La qualità della vita e il colonialismo interno

La qualità della vita e il colonialismo interno

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Italia Meridionale vista dalla ISS, NASA

Ieri sul Sole 24 Ore è uscita la nuova edizione della classifica per province relativa a quella che il quotidiano milanese definisce “qualità della vita” (trovate qui il link a tutti i dati e alla classifica: http://www.ilsole24ore.com/temi-ed-eventi/qdv2015/infografiche.shtml ). A parte la sensazione da “scoperta dell’acqua calda” che una classifica del genere può dare, con un’Italia settentrionale dove sembra si viva meglio e un meridione che appare arretrato e in difficoltà, quello che balza all’occhio – per quelli che hanno voglia di guardare più a fondo – è la quasi totale dipendenza della classifica da indicatori di carattere economico, relativi fondamentalmente alla ricchezza prodotta (e spesa…)

La trasmissione di Radio Capital Il Geco e la Farfalla, nel commentare la notizia, e nonostante la trasmissione sia condotta anche da un pugliese, ieri ha pubblicato sulla sua pagina di facebook questo commento che non posso fare a meno di definire di pessimo giornalismo: “Emerge chiaramente l’arretratezza del mezzogiorno trainato a fatica dal nord laborioso. I settentrionali dicono che è colpa dei meridionali e del loro modo di essere. Siete d’accordo?

Mi dispiace ma non possiamo essere d’accordo. Nessuno vuole negare le difficoltà e l’arretratezza a livello materiale e strutturale di buona parte del meridione d’Italia, ma qui sembra si stia facendo ancora un distinguo che deriva da pregiudizi post unitari, rafforzati dalle dinamiche migratorie interne del secondo dopoguerra, e ulteriormente accentuati a partire dall’emergere del leghismo nel nord (e non solo al nord…)

Se andiamo a leggere la lettera dei dati raccolti (a cui poi sono stati assegnati dei punteggi – e da nessuna parte si capisce con quale criterio) vediamo che si tratta di fattori strettamente legati al benessere economico delle aree in questione, quindi già definire l’inchiesta come un’analisi della qualità della vita diventa fuorviante. Qui si sta parlando, niente più niente meno, del benessere economico delle aree interessate. Esistono sì dei fattori ambientali presi in considerazione (ad esempio un indice “climatico”, che prende in considerazione le temperature massima e minima, e poi un fantomatico indice di Legambiente, non specificato), ma sono due parametri su 36 presi in considerazione, una quantità infima… Ci sono sì fattori legati alla cultura (quantità di librerie e di cinema, più un assurdo indice di “sportività”) e anche alla tavola (numero di ristoranti per abitanti), ma ad esempio non viene preso in considerazione la presenza nei musei, la quantità degli stessi, le aree verdi e la loro accessibilità, gli orari di apertura dei negozi stessi e degli altri esercizi (leggere gli orari dei negozi a Vicenza, tanto per fare un esempio, è una delle cose che fanno venire voglia di emigrare da lì…) Insomma ciò che viene premiato è il potere di acquisto degli abitanti delle zone prese in analisi, e come questo potere d’acquisto regga nel tempo (pensioni, sofferenze dei capitali). Diventano insignificanti, anche se poi hanno punteggi alti, altri parametri – anni di studio, quantità di matrimoni che finiscono in separazioni, eccetera – che sono piuttosto standard tra una provincia e l’altra.

Io non nego che in una città come Bolzano, o nella stessa Milano, o a Trento, si possa vivere meglio per tanti versi, e che ci siano più possibilità di lavoro, o anche semplicemente di svago culturale , rispetto a una Reggio Calabria o a Crotone o a Campobasso. Nessuno vuole dire il contrario. Quello che non viene espresso da tanti dati e tanti commenti è che si sta facendo mercificazione anche della vita stessa. Quello che viene premiato, in una analisi con questi parametri, è il benessere economico, monetario. E questo benessere determina inevitabilmente anche le possibilità di spese culturali, di viaggi all’estero, e di tante altre cose. Ma non viene detto da nessuna parte che se un’area di un paese come il nostro è ricca, non lo deve semplicemente al fatto che riesce meglio di un’altra. Riesce meglio perché la classe politica che dovrebbe lavorare per il benessere di una intera nazione non fa altro che operare affinché questo divario resti invariato, o al massimo aumenti. Fa comodo avere una parte della popolazione in difficoltà, sotto scacco, incapace di reagire, quando basterebbero una serie di interventi legislativi mirati a ridurre le diseguaglianze (guarda guarda, il governo attuale sta facendo di tutto per fare esattamente il contrario), che sia il reddito di cittadinanza, la tassa patrimoniale, e così via. Quando nel Sud si è investito lo si è fatto in maniera da lucrarci, politicamente ed economicamente mai per aumentare la ricchezza reale, in maniera strutturale, delle aree interessate. Anni addietro il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino si disse contenta perché Napoli e la Campania erano rimaste ancora Obiettivo 1 relativamente alla possibilità di accesso ai fondi europei. Iervolino si rallegrava, in sostanza, che Napoli e la Campania fossero ancora una zona arretrata e che tutti i soldi investiti in corsi di formazione non avessero sortito alcun effetto. Se questi sono i meridionali di cui è la colpa, i politici che hanno bisogno di conservare un feudo elettorale da cui attingere consenso, allora sarei propenso ad essere d’accordo con il commento de Il Geco e la Farfalla… Se invece quel commento alludeva a noi cittadini del Sud, che sempre più spesso emigrano nelle città come Milano, Cuneo, Monza, Torino proprio per portare il nostro know-how e la nostra formazione in un luogo dove riesca almeno un minimo ad essere spendibile, be’, allora si sbaglia di grosso, e si sbagliano anche tutti quelli che vedono nel Sud una “palla al piede” per il resto d’Italia. Mi piacerebbe sapere (e questo certo dall’inchiesta del Sole 24 Ore non viene fuori…) quanto dell’economia del Nord Italia tira grazie all’export interno, quanto ci guadagnano le aziende del Nord dal mercato formato dalle regioni del mezzogiorno, e quanto riuscirebbero ad andare avanti se non ci fossero professionisti formati al Sud che lavorano nelle imprese del Settentrione, insegnanti, ingegneri, chimici, biologi, ricercatori e così via.

Un filmetto di tanti anni fa aveva un titolo che dovrebbe sintetizzare bene la questione “Si ringrazia la Regione Puglia per averci fornito i milanesi”.


Gianfranco Irlanda

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