32 dicembre, o del futuro (im)possibile per Napoli

32 dicembre, o del futuro (im)possibile per Napoli

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Verso il futuro e oltre - © Gianfranco Irlanda

Nel 1988 Luciano De Crescenzo usciva nelle sale cinematografiche con un film, 32 dicembre, che delineava in maniera comica alcune riflessioni tratte dal suo libro Oi Dialogoi.

Nel film vengono illustrate alcune possibilità di una temporalità altra rispetto allo scorrere del tempo così come viene rigidamente tracciato dagli orologi e dai calendari. L’ultimo episodio, “I penultimi fuochi”, interpretato magistralmente da un Enzo Cannavale in splendida forma (performance che gli valse il Nastro d’Argento), mette in scena uno squattrinato che per far contenta la famiglia e soprattutto i figli non esita a festeggiare il nuovo anno a gennaio inoltrato per poterlo fare con il dovuto accompagnamento di fuochi d’artificio, non avendolo potuto fare la notte di capodanno per mancanza di soldi.

Non svelo il finale per quelli che ancora non l’abbiano visto, ma vorrei affrontare, più che il discorso relativo ai fuochi d’artificio di capodanno (premetto che personalmente la trovo un’usanza deprecabile, soprattutto dal momento che ormai i fuochi vengono esplosi a ogni piè sospinto per i motivi più disparati), quello che viene tracciato dal primo episodio del film, “Ypocrites”, in cui una serie di personaggi vivono un tempo diverso dal presente, in una antica Grecia popolata di filosofi, e gli spettatori restano col dubbio su chi abbia ragione e chi sia, realmente, fuori tempo.

Noi meridionali, e i napoletani in particolare, abbiamo la tendenza a scegliere, o a ritrovarci per necessità, a vivere un tempo diverso dagli altri. Il “tempo meridionale” è un tempo dilatato, pieno, caotico, rilassato, accelerato e lentissimo allo stesso tempo. Viviamo come i personaggi del primo episodio del film, contemporaneamente nel tempo di tutti, in questo secondo decennio del terzo millennio, e in un tempo dettato dalla continuità di tradizioni e abitudini, condizionato dalla non modernità del Meridione. Il sud Italia sembra aver dato poco peso alla venuta del cristianesimo in quanto tale, per non parlare di altri sconvolgimenti culturali che altrove hanno segnato tappe fondamentali. Le novità invece di prendere piede e soppiantare il passato sono state riassorbite dalla tradizione, in un continuum che più che altrove dà l’impressione che quando si oltrepassi una certa latitudine, in Italia in direzione sud, si torna indietro nel tempo. L’aveva ben rappresentato Gianni Amelio nel film Il ladro di bambini, in cui il protagonista si trova a percorrere l’Italia dei primi anni ’90 in direzione sud e si trova alla fine in Calabria dove anche la musica in sottofondo è antiquata (a un certo punto ascoltiamo “Anna da dimenticare” dei Nuovi Angeli, un pezzo dei primi anni ’70, che ben sottolinea l’arretratezza del meridione).

Qui come altrove la religione monoteista ha soppiantato il paganesimo politeista sostituendosi ad esso pur ricalcando e riprendendo le tradizioni precedenti, ma qui più che altrove il paganesimo si è preso la sua rivincita nel proliferare di santi e beati che divengono il tramite, i veri interlocutori del popolo. Non sorprende che anche nella vita quotidiana il meridionale abbia difficoltà a interagire con una singola autorità troppo distante, e si rifaccia alla piccola autorità locale, al boss come al piccolo politico di turno (ma a volte ancora più in basso, all’usciere o al segretario comunale, mai al sindaco…) che può promettergli cose concrete, così come si rivolge al santo locale per un’intercessione specifica, ma ha difficoltà a rispettare i comandamenti che vengono da un patto con la divinità stessa.

Esistono trattati ben più approfonditi in merito, quindi non tedierò il lettore ulteriormente in questo senso, ma sembra interessante questo approccio nel momento in cui i meridionalisti tendono a pensare a un passato ideale, a un’età dell’oro del Sud Italia, ognuno scegliendo un momento diverso del passato. I Borboni, spesso, ma non dobbiamo dimenticare che al tempo del referendum sulla scelta della via monarchica o repubblicana nell’immediato secondo dopoguerra a Napoli vinsero i monarchici, e questo nonostante le enormi colpe dei Savoia nei confronti del meridione (lasciamo stare le loro responsabilità riguardo alla presa del potere del fascismo nel ‘1922…); qualcuno si rifà a un ipotetico passato dorato ai tempi di Federico di Svevia, lo Stupor Mundi, dimenticando che l’Italia meridionale era molto più avanzata e cosmopolita quando regnava Guglielmo II pochi decenni prima e Federico si era trovato un sistema statale organizzato e, diciamo così, bello e pronto, e ha dovuto rimediare ai danni dovuti all’ingerenza del papato nei primi anni di regno; altri preferiscono pensare alla Magna Grecia come modello di riferimento, altri ancora ai Sanniti… di certo c’è abbondanza di scelta, se si vuole vivere nell’idea di un passato ideale, visto che di passato ne abbiamo anche troppo…

Quello che manca troppo spesso ai meridionali, specie di questi tempi, è il pensare a un futuro possibile (qualcuno ci ha provato, pensiamo tra i tanti a Tommaso Campanella…) invece di rifarsi a un passato idealizzato e inevitabilmente travisato. Mi scuseranno i lettori se faccio sempre discorsi in cui si parla di trasporti, ma questi sono piuttosto emblematici in una metropoli di oltre tre milioni di abitanti… Napoli è l’unica città italiana con una rete capillare di tram che ha visto ridurre linee e percorsi negli anni, mentre i tram in altre città italiane, e non solo, sono cresciuti oppure sono stati introdotti laddove non c’erano. La Circumvesuviana era anni addietro la linea ferroviaria più precisa e con il migliore servizio non solo in Italia ma in tutta Europa (mia madre ricordava che era tanto precisa che si regolavano gli orologi all’arrivo dei treni alle stazioni…) “Ovviamente”, tutto ciò è stato sacrificato per tanti motivi, ma quello che ho visto negli ultimi decenni, e credo che sia stato un processo avviato molto ma molto tempo fa, è la mancanza di una prospettiva, di una direzione verso cui il meridione e Napoli in particolare potesse orientarsi, e mancando la direzione è ovviamente venuta a mancare la pianificazione, ovvero un ragionare sul futuro.

Sui motivi per cui il futuro è stato sottratto ai napoletani ci sarebbe da dibattere; personalmente mi sembra che quella che chiamiamo arte di arrangiarsi, in positivo e in negativo, tenda troppo a tappare momentaneamente le falle dell’emergenza ma non abbia la più pallida idea di dove dirigere questa nave che pur essendo ferma va alla deriva nel Mediterraneo. Se questo è vero di Napoli, lo è anche in generale dell’Italia intera, tranne, forse, qualche caso particolare.
Visto che stiamo per affacciarci sul 2016, con prospettive certo non tanto migliori degli anni scorsi, sarebbe il caso di ritornare a pensare a qualche futuro possibile, visto che solo sapendo dove andare si può decidere che strada prendere.


Gianfranco Irlanda

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