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Chiara Arcone

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Tutti sanno che cosa è successo tra Mancini e Sarri, ma qualcuno sa che cosa sta succedendo, in Italia, tra chi invoca diritti per tutti e chi scende in piazza per il Family Day?

Ecco appunto, immagino di no.

Prima ancora che dal campo di calcio avete iniziato la vostra personale partita sul galateo sportivo, da tempo c’è in atto, data la discussione al Senato del ddl sulle unioni civili, l’organizzazione di una mobilitazione nelle varie piazze del paese.

Molte manifestazioni sono state organizzate dalle associazioni lgbt (Arcigay, ArciLesbica, Agedo, Famiglie Arcobaleno, Mit) per domani. A Napoli si partirà da piazza Carità alle 16,30.

#SVEGLIATIITALIA è il fischietto di inizio. Quello che verrà gridato nelle molteplici e colorate piazze italiane. Ma ci sono davvero tutte? Domani davvero tutti possiamo uscire e sostenere quei diritti civili e sacrosanti come la libertà di amare chiunque?

Guardando la cartina che raffigura un’Italia colorata da tante sveglie rosa- il simbolo della mobilitazione di domani – salta subito all’occhio che in Calabria sono solo due le città coinvolte: Cosenza e Catanzaro.

Forse sarà una mia supposizione, ma penso che sia la fotografia di uno stivale la cui punta è ancora addormentata. Perché  non penso che non ci sia nessuno che domani voglia scendere in piazza in quella regione. Anzi.

La questione è sentita ovunque.

La Calabria un paio di mesi fa cercò di inserirsi nel dibattito pubblico con una atroce notizia. Sempre calcistica ma che, seppur molto più grave, non ha scosso le attenzioni mediatiche di un’intera italia.

Una squadra femminile di Calcio a 5, di Locri, ha dovuto chiudere per minacce della ‘ndrangheta. Era arrivata in serie A ma a qualcuno non andava bene.

E chissà le ragioni.

Delle donne che giocano e vincono forse non vanno bene.

Che cultura maschilista si deve scardinare? Forse quella che non appartiene solo alla parte più chiusa Calabria ma la stessa che arriva fino ai vertici della Lega Nazionale Dilettanti il cui presidente dell’epoca disse che si dovevano tagliare i fondi a “quelle quattro lesbiche”. Seguito a ruota da Tavecchio che aveva parlato di “donne handicappate nel calcio”.

Cosa c’entra questo con la manifestazione di domani? Penso che il filo rosso ci sia. Se non si ha dappertutto la possibilità di mettere la sveglia su questioni importanti quali, ad esempio, il riconoscimento delle unioni civili, a vincere sarà sempre la più reietta cultura. Quella di chi si arroga il diritto di scegliere chi può amare chi, così come può decidere chi deve giocare e chi no.

Io ho festeggiato la notte del 31 dicembre a Cosenza. Pensavo di aver brindato per il 2016. E’ brutto vedere che si sia fermati ai primi anni novanta per colpa di pochi.

Domani  tutti dovrebbero avere la possibilità di scendere in campo per rivendicare i diritti di tutti, per difendere le proprie battaglie personali.

E così, alle 16.30, a Piazza Carità, io domani vi aspetto.

Svegliatevi per voi. Per i vostri figli e per chi vorrebbe averne ma non può. Per chi vorrebbe stare in un paese nel quale le unioni dovrebbero essere civili a prescindere, senza una legge che le autorizzi, perché sono tra persone consenzienti che si amano.

Io domani vi aspetto.

Svegliatevi per voi e per chi domani, non ha una piazza nella quale gridare il proprio sdegno.

Domani battiamoci per le unioni civili e uniamoci civilmente tutti. Da Nord a Sud.

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Succede che mi ero proposta di scrivere qualcosa sulla ragazza di diciannove anni morta a Napoli a causa di un aborto. Al Cardarelli, il più grande ospedale del sud. E potevo dire tante cose. Dal fatto che la fortuna è un fatto di geografia, alla malasanità, e invece ho notato un’altra cosa.

Succede che ho notato che in un solo periodo ho sentito di Gabriella, una donna, una diciannovenne. Di Ashley, una donna. Delle tante donne stuprate a Colonia la notte di Santo Stefano.

Donne, tante. E tanto distanti tra loro geograficamente. Tutte vittime di due violenze. Una fisica, per due di loro definitiva, l’altra mediatica.

Succede che le storie di queste donne si sono confuse tra il chiacchiericcio patinato dell’audience.

La storia di malasanità e di incapacità per una donna di autodeterminarsi in quanto tale, al sud, scegliendo liberamente di come disporre del suo corpo.

La storia di una ragazza ammazzata da un uomo.

La storia di donne stuprate a Colonia

E allora le distanze si accorciano e tutto il mondo diventa paese.

E mentre urlate che dovete difendere “le vostre donne”, una di queste muore in sala operatoria per una interruzione di gravidanza e i giornali cercano lo scoop della diciannovenne e le urla diventano folclore tra le mura di un ospedale.

E Ashley, da vittima di un omicidio, per la sola colpa della bellezza, diventa complice di un gioco erotico che solo voi avete creato. Andando a puntare ancora il dito contro il capro espiatorio della diversità che lava le vostre coscienze. Lo stesso che avete usato a Colonia.

Per questo succede che non riesco a parlare di Gabriella e di malasanità oggi. Ma riesco solo a pensare a quanta mala mentalità ci sia. Senza radici, senza bandiere. Ovunque.

E’ questo il filo rosso che ha collegato Napoli, Firenze ed è arrivato a Colonia. Un unico filo la cui matassa è la vostra vigliaccheria. La vigliaccheria degli uomini che non sanno amare. La vigliaccheria degli uomini che non sanno rispettare.

Chiara Arcone

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Il 2015 ci ha salutato con una novità da parte della Regione Campania: trasporti gratuiti per studenti fino ai 26 anni e con un determinato isee.
Il 2016 ci ha accolto con una delibera del comune di Napoli nella quale si bloccava il traffico per diminuire la soglia delle polveri sottili. Poi ha inziato a piovere e la delibera è stata ritirata per ripristinare il vecchio piano della circolazione.
Ed intanto, in provincia, una firma su un protocollo d’intesa impegna (in che modo? non si sa) i sindaci di Pomigliano, Acerra, Brusciano e San Vitaliano a far si che si trovi una soluzione (quale? non si sa) all’alto tasso di polveri sottili che ci sono in questa area.

Che cosa c’entrano tutte queste notizie tra loro. Forse nulla. Forse no. Forse un filo rosso tra loro c’è. Le novità sono sempre ben accette, soprattutto quando vanno a toccare istanze importanti come quelle del riconoscimento di un diritto quale la gratuità della mobilità per i soggetti in formazione.
Stabilito questo, però, mi domando: come si può assicurare un servizio, se il servizio manca? Perchè è fantastico immaginare che la maggior parte degli studenti viaggerà gratis, ma le condizioni in cui viaggeranno, saranno comunque rispettose e a norma?
E quindi, come si può pensare di risolvere il problema delle polveri sottili e di attuare delle vere e proprie rivoluzioni nel modo di vivere della popolazione napoletana e dell’hinterland vesuviano se i mezzi per poterle mettere in pratica scarseggiano?

La salute prima di tutto, è lo slogano di molti. Ma i criteri per una vita sana ed equilibrata rispetto a quali parametri dobbiamo sceglierli? Perchè mentre per le polveri sottili c’è una soglia scientificamente provata che non deve superata, per i disagi da “intossicazione per ritardo del trasporto pubblico”, la soglia esiste?

Forse ho posto un po’ troppe domande. La cui risposta penso che sia quanto più scontata possibile.
Iniziare una vera e propria rivoluzione nel modo di pensare il trasporto che non consiste nel blocco del traffico o nelle targhe alterne, palliativi e semplici anestetici.
Le auto non devono essere abolite, ma bisogna far percepire che c’è un’alternativa. Per rendere questa alternativa reale c’è bisogno, non di firme di protocolli d’intesa che andranno ad attuare cose nel tempo del mai, ma pratiche concrete come progetti di bike sharing, car sharing e un piano che renda il trasporto pubblico campano un orologio svizzero. Molti esperimenti in questo senso sono stati attuati e la popolazione, se coinvolta, ha risposto con enorme successo.

Globalizziamo la puntualità, non l’inquinamento.

Chiara Arcone

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La frenesia. Assoluta, costante. L’arteteca, quella violenta. La corsa contro il tempo per arrivare al traguardo, il solo che fa ingrassare.

L’ansia del “piacerà”? E per chi è malato come me del: “come lo impacchetto!?”

Passeggini che si sorpassano, bambini che piangono, mamme che imprecano, papà che sbadigliano, commesse che hanno quel sorriso a trecentossessantasei denti, finto, come quello delle ballerine di danza classica quando stanno per un quarto d’ora sulle punte.

Questa era la situazione di via toledo, a Napoli stamattina. Nel periodo del Santo Natale, festa, ricordiamolo, religiosa, il momento più calmo l’ho vissuto in una chiesa, nella quale non c’era neanche un presepe. La Chiesa di San giovanni a Carbonara. Passavo li per caso, e spinta da semplice curiosità pagana e artistica mi sono ritrovata dinanzi ad un incanto del millecinquecento. Era li, silenziosa, nella sua timida bellezza, apprezzata da sei persone, in totale.

Via foria, traffico. Urla simpatiche dei bambini, che si sa, il Natale è per loro. Forse per questo gli adulti, certi adulti, perdono il senno e regrediscono all’età della prima infanzia. Per poter godere dell’aria natalizia in maniera giustificata.
Aria, poi. Polveri sottili che attraversano Napoli silenti, ci toccano, ci trapassano e ci benedicono. Afa, non è il dicembre di un anno fa. Quello innevato e magico che ci sorprese, non si sono presentati “tutti i sentimenti” in questo 2015! Il sole sta facendo la sua parte. L’inquinamento la sta edulcorando ancora di più.
Comunque, dicevo Via Foria, Piazza Dante, Via Toledo, Via Chiaia, Piazza Dei Martiri. Mi sono tuffata nel fiume della frenesia, nello “struscio” dello shopping. Ho visto l’evento dell’anno: la fila per un negozio molta in voga negli ultimi tempi. Ed ho sentito saluti, baci, abbracci e auguri.

E clacson. Tantissimi clacson, quelli di chi si incazza perchè ” cristo! ti sto sorpassando a destra, che tieni da dire?!”
Perchè il Natale è sacro, ma il codice della strada mica l’ha dettato il signore!

Chiara Arcone

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Tutto è partito dai cinque minuti al bar la mattina. Quei cinque minuti che sembrano chiacchiere ed invece sono una piccola parentesi di tempo che le protagoniste dello spettacolo, nella loro vita quotidiana, avevano bisogno di ritagliarsi per essere al meglio loro stesse e per riuscire ad affrontare la giornata.

“La riunione. Imprevisti e probabilità di una fantasia amorosa”, il nuovo spettacolo della cooperativa Crasc, nasce dalla spontaneità delle donne e si prefigge come obiettivo quello di metterla in scena in scena. Debutterà il 12 Dicembre e proseguirà per il suo tuor nelle varie province campane.

Essere a proprio agio è la parola d’ordine. Per questo lo spettacolo è organizzato in case private ed è dedicato ad un solo pubblico femminile.

Non un vezzo ma un’esigenza per salvaguardare la spontaneità di cui prima.

Quante volte“- dicono le due autrici ed anche attrici dello spettacolo – “ci siamo ritrovate a parlare di cose personali legate a noi ed ai nostri rapporti con altre donne, anche sconosciute, incontrate per caso, con le quali condividiamo tempo in una sala d’aspetto, in un treno, al bar.
Ecco, la casa che ospita lo spettacolo vuole essere quella sala d’aspetto, quel treno, quel bar.

Beatrice Baino e Diana Di Paolo, le due interpreti dello spettacolo “La riunione” – che fa parte del progetto “31 SALVI TUTTI! 31 eventi per la valorizzazione della Campania, sostenuto dalla Regione Campania – con un canovaccio di quarantacinque minuti inizieranno il loro spettacolo, mai uguale a se stesso, perché in ogni occasione c’è la volontà di interagire con il pubblico, di superare quel distacco dato da un palco e di rendere protagoniste le spettatrici.

Non si parla male degli uomini. Si parla degli uomini. E non si mettono in scena luoghi comuni. Ma saranno i comuni luoghi della vita quotidiana ad entrare in scena, spontaneamente, allegramente e senza timidezza.

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In un secondo e mezzo ho saputo che dopo un’ora avrei intervistato Gabriele Rubini, dai più conosciuto come Chef Rubio.
Non sono più nell’età per attaccare poster alle pareti ma in quella nella quale se un uomo sa cucinare, ti parla di sociale, si occupa del sociale e gioca a rugby, allora, è tutto molto interessante.
E si può dire che Gabriele Rubini abbia tutte queste carte in regola. E così, tra un’interferenza telefonica e l’altra, si è parlato di un po’ di tutto.
Di lui e di Napoli, di televisione e di tutto ciò che fa quando non sta tra i fornelli!
Le domande, inizialmente erano quelle che in modo molto spontaneo potevano nascere guardando una puntata di “Unti e Bisunti“, la serie, ormai arrivata alla terza stagione, trasmessa sul canale Dmax.
Ed infatti la cosa più spontanea che potessi chiedergli era come mai toccasse ogni sorta di cibo con le mani, abbandonando le posate. Mera questione scenica o reale bisogno? Me lo chiedevo perchè, fin dalla prima puntata, mi aveva ricordato Totò in “Miseria e Nobiltà”.
Risposta sincera e schietta: ” Secondo te? Io non mi guardo mica! Non so se scenicamente renda meglio! So solo che io ho la necessità di toccare le cose, quindi le mani rispondono alla mia esigenza di non avere intermediari.
Come dargli torto. Però mi sono ricordata che è stata proprio Napoli a ospitare Unti e Bisunti nella sua primissima serie. Il piatto trattato fu “il soffritto”. Gli ho chiesto come mai questa scelta e mi ha spiegato che ogni piatto visto nella puntata lui lo aveva personalmente scelto ed assaggiato perché non ha senso parlare di cose che non si conoscono. Aggiunge, che “forse solo i taralli mancavano!” Ma non ha perso tempo a rimediare dopo!
Ma Napoli non è stata solo cibo, infatti appena gli chiedo quale bella sensazione, o bel ricordo, gli è rimasto della città partenopea, risponde sicuro: “Il giro in Lambretta per le strade che portano dalla Pignasecca alla zona del carcere“.
Penso che ha capito tutto di Napoli se ha apprezzato proprio quella Napoli!
E me lo conferma subito dopo, quando mi racconta che “è una città impossibile da analizzare nella sua complessità. Dal suo essere signora al suo essere “zozza” – La affianca a Palermo e Genova – Hanno tutte e tre una marcia in più.
Comunque “Unti e Bisunti” non è il solo progetto dietro una telecamera che lo vede coinvolto.
Ha partecipato alla realizzazione di una webserie per Actionaid Italia. In Kenya ha girato “Se fossi nato in…” E così gli chiedo, se fosse nato a Napoli, quale piatto avrebbe fatto nascere in lui la passione per la cucina.
Non si sbilancia. Non mente. Schietto e sincero, non inventa una frase a effetto ma la sola risposta giusta: “Dipende dal tipo di retaggio popolare nel quale mi sarei trovato. Sicuramente mi avrebbe affascinato la vostra “merenda” o la pasta cresciuta affiancata a qualcosa di fritto, senza dubbio.
Ma per Rubio, anche se non si vola in un altro continente, il sociale c’è. Infatti sua è l’idea delle ricette nella Lis.
Con entusiasmo spiega che “l’idea è arrivata perchè nei vari incontri c’erano persone sorde o mute ed io avevo la propensione ad avvicinarmi a loro. Stanno cercando di inserirsi, attraverso anche il lento riconoscimento della loro lingua, motivo per il quale sono stati ghettizzati a lungo.
Inclusione è la parole chiave. D’altronde il cibo è da sempre sinonimo di convivialità!
Ma direi che sono sazia di cucina e televisione.
Cambiamo argomento! Sport, calcio. La domanda è banale, ammetto: un piatto da associare alla squadra di Sarri e di Garcia. Ma lui dribbla bene tra le parole e mi risponde che  se pensa all’allenatore della squadra napoletana gli viene in mente l’immagine di “Sarri che beve il caffè con la moka. Questa immagine rende più umana la situazione dato che il calcio è business – Come per Garcia, continua. – E’ un grandissimo allenatore ed ha portato spirito di gruppo, lo si vede dalle uscite insieme alla squadra. Se per Sarri c’era la moka, per l’allenatore della capitale c’è un fritto misto alla romana.
Ha fatto goal.
Ma la partita non è finita, ora bisogna fare meta.
Il fratello, Giulio Rubini, ha fondato il primo club italiano di Rugby a 7, il Roma 7’s Hills. Ce lo racconta con passione: “E’ un progetto  nato dal basso, fondato da giocatori per i giocatori con l’ambizione di aggiornare lo scenario del rugby italiano, decisamente rimasto un  po’ indietro rispetto agli altri Paesi“. Ci tiene a sottolineare che “In questo caso la differenza fondamentale è che i ragazzi partono dall’amore per lo sport e non dai soldi. I ragazzi si mettono in gioco con valori quali quelli della passione e della meritocrazia. E’ un progetto indipendente che però può essere di supporto anche al lavoro della  Federazione Rugby“.
E aggiunge “Un esempio da seguire potrebbe essere quello della Germania dove anche gli organi ufficiali hanno investito e ora esiste una squadra a 7 fortissima. In Italia i numeri sono cresciuti ma non hanno portato qualità nel Rugby – E spiega – Non basta l’impegno dei singoli professionisti, ci vuole uno sforzo comune e la collaborazione di tutto l’apparato rugbistico“.
Il tema sta molto a cuore a Chef Rubio. E la stessa passione la ritiene necessaria anche per un’altra questione che sembra essere distante dal Rugby mentre invece è quanto mai vicina. Il filo rosso che le collega è il rispetto delle regole, l’onestà. Si tratta del suo impegno per “Acad”: Associazione Contro gli Abusi in Divisa. Prendo come spunto i recenti scontri di Bologna e sono interessata a comprendere, secondo lui, a che punto siamo nella lotta a tali soprusi.
C’è molta criticità nelle sue parole. “In Italia oltre a non esistere l’obbligo d’identificazione manca proprio un codice deontologico, ci sono solo delle linee guida di comportamento da tenere e la cosa è gravissima. Dovremmo guardare all’Europa in questo senso –  Tutta l’essenza del suo modo di vedere la situazione si racchiude in questa frase – Generalizzare non serve, perchè ci sono delle persone che vogliono fare il loro lavoro in modo pulito e si dissociano dagli atti che vengono compiuti dalle mele marce di quel sistema. Molti vengono risucchiati da un sistema malvagio. Un sistema che non si può scagliare contro dei manifestanti, che se scendono in piazza è solo perchè quella è l’unica forma di potere che hanno. Il problema deve essere risolto ascoltando le richieste delle associazioni che nascono intorno a questo tema.
Un fiume in piena di parole. E di giuste rivendicazioni. E se gli chiedo come reagisce, per chiudere con leggerezza, di fronte a comportamenti in cucina che molto spesso sono ritenuti sbagliati (parmigiano sul pesce, aglio nella matriciana) mi risponde semplicemente: “Non mi interessa. La sola cosa che conta, spiega, è il perché stai facendo quella determinata cosa. L’ignoranza delle persone che mettono in atto gesti solo per sentito dire, è questo, il vero problema. Bisognerebbe informarsi, leggere, comprendere di più.
Dopo una risposta del genere non so più cosa altro chiedergli, se non un saluto per il giornale. E ci tiene a farlo. Dopotutto, ricorda sono stato uno dei primissimi sostenitori di soldato innamorato“.
E “soldato innamorato” ricambia. Con affetto ed un grande in bocca al lupo.Chiara Arcone© RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it

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Bike Sharing su Lungomare - foto di Chiara Arcone

Ci siamo conosciuti trentacinque settimane fa. A Gennaio. Nove mesi fa. Ora non sappiamo in che termini impostare il nostro rapporto. Sarà una leggera pausa di riflessione?
Non lo troverò ad attendermi alla stazione appena uscita dalla circumvesuviana. Non percorrerà con me spaccanapoli fino a Toledo. Non andremo più sul lungomare insieme. Sul mio smartphone, la sua suoneria era ormai una compagnia quotidiana. Quel campanello che ogni tanto suonava per avvisarti di un ritardo, di un nuovo appuntamento, di una novità. Affiatati come non mai. Nel senso che il fiatone, non mancava mai, io e il Bike Sharing Napoli, siamo stati inseparabili.
E se tutti hanno parlato di quanto sia andato bene, io voglio raccontare, invece, di cosa vuol dire essere una pendolare che sogna di essere fuorisede e che vive la città sulle due ruote più colorate di Napoli, per nove mesi.

Incipit: non andavo in bici da una vita. L’ultima volta mi trovavo a Bruges. E li c’erano non solo le piste ciclabili ma anche dei mini segnali stradali e dei semafori in miniatura.
Anche la pioggia non era un problema. Usare la bici era la cosa più normale del mondo. A casa, invece, avevo una mountain bike viola diventata troppo piccola per me. Mentre la bici di mia madre, era troppo consumata per chiunque.
Tutto mi sarei aspettata, tranne che fosse proprio Napoli a darmi la possibilità di ritornare in sella.
Ed invece, un freddo Gennaio di trentacinque settimane fa, felice come una bimba la notte di Natale, affrontai freddo e Piazza Garibaldi e pedalai fino a Piazza Bovio per raggiungere l’università.
Questa fu la nostra prima uscita ufficiale.
Non ero stata selezionata tra le persone scelte per il periodo di prova e quindi quel momento lo attendevo da quanto iniziai a vedere i primi stalli e quelle prime biciclette arcobaleno che giravano per la città.
Però arrivò quel giorno di Gennaio anche per me.
Trovarla sempre fuori la stazione, non era semplice. Uscivo dalla circumvesuviana incazzata per il viaggio disumano che avevo fatto ma con la speranza di riprendermi il buon umore in bicicletta.
Chi viaggia a bordo del trasporto pubblico in questa regione lo sa: la cosa che più manca è l’aria. In circumvesuviana, in pullman, in metropolitana, in cumana. Le ore di punta si prendono l’ossigeno. Per questo motivo, andare in bici, era un modo per riappropriarmi di quella libertà di movimento che avevo perso nei venti minuti di viaggio in treno.

Ho imparato a conoscere tutte le buche di Corso Umberto ed ho appreso che i miei ventiquattro anni sono già troppi per affrontare la salita di Mezzocannone se non in discesa. Mi sono sforzata di creare percorsi che potessero rientrare nell’arco di tempo concesso – trenta minuti – e che fossero non in pianura, ma quasi. E trovarli in una città percorribile con le scale, non è semplice!
Certo, non mancavano piccoli inconvenienti! Lo stallo che non prendeva subito la bicicletta, e quel “grazie” che non compariva sul monitor, la poca disponibilità di biciclette rispetto alle molte utenze – 14.614- che si erano raggiunte. Ma questi sono fattori sintomatici di una scommessa che è stata ampiamente vinta dai ragazzi di Cleanap che hanno portato avanti il bando “Smart Cities and Communities and Social Innovation”.
Gli stalli, tutti posizionati in una area ben circoscritta della città consentivano di potersi muovere con facilità e in qualunque momento. Ma soprattutto, la vera rivoluzione, per me, è stata il potermi sentire un po’ più vicina al mare.
Quindici minuti.
Il centro storico ti assorbe così tanto che quasi te ne dimentichi che poco più in la c’è salsedine e sale.
Ho spiegato a decine di persone diverse, di tutte le età, come funzionava il progetto. Mi guardavano digitare qualcosa al cellulare, attendere e prendere la bici. E così, si fermavano e incuriositi, chiedevano. Tutti sorpresi per il fatto che fosse totalmente gratuito il servizio.
Ho visto anziani spostarsi dai cantieri della metropolitana a Piazza Garibaldi agli stalli dove erano posizionate le bici per capire quel nuovo sistema.
Ho spiegato ai miei genitori che tra il viaggio in circumvesuviana e andare in bici per Napoli era più sicuro il secondo modo di spostarsi. Erano scettici ma poi si sono convinti !

Non è semplice vivere a Napoli su due ruote. Ma non è impossibile. I numeri ed il successo raggiunto l’hanno dimostrato. Anche perchè oramai quella che qui è sembrata una rivoluzione in molti altri paese è una prassi consolidata!

E così, non si pretende la pista ciclabile di Bruges con annessi segnali stradali in miniatura, ma se almeno le biciclette disegnate sull’asfalto assumessero una forma concreta, sarebbe un bel passo avanti. O meglio, un’ottima pedalata!

Chiara Arcone

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Se “silenzio assenso” nel 2007 è stato un loro cavallo di battaglia, ecco che questa forma di fiducia ritorna.

Gli Epo, infatti, nel video con il quale annunciano la loro nuova scommessa, non dicono nulla! E nel partecipare la campagna di sottoscrizione tutto si basa su una una fiducia di fondo che la band napoletana, nata 15 anni fa, chiede ai tanti fan che da sempre la seguono. Perché la prospettiva è ritornare in studio in primavera.

E così, dopo tre dischi, cambiano i tempi e cambiano anche i modi per poter creare qualcosa di veramente nuovo che vuole fare anche della sua realizzazione un momento di condivisione. Sulla piattaforma Musicraiser si potrà dare un sostegno alla Band. Fino ad ora già è stato coperto il 57% della richieste. Ma la sottoscrizione non è fine a se stessa. La band napoletana ha pensato davvero a tutto. Infatti, si prevedono moltissime ricompense per chi versa una quota per il progetto.

Si va dal dowloand del disco fino all’essere accreditato come produttore esecutivo del disco, passando anche per la possibilità di fare un House Concert a Napoli e non solo! L’originalità non manca! E sicuramente, se le basi sono così entusiasmanti e coinvolgenti  il prossimo lavoro non potrà essere da meno!

Chiara Arcone