I bimbi in strada giocano chiamandosi Gonzalo. Il regalo più bello!

La Napoli di un quarto di secolo fa

I bimbi in strada giocano chiamandosi Gonzalo. Il regalo più bello!

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Bambini di Napoli che giocano a pallone (Via Cisterna dell'Olio)

A un certo punto mi è sembrato di vedere pure Luigi Necco dare la linea allo studio da Frosinone facendo il 5 con la mano. Napoli campione d’inverno, le dichiarazioni di Maradona, le strade bardate d’azzurro: non mancava più nulla al racconto che i media facevano della cavalcata partenopea. Come se si fosse ritornati a 26 anni fa.

Vorrei andare nelle scuole per vedere se i ragazzini sul proprio diario scrivono ancora, come facevo io, la formazione degli eroi con i pennarelli colorati. Vorrei andare nei cortili per ascoltare i bambini chiamarsi la palla con “Gonzalo passa”, “Marek scatta”, “Kalidou scala dietro”. Noi lo facevamo con Careca, Diego e Alemao.

Mi godo la fantastica stagione azzurra, il perfetto weekend che ha visto cadere prima la Fiorentina, pareggiare la Roma e poi il tonfo interista alla terza sconfitta in casa dell’anno, stavolta contro il Sassuolo di Defrel. E’ una gioia matura, dove Higuain fa il giocatore di calcio, non l’extraterrestre. Non è il Maradona che nella mia fantasia di bambino lo faceva somigliare di più a Rocky, Rambo o Voltron che a un calciatore.

L’ultima volta che il Napoli fu campione d’inverno avevo scarsi 8 anni. Il pallone era una ragione di vita assai più che una forte passione come adesso. Si andava a scuola pensando agli eroi azzurri e si usciva in strada a giocare fino a sera. La notte si sognava di diventare il numero 10 del Napoli e segnare un gol al Milan, oppure di diventare amici di Maradona e fare con lui una gara di punizioni.

Oggi tutte queste sensazioni non riesco a provarle: mi perdo tra la tattica, il mercato, le mie idee di calcio. Mi emoziono, ma sono emozioni differenti. Non c’è più quella ingenua spensieratezza che abita solo nei bambini. Spero però che chi oggi ha otto, nove o dieci anni possa vivere queste gioie come le vivevo io un quarto di secolo fa. Certo, 26 anni fa non c’erano i social network e le scarpe firmate per gli scugnizzi napoletani erano un miraggio; non badavamo troppo al fatto se la maglietta con cui giocavamo fosse originale o di bancarella; a pallone (che è qualcosa di differente dal calcio) ci giocavamo in strada fermandoci ad ogni auto che passava e la disgrazia più grande era quando il pallone finiva sotto il motore di una macchina parcheggiata, oggi i ragazzini giocano sui campi di calcetto assai più di come facevamo noi.

Però le emozioni sono emozioni. E allora spero con tutto il cuore che pure con i social network, gli smartphone, le playstation e le XBox, che questi ragazzini di oggi possano provare le stesse profondissime emozioni che provavo io alla loro età. Emozioni che ancora non dimentico e che mi fanno ringraziare il Cielo di essere nato a Napoli e tifare per la maglia azzurra. Emozioni che neppure gli anni più bui che sono intercorsi in questi 26 lunghi anni hanno cancellato.

E, mentre scrivo, dalla strada sento una voce: “Gonzalo, a vuò passà sta palla? Stai facenn tutte cose tu!”. Neapolitan way. Yes, Sir. Neapolitan way is a different way!

vDG

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