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Gennaro Prezioso

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Da diverso tempo una strana voce circola sul Web riguardo Napoli. Racconta di aperture, chiusure, spintoni, falli d’ostruzione, falli di mano, inserimenti senza palla e di entrate da tergo. No, non è del calcio che si parla…

Come sapete, noi di soldatoinnamotato.it  siamo molto attenti e sensibili al tema dell’omosessualità e contrari ad ogni forma di discriminazione ed intolleranza, popolare e “di stato” come poteve vedere cliccando questo link.

Vista poi la nostra passione per le lingue abbiamo pensato di intervenire, decisi, da dietro.

Secondo qualcuno due parole del napoletano comune per indicare gli omosessuali: Ricchione e Femminiello, avrebbero due significati ben diversi o meglio due “polarità” distinte. Il Ricchione è (sarebbe) l’omosessuale maschio attivo. Il Femminiello è (sarebbe) l’omosessuale di sesso maschile passivo.

E’ tutta una storia, quindi, di dare e avere. Una sorta di contabilità amorosa.

Per farci un’idea precisa e semi-scientifica partiamo dall’etimo.

Femminiello è una evidente derivazione dalla parola femmina, che indica un uomo estremamente effemminato, tanto da sentirsi imprigionato in un corpo non suo, e che per ovviare all’assenza di rimedi moderni (ormoni, chirurgia plastica etc.) era vistosamente vestito ed atteggiato a donna. Una specie di Drag Queen Ante litteram. A dispetto di ciò, il Femminiello è una figura molto presente e rispettata nella cultura napoletana. Nei quartieri popolari gli venivano assegnati compiti sociali precisi, uno su tutti: l’estrazione pittoresca dei numeri della tombola. Persino la Chiesa Cattolica “accetta” i femminielli, famosissima è la “Juta dei femminielli” durante la Candelora. Non occorre, dunque, risalire alle coglie di Abramo o al mito greco-persiano dell’Ermafrodito, per spiegare la presenza e l’integrazione dei femminielli nella vita dei vicoli  di Partenope. Ogni quartiere ne ha uno famoso. In zona Santa Maria in Portico anni fa c’era Gianni ‘O Femmenell, noto per le sue pizze Fritte. Nel quartiere Arenaccia c’è Peppe Le Poissonier.

L’etimologia più accreditata di Ricchione è il verbo calabrese “Arricchià” che deriva a sua volta dal latino “Ad Hircus”: anelare, andare verso l’irco (il caprone)desiderarne la monta. Il maschio che “arricchia” con l’aggiunta del suffisso accrescitivo -one è il nostro caro ricchione.

Ora, un dubbio da studioso delle lingue mi sorge spontaneo: come può essere che una parola come ricchione, la cui etimologia ( che spesso dà indicazioni precise sul reale uso e significato) è quella di un uomo che brama la monta e quindi la passività sessuale, possa definere un gay dalla sola polarità attiva?

La teoria del doppio significato, appare, quantomeno, dubbia.

Altro elemento che smentisce tale teoria, è di carattere socio-linguistico. Non si attestano (a onor del vero non esistono enormi studi in merito) nei parlanti napoletani medi distinzioni in merito alla natura passiva o attiva dei due vocaboli. Femminiello e ricchione in funzione aggettivale vengono utilizzati in rapporto di sononimia.

E’ probabile che la volontà, tutta eterosessuale, di assegnare dei ruoli e degli schemi precisi al rapporto omosessuale, abbia generato tale tipo di distinzione, aggiudicando al femminiello, personaggio che meglio incarna la femminilità maschile, il ruolo della “donna” nel menage. Mentre il Ricchione, più macho nel termine e nel modo, il compito di “donatore”.

A noi tutto ciò sembra solo una banalizzazione di tante cose, del napoletano, di Napoli e di un modo di amare sconosciuto ai benpensanti.

Gennaro Prezioso.

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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La diffusione di internet, e più specificamente, dei social-network, ha riacceso l’interesse per le lingue nelle masse di non specialisti, in particolare verso i suoi aspetti curiosi, o aneddotici.
Non poteva mancare il napoletano, lingua di un popolo che ha nel racconto e nella narrazione artistica un suo tratto distintivo.
Spesso, però, si corre il rischio di lasciare troppo spazio al fattariello curioso, senza approfondire gli aspetti tecnici, che danno statura scientifica alla nostra amata lingua. Lo scopo di questa rubrica è proprio questo, ricordarvi/ci che il napoletano è una delle tante lingue italiche e che va studiata, raccontata e indagata come prodotto della cultura neo-latina. Da studente, durante i primi anni, odiavo profondamente la linguistica, la ritenevo una cosa noiosa e ricca di terminologie incomprensibili. Per farmela piacere, ho iniziato ad applicarla alla realtà.
Se ci pensate bene, l’esercizio di una lingua è l’attività culturale che facciamo con maggiore frequenza, anche se siamo ignoranti.
Ogni volta che leggiamo, scriviamo o parliamo, mettiamo in moto un meccanismo millenario.
Torniamo al napoletano, chi di voi conosce l’espressione PESCE E PESCE?
In tempi in cui il nostro parlamento di affanna ad approvare un decreto di civiltà, l’espressione napoletana pesce e pesce racchiude in sé tutte le mille sfaccettature di una relazione omosessuale e non solo.
Fare pesce e pesce può avere infatti diversi significati:

1-Può essere indicato come relazione omosessuale tout court, incrociare e far strofinare due membri può essere un elemento base dei preliminari omosex.
2-Può indicare una relazione profonda tra due amici, una sorta di affinità elettiva, senza che ciò implichi la loro omosessualità. Chiara è la frase “facite sempre pesce e pesce tutt’e duje” riferita a due amici inseparabili.
3-Anche se raro, il detto è ascrivibile ad un rapporto di servilismo e piaggeria nei confronti di qualcuno: un superiore, un politico o in generale qualcuno dal quale vogliamo ottenere un favore o un “appoggio”. Tipico è il rimprovero “Eh bravo, stai sempre pesce e pesce c’o capo. Lecchino!”

Ma cosa è in linguistica pesce e pesce? Tecnicamente può essere una locuzione avverbiale (generata a sua volta da una metafora pesce=membro maschile), ovvero una frase fatta che ha la funzione di un avverbio. Volendoci sbilanciare, è ascrivibile al fenomeno della reduplicazione, ovvero la formazione di un nuovo significato con l’utilizzo di un solo sostantivo ripetuto, il quale preso singolarmente ha un senso del tutto diverso. Per capirci: pesce da solo ha significato erotico-ittico, pesce e pesce amicale-amoroso. In napoletano, a differenza dell’italiano, la reduplicazione è molto prolifica, altri esempi più noti: tann’ (allora, all’epoca) tann’ tann’ (in quel preciso momento, vico (vico, vicolo) vico- vico (dappertutto, ovunque).

Ricordate, il napoletano è una scienza.

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Si sa, la passione per il Napoli non ha confini. Si dice che i napoletani siano ovunque e in effetti non pensiamo esista un luogo del globo terracqueo dove non sventoli la bandiera della napoletanità.

La storia che vi raccontiamo oggi però è diversa, non è solo una passione calcistica, un mero passatempo tra il lavoro e gli impegni familiari, qui lo sport, il calcio e il Napoli, sono uno strumento sociale speciale.

Abbiamo intervistato Tullio, napoletano D.O.C. e tifoso del Napoli (le due cose per noi sono sinonimi) che a Sabana Perdida, un sobborgo degradato e violento a nord di Santodomingo. Una specie di favela, o callejon come dicono in Sud America.

Qui trovate la loro pagina facebook.

Raccontaci un po’, come è nata l’idea di formare un Napoli Club proprio lì?

La cosa è nata da un motivo molto semplice, mi ero stufato di vedere le partite da solo.

E poi?

E poi ho pensato: i bimbi sono il futuro, adesso provo a trasmettergli una passione, vediamo se atticchisce.

Sembra di si.

Si, si ora sono appassionatissimi. Sabana Perdida è un barrio, una zona povera. La mia è una maniera per dare loro qualcosa trasferendo un’emozione. Adesso sono loro a chiedermi del Napoli e non io a dirlo.

Dalle foto su Facebook vedo che ci sono anche degli adulti, sono pure loro tifosi?

Si, Certamente! Anche se la maggioranza sono bambini.

Come hai fatto a coinvolgerli così tanto?

All’ inizio ogni partita del Napoli era pizza per tutto il quartiere.

Pizza?

Si. Ogni vittoria del Napoli pizza gratis per tutti.

Caspita, ci stai rimettendo allora.

Ora no, solo all’inizio. Pensa che alla vittoria della Coppa Italia c’è stata una festa in tutto il barrio, indescivibile.

Ora sono i protagonisti del Club?

Si, ora si. Dovresti vedere, ora conoscono tutti i giocatori, capiscono i movimenti.  Il calcio qui non esiste per niente. Da poco il Barcellona ha fondato una scuola calcio, ma resta a Santodomingo uno sport per ricchi.

Io attraverso il Napoli provo ad educarli ad un valore. Il Napoli è uno spazio che li porta via anche per 90 minuti alla settimana da una realtà che viverla fa male. Bisogna che capiscano che con l’impegno e il sacrificio si può andare avanti. La vita non può essere solo droga o salari da fame o darsi ad un turista. Lo sport ti fa capire questo.

Complimenti, sei davvero ammirevole.

Diciamo che ho insegnato loro che il Napoli è il riscatto, simile al loro e che le altre, la Juve in primis sono come i loro politici: ladri e corrotti.

Ha funzionato vedo.

Si si. Pensa che il mio socio era juventino. Oggi è un figlio del Vesuvio con tanto di sciarpa e biglietto in Curva B per Napoli Torino. Non lo facevamo entrare in casa.

Grande Tullio, hai tutta la nostra ammirazione e rispetto. Ci vediamo presto, magari via Skype.

Si, certo! Spero di farveli conoscere presto, sono davvero incredibili, tutti agghindati con le maglie e i gadget che gli porta quanto torno a Napoli.

Uno spettacolo!

Gennaro Prezioso.

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Alessandro Cecchi Paone rappresenta da anni il volto noto della battaglia per i diritti dei gay in Italia.
Dopo i fatti di Napoli-Inter abbiamo intervistato Cecchi Paone proprio sulla vicenda Sarri-Mancini

Cosa pensi di questa vicenda?
“Che non tutti i mali vengono per nuocere. Se da questa storia triste si riesce a trarre un esempio positivo di tolleranza io sono felice. Il fatto che un allenatore famoso come Mancini abbia affermato che per lui essere gay non è motivo di vergogna ma di vanto, è un fatto positivo. Certo non occorre buttare la croce sul povero Sarri che da uomo italiano della sua età non si rende conto che una parola come quella può ferire tante persone che soffrono per tali stereotipi.”

Non pensi che Mancini l’abbia strumentalizzata per fini sportivi?
“Non lo so e non mi interessa. Ripeto, guardo al lato positivo della vicenda. Finalmente dopo Pirandelli e Marchisio anche un personaggio mediaticamente influente come Mancini si è schierato a favori dei LGBT.
Il calcio in Italia è uno potente strumento mediatico e spero che questo possa portare benefici.”

Come mai si fa tanta fatica a fare outing?
“Non lo so, ma penso che sia un fatto di ipocrisia. Quando all’epoca uscì il mio libro l’atleta innamorato dove dicevo che c’erano diversi calciatori gay la gente mi fermava per strada e mi chiedeva conferme su vari nomi. Sono cose risapute, ma nessuno esce allo scoperto.”

Pensi che un movimento rappresentato da Tavecchio possa tutelare la diversità di un calciatore?
“Personalmente non mi sento rappresentato in quanto tesserato (come presidente di una squadra di calcio) da personaggio come Tavecchio che si lascia andare ad espressioni sessiste omofobe e antisemite.
Detto ciò vedo che nel calcio ci sono persone sensibili al problema e penso che la maggioranza dell’opinione pubblica difenderebbe il calciatore.

Cosa proponi per mettere fine a questa stucchevole querelle Sarri-Mancini?
“Propongo a Sarri e al Napoli un’amichevole tra la mia squadra e gli Azzurri. Proporrei l’annullamento della squalifica a Sarri in cambio di un grande gesto di sensibilizzazione verso un tema che sta a cuore a tantissime persone. Sarebbe una bella festa di civiltà. ”

A proposito il 28 va in discussione in parlamento la legge Cirinnà, come credi andrà a finire?
“Spero che venga approvato. Il nostro paese è in enorme ritardo sui diritti civili. Penso che la maggioranza dei cittadini italiani sia favorevole a riconoscimento dei diritti alle coppie omosessuali.”

Gennaro Prezioso.

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Fonte: sscnapoli.it - (photos di Italo ed Alessandro Cuomo)

Caro Mister,

ti scrivo perché mi hai deluso.

Mi hai deluso, non per l’ampio turn-over fatto contro una squadra di (anti)calcio venuta a Napoli per azzoppare qualche nostro giocatore.

Non mi hai deluso perché ti ostini a pensare a Gabbiadini solo come vice- Pipita.

Mi hai deluso perché ci sei cascato come un pollo.

Veramente un uomo della tua età (hai l’età di mio padre) che ha i miei occhi ha tanto da poter insegnare della vita, poteva credere che non stessero pensando da mesi a farti le scarpe?

Da quando hai iniziato a vincere (prima eri solo un provinciale fuori posto) tutti hanno iniziato a santificarti, a dire che sei “un maestro di provincia” (cit. Fabio Caressa) del quale tutti ci saremmo innamorati. Tifosi del Napoli e non, tutti “gli amanti del bel calcio”. Ma poi hai iniziato a vincere, a dare un gioco spumeggiante alla nostra squadra, ha battere tutte le “big” della serie A, a riportare il Napoli lì, in cima alla classifica. Allora li il giocattolo si è rotto, perchè finché sei simpatico e bello da vedere è un conto, ma se inizi a rompere le scatole alle persone sbagliate, la paghi.

Mi hai deluso, perchè credevi di vivere in Paradiso a dispetto dei Santi.

Tu sei un uomo di campo, alleni per passione, vai in campo in tuta (mi ricordi Garcìa Marquez che scriveva in tuta da operaio perché semplicemente stava “solo più comodo”), appartieni ad un calcio che non esiste più.

Mi hai fatto incazzare Mister, perché queste cose le sai, ma, forse, mai potevi pensare che il mondo del calcio “di un certo livello” fosse fatto di mezzucci e mezzi uomini. Badate, uomini. Essere uomini o donne non dipende da con chi vai a letto. Mancini, uno che nel calcio di un certo livello c’è praticamente ci è cresciuto, è un esempio principe di questa sottospecie umana: il chiachiello.

Noi ti amiamo perché vivi il calcio come lo viviamo noi, che magari giochiamo a calcetto tra di noi, ci picchiamo, ci insultiamo, millantiamo relazioni multiple con mamme, sorelle e mogli altrui, ma alla fine ci stringiamo la mano.

Il calcio delle Serie A, però, caro Mister è ben altro. E’ fatto di personaggetti come Mancini, che hanno vinto scudetti e campionati esteri senza concorrenti degni. Di gente che è amica di chi inneggia alla Tigre Arkan (noto criminale di guerra Serbo), di gente che il vero calcio, quello sano, forse non lo ha mai visto.

Quello che mi fa più rabbia, però, è che la colpa è tua. La frase l’hai detta tu, tu ti sei incazzato (quando la partita era persa da un pezzo) durante i minuti finali. Tu hai creduto di vivere in un mondo fatto di persone sportive e per bene. Ti sei sbagliato Mister. Ora gli hai dato un pretesto per farti (e farci) un danno enorme. Ora non sappiamo in che modo ti puniranno, ma lo faranno e non saranno teneri. In fondo tu per loro non sei nessuno.

Mi hai deluso, perchè sei riuscito a far parlare di moralità, etica, rispetto, educazione, razzismo ed omofobia ha gente che non sa nemmeno dove sta di casa neanche una di queste cose. Ti cito una delle tante perle che ho trovato in rete: “Questa sera, finalmente, si finirà di santificare Sarri e si capirà perché sia arrivato in alto così tardi, ma sempre troppo presto.”

La firma è di Maurizio Crosetti.

La cosa che mi fa incazzare è che lui ha ragione, perché abbiamo capito perché sei arrivato in alto così tardi. Perché hai creduto, colpevolmente, che potesse esistere un calcio di uomini veri.

Sono incazzato, incazzatissimo, perché non riesco a non volerti bene, oggi più di prima.

Gennaro Prezioso.

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Il web è un universo sconfinato, è un ipertesto dove è possibile fare e trovare qualunque cosa. Una cosa però sa fare meglio: informarci.

Non tutti però sanno cosa sia il concetto di informazione e cultura…

Internet, come tutte le invenzioni che hanno rivoluzionato il mondo, occorre saperlo usare bene, altrimenti rischia di diventare un’arma simile ad un boomerang con le estremità di un dildo.

Lo dovrebbe sapere il Senato Gasparri, forse lo sa, ma forse se ne fotte.

Il nostro Vicepresidente del Senato ci regala sempre delle emozioni uniche.

Ultima perla in ordine di figure di merda è quella di aver scambiato Jim Morrison per un (finto) impunito ladro di villette attivo nel Nord-Est di nome Goran Hadzic (professione criminale di guerra).

Dicevamo che il web è un universo immenso. Forlì, invece (nessuno sa dove sia), è una cittadina romagnola di 100.000 abitanti (Fuorigrotta e Bagnoli insieme con la targa e una provincia) dove tutti, o quasi, si conoscono.

L’autore del trappolone (parola grossa per la fama del cantante dei Doors, ma giusta vista la poca lucidità di Maurizietto nostro) Piero Merola, vive come me a Forlì da anni.

Si sa, il paese è piccolo e la gente si intervista.

Per voi affezionati lettori di soldatoinnamorato.it abbiamo contattato “il Re degli alternativi di Forlì” sua maesta di twitter @pieromerola

Come ti è venuto in mente lo scherzo, cercavi conferme sull’intelligenza del senatore Gasparri?

No, non c’era bisogno di conferme, ma volevo stuzzicarlo su un tema su cui  è molto sensibile e suscettibile: gli immigrati. È bastato passare la gaffe ai contatti giusti (giornalisti, ma non solo) e far girare sui social tramite la pagina e il gruppo virale “Dicci di più” che gestisco . Ho programmato la tempistica come si deve fare sui social e scelto un bersaglio che non ha una forte base di sostenitori sul web. Da destra a sinistra, da Fedez ai blogger più intellettuali, da Cruciani a Gazebo tutti hanno preso ovviamente la mia parte contro di lui. Inevitabile.

 Pensi che ci sarebbero cascati altri politici?

Tengo il segreto per i prossimi tranelli.

Mi hai accennato che la figuraccia di Gasparri è doppia e non solo sua, ma anche dei professionisti dell’informazione. Ci dici di più?

Tutti l’hanno messa sul piano del mancato riconoscimento di Jim Morrison, ma nessuno ha fatto riferento al nome del presunto rapinatore seriale. Goran Hadzic era un criminale di guerra ai tempi di Milosevic e della guerra d’indipendenza croata dei primi anni 90.

Non hai temuto, per un attimo eh, che ti rispondesse: guarda coglione che quello è Jim Morrison?
Ero pronto a eliminare il tweet. Gasparri non conosce l’uso del termine screenshot.

Nel giro di pochi giorni il tuo scherzo ti ha reso una celebrità sul web, sei persino finito nella prima pagina del giornale della città che ci ospita (Forlì). Che sensazioni hai?

Mi ha colpito il fatto che tutti i miei conoscenti (per non parlare degli amici Facebook) si siano trasformati in amici di lunga data scrivendo ricordi su di me, come per qualcuno appena scomparso.

Tranquillizzami, sei ancora il cazzone che tutti conoscono?

Certo.

Oltre al cognome, che rapporto hai con Napoli?

Solo il cognome, nessun parente e niente diritti sull’amaro reso famoso da Felice Caccamo.

Dicci di più.Quale sarà il tuo prossimo scherzo e a chi?
Vedi su.

Un saluto ai lettori di soldato innamorato, va bene anche un rutto.

Maradon è mej’ e Pelé.

Gennaro Prezioso.

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

 

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Una delle differenze che possono intercorrere tra due lingue è la cultura che esse esprimono.

Una delle massime espressioni della cultura napoletana è certamente la canzone. La canzone napoletana ha nelle sue prerogative principali il lirismo, ossia l’espressione del sentimento amoroso. Eppure c’è un aspetto che spesso ci sfugge a cui non facciamo spesso caso, nella canzone classica napoletana nessuno dice”Ti Amo”.

Provate a pensarci. da Regginella a Te voglio bene assaje, da Caruso di Dalla (autore napoletanissimo nonostante le origi) a Voce, da Torna a Surriento a ‘O Surdat Nnammurato, nessuna contiene le parole “T’amo”

Ma come, la canzone più romantica del mondo, quella degli amori forti, sofferti ed intensi non sa dire Ti Amo?

Molti tendono, in maniera molto stupida, a ritenere i dialetti espressioni di cultura minori, sistemi comunicativi rozzi e primitivi rispettto alle lingue “ufficiali”.

Secondo questa visione, al napoletano mancherebbe il verbo amare, in quanto storpiatura dell’italiano,una sua versione grezza. Ovvio che tutto ciò è falso, ma il dubbio resta. Come mai non si dice spesso ti amo in napoletano?

Un motivo c’è, in napoletano diciamo Te voglio bbene, che per noi è la stessa identica cosa.

Ciò non significa che volere bene ad un figlio, ad un amico o alla propria compagna sono la stessa cosa. La parola è la stessa, ma è il sentimento cambia. L’amore che provo per un fratello non è meno intenso rispetto a quello che provo per una donna, è semplicemente diverso. Sono due cose che impossibili paragonare. Ti Voglio bene è un’espessione di un altruismo straordinario, incarna, secondo me il vero senso dell’amare: la gratuità. Ti voglio bene significa, voglio il tuo bene. Non riguarda me, ma te. Non importa come sto io, l’importante è che tu stia bene. In questo il napoletano è in buona compagnia, quasi tutte le lingue più parlate al mondo hanno una sola espressione per dire indistintamente ti amo e ti voglio bene. Due esempi su tutti il verbo inglese To Love, e lo spagnolo Querer. Te quiero (quella frasetta che sentite dire ai tamarroni in vacanza ad Ibiza) significa indistintamante ti amo e ti voglio bene, dipende dal contesto.

Ma se la persona con cui abbiamo una relazione affettiva non riuscisse a cogliere il senso del nostro volerle bene? Anche per tali dubbi il napoletano ha la sua formula. Il verbo amare esiste nella nostra lingua, ma viene usato quasi sempre in forma riflessiva: Me song annammurato e te. Questa espressione rispetto al ti voglio bene, riguarda noi, il nostro intimo, innomorarsi, è una cosa che avviene dentro di noi. A nulla o a poco conta ciò che provano gli altri, ci si innamora e basta. Per spiegare meglio questo concetto vi lasciamo ad una canzone napoletana, tra le più belle in assoluto, che se leggiamo attentamente, contiene entrambe le espressioni: Dicintancello Vuje

Dicitencello a ‘sta cumpagna vosta
ch’aggio perduto ‘o suonno e ‘a fantasia…
ch”a penzo sempe,
ch’è tutt”a vita mia…
I’ nce ‘o vvulesse dicere,
ma nun ce ‘o ssaccio dí…

Rit.’A voglio bene…
‘A voglio bene assaje!
Dicitencello vuje
ca nun mm”a scordo maje.
E’ na passione,
cchiù forte ‘e na catena,
ca mme turmenta ll’anema…
e nun mme fa campá!…

Dicitencello ch’è na rosa ‘e maggio,
ch’è assaje cchiù bella ‘e na jurnata ‘e sole…
Da ‘a vocca soja,
cchiù fresca d”e vviole,
i’ giá vulesse sèntere
ch’è ‘nnammurata ‘e me!

Rit.’A voglio bene…
‘A voglio bene assaje!
Dicitencello vuje
ca nun mm”a scordo maje.
E’ na passione,
cchiù forte ‘e na catena,
ca mme turmenta ll’anema…
e nun mme fa campá!…

Na lácrema lucente v’è caduta…
dicíteme nu poco: a che penzate?!
Cu st’uocchie doce,
vuje sola mme guardate…
Levámmoce ‘sta maschera,
dicimmo ‘a veritá…

Te voglio bene…
Te voglio bene assaje…
Si’ tu chesta catena
ca nun se spezza maje!
Suonno gentile,
suspiro mio carnale…
Te cerco comm’a ll’aria:
Te voglio pe’ campá!…

Gennaro Prezioso.

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Anche questa settimana la linguistica, lo studio scientifico del linguaggio umano, si presta alla nostra grande passione: ‘O Magnà.

Oggi vi parliamo del migliore amico dell’uomo, quello che ci ha nutriti per tanti anni, quello che tanto ci assomiglia intimamente, uno dei maggiori responsabili (ce ne sono vari) del nostro giro vita: il maiale.

Il maiale è quella cosa che ci portiamo dietro anche se non vogliamo, sottoforma di grasso adiposo e colesterolo:

Un maile è per sempre.

Come già documentatovi per la carne di mucca, anche la carne di maiale in ogni parte d’ Italia ha la sua terminoligia locali, i suoi modi di dire, legati alle proprie ricette e salumi.

Facciamo qualche esempio sempre per i poveri emigranti alle prese con le ricette napoletane.

La zia vi detta via whatsapp con un’ortografia da codice penale la ricetta della minestra maritata?

Come fare a spiegare al macellaio italico che vi serve ‘O Mascariell?

Sentite nell’aria un profumo inebriante, un profumo che vi evoca pranzi indeminticabili, panze appese tipo sacco di sfravecatura?

Pensate ad un bel ragù di tracchiulelle.

Ma comme ce lo spiego a ‘o milanes?

Facile, scaricate la nostra guida in pdf Guida Tagli carne Maiale Napoletani,  saprete anche voi che dovrete chiedere la guancia di maiale e le costine di maiale.

Ricordate, niente può fermare un napoletano affamato.

Gennaro Prezioso.

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

 

 

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Bancone di Tony, le salsicce sono un capolavoro

Se un giorno si decidesse di azzerare completamente i dialetti e lingue locali, se si decidesse di eliminare definitivamente ogni forma di varietà linguistica, se si decidesse di relegare a folklore, ingoranza e incultura ogni parlata locale, sono sicuro che qualcosa rimarebbe, sempre. La prima prova di quanto affermo è che le decisioni sopraelencate sono state prese più di 150 anni fa, e nonostante tutto, noi oggi parliamo ancora napoletano.

Vediamo però se il piano avesse avuto successo. Di certo sarebbero rimaste delle parole, delle espressioni che lentamente si sarebbero italianizzate, ma alcune cose sfuggono all’unità d’ Italia, all’imborghesimento linguistico e all’appiattimento culturale, una di queste è il nome che diamo al cibo. Un esempio su tutti sono i tagli della carne.

Oggi proviamo ad offrire un servizio ai napoletani che vivono lontano da Napoli, e che, come spesso mi è accaduto, hanno fatto lunghe ricerche in internet per cercare di spiegare al macellaio straniero cosa sia una Locena. Senza scendere nel dettaglio di allusioni ad amene meretrici (per i non napoletani, locena significa prostituta, ed è una poetica metafora tra carne a buon mercato e donna dai facili costumi…) possiamo dirvi che la locena di mucca è la Reale. Non basta, però dire questo, perchè in ogni posto d’Italia la locena può avere decine di nomi, perchè tutti i macellai DOC, a seconda delle città, chiamano la carne, di mucca o di maiale, a modo loro. Questo perchè come noi napoletani ognuno è legato alle proprie tradizioni e quindi neanche in italiano saremmo capiti al 100%, se a ciò si aggiunge il fatto che buona parte dei macellai italiani sono bravissime persone, armate in tenera età di coltelli e mannaie, con un livello di istruzione rivedibile, la cose si complicano.

Partiamo con la famigerata carne rossa, quelle con molta semplicità e poca professionalità i media italiani hanno equiparando la carne rossa al fumo, semplificando anni di studi dell’ OMS, la carne di mucca:

Se vi serve un pezzo di Locena, (Reale in italiano) e vi trovate a Roma, Perugia, Genova, L’Aquila, Verona, Rovigo, Vicenza, Treviso Torinoo e Milano, chiedete un pezzo di Collo. Se invece vi trovate a Venezia, il macellaio vi darà il Modegal. A Palermo vi daranno, invece un pezzo di Spinello, a Messina la Sapura. A Bari chiedete del Rosciale, a Bologna Guido e a Firenze un bel pezzo di Giogo.

Se volete la Punta di Petto (idem in italiano) A Firenze vi daranno una Forcella, un Bruschetto a Palermo e la Zoia a Treviso.

Se invece dovete fare una genovese e vi serve un poco di Gammunciello (Geretto anteriore) A Bologna chiedeta la Lantema,  a Roma il Pulcio, a Torino e Venezia del muscolo posteriore, in Sicilia un bel pezzo di Pisciuni…

Se invece vi serve ‘Na pezza a Cennello (Noce) a Torino vi danno la Boccia Grande, a Genova il Pescetto e a Venezia la Culatta.

Se volete fare il brodo con la Corazza (Biancostato) a Bologna, dovrete comprare un pezzo di Costata, a Padova la scorzadura e a Roma le spuntature, l’ Oriada a Vicenza e la Scaramella a Genova…

L’elenco è lunghissimo e rischeremmo di annoiarvi.

Consigliamo dunque di scaricare questo PDF Guida Tagli carne Napoletani

(a me ha cambiato il mio modo di fare la spesa) ve lo salvate sul telefono, ed ovunque vi troviate per fare le nostre ricette napoletane, potrete affrontare senza pericoli il ‘o macellaio stranier senza pericoli, al massimo vi chiamano terroni, ma voi, con calma e serenità e a testa alta sputatele ‘nfaccia.

Gennaro Prezioso.

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

 

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Una semplice parola può aprirci un mondo, farci volare in un spazio ampio, dilatando il tempo, l’orizzonte e l’immaginazione. Una singola parola può raccontarci una, cento, mille storie, che all’apparenza ci sembrano distanti, ma che ci riguardano, sono parte di ciò che siamo. Vogliamo provare?

In questa epoca di “grandi migrazioni” e “invasioni barbariche” c’è chi ancora sostiene che “Napoli is not Italy”.

Noi, nonostante l’ Unità, l’emigrazione e l’apporto generoso e prolifico al progresso socio-economico e socio-culturale dell’Italia siamo considerati, da un gruppo di imbecilli,i quali però siedono stabilmente in parlamento, sempre e solo terroni e i gli altri “terroni” idioti a loro volta ci considerano “napoletani” in senso non certo amichevole.

Basta una parola, una, non certo per far ricredere (certa gente incarna la banalità del male, è stupida e tale vuole rimanere) quantomeno smetire postulati e stronzate xenofobe e razziste, la parole è : Tano.

La parola Tano, non è una parola napoletana e nemmeno una parola italiana. Tano è una parola Argentina, usata anche in Cile e Urugay. Il legame tra Napoli e il Sudamerica è ben più antico delle finte di Maradona, le scorribande di Sivori, e i goal del Pipita.

Tano deriva dallo spagnolo napolitano e significa Italiano.

Per gli argentini napoletano e italiano sono la stessa cosa, non esiste italiano senza napoletano, non esiste italia senza Napoli.

Il termine Tano, come dicevamo è una parola che ci apre un mondo lontano, il Nuovo Mondo del Sud è l’essenza della storia dell’emigrazione italiana verso l’America.

Verso la fine del 800′ e gli inizi del 900′ milioni di italiani spinti dalla fame, dalle necessità economiche e dalla guerra emigrarono verso un destino migliore, questo destino si chiamava Argentina.

Inizialmente i primi immigrati italiani in Argentina erano chiamati Bachicha, dal cognome Battista diffuso nella città di Genova, porto principale dal quale partivano i primi emigranti del Nord Italia (tra loro c’erano probabilemte i nonni e bisnonni dei turgidi in camicia verde). Dal primo dopoguerra in poi, agli amici del Nord, si aggiunsero l’emigranti dell’ Italia meriodinale, i quali si imbarcavano dal porto di Napoli. Tra di essi oltre alla stragrande maggioranza di napoletani e campani, c’erano: calabresi, molisani, siciliani pugliesi e lucani.

Una volta giunti al porto Buenos Aires gli emigranti venivano accolti all’ Hotel de Inmigrantes, un enorme edificio, una specie di Albergo dei Poveri,  nel quale gli immigrati erano identificati e dove ricevevano i primi documenti. Altro che centro C.I.E. di Lampedusa, un servizio efficiente in un  paese che oggi consideriamo secondo mondo, svolto più di cento anni fa.

Alle prime domande da parte dei funzionari governativi argentini, circa la loro provenienza, gli immigrati rispondevano spesso: Napulitano.

Il termine indicava sia i nostri concittadini, sia tutti quelli imbarcati a Napoli.

Successivamente per abbreviare la trascrizione della parola gli impiegati dell’ Hotel fecerono l’aferesi (l’eliminazione della prima o delle prime sillebe di una parola) trasformanto la parola da napulitano in Tano.

Il resto è storia. Gli italiani e i napoletani entrarono a far parte in maniera massiccia e consistente nella società e nella cultura argentina, ma anche uruguagia e cilena.  Basti pensare che sull’attuale popolazione di cira 42 milioni si stima che circa 27 milioni di abitanti siano di origine italiana. Per fare alcuni esempi sportivi, in Cile esiste una squadra di calcio della Primera Division nata nel 1910, l’ Audax Italiano la Florida, il cui sito ufficiale è www.lostanos.cl, ossia i Tani, i napoletani, gli italiani. La squadra più importante di Buonos Aires (ci prendiamo la responsabilità di parteggiare), il Boca, fu fondata da italiani tra cui alcuni di essi erano di origine lucana, il soprannome della squadra è Xeneises, i genovesi (il quartiere Boca era abitato da molti immigrati liguri).

Come dicevamo gli italiani in Sudamerica non hanno solo fatto fortuna, ma hanno introdotto arti, costumi, stili di vita, letterutura, poesia, cinema e tradizioni popolari. Basti pensara alla cucina: esistono centinaia di ricette nate in quegli anni, le quali si sono mescolate con quelle spagnole e le argentine già presenti, creando la cucina “criolla” ossia creola, meticcia. Una su tutte è la milanesa alla napolitana, o semplicemente la Napolitana: Una cotoletta alla milanse con pomodoro e mozzarella e basilico.

Per quel che mi riguarda, la lingua, vi accenno solo (il resto ve lo racconteremo poi) che nacque una vera e propria lingua parallela allo spagnolo ufficiale, il Cocoliche, che era lingua parlata dagli argentini di origine italiana.

Di quante cose siamo stati capaci noi italiani nel mondo vero? Pensare che un popolo, quello italiano, che tanto ha dato e ricevuto dal continente meraviglioso detto il Sud America, sia identificato con il nostro, quello napoletano deve renderci molto fieri. Alla faccia di questi miserabili secessionisti, razzisti e neonazisti, pagnottisti e bifolchi in camicia verde, nera o in abito da “signori”,  che coprono di sterco, vergogna e infamia, il nostro Paese.

Viva los Tanos, alla faccia chiavica vosta.

Gennaro Prezioso.

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