Gente di Marek. L’alieno Hamsik che la città non capisce

Il fenomeno

Gente di Marek. L’alieno Hamsik che la città non capisce

0 1432

Marek Hamsik è arrivato 10 anni fa a Castelvolturno tra i fischi delle solite capre che ormai da anni, prima che inizi la stagione, contestano il mercato del Napoli. Nonostante le figure di merda a ripetizione, anno dopo anno, questa gente continua ogni volta ad esporre striscioni in città e a contestare a prescindere, come fosse uno sport. Stupido.

10 anni fa il Napoli presentava Marek Hamsik, un 19enne proveniente dal Brescia, segni particolari: Cresta. Con lui c’era un tipo “curioso” (nel senso napoletano del termine) proveniente dall’Argentina, si chiamava Ezequiel Lavezzi, ribattezzato Pocho, segni particolari: Pino la Lavatrice. Intanto all’esterno di Castelvolturno 4 gatti, o meglio dire 4 capre, continuavano a protestare e a farsi inquadrare dalle telecamere. L’unico momento, quello sì per loro, in cui possono giustificare la loro inutile esistenza.

10 anni fa, un 16 settembre di sole intenso allo stadio San Paolo, Marek segnò il suo primo gol con la maglia azzurra. Contro la Sampdoria, un gol MERAVIGLIOSO. Di gol così ne arriveranno oltre 100, fino ormai a sfiorare il record di gol di Sua Maestà Diego Armando Maradona. 10 anni senza mai una parola fuori posto, 10 anni di attaccamento alla maglia, 10 anni senza mai fare una dichiarazione ruffiana tipo qualche capo-popolo che giochicchia sui social a decantare la bellezza della città o il calore del pubblico. Ed è la cosa più bella. Un anti-divo che per far capire a tutti la sua stura indossa da 10 anni sulle spalle la maglia numero 17. A Napoli. Capitale di fatture e fattucchiere, di mammoni e munacielli. Quel 17 che per decenni, al pari della 10, non veniva assegnato. Ma Marek è più forte pure delle scaramanzie, del folklore che troppo spesso ammazza la bellissima quotidianità della nostra terra dove non si mangiano spaghetti e sfogliatelle tutti i giorni. Troisi ci mise una vita per farlo capire al di là del Garigliano.

Si può intervistare Marek Hamsik per ore, lui potrebbe chiacchierare all’infinito senza mai dare lo spunto per un titolo roboante. Anche nella sua ultima intervista, non ha detto di essere rimasto a Napoli perché qua sta la pizza buona, la mozzarella da favola, il caffè del magazziniere Starace o il pubblico più bello del mondo. “Non mi sentivo pronto per andare in un altro club”. Lo ha detto con la tranquillità, la serenità di chi è leader di se stesso e che non vuole esserlo di nessun altro, se non attraverso l’esempio. Senza strizzare l’occhio alla stupidità oleografica di cui chi è corto di altri argomenti si alimenta. Senza fare chiacchiere. Lui giudica e si fa giudicare dai fatti.

Io che quasi amo questo ragazzo slovacco come uno dei miei idoli di bambino mi sono dispiaciuto un po’ per lui. Lo avrei visto benissimo in Premier a consacrare la propria carriera da fuoriclasse. E’ come quando si ama assai una donna, davvero, e allora per la sua felicità saresti capace pure a rinunciarci. Avrei avuto piacere per lui se fosse andato via perché in un altro campionato, in un altro club, forse avrebbe avuto le attenzioni che avrebbe meritato. Oggi è il numero 1 a Napoli, altrove sarebbe stato tra i numeri 1 del mondo con una linea di giocattoli e gadgets a lui ispirati. Le parrucche con la cresta per bambini.

L’uomo Hamsik è come il calciatore Hamsik: intelligenza allo stato calcistico. Solo chi capisce poco di calcio può affermare che “Marek sparisce dalle partite”. Può dirlo solo chi Hamsik lo ha visto solo in tv. Vedere una partita allo stadio del Signor Cresta è come leggere un antico trattato di strategia militare. Gioca per gli altri, occupa lo spazio per favorire il compagno, mai solo se stesso. Anche a costo di farsi dire dalle capre che non capiscono nulla di pallone che “sparisce dalle partite”.

La tecnica calcistica di Marek è inferiore solo alla sua intelligenza tattica. E le due cose insieme fanno di lui un campione assoluto. Uno di quei calciatori di altri tempi che non si vedono più. Un calciatore da anni ’80/’90. In un’Italia che convoca i Montolivo, esalta i Marchisio, santifica i Verratti. 30 anni fa sarebbero stati giocatori oltremodo normali. Ieri, dietro i più grandi campioni della storia di questo sport, avevamo i Riijkaard, gli Ancelotti, i Donadoni e non li santificavamo. Oggi la gente si spella le mani per un Pogba qualsiasi. Si privilegia l’eccentricità alla sostanza. In questo e per questo, Marek, pur nella sua bellezza, si celebra nel suo essere un anti-divo. Marek, come alcuni dei calciatori ricordati prima, forse lo apprezzeremo tra qualche anno quando avrà appeso le scarpette al chiodo.

E noi, “Gente di Marek”, piangeremo assai nel ricordarlo nella sua eccezionale semplicità. Noi che lo sappiamo che Marek può sbagliare qualche partita, come capita a tutti. Perché noi, in fondo, a Marek non è che lo amiamo, ma forse lo amiamo come vuole lui: lo stimiamo tantissimo. Come in un film di Fantozzi dove la realtà supera qualsiasi slancio emotivo. E Napoli e la realtà – come ben sappiamo – non sempre vanno di pari passo. Per noi, presi da infarcire di iperboli il nostro quotidiano, l’eccezionale normalità di Marek ce lo rende un alieno. Un alieno in casa nostra che forse ci sta pure raccontando, dando quattro mirabili calci ad un pallone, come la nostra città stia cambiando. Una maggioranza silenziosa di napoletani che chiede meno pizza, ma più cresta e che non espone striscioni per affermare un’esistenza inutile.    

Valentino Di Giacomo 

SEGUICI E COMMENTA CON NOI SU FACEBOOK SULLA PAGINA DI SOLDATO INNAMORATO E SU TWITTER@SurdatNammurat

©RIPRODUZIONE RISERVATA – Ne è consentita esclusivamente una riproduzione parziale con citazione dell’autore e della fonte, Soldato Innamorato o www.soldatoinnamorato.it