La Madonna dell’Arco, la pallamaglio e un atroce caso di giustizia sportiva.

La Madonna dell’Arco, la pallamaglio e un atroce caso di giustizia sportiva.

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Venerdì un Napoli bello come al solito e assai più efficace delle ultime volte ha malmenato l’Inter con un secco 3 a 0.
Gli azzurri – hospitalité oblige – indossavano la maglia bianca, quella con una vistosa banda obliqua celeste che – benché ufficialmente ispirata alla seconda maglia di Cané nel ’65 – sui social è da mesi associata alla tunica dei “fujenti” della Madonna dell’Arco durante la processione di Pasquetta.

Non è nostra intenzione ventilare un intervento della vergine di Sant’Anastasia nella vittoria, benché oggettivamente il gol di Insigne lasci qualche dubbio in tal senso, quel che invece qui interessa analizzare è il rapporto particolare – anche se non sempre benevolo – di questo particolare culto con lo sport napoletano.
Il santuario vesuviano è di origine tardo cinquecentesca ma la tradizione fa risalire a un secolo e mezzo prima l’origine delle pratiche devozionali in quel particolare luogo e l’episodio che avrebbe fatto cominciare il tutto sarebbe legato ad un gioco, oggi quasi completamente dimenticato, nato a Napoli in pieno Medioevo e successivamente diffusosi in tutta Europa: la pallamaglio.
Si tratta dell’antenato indiretto del golf e diretto del croquet (sì, quello che Alice nel Paese delle Meraviglie gioca usando fenicotteri come bastoni): individualmente o a squadre i giocatori sospingono con dei martelli dalla lunga impugnatura (i magli, appunto) una palla di legno lungo un percorso per poi farla terminare in buca.

Si può giocare da soli, in due squadre da quattro, da sei…o in diciotto tutti contro tutti.
Nato come sport popolare – magari durante una pausa di chi il maglio lo usava per più prosaiche attività edilizie o cantieristiche – alla fine del Medioevo travalica i confini di classe diffondendosi nella nobiltà e, nei secoli successivi, anche quelli geografici divenendo una delle (per la verità numerose) manie delle corti europee.
La londinese Pall Mall non è altro che un antico campo da pallamaglio (con comprensibili divergenze rispetto alla pronuncia originaria) costruito a Westminster nel corso del XVII secolo.

Nel 1450 a Sant’Anastasia, però, la pallamaglio è ancora uno sport popolare e ci giocano gli abitanti del luogo nel tempo libero e durante le feste, quando si riuniscono all’aperto, nei pressi di un antico arco romano e di un’edicola votiva con l’immagine della madonna.
Il giorno di Pasquetta alcuni giovani anastasiani decidono di fare una partita e uno di essi, che evidentemente stava avendo la peggio, non la prende con il dovuto spirito sportivo. Proferisce una tremenda bestemmia e, con un tiro molto più preciso dei precedenti, scaglia la palla contro l’immagine sacra.
Invece di rompersi come qualsiasi statuetta di gesso, la guancia della vergine comincia a sanguinare e una folla inferocita subito radunatasi trascina il malcapitato intemperante al cospetto del conte di Sarno.
Oggi chi bestemmi in campo è sanzionato al massimo con tre giornate di squalifica, ma la Federazione Italiana Giuoco Pallamaglio doveva avere un regolamento meno garantista perché il tapino viene immantinente impiccato ad un tiglio vicino all’immagine.

Il castigo, però, appare comunque insufficiente, perché la pianta stessa appassisce mentre il corpo è ancora appeso, uccisa dal solo contatto con un corpo tanto empio.

Sempre in qualche modo legata al calcio (o meglio ai piedi) l’altra leggenda legata al santuario: una donna aveva chiesto alla vergine la guarigione da una malattia agli arti inferiori promettendo in cambio una coppia di buoi.
Ottenuto il miracolo, la fedele paga il debito salvo in seguito pentirsi di aver promesso una ricompensa tanto significativa, Privatasi degli animali, infatti, era costretta a portare a spalla ciò che prima caricava su di essi.
Le sue lamentele, ancora una volta, giungono alle orecchie della vergine e la donna una notte si sveglia sentendo due buoi muggire davanti alla sua porta.
Non può però muoversi e andare a prenderli perché le sono stati amputati i piedi.

Come tutti i santi figli della religiosità tardomedievale, insomma, la Madonna dell’Arco è decisamente permalosa. Possiamo solo sperare che la maglia propizi la sua intercessione in materia di traiettorie e di incolumità agli arti inferiori… e che gli anni l’abbiano almeno un po’ raddolcita in caso di intemperanze verbali a carattere teologico.

Luca Di Mauro