C’era una volta il Pendolo…

C’era una volta il Pendolo…

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Fu allora che vidi il Pendolo. Lo vidi, come mi aspettavo, e come desideravo da quasi vent’anni, al Conservatoire des Arts et Métiers di Parigi, un giorno del 2007. Più che un desiderio era ormai un atto dovuto, dovuto al romanzo che mi ha accompagnato per tutta la mia vita di adulto e al suo autore, Umberto Eco, scomparso a 84 anni lo scorso 20 febbraio. Il romanzo era, ed è, Il pendolo di Foucault, forse il romanzo meno letto, almeno in Italia, tra i suoi più venduti, un articolatissimo ed incredibilmente denso caleidoscopio in cui i colori sono sostituiti da fatti storici e richiami letterari, da ricordi personali e memoria collettiva.

Perché mi appassionai così tanto al “Pendolo”? C’è da dire che quando incontrai per la prima volta un romanzo di Umberto Eco sulla mia strada fu su una spiaggia, lo stava leggendo mio fratello a cui era stato suggerito al liceo, immagino dal (o dalla) docente di lettere. La sua risposta alla mia domanda su cosa leggesse fu, grosso modo, “un romanzo giallo ambientato in un monastero”. Correva l’anno 1985, se non sbaglio. Quel romanzo era Il nome della rosa, il romanzo di un autore italiano più tradotto e più letto al mondo (dietro, immagino, solo a Pinocchio di Collodi…) Quando fu annunciata la versione cinematografica mi incuriosii molto, visto che avrebbe avuto come interprete principale Sean Connery, ed essendo io appassionato della saga di James Bond fui subito catturato. Attesi, però, di vedere il film prima di leggere il romanzo, altrimenti – sapevo bene – avrei avuto una serie di aspettative che sarebbero state invariabilmente deluse.

Letto il romanzo fui, inevitabilmente, folgorato, e così quando, due anni dopo, uscì Il pendolo di Foucault, lo comprai immediatamente e lo lessi senza quasi staccarmici, esclamando ogni tanto un “uao!” e un “noooo!” ad alta voce, quando trovavo rimandi a cose che conoscevo legate all’esoterismo, oppure in momenti di svolta della storia che prendeva pieghe sempre più claustrofobiche. Visto che il protagonista, Casaubon, iniziava il suo racconto, che prende la forma di un ricordo che viene ricostruito, con salti avanti e indietro, a partire dalla sua iscrizione all’università “due anni dopo il ’68”, e io iniziavo quell’anno l’università – due anni prima della Pantera, movimento di cui avrei fatto parte – mi sembrava quasi un messaggio, un destino, anticipandomi che quel romanzo sarebbe stato per me importante. La storia, diversamente dal Nome della rosa, mi deluse un po’, come se fosse stato deciso dall’autore di troncare il discorso in maniera sbrigativa, anche se aveva una sua compiutezza. Con questo senso di amaro in bocca decisi di rileggerlo, e da quel momento non ho più smesso. In qualche modo ho interiorizzato talmente tanto i personaggi e le loro vicende che finivo per ritrovarle, o, più probabilmente, ricercarle e ricostruirle, nel mio vissuto, e così agivo come Jacopo Belbo quando si trovava a vivere una storia complicata con una donna sfuggente e un rivale forse immaginario, oppure cercavo una Lia, l’unico personaggio davvero positivo del romanzo, in ogni donna che incontravo, pur consapevole, e a malincuore, che ero più intrigato dalle donne sognate o rimpiante da Belbo…

Eco lo ritrovai poi nei miei studi, e non nego che una parte del mio percorso universitario fu decisa dalla mia passione per i romanzi e i saggi del semiologo alessandrino. Opera aperta, I limiti dell’interpretazione, Trattato di semiotica generale, sono stati per me compagni nello studio come i romanzi lo erano stati per il mio immaginario (e, ovviamente, feci un figurone all’esame di Teoria e tecnica delle comunicazioni di massa quando parlai della trasposizione da romanzo a film del Nome della rosa…), per non parlare di quell’altro best-seller ormai forse datato per molti versi ma importantissimo e ancora fondamentale quando penso ai miei progetti fotografici e a quelli dei miei allievi, quel Come si fa una tesi di laurea, letto forse male dalla maggior parte degli studenti a cui è capitato fra le mani, con troppe aspettative e quindi, erroneamente, trascurato, mentre io ne feci tesoro, e tuttora continuo a seguirne le linee guida. Il suo testo che amo di più è però un saggio, Sei passeggiate nei boschi narrativi, la trascrizione delle sue Harvard Lectures, del 1994. In quelle lectures Eco ci trasporta nella dimensione della costruzione di un testo narrativo, dandoci la possibilità di perderci nelle sue parole come lui si è perso nei romanzi di cui racconta, con infinito amore e commozione.

Di Umberto Eco ho un ricordo vividissimo, quando venne alla Biblioteca Nazionale di Napoli, mi sembra fosse il 2002 o il 2004, presente anche Giulio Andreotti in prima fila… All’epoca ero fotoreporter abbastanza “d’assalto”, e non mi facevo spaventare né intimorire dall’importanza dei personaggi, quindi mi accucciai davanti alla prima fila, inginocchiato o seduto a terra, proprio davanti ad Andreotti. Il divo Giulio rideva anche lui delle battute di Eco, anche se a un certo punto si assopì quasi… anche io che sono un appassionato mi sorpresi a sbuffare un paio di volte, sentendolo ripetere sempre le stesse cose e ritornare più e più volte su cose dette e ridette in precedenza – c’è da dire che di Eco io ho letto tantissimo, ma la maggior parte delle persone presenti quella sera magari avevano letto solo i romanzi, e forse anche solo Il nome della rosa, ma credo di non aver mai visto tanto entusiasmo e partecipazione per un intellettuale, sembrava di stare alla presenza più di una rock star che non di un professore di semiologia.

Non voglio fare un elogio dell’opera di Eco, non ce n’è bisogno: la statura intellettuale del personaggio è tale che sovrasta anche le critiche possibili, e, a volte, necessarie. Ma qualcosa va detta.

Eco ci ha descritto un’epoca facendoci credere di leggere un romanzo “giallo” (Il nome della rosa), un thriller (Il pendolo di Foucault), un romanzo storico (Baudolino); mentre ci interessavamo all’intreccio ci forniva notizie e chiarimenti sulla nostra contemporaneità che forse non saremmo stati in grado di vedere con altrettanta chiarezza senza il suo aiuto… se solo avessimo letto i romanzi nel modo giusto, trasversale, come in fondo suggeriva di fare a ogni passo. Le brigate rosse, il terrorismo, la sinistra extraparlamentare, la Democrazia Cristiana, sono i protagonisti del Nome della rosa, mentre noi crediamo di vedere monaci ed eretici… Allo stesso modo gli altri romanzi parlano d’altro rispetto alla lettera, ma in fondo parlano di noi, dell’Italia della seconda metà del Novecento, e dei motivi per cui siamo ridotti così.

In Africa si dice che quando muore un anziano è come se bruciasse una foresta. La perdita di Eco è per la cultura italiana l’equivalente dell’inabissamento di una regione intera, ma la sua prolificità narrativa e saggistica fa si che la sua opera non sia bruciata affatto, resta accessibile e utile a chiunque voglia avventurarvisi, sempre che sia pronto ad affrontare l’iniziazione necessaria, lo scoglio di quel primo capitolo (o di quei primi due capitoli, nel caso del “Pendolo”…), che fa sì che il percorso successivo sia poi tutto in discesa. Basta darsi qualche pizzico sulla pancia all’inizio, e leggere. E leggere, e leggere ancora. Il resto viene da sé.


Gianfranco Irlanda

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