Chernobyl, a trent’anni dalla catastrofe.

Chernobyl, a trent’anni dalla catastrofe.

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Pripyat, città abbandonata dopo l'esplosione della centrale di Chernobyl

Dal nostro inviato a Mosca:

Per molti italiani, Chernobyl’ è il disastro nucleare per eccellenza, anche se Fukushima (di cui colpevolmente si tace) ha raggiunto quei livelli di orrore, e sono state queste due catastrofi a porre (almeno per ora) termine ad ogni discorso sul nucleare.

Quel 26 aprile 1986 è rimasto impresso, anche per quelli che, come chi scrive, erano molto piccoli: la nube radioattiva sull’Europa, il divieto di comprare ortaggi e frutta, il silenzio imbarazzato dei vertici sovietici a nascondere la tragedia, e l’assoluta novità della catastrofe nucleare in tempo di pace. E, dopo la catastrofe, alzi la mano chi non ricorda i bambini bielorussi (la centrale si trova al confine tra Ucraina e Bielorussia) e ucraini che venivano qui, in cerca di un po’ d’aria e di sostegno nel caos seguito alla caduta dell’Urss.

A riascoltare l’annuncio d’evacuazione della città di Pripyat, a soli 2 km dalla centrale di Chernobyl, si avverte un senso d’inquietudine. Il tono ufficiale dei notiziari e degli annunci sovietici è incrinato, la voce della donna regge a fatica l’agitazione, come è normale che sia. L’evacuazione temporanea è diventata ormai eterna, in quei luoghi, come ha indicato il giornalista napoletano Marc Innaro in un servizio Rai di questi giorni, il tasso di radioattività è superiore alla norma di centinaia di unità.

Pripyat era una città modello, una delle ultime atomgorod (città dell’atomo) dell’Unione Sovietica, costruita per essere a misura d’uomo: i lavori furono eseguiti da brigate volontarie del Komsomol (la gioventù comunista) provenienti da tutto il paese, le strade vennero pianificate affinché non si formassero ingorghi, e la città non era un ghetto, ma un insediamento urbanistico con teatri, cinema, ospedali, asili. Una città con 47.500 abitanti, più di 25 nazionalità, abbandonata il 27 aprile di fronte alla tragedia nucleare: da quel momento Pripyat si è trasformata in un tetro sito archeologico dell’utopia atomica, ancora oggi sinonimo di catastrofe.

Lo scenario oggi presente nella Zona d’alienazione ricorda ciò che i fratelli Strugacskij descrissero nel loro romanzo Picnic sul ciglio della strada (ripubblicato in italiano nel 2011 da Marcos y Marcos), poi portato sullo schermo da Andrej Tarkovskij con il suo Stalker: lo stravolgimento delle leggi fisiche, una natura che si riappropria, mutata, del proprio spazio, e il tentativo di alcuni di vivere lì, tra le rovine di una città ferma al 1986.

La tragedia di Chernobyl continua ad essere un monito, anche per quel nucleare sconosciuto che abbiamo in Italia, come ad esempio il traffico di navi e armi nei nostri porti. Basta poco, e quei palazzi vuoti e quella natura contaminata potrebbero divenire realtà.

Giovanni Savino

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