Attis, i riti pasquali e la pastiera

Attis, i riti pasquali e la pastiera

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Via Crucis, Barile, Potenza, 1995 © Gianfranco Irlanda

Nel 1995, ancora studente ma già avviato sulla strada della fotografia di reportage, dopo varie esperienze di documentazione dei movimenti studenteschi di quegli anni, mi trovai ad accompagnare alcune studentesse che seguivano il corso di Storia delle tradizioni popolari, di qualche anno più giovani di me, a fotografare una Via Crucis in un paese lucano non molto distante da Melfi, Barile.

All’epoca di fotografia digitale non si parlava se non come possibilità ipotetica o quasi, e il mio equipaggiamento consisteva di un paio di corpi macchina decenti (una indistruttibile Pentax K-1000 e una autofocus) e una serie di obiettivi un po’ rimediati, tutti sovietici con montatura Nikon e riconvertiti tramite adattatore alla baionetta Pentax. Il tempo quel giorno era poco più che schifoso, e se non fosse stato che avevo preso l’impegno me ne sarei stato volentieri a casa al calduccio. A Barile iniziò a piovigginare con insistenza, poi a piovere e infine a tirare un nevischio bagnato e tagliente. Dovendo fotografare non avevo con me l’ombrello, mentre una delle ragazze aiutava l’altra riparandola mentre questa scattava. A un certo punto successe anche un piccolo dramma: si ruppe il manettino di riavvolgimento della fotocamera della studentessa. Riuscimmo a rimediare facendoci prestare una pinza da una famiglia che stava affacciata sulla soglia di casa a guardare la processione (finita la quale, ovviamente, dovetti poi ripercorrere tutto il paesino, un labirinto di saliscendi sconosciuto, per ritrovare la casa e restituire la pinza…)
Le fotocamere resistettero alle intemperie, ma noi eravamo piuttosto provati.

Mentre eravamo lì mi chiedevo cosa spingesse un’intera comunità a infradiciarsi fino al midollo pur di rispettare una tradizione religiosa. C’era un ragazzino nella banda del paese che suonava sotto la pioggia con la protezione dell’ombrello di un genitore, mentre uno degli anziani della banda soffiava nella sua tromba, a malapena coperto dal cappuccio, con l’aria di voler essere altrove.
In un’altra occasione, anni dopo, accompagnai un collega fotografo a riprendere la processione degli incappucciati bianchi a Sorrento, e pure in quel caso mi chiedevo quali motivazioni avessero i fedeli per trascorrere una nottata intera – la processione iniziava all’una di notte e terminava alle sei del mattino – al freddo, fossero essi i partecipanti o i semplici spettatori che si assiepavano lungo le strade della città. Osservavo i ragazzini, se non proprio i bambini, e mi domandavo quanto essi stessi fossero convinti di quello che facevano o se non erano un po’ costretti dalle circostanze – e dai genitori.

Quando ero piccolo e ancora legato alle tradizioni festive mi sembrava che la Pasqua fosse l’unica manifestazione del cristianesimo ancora con un senso, almeno a giudicare da come era (e forse come è tuttora) vissuta dai fedeli. Mettendo un po’ da parte le credenze religiose, o, meglio, risalendo dalle stesse, dalle manifestazioni della fede, a ritroso nel tempo e nello spazio come si risale un fiume per giungere alla fonte da cui origina, possiamo ritrovare dei segnali molto chiari sul perché la Pasqua nel mondo cristiano sia così sentita e rivesta una tale centralità.

Il termine stesso, “Pasqua di Resurrezione”, che noi – intendo noi che facciamo parte di un Paese di cultura cristiana – associamo alla figura di Gesù Cristo, ci dà una chiara indicazione. Il lettore mi risponderà sconfortato dicendo che per il cristianesimo è centrale la speranza nella resurrezione, resurrezione del corpo, e non solo dell’anima (che avverrà alla fine dei tempi, ovviamente dopo morti, ottima merce da vendere, la migliore… nessuno potrà mai presentarsi per un reclamo nel momento in cui non sarà risorto). La domanda che dovremmo porci non è perché la resurrezione sia così importante, lo vedrebbe anche un infante, piuttosto è perché la celebrazione della resurrezione si manifesta in un certo modo e viene festeggiata in un determinato periodo.
La Pasqua segue il ciclo lunare, unica festività, almeno credo, religiosa o meno che sia, che non abbia (ancora…) una fissazione nell’anno legale, che segue invece il ciclo solare. Al ciclo lunare sono associati i riti della semina e del raccolto, e la resurrezione viene ad associarsi alla rinascita della natura dopo la pausa invernale. Fatalmente ciò è stato sovrapposto al rito di Pesach, la Pasqua ebraica, entro la quale si viene a collocare la narrazione della passione di Cristo. Come al solito, quando si tratta di festività cristiane, possiamo notare una sovrapposizione e un accavallamento tra differenti tradizioni precedenti. La simbologia cristiana si appropria in maniera diretta dei passaggi stagionali, legandosi alle festività romane (ma non solo romane) preesistenti. Se con il Natale ritroviamo la festività del Sole Invitto, alla Pasqua possiamo associare facilmente il culto di Cibele e di Attis, che ritroviamo nella tradizione greco-romana… conservata, seppur rivisitata, dai Napoletani nella pastiera.

La pastiera? Ebbene sì, sembra che il culto di Attis, i cui riti si celebravano in occasione dell’equinozio di primavera (allora festeggiato il 25 marzo), comportasse la proibizione del consumo di farina e di pane, visto che il compito di macinare il grano veniva disatteso da Cibele perché disperata a causa della morte di Attis. Pertanto, per rispetto verso il dio morto, il grano veniva consumato intero. Attis che, guarda caso, muore per poi risorgere… vi ricorda qualcuno?

Bene, per chi volesse cimentarsi con una variante anomala ma non troppo della pastiera, esiste una ricetta romana che assomiglia moltissimo a quella attuale (con le prevedibili differenze…) nel De Re Rustica di Catone…


Gianfranco Irlanda

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