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De Boer, il bulletto Caressa e la miseria del giornalismo sportivo in Italia

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Chi ci segue abitualmente sa che su Soldato Innamorato non parliamo spesso di altre squadre se non per commentare le partite col Napoli; alcune volte però qualcuno di noi sente di avere qualcosa da dire, e allora si intromette negli affari degli altri.

Nello specifico parliamo dell‘esonero di Frank de Boer dall’Inter. Si potrebbe dire che si trattava di un allenatore arrivato appena in tempo per conoscere i giocatori, a dirigere una squadra costruita da un altro allenatore per giocare in modo totalmente diverso, scelto sapendo che avrebbe portato con sè dei concetti di gioco difficili da apprendere che richiedono lavoro; si potrebbe dire anche, a essere onesti, che ha raccolto 14 punti in undici partite con una squadra con valori tecnici almeno da Europa League subendo diverse sconfitte umilianti, vedi Hapoel Beer-Sheva. Ritenere giusto o meno l’esonero è questione di punti di vista; quello che è oggettivo e vale la pena evidenziare, invece, è l’imbarazzante arretratezza, ignoranza e pressapochismo che un certo giornalismo italiano ha dimostrato nei confronti di De Boer. Nello specifico, Fabio Caressa.

Il giornalista di Sky, noto a tutti per aver parlato sopra a Bergomi per due settimane nelle telecronache ai Mondiali 2006, rappresenta ormai da anni la reazione alla crescente preparazione e professionalità dei telecronisti (anche ex-calciatori riciclatisi commentatori come l’ottimo Adani) con il suo stile colorito e approssimativo, una macchietta che giudica le partite secondo le stesse categorie di un pensionato al bar, solo con un microfono davanti. Contro De Boer Caressa si è scagliato fin dall’inizio con una violenza che normalmente si rivolge a chi ti riga la portiera della macchina. A Sky Sport 24 un mese fa esternò in pieno il suo punto di vista: il “calcio olandese” (??) sarebbe un calcio perdente (ma che vuol dire?), De Boer non conosce il calcio italiano (sapevate che le regole sono diverse da quelle olandesi?), il suo stile di gioco o ti fa vincere 7-0 o perdere 3-0, insomma cosa vuole questo, che viene qua e pretende di insegnarci a giocare a pallone. La versione calcistica del “gli italiani nelle tende e gli stranieri 35 euro al giorno”.

Spero che voi lettori vi mettiate nei miei panni e capiate quanto cazzo è avvilente per un ragazzo di 22 anni che tiene una rubrica di lavagne tattiche e nel suo piccolo cerca, insieme a tanti altri giovani e a molti giornalisti professionisti, di far andare il discorso calcistico in una direzione più moderna che contempli la complessità che il gioco e le sue sovrastrutture oggi hanno, sentire uno dei più celebri giornalisti sportivi italiani esprimersi come un tuttologo da bar che crede che “calcio olandese” significhi “attaccare senza criterio”, che nel 2016 identifica l’immagine storica del movimento olandese nella finale mondiale persa da una delle migliori squadre della storia, l’Olanda di Crujff, bollata come perdente dopo aver sconvolto l’evoluzione del gioco come mai nessun’altra squadra prima, che crede che in Italia ci sia qualche fattore intangibile richiesto per poter allenare con successo, che cade addirittura nella banalizzazione del “in Italia chi attacca è un coglione e perde e chi difende è furbo e vince”. Forse per l’aria, l’umidità, per questi figuri il nostro calcio è dominato da regole diverse e o ci sei nato e morto oppure non capirai mai. Soprattutto se sei olandese.

Evidentemente sfugge a Caressa che la maggior parte delle squadre di primo livello -e non solo- nel campionato italiano applicano una proposta di gioco proattiva (si dice così, Fabio, quando una squadra sceglie di giocare controllando il pallone piuttosto che lo spazio, non c’entra niente essere olandesi): lo fa Sarri nel Napoli, lo fa Spalletti nella Roma, lo fa Sousa nella Fiorentina, Giampaolo nella Sampdoria, in diverse misure negli ultimi anni l’hanno fatto con profitto Montella a Firenze, Maran a Catania, Benitez qui da noi, Pioli alla Lazio e tanti altri, ciascuno con le sue idee e il suo stile, posto che la distinzione netta tra “squadre offensive” e “squadre difensive” è antidiluviana se non fantasia pura. Non stiamo neanche a parlare dell’Europa, doveva spadroneggiano Guardiola, Ancelotti, Luis Enrique, Pochettino, Zidane, Wenger, Tuchel, Klopp, e vienimi a dire che questi non avrebbero niente da insegnare al calcio italiano. Certo, ci sono anche i Mourinho, i Simeone, i Conte: ci sono tanti modi di vincere nel calcio, e nessuno nella storia, nè in Italia nè fuori, si è dimostrato finora il più vincente. Tranne che nella testa di Caressa.

Addirittura, e qui siamo al grottesco, il giornalaio Caressa per screditare De Boer ha tirato in mezzo il pessimo italiano dell’allenatore, un allenatore che appena arrivato si è messo a studiare una lingua nella quale probabilmente prima conosceva dieci parole, si è impegnato nei ritagli di tempo di un fitto calendario da due partite a settimana e si è sforzato di provare subito a rispondere in italiano nelle interviste. Caressa, che non si premura nemmeno di informarsi dai colleghi europei su come si pronunciano i nomi dei giocatori stranieri. De Boer, insomma, non conoscendo l’italiano non poteva comunicare con lo spogliatoio, che quindi non capiva le sue richieste; peccato che la rosa dell’Inter conti SETTE giocatori italiani compresi il terzo portiere Berni e il naturalizzato Eder (che, va detto, parla un italiano eccellente), peccato anche che De Boer parli fluentemente inglese e spagnolo, quest’ultima lingua madre di molti giocatori nello spogliatoio che parlano perfettamente italiano. Come ha scritto in proposito Michele Dalai sul blog interista “Il Nero e l’Azzurro” nel miglior articolo pubblicato finora sulla questione, pensate se lo stesso discorso valesse in Inghilterra per Mazzarri, Conte e Ranieri. E soprattutto vorrei proprio sentire se Caressa è capace di esporre in modo così fluentemente caciaro le sue opinioni da bar nella sua quarta lingua.

Il bullismo di Caressa nei confronti di De Boer ha contribuito, insieme a tanti altri giornalisti e giornalai, a destabilizzare la posizione dell’ex tecnico dell’Inter nei confronti di squadra e società, ha grosse colpe nel fatto che sia stato sfiduciato dai giocatori, con le sue opinioni reazionarie e retrograde amplificate dalla grancassa della sua poltrona a Sky Sport ha fatto tanta pressione mediatica da impedire a un professionista di fare il suo lavoro, danneggiare gravemente la sua carriera, destabilizzarne probabilmente la famiglia che si era appena trasferita a Milano e spinto la società a cambiare di nuovo in corsa, con effetti che sul lungo periodo difficilmente saranno positivi. Certo, de Boer è responsabile dei suoi risultati negativi e Suning delle sue scelte manageriali, ma tutti sappiamo quanto conti il lato mediatico nel calcio di oggi, e il fatto che un giornalaio, un incompetente, un arrogante bulletto senza arte nè parte come Fabio Caressa ne sia una figura di spicco e sia nella posizione di fare così tanti danni con le sue sparate grossolane e pressapochiste è vergognoso.

I tifosi dell’Inter, da parte loro, per la maggior parte sono solidali all’allenatore e incolpano proprio la società, evidentemente la prima responsabile della situazione che è culminata con l’esonero. A noi tifosi del Napoli ovviamente fa comodo che una diretta rivale sia in difficoltà; quello che deve far riflettere è lo stato dell’informazione sportiva nel nostro paese, in cui si continua a credere di trovarsi nell’epoca di Nereo Rocco ed Helenio Herrera e interpretare il gioco secondo categorie che forse andavano bene quarant’anni fa. Proprio noi, che ci siamo passati con Benitez, ne sappiamo qualcosa.

Roberto Palmieri

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