Hospital Advisor, ovvero se li conosci li eviti

Hospital Advisor, ovvero se li conosci li eviti

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Di recente mi è capitato un antipatico inconveniente, un incidente stradale, di cui tacerò le dinamiche ma non che mi sono trovato ad esserne, purtroppo, vittima. La conseguenza immediata è stata una corsa al pronto soccorso di uno degli ospedali napoletani, dove con il braccio sinistro penzoloni sono stato all’inizio un po’ sballottato per capire cosa avessi, ma che poi ho vissuto con una certa pazienza (da buon paziente…) ma con il solito spirito di osservazione e attenzione alle dinamiche che mi circondano.

Non farò il nome dell’ospedale, visto che quello che vi è capitato ricorda molto quello che succede le altre strutture ospedaliere del capoluogo (di cui ho avuto molta esperienza in passato, in quasi tutte, da parente di degenti e mai da degente) e più che altro racconterò le mie impressioni.
La prima impressione che ho avuto è che sono stato fortunato. Fortunato a trovarmi in una struttura in cui avevano appena preparato un letto (l’ultimo) per… qualcun altro, solo che quest’altro è stato spostato in altro reparto e quindi il letto me lo sono trovato bello e pronto; fortunato a non dover dipendere troppo dagli infermieri (se non immediatamente dopo l’operazione, tra l’altro effettuata in una struttura diversa, visto che a un certo punto sono scappato, ma non anticipiamo troppo), visto che almeno sulle gambe riuscivo a stare senza grossi problemi, ed essendo che in tale struttura la voglia di lavorare degli stessi era proporzionalmente simile ai tassi di crescita del PIL italiano negli ultimi anni; fortunatissimo, ancora, a trovarmi in una stanza con altri pazienti che avevano arti danneggiati in maniera complementare, e così ci potevamo aiutare a vicenda per alcune cose basilari, non ultima l’apertura delle confezioni di cibo che veniva servito con proterva abbondanza senza alcun ritegno né attenzione di sorta.

A proposito del vitto, la domanda mi sorgeva, come si suol dire, spontanea: ma ci vuole tanto a chiedere se è intenzione del degente usufruire del cibo fornito dall’ospedale? Ogni paziente viene regolarmente fornito di un primo, un secondo e un contorno (sulla natura dei quali mi prodigherò in seguito…), più un frutto, e le solite improponibili posatine in plastica. Molto di quello che veniva distribuito, probabilmente intorno al 65-70%, non veniva nemmeno aperto e finiva nel sacco – dell’indifferenziata, cibo, alluminio, plastica, tutto assieme – così come era stato confezionato. Ho notato che i degenti che condividevano con me la stanza della prima struttura non mangiavano i contorni neppure se costretti (no verdure, no ortaggi… non mi sorprende che avessero problematiche di salute che andavano ben al di là delle fratture per cui erano ricoverati), e almeno uno di loro faceva sempre venire il cibo da fuori (quindi pagandosi il vitto due volte, visto che quello che fornisce l’ospedale lo paghiamo noi con le nostre tasse…)

Ritorniamo per un attimo alla mutua assistenza che ci davamo per alcuni compiti primari, tipo per l’appunto l’aprire le confezioni di alluminio. Posso capire la standardizzazione, ma almeno un’idea che parecchi di quelli ricoverati in ortopedia possano avere una mano o un braccio inutilizzabile non ha mai sfiorato quelli che devono pianificare la qualità della vita (ivi compreso il desinare…) dei degenti? Lasciamo perdere che nella seconda struttura in cui poi sono finito, dopo quattro giorni di “limbo”, il vitto era così protervamente confezionato in contenitori di plastica sigillati che diventava praticamente impossibile aprirli anche avendo entrambe le mani funzionanti…

La cosa che ho trovato divertente è stata che il cibo alla fine non era nemmeno tanto male, anzi, direi fin troppo appetitoso per una dieta ospedaliera. Va be’ che si era in ortopedia, quindi ci dovevamo rimettere in forze, ricostruire ossa e legamenti, ma sembrava persino eccessivo che le verdure fossero sempre condite con burro, e i primi spesso affogati nella besciamella… cosa che contrastava vistosamente con il menù magro del venerdì che comprendeva bastoncini di pesce da discount non fritti ma riscaldati in microoonde (ehm…)
Nella seconda struttura ho potuto invece “apprezzare” una cucina ben più rispondente agli stereotipi dell’ospedaliero, insapore, minimal, quasi.. inesistente: era ad esempio il caso della lattuga di accompagnamento alle fettine di formaggio, quasi da haute cuisine nella sua presenza solo lillipuzianamente scenica in un vassoio di plastica bianca dominato da fettine di emmentahl quasi squagliate dal calore del primo che inevitabilmente veniva piazzato sotto al secondo per la consegna.

Alla fine sono scappato. Ebbene sì, non mi sono calato con le lenzuola (quali, visto che spesso mancavano e non le cambiavano?), ma ho deciso per la dimissione spontanea contro il parere medico, e mi sono rivolto appunto in una struttura diversa, sempre pubblica ma fuori da questa sorta di lupanare della ASL NA1, rinunciando quindi a un corridoio in cui non si capiva bene perché ci fosse un solo bagno funzionante per tutti gli uomini (ricoverati e non…), alle pareti dello stesso, e degli altri ambienti, che orgogliose mostravano cadaveri di zanzara a mo’ di trofei di caccia, e a un’incertezza di fondo derivante dall’agitazione degli anestesisti che rendeva quanto meno vaga la data possibile di un intervento.

A quanto mi hanno raccontato non è che la situazione in altre parti d’Italia sia molto diversa, ma a Napoli si ha sempre la sensazione che qualcuno, in alto loco ma non solo, sia fermamente convinto che la popolazione residente sia, nell’area della città metropolitana, inferiore al milione di abitanti (quando è la seconda concentrazione in Italia con più di 3,5 milioni di anime strette e accatastate una sull’altra) e pianifichi le cose di conseguenza, anche se immagino le spese reali sostenute invece siano ben più onerose.

Gianfranco Irlanda

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