L’unica vera maglia borbonica… porta sfiga

L’unica vera maglia borbonica… porta sfiga

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A Barcellona oggi pomeriggio si sono vissute ore di altissima tensione: qualcuno si aspettava una dichiarazione in grado di cambiare la cartina politica d’Europa in una zona che, salvo una breve parentesi a metà Seicento, era stata colorata uniformemente fin dal 1468.
Questa non c’è stata, forse l’indipendenza catalana è durata solo sei minuti, forse quello di oggi è solo un passo verso risoluzioni ben più decisive.
Non si può che rimanere in attesa degli eventi e, per sdrammatizzare, chi ama il calcio si pone inevitabilmente domande oziose ma divertenti: non si annoierà il Barça in un futuro campionato con le squadrette dei limitrofi oratori o poco più? Di che colore sarà la maglia della nazionale catalana? Le banali righe della senyera viste per la nazionale “informale” che ogni tanto gioca qualche amichevole?
Un colore che certamente non vedremo sulle maglie catalane è il bianco, quello della seconda tenuta della nazionale spagnola: se la Roja a volte gioca in blanco è in omaggio a casa Borbone, e l’unica cosa certa del futuro Stato catalano è che non ci sarà un trono sul quale far sedere un individuo di questa famiglia.

I simboli della blasonata nazionale iberica hanno una storia molto movimentata che si intreccia strettamente con le vicissitudini politiche del paese: la prima selezione di cui si abbia notizia è del 1920 quando una squadra di calcio del paese diede vita ad una dimostrazione durante le Olimpiadi invernali di Anversa.
Il colore scelto fu il rosso (evidente richiamo alla bandiera del paese) con un leone rampante giallo sul cuore. Proprio questo animale stilizzato, in effetti assente dall’araldica spagnola, è in realtà un tocco di deliziosa cazzimma araldica: si giocava infatti in Brabante (antico possedimento spagnolo dei tempi degli Asburgo la cui inutile difesa era costata al paese le sanguinosissime guerre di Fiandra) e inalberare lo stemma dell’antico ducato era un modo per ricordare quella gloriosa ma tragica esperienza. La maglia bianca appare lo stesso anno, ma le insegne della nazionale spagnola restano fondamentalmente rosse per un decennio, con lo stemma della federazione calcio che sostituisce il felino provocatore.
Con lo scoppio della guerra civile, tuttavia, il rosso diventa un colore inaccettabile: la Repubblica (che vede il suo territorio restringersi a vista d’occhio e ha ben altre preoccupazioni) di fatto non ha una nazionale di calcio mentre i franchisti rifiutano di giocare con maglie che ricordano troppo da vicino il nemico politico.

La tenuta del 1936 prevede calzoncini azzurri e maglietta bianca, con lo stemma della falange (il partito franchista) sul petto, mentre negli anni successivi la maglia diventa azul, il blu cupo simbolo del regime, con l’aquila di San Juan (che sulla bandiera circonda lo stemma borbonico) sul cuore.
Con l’affievolirsi della tensione politica, e soprattutto con la caduta della dittatura nel 1975, si torna al rosso come colore principale, indossato dai calciatori spagnoli con minime eccezioni fino ad oggi.
Quando giocano in casa.
Dall’inizio degli anni ’80, infatti, la maggior diffusione e spettacolarizzazione del calcio in televisione impone l’adozione di una seconda maglia fissa per le trasferte: in Spagna la scelta non può che ricadere sul bianco, colore dinastico di casa Borbone, in precedenza fugacemente apparso in alternativa al rosso negli anni venti, all’inizio della guerra civile e in alcune amichevoli degli anni ’50 e ’60.
Ma da subito l’omaggio alla dinastia regnante diventa una tragedia per i risultati in campo della compagine spagnola: questi nelle occasioni importanti, quando vestono di bianco, perdono.
Fisso.

22386638_10154866530356657_1836537164_nSe negli anni ’80 (mondiale in casa e tutto) nessun colore di maglietta riesce a far brillare la Roja, è nel decennio successivo che la maledizione della maglia bianca mostra tutta la propria nefasta potenza.
Dopo la carestia precedente, la Spagna arriva a USA ’94 con speranze rinnovate, è la squadra di Zubizarreta, Goecoetxea e Guardiola. Dopo aver surclassato (in rosso) la Svizzera per 3 a 0, gli iberici affrontano l’Italia in una partita che resterà per decenni un incubo nella loro storia calcistica.
Sono i quarti di finale, gli spagnoli giocano la partita più importante della loro storia (fino ad allora) con completi bianchi a losanghe coi colori nazionali.

I gol dei due Baggio e una gomitata di Tassotti a Luis Enrique tingono di rosso sangue le magliette candide.
Quattro anni dopo, la Spagna affronta in bianco la Nigeria: parte con tutti i favori del pronostico e invece è di nuovo sconfitta e psicodramma nazionale, con i verdi africani ormai proiettati tra gli habitué delle fasi mondiali e i bianchi che tornano a casa a capo chino tra mille recriminazioni.
La stessa cosa accade a Euro 2004 contro il Portogallo: lusitani in rosso, spagnoli in bianco, goal di Nuno Gomes e eliminazione.
La nazionale spagnola, però, torna grande esattamente dopo quattro anni, è una cavalcata fino ad ora ineguagliata nel calcio: Europeo – Mondiale – Europeo. Gli iberici sono la superpotenza del pianeta calcio e nulla al mondo sembra poter fermare il tiqui-taca.
Innovazione e talento hanno avuto ragione della maledizione? Quando si è tanto più forti degli altri non c’è sfiga dinastica che tenga?
Eh… no, non proprio.
E’ che l’Adidas, fornitrice della federcalcio madrilena, ha cambiato il colore della seconda maglia: prima in oro (2008), poi in blu scuro (2010, e la storica coppa del mondo contro l’Olanda è conquistata indossando il colore falangista), poi un celeste cangiate (2012).
Ma il successo inebria gli spagnoli che, reduci da tale periodo di strapotere, tornano a vestire la maglia bianca ai mondiali 2010, per giunta inaugurandola proprio contro l’Olanda, con lo scudetto da campioni del mondo per ricordare come fosse finita l’ultima volta.
Robben e compagni li spazzano via 5 a 1, con una manita che prende a schiaffi orgoglio e manie di grandezza.

Europei 2016: due partite in bianco, due sconfitte: la prima contro la Croazia e la seconda contro l’Italia di Conte, alla vigilia considerata ampiamente alla portata della selección.
Certo, chi capisce di calcio (quindi non chi scrive) parlerà di fine di un ciclo, di adeguamento tattico degli avversari e di tante altre cose sensate e intelligenti, ma certo è una coincidenza singolare che il fato aspetti la maglia borbonica per infliggere alla nazionale spagnola le lezioni più dolorose.
I catalani, semmai si troveranno a progettare le magliette di una nuova nazionale, non avranno rimpianti né politici né scaramantici nell’abbandonare il bianco (che, per di più, a quelle latitudini ricorda un aspetto di Madrid che non piace nemmeno agli unitari).

Anche a Napoli c’è chi si è inventato un fantasioso “azzurro borbonico” per giustificare il colore delle maglie: per fortuna sono fandonie senza fondamento, altrimenti chissà cosa sarebbe potuto succedere!

Luca Di Mauro