del mio percorso universitario fu decisa dalla mia passione per i romanzi e i saggi del semiologo alessandrino. Opera aperta, I limiti dell’interpretazione, Trattato di semiotica generale, sono stati per me compagni nello studio come i romanzi lo erano stati per il mio immaginario (e, ovviamente, feci un figurone all’esame di Teoria e tecnica delle comunicazioni di massa quando parlai della trasposizione da romanzo a film del Nome della rosa…), per non parlare di quell’altro best-seller ormai forse datato per molti versi ma importantissimo e ancora fondamentale quando penso ai miei progetti fotografici e a quelli dei miei allievi, quel Come si fa una tesi di laurea, letto forse male dalla maggior parte degli studenti a cui è capitato fra le mani, con troppe aspettative e quindi, erroneamente, trascurato, mentre io ne feci tesoro, e tuttora continuo a seguirne le linee guida. Il suo testo che amo di più è però un saggio, Sei passeggiate nei boschi narrativi, la trascrizione delle sue Harvard Lectures, del 1994. In quelle lectures Eco ci trasporta nella dimensione della costruzione di un testo narrativo, dandoci la possibilità di perderci nelle sue parole come lui si è perso nei romanzi di cui racconta, con infinito amore e commozione.

Di Umberto Eco ho un ricordo vividissimo, quando venne alla Biblioteca Nazionale di Napoli, mi sembra fosse il 2002 o il 2004, presente anche Giulio Andreotti in prima fila… All’epoca ero fotoreporter abbastanza “d’assalto”, e non mi facevo spaventare né intimorire dall’importanza dei personaggi, quindi mi accucciai davanti alla prima fila, inginocchiato o seduto a terra, proprio davanti ad Andreotti. Il divo Giulio rideva anche lui delle battute di Eco, anche se a un certo punto si assopì quasi… anche io che sono un appassionato mi sorpresi a sbuffare un paio di volte, sentendolo ripetere sempre le stesse cose e ritornare più e più volte su cose dette e ridette in precedenza – c’è da dire che di Eco io ho letto tantissimo, ma la maggior parte delle persone presenti quella sera magari avevano letto solo i romanzi, e forse anche solo Il nome della rosa, ma credo di non aver mai visto tanto entusiasmo e partecipazione per un intellettuale, sembrava di stare alla presenza più di una rock star che non di un professore di semiologia.

Non voglio fare un elogio dell’opera di Eco, non ce n’è bisogno: la statura intellettuale del personaggio è tale che sovrasta anche le critiche possibili, e, a volte, necessarie. Ma qualcosa va detta.

Eco ci ha descritto un’epoca facendoci credere di leggere un romanzo “giallo” (Il nome della rosa), un thriller (Il pendolo di Foucault), un romanzo storico (Baudolino); mentre ci interessavamo all’intreccio ci forniva notizie e chiarimenti sulla nostra contemporaneità che forse non saremmo stati in grado di vedere con altrettanta chiarezza senza il suo aiuto… se solo avessimo letto i romanzi nel modo giusto, trasversale, come in fondo suggeriva di fare a ogni passo. Le brigate rosse, il terrorismo, la sinistra extraparlamentare, la Democrazia Cristiana, sono i protagonisti del Nome della rosa, mentre noi crediamo di vedere monaci ed eretici… Allo stesso modo gli altri romanzi parlano d’altro rispetto alla lettera, ma in fondo parlano di noi, dell’Italia della seconda metà del Novecento, e dei motivi per cui siamo ridotti così.

In Africa si dice che quando muore un anziano è come se bruciasse una foresta. La perdita di Eco è per la cultura italiana l’equivalente dell’inabissamento di una regione intera, ma la sua prolificità narrativa e saggistica fa si che la sua opera non sia bruciata affatto, resta accessibile e utile a chiunque voglia avventurarvisi, sempre che sia pronto ad affrontare l’iniziazione necessaria, lo scoglio di quel primo capitolo (o di quei primi due capitoli, nel caso del “Pendolo”…), che fa sì che il percorso successivo sia poi tutto in discesa. Basta darsi qualche pizzico sulla pancia all’inizio, e leggere. E leggere, e leggere ancora. Il resto viene da sé.


Gianfranco Irlanda

© RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

 

0 508

In questi giorni sta per giungere all’aula del Senato il ddl Cirinnà relativo alle unioni civili, una normalizzazione della legislazione italiana nei confronti delle altre legislazioni europee, un passo avanti, piccolo ma pur sempre un passo avanti, nell’estensione dei diritti alla totalità della popolazione del nostro Paese. Al di là delle polemiche, delle manifestazioni pro e contro e delle divergenze di opinione che stanno caratterizzando la percezione di questo disegno di legge, vorrei proiettarmi in un futuro possibile e cercare di immaginare cosa succederebbe se le unioni civili, tra persone dello stesso sesso, facessero da apripista verso un vero e proprio matrimonio con tanto di cerimonia al comune e via discorrendo.

Sono certo che questa sarebbe una grande opportunità e un discreto allargamento del giro di affari per… i fotografi di cerimonia. Stando alle elaborazioni dei dati ISTAT, la percentuale di omosessuali in Italia si aggira intorno al 6,7% della popolazione. Dando per scontato che questa percentuale sia falsata a causa di mancate o false dichiarazioni, e che, nel momento in cui sia visto come ancora più legittimo, agli occhi dell’opinione pubblica, dichiararsi, queste cifre siano destinate a crescere, potremmo avere un buon 8-10% di incremento nella quantità di coppie che convolano a nozze annualmente (e immagino che nei primi tempi di una normalizzazione in questo senso, sarebbero tantissime le coppie omosessuali che decidono di sposarsi, portando a un boom dei matrimoni per un breve periodo).

Certo, sarebbe una grande opportunità per i fotografi matrimonialisti, ma immagino che tutto il comparto (che certo non langue, ma sicuramente gradirebbe un aumento del fatturato…) relativo ai matrimoni dovrebbe essere in fermento all’idea: abiti da sposi e spose, dedicati specificamente alle coppie gay e lesbiche; album appositi; catering, hotel e ristoranti che ampliano il ventaglio di offerte; bomboniere e regali di nozze dedicati… via via fino al dettaglio della coppia sulla torta nuziale, sarebbe un discreto ampliamento degli affari.

Probabilmente non tutti i fotografi di cerimonia ne beneficerebbero, però…

Anni fa in alcune diocesi o anche solo in qualche parrocchia, ai fotografi di matrimonio era richiesto una sorta di “patentino” rilasciato dalla Curia, se non semplicemente un avallo da parte del parroco. Non so se un fotografo che bazzica normalmente nelle chiese e cattedrali di una città e che cominci a fotografare matrimoni omosessuali riuscirebbe a mantenere buoni rapporti con la clientela e con i preti, per vedersi di conseguenza ridurre invece che ampliare la clientela. Potrebbe anche darsi che da parte di qualche prete particolarmente creativo possa venire redatta una “lista nera dei fotografi” da sconsigliare ai parrocchiani… Ma forse le coppie omosessuali cercherebbero all’interno della cerchia delle frequentazioni LGBT un fotografo gay (ma un fotografo dichiaratamente gay viene ammesso a fotografare in chiesa? Questa è una bella domanda…) e quindi quelli che potrebbero guadagnarci sarebbero molti meno della totalità del comparto. Ci potrebbe essere una sorta di boicottaggio anche da parte dei clienti più ferventemente cattolici, che snobberebbero le vetrine di un fotografo che espone coppie di giovani uomini sorridenti mano nella mano, o coppie di donne che si guardano languidamente negli occhi in una luce dorata… Di sicuro non riesco a immaginare che una coppia omosessuale, appena dovesse averne la possibilità, si metta a cercare un fotografo per la cerimonia facendo avanti e indietro via Duomo a Napoli, facendosi fare preventivi da fotografi cresciuti e pasciuti tra un negozio di paramenti sacri e l’arcidiocesi, all’ombra della cattedrale cittadina… ma non si sa mai, come si dice, i soldi non puzzano, e nel momento in cui la concorrenza si fa spietata e i pacchetti per i matrimoni sempre più a prezzi stracciati (be’, non proprio stracciati…), si cercherebbe di venire incontro alla nuova clientela.

Non so, ma ho come il sospetto che persino a certi parroci non dispiacerebbe poter celebrare nozze gay in chiesa, non tanto e non solo per le donazioni relative, ma anche come possibile premessa a un altro tipo di matrimonio che… ooops, forse ho parlato troppo.


Gianfranco Irlanda

© RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

 

 

0 2137

E’ di queste ore la notizia che un collezionista ha acquistato dal fotografo irlandese Kevin Abosch un suo scatto, un “ritratto di patata” (Potato #345, 2010), per un milione di euro. Abosch, classe ’69 (mio coetaneo, quindi…), è noto soprattutto per i suoi ritratti a soggetti umani, principalmente personaggi famosi come Johnny Depp, Bob Geldof, Aung San Suu Kyi, Steven Spielberg, Vanessa Redgrave e molti altri.

Per quanto riguarda l’idea che Abosch riesca a farsi pagare tanto (e si narra che abbia iniziato quasi da subito a chiedere cifre alte per i suoi lavori), ben venga e tanto di cappello, è ammirevole, specie confrontato allo squallido panorama italiano dei lavori creativi, immateriali, in cui bisogna sbattersi e lottare per riuscire a farsi anche solo pagare (figuriamoci a farsi pagare, come fa Abosch, centinaia di migliaia di dollari per farsi ritrarre da lui…)

Facciamo però una piccola riflessione rispetto al merito, o meglio, alla “sostanza”, se possiamo chiamarla così, delle immagini di Abosch. Su Repubblica.it il redattore usa la frase “il suo caratteristico sfondo nero” per descrivere i ritratti di Abosch. Chiunque mastichi un po’ di storia della fotografia saprà benissimo che lo sfondo nero non è un’invenzione né una innovazione del fotografo irlandese, e andando a vedere le sue immagini quello che colpisce – in negativo, purtroppo – è l’estrema banalità delle foto e delle pose. Volti che si susseguono ugualmente posizionati, centrali, con la stessa illuminazione di tre quarti laterale dall’alto, senza ombre particolari né guizzi di sorta. Se non sono fototessere è proprio per via del fondo nero, ma questo non riesce a giustificare, almeno ai miei occhi, l’idea che un fotografo venga pagato tanto per un ritratto che potrebbe fare grosso modo qualsiasi mio allievo con un minimo di attrezzatura e con il fondale apposito. Resto basito non tanto dalla presunzione del fotografo di chiedere tanto, ma dalla incapacità della committenza di rendersi conto che si sta pagando solo ed esclusivamente un nome e non una foto.

Queste sono ovviamente delle dinamiche molto note e ormai usuali nel mercato dell’arte, che purtroppo più che a un suk arabo assomiglia sempre di più a Piazza Affari, con un listino borsistico che insegue le quotazioni sui future, senza pensare al valore reale (ma ce n’è uno?) di quanto si sta effettivamente realizzando. Il “prodotto” artistico, quando viene collocato nei listini in cui i galleristi assomigliano davvero a dei broker finanziari, diventa davvero una cosa di secondo piano. Fosse questo il problema, staremmo semplicemente nella logica di mercato, un mercato senza basi reali, senza davvero più un valore di uso dell’opera, che non sia altro dal valore di scambio. Certo un discorso analogo viene fatto ogni volta che un’opera di arte contemporanea spunta prezzi assurdi, e non soltanto nel caso delle fotografie; certo con la fotografia, in quanto strumento che nasce, almeno nelle intenzioni, come qualcosa che sia facilmente atto a riprodurre in migliaia di copie quanto scattato, le conseguenze giungono all’estremo.

Mi viene in mente il discorso fatto ne Il mistero di Bellavista, relativamente a un’ipotetica opera di arte contemporanea ritrovata centinaia di anni dopo una catastrofe nucleare da un archeologo tra le macerie di una città: sarà un’opera d’arte, o un cesso scassato? Quello che però mi fa venire i brividi, e davvero tremo all’idea, è che l’estrema banalità di alcune opere (penso alla foto di Andreas Gursky che è stata detentrice del record di foto più costosa per un po’, un paesaggio insulso tra terra, il Reno e il cielo, sotto tono e dimesso, o alla foto attualmente più costosa, quella di Peter Lik di un canyon con un raggio di luce, che una testata come il Guardian ha stroncato brutalmente) che non riesce nemmeno un po’ a trasmettere l’idea che dietro ci sia un particolare, o anche solo un vago, ragionamento concettuale, venga presa a modello da tanti altri fotografi che vorrebbero seguire la stessa strada.

Guardando le immagini di Abosch una tale “assenza” è palese, ma tante volte vediamo opere di arte contemporanea che non riescono davvero a trasmettere niente, a meno che non vengano spiegate a menadito, e a volte stentano ad essere comunicative anche in quel caso. Questo, spero non si offenda chi la pensa diversamente, nella fotografia è il peggiore dei difetti. Se una foto è fatta in modo banale per sottolineare la personalità del soggetto, ben venga, ma allora tanto vale fare una vera e propria foto tessera… Quello che sospetto è che lo studio fotografico di Abosch sia un vero e proprio specchietto per le allodole, una costruzione complessa per una foto davvero insulsa, buono giusto per attirare danarosi clienti che a loro volta attireranno altri facoltosi, in un vortice virtuoso – per il fotografo, a cui ripeto va tutta la mia ammirazione – ma che rischia di diventare un risucchio deleterio per il nostro sguardo.


Gianfranco Irlanda

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 817

Verso il futuro e oltre - © Gianfranco Irlanda

Nel 1988 Luciano De Crescenzo usciva nelle sale cinematografiche con un film, 32 dicembre, che delineava in maniera comica alcune riflessioni tratte dal suo libro Oi Dialogoi.

Nel film vengono illustrate alcune possibilità di una temporalità altra rispetto allo scorrere del tempo così come viene rigidamente tracciato dagli orologi e dai calendari. L’ultimo episodio, “I penultimi fuochi”, interpretato magistralmente da un Enzo Cannavale in splendida forma (performance che gli valse il Nastro d’Argento), mette in scena uno squattrinato che per far contenta la famiglia e soprattutto i figli non esita a festeggiare il nuovo anno a gennaio inoltrato per poterlo fare con il dovuto accompagnamento di fuochi d’artificio, non avendolo potuto fare la notte di capodanno per mancanza di soldi.

Non svelo il finale per quelli che ancora non l’abbiano visto, ma vorrei affrontare, più che il discorso relativo ai fuochi d’artificio di capodanno (premetto che personalmente la trovo un’usanza deprecabile, soprattutto dal momento che ormai i fuochi vengono esplosi a ogni piè sospinto per i motivi più disparati), quello che viene tracciato dal primo episodio del film, “Ypocrites”, in cui una serie di personaggi vivono un tempo diverso dal presente, in una antica Grecia popolata di filosofi, e gli spettatori restano col dubbio su chi abbia ragione e chi sia, realmente, fuori tempo.

Noi meridionali, e i napoletani in particolare, abbiamo la tendenza a scegliere, o a ritrovarci per necessità, a vivere un tempo diverso dagli altri. Il “tempo meridionale” è un tempo dilatato, pieno, caotico, rilassato, accelerato e lentissimo allo stesso tempo. Viviamo come i personaggi del primo episodio del film, contemporaneamente nel tempo di tutti, in questo secondo decennio del terzo millennio, e in un tempo dettato dalla continuità di tradizioni e abitudini, condizionato dalla non modernità del Meridione. Il sud Italia sembra aver dato poco peso alla venuta del cristianesimo in quanto tale, per non parlare di altri sconvolgimenti culturali che altrove hanno segnato tappe fondamentali. Le novità invece di prendere piede e soppiantare il passato sono state riassorbite dalla tradizione, in un continuum che più che altrove dà l’impressione che quando si oltrepassi una certa latitudine, in Italia in direzione sud, si torna indietro nel tempo. L’aveva ben rappresentato Gianni Amelio nel film Il ladro di bambini, in cui il protagonista si trova a percorrere l’Italia dei primi anni ’90 in direzione sud e si trova alla fine in Calabria dove anche la musica in sottofondo è antiquata (a un certo punto ascoltiamo “Anna da dimenticare” dei Nuovi Angeli, un pezzo dei primi anni ’70, che ben sottolinea l’arretratezza del meridione).

Qui come altrove la religione monoteista ha soppiantato il paganesimo politeista sostituendosi ad esso pur ricalcando e riprendendo le tradizioni precedenti, ma qui più che altrove il paganesimo si è preso la sua rivincita nel proliferare di santi e beati che divengono il tramite, i veri interlocutori del popolo. Non sorprende che anche nella vita quotidiana il meridionale abbia difficoltà a interagire con una singola autorità troppo distante, e si rifaccia alla piccola autorità locale, al boss come al piccolo politico di turno (ma a volte ancora più in basso, all’usciere o al segretario comunale, mai al sindaco…) che può promettergli cose concrete, così come si rivolge al santo locale per un’intercessione specifica, ma ha difficoltà a rispettare i comandamenti che vengono da un patto con la divinità stessa.

Esistono trattati ben più approfonditi in merito, quindi non tedierò il lettore ulteriormente in questo senso, ma sembra interessante questo approccio nel momento in cui i meridionalisti tendono a pensare a un passato ideale, a un’età dell’oro del Sud Italia, ognuno scegliendo un momento diverso del passato. I Borboni, spesso, ma non dobbiamo dimenticare che al tempo del referendum sulla scelta della via monarchica o repubblicana nell’immediato secondo dopoguerra a Napoli vinsero i monarchici, e questo nonostante le enormi colpe dei Savoia nei confronti del meridione (lasciamo stare le loro responsabilità riguardo alla presa del potere del fascismo nel ‘1922…); qualcuno si rifà a un ipotetico passato dorato ai tempi di Federico di Svevia, lo Stupor Mundi, dimenticando che l’Italia meridionale era molto più avanzata e cosmopolita quando regnava Guglielmo II pochi decenni prima e Federico si era trovato un sistema statale organizzato e, diciamo così, bello e pronto, e ha dovuto rimediare ai danni dovuti all’ingerenza del papato nei primi anni di regno; altri preferiscono pensare alla Magna Grecia come modello di riferimento, altri ancora ai Sanniti… di certo c’è abbondanza di scelta, se si vuole vivere nell’idea di un passato ideale, visto che di passato ne abbiamo anche troppo…

Quello che manca troppo spesso ai meridionali, specie di questi tempi, è il pensare a un futuro possibile (qualcuno ci ha provato, pensiamo tra i tanti a Tommaso Campanella…) invece di rifarsi a un passato idealizzato e inevitabilmente travisato. Mi scuseranno i lettori se faccio sempre discorsi in cui si parla di trasporti, ma questi sono piuttosto emblematici in una metropoli di oltre tre milioni di abitanti… Napoli è l’unica città italiana con una rete capillare di tram che ha visto ridurre linee e percorsi negli anni, mentre i tram in altre città italiane, e non solo, sono cresciuti oppure sono stati introdotti laddove non c’erano. La Circumvesuviana era anni addietro la linea ferroviaria più precisa e con il migliore servizio non solo in Italia ma in tutta Europa (mia madre ricordava che era tanto precisa che si regolavano gli orologi all’arrivo dei treni alle stazioni…) “Ovviamente”, tutto ciò è stato sacrificato per tanti motivi, ma quello che ho visto negli ultimi decenni, e credo che sia stato un processo avviato molto ma molto tempo fa, è la mancanza di una prospettiva, di una direzione verso cui il meridione e Napoli in particolare potesse orientarsi, e mancando la direzione è ovviamente venuta a mancare la pianificazione, ovvero un ragionare sul futuro.

Sui motivi per cui il futuro è stato sottratto ai napoletani ci sarebbe da dibattere; personalmente mi sembra che quella che chiamiamo arte di arrangiarsi, in positivo e in negativo, tenda troppo a tappare momentaneamente le falle dell’emergenza ma non abbia la più pallida idea di dove dirigere questa nave che pur essendo ferma va alla deriva nel Mediterraneo. Se questo è vero di Napoli, lo è anche in generale dell’Italia intera, tranne, forse, qualche caso particolare.
Visto che stiamo per affacciarci sul 2016, con prospettive certo non tanto migliori degli anni scorsi, sarebbe il caso di ritornare a pensare a qualche futuro possibile, visto che solo sapendo dove andare si può decidere che strada prendere.


Gianfranco Irlanda

© RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 869

Italia Meridionale vista dalla ISS, NASA

Ieri sul Sole 24 Ore è uscita la nuova edizione della classifica per province relativa a quella che il quotidiano milanese definisce “qualità della vita” (trovate qui il link a tutti i dati e alla classifica: http://www.ilsole24ore.com/temi-ed-eventi/qdv2015/infografiche.shtml ). A parte la sensazione da “scoperta dell’acqua calda” che una classifica del genere può dare, con un’Italia settentrionale dove sembra si viva meglio e un meridione che appare arretrato e in difficoltà, quello che balza all’occhio – per quelli che hanno voglia di guardare più a fondo – è la quasi totale dipendenza della classifica da indicatori di carattere economico, relativi fondamentalmente alla ricchezza prodotta (e spesa…)

La trasmissione di Radio Capital Il Geco e la Farfalla, nel commentare la notizia, e nonostante la trasmissione sia condotta anche da un pugliese, ieri ha pubblicato sulla sua pagina di facebook questo commento che non posso fare a meno di definire di pessimo giornalismo: “Emerge chiaramente l’arretratezza del mezzogiorno trainato a fatica dal nord laborioso. I settentrionali dicono che è colpa dei meridionali e del loro modo di essere. Siete d’accordo?

Mi dispiace ma non possiamo essere d’accordo. Nessuno vuole negare le difficoltà e l’arretratezza a livello materiale e strutturale di buona parte del meridione d’Italia, ma qui sembra si stia facendo ancora un distinguo che deriva da pregiudizi post unitari, rafforzati dalle dinamiche migratorie interne del secondo dopoguerra, e ulteriormente accentuati a partire dall’emergere del leghismo nel nord (e non solo al nord…)

Se andiamo a leggere la lettera dei dati raccolti (a cui poi sono stati assegnati dei punteggi – e da nessuna parte si capisce con quale criterio) vediamo che si tratta di fattori strettamente legati al benessere economico delle aree in questione, quindi già definire l’inchiesta come un’analisi della qualità della vita diventa fuorviante. Qui si sta parlando, niente più niente meno, del benessere economico delle aree interessate. Esistono sì dei fattori ambientali presi in considerazione (ad esempio un indice “climatico”, che prende in considerazione le temperature massima e minima, e poi un fantomatico indice di Legambiente, non specificato), ma sono due parametri su 36 presi in considerazione, una quantità infima… Ci sono sì fattori legati alla cultura (quantità di librerie e di cinema, più un assurdo indice di “sportività”) e anche alla tavola (numero di ristoranti per abitanti), ma ad esempio non viene preso in considerazione la presenza nei musei, la quantità degli stessi, le aree verdi e la loro accessibilità, gli orari di apertura dei negozi stessi e degli altri esercizi (leggere gli orari dei negozi a Vicenza, tanto per fare un esempio, è una delle cose che fanno venire voglia di emigrare da lì…) Insomma ciò che viene premiato è il potere di acquisto degli abitanti delle zone prese in analisi, e come questo potere d’acquisto regga nel tempo (pensioni, sofferenze dei capitali). Diventano insignificanti, anche se poi hanno punteggi alti, altri parametri – anni di studio, quantità di matrimoni che finiscono in separazioni, eccetera – che sono piuttosto standard tra una provincia e l’altra.

Io non nego che in una città come Bolzano, o nella stessa Milano, o a Trento, si possa vivere meglio per tanti versi, e che ci siano più possibilità di lavoro, o anche semplicemente di svago culturale , rispetto a una Reggio Calabria o a Crotone o a Campobasso. Nessuno vuole dire il contrario. Quello che non viene espresso da tanti dati e tanti commenti è che si sta facendo mercificazione anche della vita stessa. Quello che viene premiato, in una analisi con questi parametri, è il benessere economico, monetario. E questo benessere determina inevitabilmente anche le possibilità di spese culturali, di viaggi all’estero, e di tante altre cose. Ma non viene detto da nessuna parte che se un’area di un paese come il nostro è ricca, non lo deve semplicemente al fatto che riesce meglio di un’altra. Riesce meglio perché la classe politica che dovrebbe lavorare per il benessere di una intera nazione non fa altro che operare affinché questo divario resti invariato, o al massimo aumenti. Fa comodo avere una parte della popolazione in difficoltà, sotto scacco, incapace di reagire, quando basterebbero una serie di interventi legislativi mirati a ridurre le diseguaglianze (guarda guarda, il governo attuale sta facendo di tutto per fare esattamente il contrario), che sia il reddito di cittadinanza, la tassa patrimoniale, e così via. Quando nel Sud si è investito lo si è fatto in maniera da lucrarci, politicamente ed economicamente mai per aumentare la ricchezza reale, in maniera strutturale, delle aree interessate. Anni addietro il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino si disse contenta perché Napoli e la Campania erano rimaste ancora Obiettivo 1 relativamente alla possibilità di accesso ai fondi europei. Iervolino si rallegrava, in sostanza, che Napoli e la Campania fossero ancora una zona arretrata e che tutti i soldi investiti in corsi di formazione non avessero sortito alcun effetto. Se questi sono i meridionali di cui è la colpa, i politici che hanno bisogno di conservare un feudo elettorale da cui attingere consenso, allora sarei propenso ad essere d’accordo con il commento de Il Geco e la Farfalla… Se invece quel commento alludeva a noi cittadini del Sud, che sempre più spesso emigrano nelle città come Milano, Cuneo, Monza, Torino proprio per portare il nostro know-how e la nostra formazione in un luogo dove riesca almeno un minimo ad essere spendibile, be’, allora si sbaglia di grosso, e si sbagliano anche tutti quelli che vedono nel Sud una “palla al piede” per il resto d’Italia. Mi piacerebbe sapere (e questo certo dall’inchiesta del Sole 24 Ore non viene fuori…) quanto dell’economia del Nord Italia tira grazie all’export interno, quanto ci guadagnano le aziende del Nord dal mercato formato dalle regioni del mezzogiorno, e quanto riuscirebbero ad andare avanti se non ci fossero professionisti formati al Sud che lavorano nelle imprese del Settentrione, insegnanti, ingegneri, chimici, biologi, ricercatori e così via.

Un filmetto di tanti anni fa aveva un titolo che dovrebbe sintetizzare bene la questione “Si ringrazia la Regione Puglia per averci fornito i milanesi”.


Gianfranco Irlanda

© RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 777

Guerre Stellari libro 1977 © 2015 Gianfranco IrlandaL’incipit del romanzo Guerre Stellari, “Un’altra galassia, un’altra era”, tratto dalla sceneggiatura originale di George Lucas del 1976, riassume in sé l’impatto che il film ebbe non tanto, e non solo, sull’immaginario di una generazione (e non solo di una…), quanto sull’industria cinematografica e più ampiamente culturale che vide, da quel momento in poi, una vera e propria nuova era.

Oggi esce nelle sale il settimo attesissimo (anche dal sottoscritto…) capitolo della saga di Star Wars, Il risveglio della Forza, col titolo della serie ormai sdoganato in inglese, in anteprima mondiale in Italia rispetto al resto del mondo (ricordo pochi casi, uno tra tanti 9 settimane e ½, in cui è accaduto lo stesso per un film di produzione statunitense); questo settimo capitolo a dire del regista J.J. Abrams si pone come vero e proprio omaggio, oltre che seguito, alla prima e originale trilogia, in cui si inaugurava un mondo, anzi un vero e proprio universo, slabbrato, usato, realistico, lontano anni luce dalla fantascienza precedente. L’omaggio viene ripreso anche dal rifiuto, per quanto possibile, di fare un uso massiccio della Computer Graphic Animation così come si era visto nella trilogia più recente, i prequel da Episodio I al terzo, malauguratamente troppo basati, con una cieca fiducia da parte del regista e produttore, sui nuovi strumenti grafici.

In giro, e su facebook, leggo e sento commenti di gente che Guerre Stellari non l’ha mai visto, e un amico ha risposto a uno di questi commenti qualcosa tipo “ormai è tardi, avresti dovuto vederlo all’epoca”… In effetti questo è quello che penso anche io, si tratta di una questione anche generazionale, ma c’è un altro punto più complesso che emerge da questa frase, apparentemente banale: un film va collocato entro un preciso momento storico, e Guerre Stellari (parlo qui del primo, senza nemmeno prendere in considerazione le iterazioni successive) non fa eccezione.

So che sono stati spesi davvero fiumi di inchiostro riguardo al successo di Guerre Stellari, ma vorrei esprimere una mia personalissima opinione. All’inizio dell’articolo parlavo dell’impatto economico e culturale che il film ebbe quando uscì, premiato da un successo di pubblico inaspettato (tanto che negli USA era stato imposto dalla Fox alle sale di proiettarlo, altrimenti avrebbero negato la distribuzione di un altro film che tutti si aspettavano campione di incassi). Guerre Stellari esce due anni dopo la fine ufficiale della guerra del Vietnam, un conflitto, protrattosi per più di un decennio, che aveva scosso l’incrollabile certezza da parte degli statunitensi di essere la nazione guida del pianeta, modificando profondamente la società e l’orientamento culturale sia della popolazione sia dell’industria culturale nel suo insieme; un paio di anni indietro, nel 1973, c’era stata la seconda grande crisi del petrolio e la fine della convertibilità del dollaro in oro, e l’industria statunitense era in declino. I film che giungevano alle sale e che avevano successo, quelli di grande impatto culturale ma anche i piccoli film, avevano perso la caratteristica tipica degli anni ’60 dell’ottimismo. Se escludiamo alcuni film drammatici con attori di un certo peso, il cliché voleva che ci fosse un lieto fine, o quanto meno un finale apprezzabile come tale. Spesso invece nel cinema degli anni ’70 in USA questo veniva a mancare, si usciva dalle sale senza una vera catarsi, senza una consolazione; a memoria, nei film campioni di incassi di quel periodo, anche in Italia, se andiamo a controllare non c’era almeno fino ad allora quasi mai un finale inequivocabilmente positivo, era quasi sempre ironico, a volte beffardo, ma mai così soddisfacente da tornare a casa completamente soddisfatti.

Guerre Stellari stravolge tutto, ma non a caso.

Mettendo insieme brandelli di origini culturali diverse, rifacendosi a degli stereotipi e a dei modelli mitologici che affondano nelle storie omeriche così come ai racconti del ciclo bretone, il film di Lucas (che prima aveva girato, ricordiamolo, solo due film, L’uomo che fuggì dal futuro, una visione orwelliana della società, e American Graffiti, ricordo dei tempi “felici” prima della guerra del Vietnam, entrambi notevolissimi ma molto lontani dall’essere consolatoriamente ottimisti) sembra rifarsi a un riscatto molto Made in USA, una piccola alleanza ribelle contro il grande Impero del Male, in uno schema che ricorda da vicino la Guerra di Indipendenza che prendeva origine dalla proclamazione degli Stati Uniti del 1776. L’universo di Guerre Stellari è l’universo di una nazione che ricorda un suo passato glorioso (la Vecchia Repubblica – o gli USA del secondo dopoguerra) e si trova quasi a rifiutare sé stessa in una mancanza di identità, in cui il ruolo guida non solo viene disatteso dai suoi stessi politicanti (siamo ai tempi dell’amministrazione Carter) ma anche rifiutato da una buona parte dei ceti intellettuali. Solo che in Guerre Stellari il riscatto di questa nazione che sta ancora leccandosi le ferite viene rappresentato nel modo più sensazionale e catartico possibile.

Fino al 1977 le esplosioni in un film avevano sempre un ruolo marginale. Il genere tipicamente anni ’70 è il catastrofico (esempi tipici, Airport, Inferno di cristallo, successivamente Meteor – ma non andrebbero dimenticati gli horror con accezione diabolica come Carrie, Il presagio, L’esorcista – in un deciso pessimismo tutt’altro che consolatorio), e le esplosioni sono sempre foriere di disastri, tragedie, negatività. Nell’immaginario dagli anni ’50 ai ’70 la “bomba” per antonomasia è l’atomica, qualcosa che non può non fare paura. Sul mondo pende come una spada la possibilità della distruzione globale, anche se la distensione della seconda metà degli anni ’70 ha allentato questo spauracchio. Lucas ha l’intuizione geniale (e, ahimè, deleteria…) di ribaltare lo stereotipo. L’esplosione finale, lontanissima da quelle raffigurate alla fine del Dottor Stranamore di Stanley Kubrick, acquista un ruolo da protagonista e una funzione catartica come non si era mai vista. Lo scoppio della Morte Nera al termine della battaglia di Yavin in Guerre Stellari dà sfogo alla voglia repressa di riscatto di una intera nazione, dai ragazzini agli adulti, e inaugura la peggiore delle mode per quanto riguarda le sceneggiature dei film d’azione, quasi con l’impossibilità di costruire un climax che possa sciogliersi in un modo diverso.

Di entrambe le cose ne stiamo, purtroppo, ancora pagando le conseguenze. Spero che il film che esce oggi inauguri qualcosa di nuovo, ma ne dubito. Ciononostante sarò in sala, pronto a rientrare nello spirito del bambino di otto anni che vide Guerre Stellari in sala, a Portici, trentotto anni fa…


Gianfranco Irlanda

© RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 629

Di recente mi è capitato un antipatico inconveniente, un incidente stradale, di cui tacerò le dinamiche ma non che mi sono trovato ad esserne, purtroppo, vittima. La conseguenza immediata è stata una corsa al pronto soccorso di uno degli ospedali napoletani, dove con il braccio sinistro penzoloni sono stato all’inizio un po’ sballottato per capire cosa avessi, ma che poi ho vissuto con una certa pazienza (da buon paziente…) ma con il solito spirito di osservazione e attenzione alle dinamiche che mi circondano.

Non farò il nome dell’ospedale, visto che quello che vi è capitato ricorda molto quello che succede le altre strutture ospedaliere del capoluogo (di cui ho avuto molta esperienza in passato, in quasi tutte, da parente di degenti e mai da degente) e più che altro racconterò le mie impressioni.
La prima impressione che ho avuto è che sono stato fortunato. Fortunato a trovarmi in una struttura in cui avevano appena preparato un letto (l’ultimo) per… qualcun altro, solo che quest’altro è stato spostato in altro reparto e quindi il letto me lo sono trovato bello e pronto; fortunato a non dover dipendere troppo dagli infermieri (se non immediatamente dopo l’operazione, tra l’altro effettuata in una struttura diversa, visto che a un certo punto sono scappato, ma non anticipiamo troppo), visto che almeno sulle gambe riuscivo a stare senza grossi problemi, ed essendo che in tale struttura la voglia di lavorare degli stessi era proporzionalmente simile ai tassi di crescita del PIL italiano negli ultimi anni; fortunatissimo, ancora, a trovarmi in una stanza con altri pazienti che avevano arti danneggiati in maniera complementare, e così ci potevamo aiutare a vicenda per alcune cose basilari, non ultima l’apertura delle confezioni di cibo che veniva servito con proterva abbondanza senza alcun ritegno né attenzione di sorta.

A proposito del vitto, la domanda mi sorgeva, come si suol dire, spontanea: ma ci vuole tanto a chiedere se è intenzione del degente usufruire del cibo fornito dall’ospedale? Ogni paziente viene regolarmente fornito di un primo, un secondo e un contorno (sulla natura dei quali mi prodigherò in seguito…), più un frutto, e le solite improponibili posatine in plastica. Molto di quello che veniva distribuito, probabilmente intorno al 65-70%, non veniva nemmeno aperto e finiva nel sacco – dell’indifferenziata, cibo, alluminio, plastica, tutto assieme – così come era stato confezionato. Ho notato che i degenti che condividevano con me la stanza della prima struttura non mangiavano i contorni neppure se costretti (no verdure, no ortaggi… non mi sorprende che avessero problematiche di salute che andavano ben al di là delle fratture per cui erano ricoverati), e almeno uno di loro faceva sempre venire il cibo da fuori (quindi pagandosi il vitto due volte, visto che quello che fornisce l’ospedale lo paghiamo noi con le nostre tasse…)

Ritorniamo per un attimo alla mutua assistenza che ci davamo per alcuni compiti primari, tipo per l’appunto l’aprire le confezioni di alluminio. Posso capire la standardizzazione, ma almeno un’idea che parecchi di quelli ricoverati in ortopedia possano avere una mano o un braccio inutilizzabile non ha mai sfiorato quelli che devono pianificare la qualità della vita (ivi compreso il desinare…) dei degenti? Lasciamo perdere che nella seconda struttura in cui poi sono finito, dopo quattro giorni di “limbo”, il vitto era così protervamente confezionato in contenitori di plastica sigillati che diventava praticamente impossibile aprirli anche avendo entrambe le mani funzionanti…

La cosa che ho trovato divertente è stata che il cibo alla fine non era nemmeno tanto male, anzi, direi fin troppo appetitoso per una dieta ospedaliera. Va be’ che si era in ortopedia, quindi ci dovevamo rimettere in forze, ricostruire ossa e legamenti, ma sembrava persino eccessivo che le verdure fossero sempre condite con burro, e i primi spesso affogati nella besciamella… cosa che contrastava vistosamente con il menù magro del venerdì che comprendeva bastoncini di pesce da discount non fritti ma riscaldati in microoonde (ehm…)
Nella seconda struttura ho potuto invece “apprezzare” una cucina ben più rispondente agli stereotipi dell’ospedaliero, insapore, minimal, quasi.. inesistente: era ad esempio il caso della lattuga di accompagnamento alle fettine di formaggio, quasi da haute cuisine nella sua presenza solo lillipuzianamente scenica in un vassoio di plastica bianca dominato da fettine di emmentahl quasi squagliate dal calore del primo che inevitabilmente veniva piazzato sotto al secondo per la consegna.

Alla fine sono scappato. Ebbene sì, non mi sono calato con le lenzuola (quali, visto che spesso mancavano e non le cambiavano?), ma ho deciso per la dimissione spontanea contro il parere medico, e mi sono rivolto appunto in una struttura diversa, sempre pubblica ma fuori da questa sorta di lupanare della ASL NA1, rinunciando quindi a un corridoio in cui non si capiva bene perché ci fosse un solo bagno funzionante per tutti gli uomini (ricoverati e non…), alle pareti dello stesso, e degli altri ambienti, che orgogliose mostravano cadaveri di zanzara a mo’ di trofei di caccia, e a un’incertezza di fondo derivante dall’agitazione degli anestesisti che rendeva quanto meno vaga la data possibile di un intervento.

A quanto mi hanno raccontato non è che la situazione in altre parti d’Italia sia molto diversa, ma a Napoli si ha sempre la sensazione che qualcuno, in alto loco ma non solo, sia fermamente convinto che la popolazione residente sia, nell’area della città metropolitana, inferiore al milione di abitanti (quando è la seconda concentrazione in Italia con più di 3,5 milioni di anime strette e accatastate una sull’altra) e pianifichi le cose di conseguenza, anche se immagino le spese reali sostenute invece siano ben più onerose.

Gianfranco Irlanda

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

0 832

Se per mestiere faccio il fotografo e il docente di fotografia, per necessità, ma anche per un masochistico piacere mi muovo moltissimo in auto; oggi lascio la parola all’automobilista in me
Quando la scorsa estate venne annunciato, in maniera abbastanza enfatica ma senza troppa convinzione, che a settembre sarebbero iniziati i lavori di risistemazione di via Marina, la principale arteria di collegamento tra il centro di Napoli e i sobborghi meridionali, nonché uno dei punti privilegiati di accesso alla rete autostradale, piuttosto che esultare mi arrabbiai. Avrei dovuto esultare, visto che buona parte dell’arteria, da San Giovanni a Teduccio fino all’incrocio con corso Garibaldi è in uno stato di manutenzione che definire inaccettabile è un pietoso eufemismo: in un tratto di 3 km che in realtà assume vari nomi, prima via Ponte dei Francesi, poi Ponte dei Granili, via Reggia di Portici, Via Alessandro Volta e infine via Amerigo Vespucci, in una congerie toponomastica che la dice lunga su come viene tenuta in considerazione questa strada, il traffico veicolare pesante di TIR portatori soprattutto di container per i vari depositi, che si susseguono in quel tratto, ha causato uno sconquasso infinito. Sconquasso accentuato dalla ostinazione a conservare una pavimentazione “d’epoca” fatta di sanpietrini che hanno avuto negli anni più che altro il merito di attentare all’incolumità dei veicoli che transitano in loco.

Se non ho esultato alla notizia è stato principalmente lo sconforto al pensiero che un lavoro che si poteva effettuare nel mese di agosto, con una quantità di transiti decisamente inferiore, era stato programmato per un periodo caratterizzato da un traffico “normale” (traffico e normale, parlando di Napoli, sono due termini che si escludono reciprocamente, ma datemela per buona…). La cosa ironica è stata che poi, una volta giunto settembre, e la data fatidica di inizio lavori, tutto questo non è avvenuto, la strada proseguiva nella sua imperturbata intransitabilità fatta di avvallamenti e basoli staccati, buche e allagamenti in caso di pioggia.

Pensavo al solito buco nell’acqua finché non ho scoperto, ieri, che i lavori sono in effetti cominciati, con due mesi di ritardo e nella seconda metà di novembre, in quello che l’amministrazione dovrebbe sapere è il periodo di maggiore affluenza di turisti “presepiali”. Per chi non lo sapesse, la data tradizionale per la preparazione dell’albero di Natale e per il Presepe è il giorno dell’Immacolata, ovvero l’8 dicembre. Le settimane precedenti vedono il Centro Antico di Napoli progressivamente invaso da turisti che si riversano sulla città in pullman, provenienti da vari luoghi del centro e sud Italia, in un’orgia da girone infernale che rende i decumani, via dei Tribunali e Spaccanapoli, un luogo off limits se semplicemente uno deve svolgere le proprie faccende, rischiando altrimenti di restare imbottigliato tra le orde di molisani e lucani, calabresi e laziali giunti nella metropoli campana per l’acquisto del pezzo natalizio da associare a una pizza e a una sfogliatella o a un mustacciuolo. Ovviamente tutti costoro giungono da fuori provincia e regione in pullman transitando per via Marina, e non oso immaginare cosa accadrà i prossimi sabati e domeniche… Sarebbe stato tanto tragico posticipare i lavori a dopo le feste, evitando il mese di massima affluenza da fuori città? Spero che operino con la stessa celerità (magari non la stessa approssimazione) con cui hanno sistemato tratti di strada come calata Capodichino in occasione della visita in città del Papa. Non oso immaginare con quale tempismo l’amministrazione comunale affronterà le altre opere da compiere per rendere Napoli una città “normale”, ma almeno questa volta voglio guardare il bicchiere mezzo pieno, e sperare che una volta sistemata via Marina dovrò più rassegnarmi a spendere 80 euro almeno una volta ogni sei mesi, quando becco una buca appena formatasi e non ancora coperta da… una macchina dei vigili, che immagino siano molto contenti di fare da tappabuchi.


Gianfranco Irlanda

© RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it