La chiavata più lunga del mondo

La chiavata più lunga del mondo

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La chiavata più fantastica di cui io abbia notizia avvenne nel 1989 nelle rovine di un antico palazzo a Somma Vesuviana, e cominciò una noiosa domenica di Luglio. Vincenzo Cozzolino, ‘o limunaro, gestiva il traffico di sigarette e comandava una falange di fuori di testa. Stazionavano davanti a una sala giochi a Via Aldo Moro, restavano appollaiati pomeriggi interi sulle loro moto orrende che puzzavano di pelli ammuffite a fissare i passanti nell’imitazione di qualche pessimo film di malavita.
Nel 1986 avevo quattordici anni, loro ne avevano venticinque e a me sembravano vecchissimi.
Eppure – eterno mistero del cuore femminile? – a qualcuna Vincenzo non dispiaceva.
– Poverino – mi diceva mia sorella – secondo me non è cattivo – Su questo punto avevamo avuto inutili discussioni che si erano perse nel nulla.
Quando Vincenzo cominciò a corteggiare Francesca Capuozzo nessuno ci avrebbe scommesso cinquanta lire. Era da circa due anni (da quando un inaspettato sviluppo dei caratteri sessuali secondari aveva portato il suo rating da “carina” a “sogno erotico ossessivo capace di appiattire la produzione onirica collettiva su progetti di produzione seriale di marmocchi”) che Francesca respingeva con gentile indifferenza gli approcci di uomini di ogni età. Ma con una bestia come quella né l’indifferenza, né il disprezzo, e neanche le aperte minacce di rivolgersi ad autorità varie facevano effetto. ‘o limunaro non passava un momento senza pensare a quelle labbra lussuriose e a quello sguardo da ragazzina. Aveva deciso che doveva essere sua. Aveva eletto Francesca progenitrice di una lunga stirpe di guappicielli di paese.
Cominciò a mandarle mazzi di fiori, guantiere di cornetti, caraffe di latte macchiato che venivano recapitati a casa da un tipo bassissimo, sempre vestito a puntino, che chiamavano Alemao per la pelle olivastra.
– Guarda che sono fidanzata – gli disse una domenica che lo trovò a far piantone sotto casa. Lui era più ordinato del solito, emanava profumo buono e si era tirato i capelli indietro, pettinatura che usavano ormai solo i nonni.
– Però possiamo parlare no? – rispose senza fare una piega.
Francesca un fidanzato ce l’aveva davvero. Si vedevano da due anni, ma non si era ancora presentato ai genitori.
Peppe Calce era bello, leale come pochi e buono come il pane. Solo che non studiava, lavorava nell’officina del fratello e Francesca sapeva bene, o era certa di sapere, la reazione del padre se lo avesse presentato come fidanzato ufficiale.
Francesca lanciò lo sguardo verso una piccola panda rossa.
Peppe era lì dentro. A osservare. Senza poter far niente mentre ‘o limone appoggiava il suo braccione sul muro del palazzo, a pochi centimetri dalle sue braccia, a un soffio dal suo visino da cerbiatta. Parlarono, parlarono tanto.
La domenica dopo Vincenzo l’aspettò un’altra volta: e intanto Peppe era scomparso. Non rispondeva al telefono. Non lo vide più.
Neanche quando o’ limone riuscì a convincerla a salire in macchina. Solo per un gelato, aveva detto. Neanche quando un giorno, nel piccolo negozio di orologi di Domenico Capuozzo, si materializzò una figura che mancava in paese da anni.
Il feroce boss. Il latitante sanguinario. Ciro Cozzolino, il padre di Vincenzo.
Sempre impeccabile nel suo vestito scuro. Sempre sorridente.
Non invecchia mai, pensò Domenico, inorridito.
Al povero Mimì, la presenza di una tale concentrazione di potere criminale lo sprofondava in un terrore viscido che gli strozzava il respiro.
– Tutto a posto don Mimì?
Era bastato quel saluto, quella voce – la voce di chi comanda – a convincerlo a eseguire ogni sua eventuale volontà.
Anche se alla fine, rifletteva Mimì, la paga agli uomini di don Ciro gliela dava tutti i mesi, puntuale. Da sempre. E poi: quando mai era andato a riscuotere di persona?
E allora che è venuto a fare?
– Don Mimì, ma toglietemi una curiosità, voi lavorate tanto, quindi può essere che su altre cose non vi aggiornate. Ma voi, a mio figlio, lo conoscete?
Peppe Calce non si vide neanche l’anno dopo, quando Francesca e Vincenzo, in quello che fu un fidanzamento lampo, si sposarono nella chiesa di San Giorgio, alla luce di un cielo che, lo notarono in molti, era oltre l’azzurro. Era blu, come il mare profondo, eppure a celebrare quella funzione era sceso tutto il paese, e si disse che registrò il più alto numero di svenimenti e donne piangenti e strascichi di pettegolezzo mai visti, perché era più di un matrimonio, un evento, che chissà perché sembrava importante e coinvolgente e significativo per le vite di tutti.
Era scomparso, sparito nel nulla, e qualcuno, giustamente visto come andavano le cose, a quei tempi, cominciò pure a pensare male, per lui… Gli anni passarono, giorno dopo giorno. Francesca si abituò a tutto.

Poi venne il 1989. E lì uscì fuori Bonya. La cortigiana. La prostituta. La mantenuta.
Era questo che si diceva di lei. Era arrivata a Somma Vesuviana negli anni 70, la prima polacca mai vista (anche se poi era di Lvov, ma polacco era come veniva chiamato chiunque fosse vagamente slavo). Si era stabilita in un palazzo appartenuto a certi ricchi signori, nell’antico borgo, il Casamale, che per un periodo pare fosse stato pure una casa di piacere, ma senza fortuna.
Fu lei, la prima persona che Giuseppe Calce incontrò al suo ritorno alla stazione di Somma Vesuviana. Nessuno lo vedeva la tre anni. Avevano confabulato qualche minuto, come vecchi conoscenti. Da lì si era diretto a casa, un’espressione che scoraggiò chiunque anche dal salutarlo. Per tutti, quell’uomo era morto.
Così riportò la notizia a Francesca mia sorella, che la vide cambiare colore, esplodere in un concerto di tosse convulsa e andarsi a chiudere in bagno.
Qualcun altro le riferì che era diventato più magro, una massa di muscoli e nervi.
Sembrava una macchina da combattimento, le riferì un’amica.
Aveva lavorato nell’esercito o forse in qualche corpo speciale, le sussurrò il giornalaio.
– E’ diventato un frescone – le confessò l’estetista.
Francesca cominciò a galleggiare nel paese con la sensazione di poterlo incontrare in qualsiasi momento. Solo Vincenzo non parlava del ritorno di Calce, ma ogni tanto le lanciava una certo sguardo.
Ti tengo d’occhio.
Francesca aveva anche provato a far finta di niente. Unico problema, dettaglio che faceva cadere qualsiasi possibilità di portare avanti una recita credibile. Era che Francesca, quando si era sposata, era vergine.
E Vincenzo aveva scoperto che lei non era esattamente quel tipo di donna indifferente al desiderio sessuale, perché tra le sue braccia, quando si erano ritrovati seminudi tra le lenzuola dell’hotel più lussuoso di Capri, la prima magica notte di matrimonio, Vincenzo aveva trovato un animale caldo e voglioso, una donna finita, – elemento che aveva accelerato oltremodo la sua eccitazione, facendolo emettere prima ancora quasi di toccarla, un copioso, inaspettato, fiume di liquido bianco-.
E questo non fu un episodio isolato.
Perché, come Francesca dovette apprendere negli anni, il pericoloso limunaro soffriva di una incurabile tendenza all’eiaculazione precoce (o forse no, forse era pure curabile in qualche modo, ma credete che uno come lui andasse in giro a chiedere aiuto?)
E Francesca, adesso che il suo ex era tornato non poteva fare a meno di pensare a lui. Peppe Calce era, per il piccolo animo tormentato di Francesca, l’alternativa. La strada che non aveva percorso.
E questo Vincenzo ‘o limone lo sapeva.
E Francesca sapeva che lui sapeva.
Il che rendeva i tempi maledettamente stretti.
Per cosa?
No, questo non lo sapeva neanche lei.
Quella domenica lo videro dal fioraio, Giuseppe Calce. Prese delle rose direttamente dal vaso (senza propriamente sceglierle, fu più come prendere un tot di patate da un sacco).
– Attenzione che scorre – disse il ragazzo.
– Tutto scorre – fu la sua risposta glaciale.
Io quel giorno ero in piazza. Stavo per entrare in chiesa ed ero proprio a fianco di Francesca quando quel pazzo che aveva attraversato il flusso del tempo al contrario si parò dinanzi a noi. Quanto tempo l’aveva cercato, nell’infinita tristezza degli ultimi anni? Quante volte aveva sognato che le comparisse davanti all’improvviso e la portasse via? Non so dirlo, ma da quel giorno ho cominciato a credere che alcune emozioni si propagano.
E assistetti a qualcosa di più di un uomo che torna a prendersi la sua donna. Fu un atto di coraggio a cui nessuna con una minima dotazione di sangue nelle vene avrebbe dovuto dire no.
No, niente baci strappalacrime. Quando Giuseppe fece cadere l’inutile mazzo di rose sul ciottolato e la trascinò a sé si aprirono le acque del Mar Rosso. Li vidi allontanarsi, fulminei, una corsa verso il precipizio, salire verso il borgo antico col cuore che mi palpitava. Si stavano scavando la fossa e parevano felici.
– Vanno al Casamale? – intuì qualcuno, quasi ridendo.
– Saliamo – disse qualche altro temerario.
A quell’epoca non c’erano cellulari ma le notizie arrivavano comunque.
– Si sono chiusi nella casa di quella zozzosa – raccontò mia madre, schifata, quando fummo a tavola.
– C’è già tutto la banda di don Ciro, là fuori – disse mio padre. In realtà quello era la falange di Vincenzo. L’esercito di don Ciro era impegnato in una guerra tra bande che stava devastando la provincia. Morti ammazzati. Corpi carbonizzati. Gente che spariva senza lasciar traccia.
– Quell’imbecille se l’è cercata – sentenziò. Così veniva considerato chi provava a cacciare la testa su.
A parte l’isolata solidarietà di chi non aveva non aveva niente da perdere, come Bonya. Che accolse la coppia con gli occhi pieni di infinita compassione.
Chi era questa donna? Quale follia la portava a rischiare tutto per loro? E in che diavolo di posto erano finiti? Questo si chiedeva Francesca, mentre attraversavano il vestibolo dell’antica casa arredata con teli di velluto purpureo e Bonya le porgeva l’accappatoio.
La banda di Vincenzo era in attesa di ordini.
– Uè, e che aspettiamo, che se la chiava? – chiese Alemao.
Ma non era ancora arrivato nessuno dei capi e i ragazzi erano bloccati.
Bonya fece indossare a Francesca un lungo vestito a fiori che in giro per il paese avrebbe generato più di un’alzata di sopracciglio, ma quando vide l’espressione che si disegnò sul volto di Giuseppe, capì che era perfetto.
– Vedi come è diverso qui? Hai superato il mondo dei vivi – sussurrò Bonya prima di lasciarli soli.
Alemao riuscì a farsi aprire da una famiglia che viveva al palazzo di fronte, si affacciò al balcone, ma la casa di Bonya era tutta sprangata.
Francesca si precipitò tra le braccia di Giuseppe. Si scoprirono senza fretta, come se quello che li aspettava fuori fosse parte di un altra realtà.
Alle otto di sera arrivò uno dei capi. Era ‘o francese. Il killer più pericoloso del gruppo di fuoco di don Ciro. I ragazzi erano pronti a dimostrare fedeltà e voglia di sangue. O’ francese da dietro agli occhiali scuri li squadrò uno a uno come se fossero dei pezzi di muco rappreso. Si schiarì la voce. Rascò a terra.
– Voi non dovete muovere un dito – disse rivolto a ‘o zelluso, il braccio destro di Vincenzo – Mò vi dividete in due gruppi, uno davanti e uno dietro al palazzo e aspettate finché non escono fuori.
Giuseppe scoprì il seno di Francesca, due percoche sode e levigate con maestria e amore da quella terra maledetta.
Quando ‘o francese se ne andò i ragazzi erano un po’ disorientati. Fu Ninnillo, l’ultimo arrivato e il più idiota, a fare la domanda.
– Zellù ma io non ho capito. Quando quelli escono che dobbiamo fare?
– Quando escono poi ve lo dico io.
Francesca accarezzò una guancia di Peppe Calce e fece un sorriso e una voce di bambina:
– Sei bello lo sai?
Il paese era vuoto, il mondo stava cambiando ma a Somma Vesuviana sembrava che tutto fosse col fiato sospeso, o che ognuno degli uomini del paese avesse vergogna di quello che era diventato, ma era solo una mia impressione, un’impressione da adolescente, perché quello che voleva la gente era che tutto finisse prima possibile.
– Andiamo a vedere? – chiesi a mia sorella.
– No, restiamo qui – rispose lei, e restammo.
Quando il vecchio Peppe Calce estrasse il suo arnese, Francesca guardò quella lunga, vigorosa, potente asta sormontata da un architettonico glande come una bimba cresciuta orfana che scopre in un colpo solo di avere genitori e nonni.
Ninnillo guardò Alemao e scoppiò a ridere.
– Ninnì che cazzo ti ridi?
– Rido perché tu stai qua e quei due secondo me chiavano.
La scoperta del piacere portò Francesca su un’altra orbita. Ogni potente stantuffata fu una rabbiosa rivincita. Chiavarono senza sosta, senza scuorno, chiavarono come se non ci dovesse mai più essere un mondo dove un uomo e una donna chiavano liberamente con chi cazzo gli pare, chiavarono con la rabbia muta accumulata negli anni, chiavarono come innamorati, come bestie solitarie, chiavarono come ragazzini che non sanno come si fa. Poi quando furono stanchi e sfiniti restarono a respirare, guardando il soffitto, sudati, nella penombra, cuccioli nella tana, e la tana era l’unica cosa in grado di proteggerli.
Il giorno dopo fecero una colazione sontuosa. Uova, pancetta, borsch, sfilatini. Francesca guardò i mobili decrepiti dell’antica sala da pranzo. Guardò Bonya, che le riempiva un tazzone di caffè lungo con la concentrazione di chi stesse svolgendo un lavoro di alta precisione.
– Mangia, ragazzina, mangia.
– Si ma adesso che facciamo? – chiese a Giuseppe.
– Fuori ci sono tutte le merde di tuo marito, che vuoi fare?
Francesca gli mise una mano sulla coscia e strinse forte.
– Se dobbiamo morire perlomeno lo faremo chiavando – decretò Giuseppe.
Intanto ‘o limunar non si faceva vedere. Nella logica della faida venne addirittura letto come un atto di debolezza. Ma questo non aveva impedito alla sua sentenza di piombare sul paese con la potenza di un uragano.
– Fateli fare. Sempre devono uscire da là dentro.
Rosita, la madre di Francesca andò dai carabinieri per cercare aiuto.
– Si ma non ho capito, io che cosa devo denunciare? – chiese l’appuntato.
– Quelli l’ammazzano.
– Avete ricevuto minacce?
– Dovevano scrivermi la letterina?
– Si ma io come procedo?

Il pomeriggio Alemao cominciò a pisciare sull’antica porta della casa, seguito a ruota da Ninnillo che depositò almeno un chilo di escrementi verdastri.
– Pure quando cachi sei strano. – disse ‘o zelluso ridendo.
I negozi erano aperti ma con la gente che aveva paura di scendere la merce restava invenduta. Al borgo avevano tacitamente interrotto la circolazione. Tutti aspettavano il momento che uscissero, col fiato sospeso. Rosina, la madre di Francesca, prese coraggio e arrivò nella piazzetta, la banda del limunaro la trovò a giocare con un SuperSantos semisgonfio e le porte fatte con cassettine blu del latte Berna.
– Ve ne dovete andare da qua! – gridò.
– Adesso neanche più a pallone si può giocare? – le fece Alemao con una risata da scemo.
Rosina gli diede uno schiaffone e poi furono le donne del vicinato a portarla via trascinandola sul ciottolato. Alla fine rimasero di nuovo da soli. I ragazzi e il palazzo. I ragazzi fuori che masticavano uno sfilatino col prosciutto e sputavano a terra. Quelli dentro a raccontarsi gli anni perduti. Ogni giorno che passava rendeva la situazione più irreale. Ogni ora che quei due figli di puttana fottevano alla morte era uno sfregio al bene più sacro, il motore che teneva in vita quel cosmo tascabile. Il rispetto.
E adesso la punizione che li aspettava doveva essere terribile, ma soprattutto alla luce del sole. Davanti a tutti. Così rimanemmo tutti, una settimana, congelati, in attesa, senza muovere un dito.
Poi venne la domenica. Alle nove Peppe la svegliò piano piano. La guardò negli occhi e lei capì subito.
– Ancora un poco – lo implorò.
Era sera quando scesero. Bonya non c’era più. Sospirarono, ci fu un lungo abbraccio, tragico come gli abbracci degli adolescenti.
Quando aprirono la porta trovarono una macchina dei carabinieri e una Mercedes. Due ceffi con l’accento del nord caricarono Peppe sulla Mercedes. I carabinieri presero Francesca e la madre. Erano sotto protezione. In macchina le raccontarono che don Ciro si era pentito. Dopo anni di terrore, estorsioni e omicidi passava sotto la protezione dello Stato, i suoi affiliati erano ricercati e la sua famiglia (compresi Vincenzo e Francesca), avevano ottenuto il diritto a un salvacondotto, un altra identità e un’altra vita al Nord.

Io ho continuato a raccontare questa storia per anni, cercandovi un senso, che mi sfuggiva ogni volta che mi sembrava di averlo afferrato. Anch’io lasciai la Campania. Anni dopo, quando Peppe Calce era ormai vecchio e io una ventenne in vacanza, me lo trovai davanti, a pochi passi, su una spiaggia catalana. Non era con Francesca ma con una sudamericana formosa e un po’ volgare. Evitai di guardarlo negli occhi ma lui mi riconobbe e mi raggiunse con uno sguardo marpione.
– Sono col mio ragazzo – gli dissi indicando vagamente verso certi ombrelloni.
Lui incassò come un vecchio pugile, scoppiando a ridere.
– Bene ragazza – mi disse – un giorno andrai in giro a raccontare che hai detto no a Peppe Calce, ma nessuno ti crederà.

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