San Valentino disperato

San Valentino disperato

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Era l’amico dell’università. Mi aiutava con gli appunti, andavamo in giro per la provincia nelle sere senza donne. Era un fratello.
Parlavamo di tutto, nelle nostre sere perse, era un rincuorarsi in attesa di, credo, diventare grandi. Ci incontrammo per caso in una delle lunghe ore in treno verso Sud, quando i libri restavano in borsa e le pianure scorrevano dai finestrini, e fu come riprendere una conversazione interrotta da pochi minuti.  Si chiamava Valentino.

– Maurizio, ti ci vuole una chiattona, ti ricordi come mi dicevi? Non c’entra niente il fattore estetico o quanto sia davvero chiatta. La chiattona è quella che si vede inadeguata, che per sentirsi accettata si concede al primo appuntamento, che si prende cura di te e si tiene ogni genere di bugia, facevi tanto il filosofo. E dopo tanto consigliare, chi è che va a provarci con la chiattona del corso?
– Non farmici pensare!
– Dovevi essere proprio disperato, ma ti capisco, dovevi accumulare punti esperienza, va bene.
– Però di viso era carina.
– Ma ti disse no.
– Non ero convinto, le avevo chiesto di uscire per provare com’era, come se avessi già in tasca il si, e così il rifiuto è assicurato.
– E tu che ne sai?
– Perché, poi, passato qualche anno, ci sono uscito. E stavolta ero davvero, totalmente, disperato.
E questa è la storia che mi raccontò e che adesso provo a modo mio a riportarvi, eccetto per i nomi, fedelmente.

Io non lo so a che serve San Valentino,
se non che puoi stare con la disperazione,
l’unica cosa che può darti la spinta,
io ero a quel punto,
così senza appigli che qualunque cosa è meglio che star fermo,
lontano da casa e solo
un alieno depresso,
finisci nell’abisso se non hai le spalle forti,
puoi andare avanti anni luce senza vedere il buco nero che ti aspira da dentro,
fu lì che mi scrisse Carla,
mi disse: oh auguri,
si era ricordata di scrivermi per l’onomastico,
quando la chat si accese stavo guardando Maverick, senza audio,
al punto dove Mel Gibson prova a impiccarsi in groppa a un cavallo,
mi disse: mi trasferisco anch’io.
E poi: non è che poi ci fai pensiero, rimaniamo nell’orbita dell’amicizia;
e io pensai con tutto il cuore: meglio,
avevo fatto degli errori per arrivare a questo, gli errori ti si scrivono addosso e giungi
al punto in cui il gioco non è più scegliere, ma giocarsi bene quello che trovi,
cominciammo a vederci, mi faceva ascoltare il jazz, (associare una donna non a una canzone,
a un genere, il jazz era Carla e Carla il jazz)
poi le serate dopo il lavoro, più in soggiorno suo che da me,
seduti sulla moquette,
mi ascoltava,
con curiosità e sufficienza,
mescolate con arte,
e i Simpson e i film di samurai,
e le sessioni di Twin Peaks e pattinare sul ghiaccio,
perchè non provi a pettinarti così, ti faccio vedere,
andammo avanti così e un po’ alla volta mi accorsi che ero vivo,
certo c’era il discorso amicizia, quella linea di confine che si era costruita,
un campo di forza stile Donna Invisibile,
e il terrore
il panico
di farmi vedere con lei,
si
me ne accorsi un po’ alla volta ma una serie di inviti mancati li notò anche Carla,
saremmo andati avanti così
finché non ci fu mia madre e la storia dei panzerotti,
sempre così,
compariva ogni volta senza annunciarsi, solo che stavolta trovò
lei
il bello fu la reazione, la traformazione, di mamma
si sedette in soggiorno,
parlava a ruota libera
e intanto guardava Carla, guardavo mia madre,
Carla che dice: vabè vado a fare i crocchè, mia mamma che sorride,
e intuivo che le cose possono anche trovarsi il loro posto da sole,
senza per forza doversi sudare ogni centimetro,
e comunque quando mai aveva fatto i crocchè?
e mamma che guardava con occhio complice
stavamo dialogando senza i soliti filtri,
quanti filtri si vengono a creare coi genitori,
quanti sforzi facciamo per tenerli fuori dalle nostre tempeste,
inutili perché a loro basta uno sguardo, ognuno ha la sua ricetta
disse mia madre quando arrivarono i crocchè, ognuno ha la sua versione del crocchè di patate ma questo deve avere qualche ingrediente segreto perché è la perfezione, ricordavo quelli della nonna
i pomeriggi passati ad aspettare che l’olio di arachidi impregnasse il mondo
ma quanto si era fatta carina, adesso?
o lo era già,
non si capisce mai,
mia madre e il suo occhio complice,
c’erano arrivati in un battito di ciglia,
il crocché che ballava sui miei sensi con l’energia del brodo primordiale,
e la colata di mozzarella,
era quella,
la variabile che risolveva ogni equazione,
ci arrivo sempre tardi sulle cose, io,
forse è tutto qui, pensai, l’amore o
come lo vuoi chiamare,
quando trovi l’ormeggio,
ci si può arrivare anche così, imparando a conoscersi,
costruire un impalcatura di abitudini, e poi pensare a buttarci dentro
la musica
il contrabbasso di Mingus che mi ricordava le sue curve maestose,
Mingus, devi ascoltarlo il prima possibile, chiuditi al buio e ascoltalo
continuavo a farmi quella domanda, che stupido,
qual è l’ingrediente segreto?
e benedissi quel San Valentino fortunato, sperando che mia madre andasse via presto.
– E poi com’è finita?
– E com’è finita Maurizio, che siamo arrivati a Roma e io devo scendere. Ma vieni a trovarmi uagliò. Dobbiamo parlare come ai vecchi tempi.
Il treno si fermò, lo vidi scomparire in pochi minuti, come se non ci fosse mai stato. Non l’ho più visto, e di chiamarlo non c’è stato il tempo. A volte mi viene da pensare che sia stato uno dei suoi scherzi, altre lo immagino con Carla, la chiattona, in un mattino così, e allora so che ovunque egli sia, è felice.

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